Uomini che uccidono donne

L’amore o la passione non c’entrano nulla. E nemmeno i “raptus”, che implicano una totale o parziale incapacità di intendere dell’assassino. Gli omicidi di donne non hanno a che fare con la follia, ma con l’aggressività, con la rabbia, con la violenza, in un escalation che termina solo con l’eliminazione fisica della partner (reale o fantasticata, ex o attuale). Queste morti sono premeditate. Quando un uomo arriva a uccidere una donna spesso l’ha minacciata per lungo tempo. E spesso l’esplosione della violenza è preceduta da episodi di stalking, di persecuzione, di caccia sfacciata alla luce del sole, di annientamento psicologico, di dominio. Il femminicidio è “un’invenzione”, però esistono uomini che uccidono donne.

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Gli assassini di femmine sono maschi, perché?

Da tempo si assiste alla crisi psicologica e sociologica del maschio. Cresciuto nella maggior parte dei casi da figure materne, con padri assenti e una società che pensava che ciò sarebbe servito ad interrompere la trasmissione dell’aggressività maschile e la guerra. Il maschio in realtà non sa più come affrontare la morte, e la sua prima manifestazione durante la vita: l’abbandono.

Psicologia del carnefice

man-515518__340Ovvero quando la “fragilità di genere” si traduce in violenza: comportamento di chi non possiede altri strumenti per fronteggiare la realtà.

Il comportamento violento nasce quando un sentimento di profonda fragilità, che non si riesce a gestire, si trasforma in azione: rappresenta un modo per contrastare emozioni complesse, minacce di abbandono, comportamenti “inaccettabili” che non possono essere vissuti, osservati, riconosciuti come propri e quindi, elaborati. Il rifiuto, la paura di non essere amati o che la propria donna possa preferire un altro uomo, riattivano sentimenti di abbandono, di inadeguatezza, di solitudine che hanno radici profonde (le radici ontogenetiche sprofondano nelle storie famigliari di ognuno). La violenza diventa, allora, un tentativo di controllare, attraverso l’azione, la complessità delle emozioni vissute e quindi di non entrare in contatto con esse. Questi uomini che, limitati dalle loro fragilità inascoltate, usano violenza contro le compagne, spesso sono uomini insicuri, insoddisfatti, irrisolti, con scarsa fiducia in sé stessi, terrorizzati dall’abbandono. Sono uomini che piuttosto che lavorare su di sé e sui propri limiti, si ritrovano a riversare sulle donne, ritenute responsabili dei loro fallimenti,  tutta la loro rabbia.

Nel fenomeno della violenza sulle donne, alla fragilità, con quel che comporta, , si aggiunge un altro meccanismo psicologico, non meno rilevante: la difficoltà ad accettare la propria partner come “altro rispetto a sé”.  Questa incapacità può essere esemplificata con pensieri di questo tipo: “tu sei mia, devi stare con me e non mi interessa quali siano i tuoi bisogni, specialmente se contrastano con i miei. Tu sei mia, devo controllare la tua vita e non accetto che tu mi contraddica o addirittura ti allontani da me, non funziona così! “

guy-2617866__340Dutton (Dutton, 1981), uno dei più autorevoli conoscitori del fenomeno,  studiando la personalità degli uomini usi alla violenza domestica, è arrivato ad individuare, nei diversi profili emersi, la presenza di strutture personologiche improntate a fattori quali: la prepotenza, la possessività, la protervia magari compensatoria, dettata dal panico di fronte alla prospettiva dell’abbandono, ma in ogni caso fondata sulla mancata considerazione dell’altro con i suoi diritti e le sue esigenze. Tuttavia, ci mette in guardia l’Autore, la tentazione di trovare un “profilo psicologico e psicopatologico” degli uomini abusanti, può renderci  vittime di pregiudizi. Dutton infatti afferma, dopo 20 anni di lavoro con questi uomini: “tutti noi abbiamo lo stereotipo dell’uomo violento: volgare, incolto, un vero e proprio animale. Quando ho cominciato a mettere su gruppi di terapia per uomini violenti sono rimasto sorpreso dalla “normalità” dei partecipanti, che ci erano stati mandati dall’autorità giudiziaria.”

Allo stesso tempo le classificazioni possono essere utili per valutare il tipo di intervento da intraprendere. Elbow (Elbow, 1977) descrive l’aggressore domestico secondo quattro tipologie:

  1. Il controllore: colui che teme che il proprio dominio e la propria autorità siano messi in discussione e che pretende un controllo totale sui familiari;
  2. Il difensore: colui che vive l’altrui autonomia come una minaccia di abbandono e che per questo sceglie donne in condizione di dipendenza;
  3. Colui che cerca approvazione: questo tipo di uomo è costantemente alla ricerca di conferme esterne per la propria autostima, mentre qualsiasi critica scatena una reazione aggressiva;
  4. L’incorporatore: colui che tende ad un rapporto totalizzante e fusionale con la partner, e la cui violenza è proporzionale alla minaccia reale o alla sensazione di perdita dell’oggetto d’amore vissuta come catastrofica perdita di sé.

Le quattro tipologie elencate rendono ragione dell’ erompere dell’aggressività di fronte ad una separazione, o anche davanti alla sola minaccia di essa. Ciò che emerge in questo lavoro è l’idea, in questi uomini,  di non riuscire a sostenere una separazione, soprattutto in presenza di vissuti abbandonici nel passato (madre/padre fredd* e rifiutante).

Isabella Betsos (Betsos, 2009) riferendosi ai “Disturbi di Personalità” utilizza un altro modo per individuare diverse tipologie di uomo abusante:

1. I soggetti con “Disturbo Narcisistico di Personalità“:

  • necessitano di continua ammirazione: si nutrono dello sguardo altrui;
  • più che di amore necessitano di ammirazione e di attenzione continua;
  • insofferenti alle critiche;
  • indifferenti alle esigenze altrui;
  • inclini a sfruttare gli altri;
  • tendono ad attribuire agli altri la responsabilità di quanto di negativo capita loro;
  • nella coppia sono dominatori, attraenti, cercano di sottomettere e isolare la compagna, cercano la fusione e hanno bisogno di fagocitare l’altro.

2. I soggetti con “Disturbo Antisociale di Personalità” (in passato denominati psicopatici e sociopatici):

  • non osservano e violano i diritti degli altri;
  • mettono in atto azioni etero-aggressive;
  • non riescono a conformarsi né alla legge, compiendo atti illegali (ad esempio distruggere proprietà, truffare, rubare, ecc…) né alle norme sociali, mettendo in atto comportamenti immorali e manipolativi (ad esempio mentire, simulare, usare false identità, ecc…), traendone profitto o piacere personale;
  • provano scarso rimorso per le conseguenze delle proprie azioni (dopo aver danneggiato qualcuno, possono restare emotivamente indifferenti o fornire spiegazioni superficiali);
  • sono impulsivi ed aggressivi.

3. I soggetti con “Disturbo Borderline di Personalità” (DBP): 

  • cambiano umore repentinamente;
  • sono instabili nei comportamenti e nelle relazioni con gli altri che possono essere tumultuose, intense e coinvolgenti, ma estremamente instabili e caotiche;
  • sono fortemente impulsivi;
  • hanno difficoltà ad organizzare in modo coerente i propri pensieri;
  • possono esperire sensazioni di vuoto interiore, elevata irritabilità e attacchi di collera;
  • possono ricorrere ad alcol e droghe o a comportamenti autolesivi per ridurre la tensione emotiva;
  • nelle relazioni non hanno vie di mezzo, per cui oscillano rapidamente tra l’idealizzazione dell’altro e la sua svalutazione: possono, ad esempio, dividere il genere umano in “totalmente buoni” e “totalmente cattivi”. I rapporti iniziano generalmente con l’idea che l’altro (partner o amico), sia perfetto, protettivo, affidabile, disponibile, buono. Ma è sufficiente un “errore”, che l’altro venga catalogato repentinamente nel modo opposto. In molti casi le due immagini dell’altro, “buona” e “cattiva,” sono presenti contemporaneamente nella mente del soggetto borderline.

4. I soggetti con “Disturbo Paranoide di Personalità“:

  • in generale hanno una visione rigida del mondo;
  • hanno una visione rigida dei ruoli dell’uomo e della donna, fino ad essere veri e propri tiranni domestici: la donna dev’essere sottomessa, non deve prendere decisioni, né essere autonoma, coltivare interessi, tanto meno frequentare altre persone, magari neppure i familiari;
  • sono costantemente sospettosi e diffidenti;
  • temono complotti ai loro danni anche da parte del coniuge;
  • la loro gelosia talora sfocia nella patologia vera e propria;
  • il loro atteggiamento allontana la partner, cosicché essi si sentono autorizzati a ritenersi nel giusto lamentando il disamore di questa;
  • se minacciati di abbandono o abbandonati, nella migliore delle ipotesi, metteranno in atto comportamenti di stalking senza però giungere all’uxoricidio.

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Aspetti sociologici

Poiché il fenomeno è complesso, differenti elementi entrano in gioco, non solo di natura psicologica, ma anche sociale.

  • LA FAMIGLIA: le madri che permettono ai figli di assistere a episodi di violenza familiare, involontariamente trasferiscono ai loro figli l’idea che tutto sommato i comportamenti violenti siano normali o comunque accettabili. Sempre più studi evidenziano quanto le violenze subite o osservate nella  famiglia d’origine e l’instabilità delle figure genitoriali rappresentino fattori in grado di influenzare la formazione di un comportamento violento in età adulta. E’ più facile cioè che questi figli, una volta cresciuti, siano portati ad utilizzare le stesse modalità violente in condizioni di disagio, sofferenza o stress.
  • LE LEGGI: solo nel 1975 è stata abolita, in Italia, la potestà maritale che legittimava il ruolo predominante del marito rispetto a quello della moglie. Questa legge permetteva agli uomini sposati di impartire ordini e divieti alla moglie, addirittura di punirla laddove lei non lo avesse assecondato. Le donne erano chiamate ad accettare quello che gli uomini decidevano per loro, sottomettendosi al volere del pater familias, per il bene proprio e della famiglia.
  • LA TRADIZIONE: aderire rigidamente ad un modello, in questo caso al modello maschile tradizionale, tipico della cultura patriarcale, appreso ed interiorizzato attraverso l’educazione ed il contesto socio-culturale di appartenenza,  influenza (ed ha influenzato) notevolmente lo sviluppo dell’identità – maschile –  e delle modalità di relazionarsi – al mondo femminile – .
  • LA CULTURA: nonostante oggi molte cose siano cambiate sono ancora numerosi i contesti in cui un uomo è ritenuto virile, forte, vincente se in grado di “tenere a bada” la propria donna, di controllarne il comportamento e di dettar legge. Fenomeni sociali quali la negazione dell’uguaglianza tra i generi, del libero arbitrio e del valore della figura femminile sono anch’essi alla base dei “femminicidi”. kaputze-1171625__340
  • LA TRASVERSALITA’ DEL FENOMENO: l’uomo violento può essere di buona famiglia, può avere un buon livello di istruzione ed un lavoro rispettabile. E’ relativa l’importanza del ceto sociale anche se è innegabile che in contesti più “all’antica” possa esser più diffusa una visione patriarcale. La violenza sulle donne è un fenomeno diffuso trasversalmente in differenti paesi e all’interno di tutte le classi sociali. Ciò che accomuna membri appartenenti a differenti estrazioni sociali è il non accettare l’autonomia femminile ed il desiderio di sottomettere la donna al proprio potere. L’attuale fase di mutamento dell’identità femminile, che va verso l’ emancipazione e la libertà, è vissuta dagli uomini problematici ed estremamente arretrati come una minaccia al proprio dominio.

Cosa fare

  • LE DONNE:  richiedere un sostegno psicologico/sociale può essere un primo passo per spezzare la ripetitività degli eventi ed affrontare un percorso di “rottura” del circolo vizioso. C’è bisogno di un supporto per identificare delle vie di uscita e reggere le varie tappe dell’allontanamento, per salvaguardare sé e, se presenti, i propri figli. In molte occasioni accade che le donne, pur raccontando le violenze subite ai propri familiari, vengano scoraggiate dal lasciare il proprio uomo “perché ogni tanto perde la testa ma ti vuole bene” o perché “in quei momenti non è in sé ma non è sempre così”, fino al punto da essere colpevolizzate per l’intenzione di denunciare il marito ed andar via. E’ importante che la donna abbia una buona autostima, che sappia riconoscere di avere un rapporto patologico con il proprio uomo e che si tuteli allontanandosene. Proprio per questo è necessario un percorso psicologico che permetta una crescita personale della donna, che ne migliori l’autostima e che l’aiuti a cogliere le risorse, personali e sociali, necessarie per una nuova vita. Si perde il controllo della situazione perché si tende a giustificare o minimizzare le condotte aggressive del partner e a prendersene, in parte, la responsabilità. Può sembrare assurdo ma a volte è più semplice sopportare quello che già si conosce che affrontare il cambiamento che deriverebbe dalla rottura.
  • GLI UOMINI: nonostante siano sempre più presenti centri anti-violenza e figure professionali che si dedicano alle donne abusate, purtroppo in Italia attualmente i programmi di lavoro finalizzati al cambiamento dei partners violenti sono davvero rari e questo senz’altro non facilita la remissione del fenomeno. Anche gli uomini violenti devono entrare in percorsi paralleli di sostegno perché possano essere guidati verso una crescita personale, che comprenda una diversa gestione delle emozioni.

Chi chiede aiuto si sente meno solo e può iniziare a spezzare il pericoloso circolo vizioso in cui è invischiato.
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dott.ssa  Silvia Darecchio

 

Cambiare o non cambiare? La paura del cambiamento

I principali ostacoli al benessere psicologico: la paura del cambiamento 

  • IL DOLORE COME “COPERTA DI LINUS”: anche se riconosciamo l’inadeguatezza di certi nostri pensieri e comportamenti che, in definitiva, ci causano insoddisfazione, senso di fallimento e dolore, siamo sempre molto restii a modificarli. Essi infatti ci accompagnano da una vita intera, fanno parte di noi, ci fanno sentire al sicuro e rappresentano l’ “individualità” da portare nel mondo e per la quale il mondo ci riconosce. Il cambiamento, da questo punto di vista, prefigura una dolorosa separazione da qualcosa di familiare, da qualcosa che siamo capaci di gestire, anche se provoca disagio e sofferenza in noi e nelle persone che ci circondano.
  • IL DOLORE COME UNICA CERTEZZA: il timore è, per tante persone, quello di mettere in discussione un equilibrio faticosamente raggiunto, per altre è quello di andare verso l’ignoto, poiché non si ha la garanzia di cambiare in positivo: il cambiamento, di per sé, rappresenta un rischio. Altri pensano che sia meglio “non toccare alcuni tasti”, per paura che la situazione peggiori.
  • DOLORE E VITA COME SINONIMI: talvolta, la paura del cambiamento può essere celata dal pessimismo. Tante persone sono convinte che niente e nessuno potrebbero aiutarle a risolvere i loro problemi, ai quali non c’è soluzione.

Bisogna tener presente che la mente tende sempre a salvaguardare i pensieri che genera, anche se negativi, piuttosto che a confutarli. Questa trappola non ci consente di affrontare il disagio ma, al contrario, mantiene la situazione di difficoltà in un equilibrio fragile e precario.

 

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Lo psicologo fa in modo che possano essere elaborati anche i temi più complessi, in uno spazio privato, protetto e condiviso, accompagnando e sostenendo la Persona lungo questo percorso impegnativo ma necessario.

Psicologo: quando e perché

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Rivolgersi allo psicologo è un atto che, spesso, si realizza solo dopo estenuanti riflessioni, connotate da ansia, paura, apprensione, riluttanza, rabbia, frustrazionevergogna, ecc… Se a ciò si aggiungono:

  • la diffidenza verso la figura dello psicologo;
  • il sospetto nei confronti di un percorso basato sulla parola;
  • la convinzione che tutti siano o possano essere “un pò psicologi”;
  • il pregiudizio che andare dallo psicologo sia economicamente proibitivo;
  • la credenza, derivata principalmente dalla psicanalisi, che un percorso di sostegno (o consulenza) sia senza fine e debba durare anni…

Ecco che la tendenza ad affrontare da soli tutti i problemi  (accompagnata da pensieri del tipo: “I problemi della testa, si risolvono con la forza di volontà!”, “Domani andrà meglio…”, “E’ sufficiente parlarne col mio amico… che è tanto sensibile!”, “E poi sono fatto così, non posso cambiare!”, “Senza contare che ce l’ho sempre fatta da solo… sarà così anche questa volta…”, “Ma come fa un estraneo ad aiutarmi se non mi conosce?”, ecc… ) diventa la norma.


Quando andare dallo psicologo?

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Il momento decisivo è rappresentato dal comprendere che, per quel problema, l’aiuto dell’amico volenteroso ma impreparato, troppo coinvolto e parziale, non è più sufficiente; che è arrivato il momento di cambiare, che è arrivato il momento di chiedere aiuto perché le risorse sono esaurite;  che, proprio perché le risorse della mente non sono infinite,  è necessario, per ricominciare, che qualcuno ci porti a ritrovare quelle risorse. E che una persona competente, che non ci conosce, può aiutarci proprio perché ha una visione più oggettiva, più distaccata, più imparziale di noi e della situazione. 

In termini generali, l’aiuto di uno psicologo va cercato quando si attraversa un periodo di sofferenza psicologica che col tempo non passa, o forse peggiora, tanto da creare delle limitazioni, dei veri blocchi nella vita di ogni giorno, sul lavoro, con i familiari o con gli amici.

Brevemente, è opportuno andare dallo psicologo quando:

  • il malessere boicotta l’efficienza in ambito lavorativo;
  • lo stare male compromette le relazioni con le persone significative, causando ulteriore dolore;
  • nonostante l’aiuto di familiari ed amici,  i problemi non si sono risolti;
  • in presenza di patologie (soprattutto croniche), il medico o altri specialisti non hanno cambiato la situazione;
  • preoccupazione e tristezza sono sempre presenti;
  • si manifestano comportamenti o pensieri che non si riconoscono come propri e che non si riescono a controllare;
  • vengono evitate situazioni che prima non creavano alcun disagio;
  • il corpo è ostaggio di tensione, tachicardia, fiato corto, capogiri, insonnia, testa vuota (o pesante) e di altri sintomi fisici;
  • si è soliti ricorrere all’alcool o ad altre droghe per affrontare (o non affrontare) i momenti critici;
  • il malessere è così pervasivo da portare a pensare al suicidio come soluzione.

Perché andare dallo psicologo?

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Cercare un aiuto psicologico, a ben vedere, non è tanto diverso dal rivolgersi ad una persona competente rispetto a questioni specifiche, come accade quando si ha un guasto all’auto o si deve ristrutturare casa. Capire che la macchina ha bisogno del meccanico è decisamente semplice ed immediato!

Alcuni vanno dallo psicologo perché si sentono troppo spesso o da troppo tempo depressi o ansiosi. Alcuni perché tendono a reagire sempre con rabbia, ottenendo come risultato l’ allontanamento fisico ed emotivo delle persone care. Altri perché hanno bisogno di un sostegno per affrontare una malattia che piano piano li ha svuotati d’energia. Altri ancora perché sono in difficoltà a causa di una separazione, di un divorzio o di un lutto. Alcuni perché non possono fare a meno di usare violenza contro partner e figli; altri  perché non riescono ad allontanarsi dalle aggressioni, dai maltrattamenti e dalle umiliazioni subiti da un famigliare. Altri perché hanno così paura di essere criticati e di non essere all’altezza, che hanno rinunciato ad una vita sociale.

Rispetto a tutto questo, lo psicologo è il professionista che aiuta la persona ad aiutarsi. Agisce come un giardiniere: ripulisce il terreno dalle erbacce, fornisce acqua, luce e nutrimento alla pianta, posiziona un sostegno se la pianta è ripiegata su sé stessa… Tuttavia se la pianta cresce, dipende non solo dalle cure fornite, ma anche dal modo in cui la pianta reagisce. Mettere a frutto le risorse che si possiedono, trovare nuovi equilibri per soddisfare i propri bisogni e stare meglio sono obiettivi che si raggiungono in due. Recuperare il benessere è un obiettivo che poggia cioè tanto sulla competenza dello psicologo quanto sulla personalità di chi a lui si rivolge. Entrano in gioco nel processo, infatti, diverse caratteristiche personologiche del paziente: le modalità di elaborazione, la motivazione al cambiamento, la disponibilità ad abbandonare modi di pensare, di fare esperienza e di comportarsi che non sono (o non sono più) funzionali.


In cosa consiste un “percorso di sostegno psicologico”?

Vediamo ora, brevemente, in che cosa consiste un percorso di sostegno psicologico. L’obiettivo principale di questo tipo di percorso è quello di ottenere un sostegno per affrontare un periodo complesso o difficile della vita. Il disagio potrebbe essere rappresentato da un cambiamento personale necessario ma effettivamente molto complesso, come anche da una situazione di vita che è scomoda ma dalla quale proprio non si riesce a venire fuori.  Ancora, la sofferenza psicologica potrebbe derivare da difficoltà relazionali, o dall’incapacità di comprendere perché la vita, a volte, pone sfide così ardue.

Lo psicologo usa i propri strumenti (conoscenza, esperienza, empatia, comprensione, ascolto, ecc…) per accompagnare lungo un percorso impegnativo e difficile, ma di fondamentale importanza per il benessere, la crescita, il progredire personale e delle relazioni in cui la Persona è coinvolta. Nello studio dello psicologo si è liberi di dire e fare qualsiasi cosa si senta: parlare o stare in silenzio, ridere o piangere, esprimere tutte le emozioni o porre domande sulla vita. Qualsiasi cosa si porti in seduta è accolta serenamente e, alla luce di nuovi punti di vista, elaborata. Il percorso psicologico consente di acquisire consapevolezza rispetto al proprio sistema di interazioni al proprio funzionamento all’interno di queste dinamiche relazionali  e alle circostanze che causano sofferenza, disagio e blocco. Il cambiamento del proprio modo di vivere, la messa in discussione di alcuni aspetti di sé, la riconsiderazione di alcune scelte compiute,  richiedono impegno e fatica; tuttavia il beneficio che se ne trae è di un valore incommensurabilmente maggiore: trovare o ritrovare il proprio benessere.

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Principali ostacoli al benessere psicologico

  1. la paura del cambiamento
  2. la paura del fallimento
  3. la paura del giudizio
  4. la paura delle emozioni
  5. la paura della dipendenza
  6. la paura dello stigma

 


 

 

L’enuresi notturna

L’enuresi notturna è un disturbo, più che una malattia, e consiste nella perdita involontaria e completa di urina durante il sonno in un’età in cui la maggior parte dei bambini ha ormai acquisito il controllo degli sfinteri.

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E’ un problema frequente che interessa circa il 27% dei bambini dell’età di 4 anni, il 15% di 5-6 anni, il 6-7% di 9-10 anni, il 3% di 12 anni e l’1% di 18 anni. Alcuni ricercatori hanno osservato che si tratta di gran lunga del disturbo più diffuso tra i bambini, soprattutto maschi.  Per diagnosticare un disturbo da enuresi, tale comportamento deve presentarsi frequentemente e non dipendere da alcuna condizione medica generale, né dall’assunzione di sostanze; per enuresi notturna non si intende, infatti, la saltuaria e sporadica emissione di urine durante la notte, ma si parla di un problema che deve presentarsi con una certa frequenza: secondo alcuni autori è necessario un periodo di osservazione di almeno 2 settimane durante le quali il bimbo deve bagnare il letto per almeno 3 volte alla settimana, secondo altri autori l’osservazione va protratta per 3 mesi con almeno 2 notti bagnate alla settimana.


Esistono diversi tipi di enuresi:

  1. PRIMARIA/SECONDARIA. Primaria: quando i bambini non hanno mai acquisito  la continenza oltre il quinto anno di età. L’enuresi primaria ha cause prevalentemente fisiologico/organiche. Secondaria: si parla di enuresi secondaria quando, bambini con una adeguata continenza urinaria, la perdono successivamente. Tale condizione si manifesta soprattutto in bambini tra i 5 e gli 8 anni d’età e ha tra le cause fattori di tipo prevalentemente psicologico ed emotivo. Sintomatica: in questo caso l’enuresi compare come conseguenza di una malattia, ad esempio un’infezione urinaria o in casi molto più rari diabete mellito, epilessia ecc.
  2. NOTTURNA/DIURNA. Notturna: si tratta della condizione più comune, è la classica pipì a letto, dove il sintomo compare solo durante il sonno. Tipicamente il bambino bagna il letto durante il primo terzo della notte e l’atto di urinare è spesso accompagnato da un sogno evocativo. L’ enuresi diurna: si presenta al contrario quando la perdita di urine riguarda le ore di veglia. Questo sottotipo, molto meno frequente del precedente, raggiunge la sua massima frequenza intorno ai 9 anni di età, ed in media è più presente nelle femmine. Esiste poi una condizione mista definita enuresi notturna e diurna.
  3. CONTINUATIVA/A INTERMITTENZA. Un’ulteriore distinzione può essere fatta tra i bambini che sono enuretici continuativamente (enuresi continuativa) e quelli che lo sono a intermittenza (enuresi a intermittenza).
  4. MONOSINOTOMATICA/NON MONOSINTOMATICA. “Monosintomatica”: quando l’enuresi è l’unico sintomo e si manifesta solo durante il sonno. “Non-monosintomatica”: quando sono presenti anche sintomi vescicali durante il giorno. Ci possono essere altri problemi, soprattutto legati alla vescica, che vanno trattati prima di affrontare l’enuresi notturna. Un problema vescicale può dipendere da una incompleta o ritardata maturazione della vescica, che riesce a riempirsi meno di quanto ci si deve aspettare per l’età. Tra i sintomi vescicali diurni: andare in bagno troppo di frequente, o troppe poche volte, o con grande urgenza; fare pipì di volume molto basso, bagnare le mutandine o addirittura bagnare gli indumenti.

 


L’enuresi può essere anche associata a:

  • encopresi (ripetuta evacuazione di feci in luoghi inappropriati);
  • stipsi;
  • disturbo da sonnambulismo;
  • disturbo da terrore del sonno;
  • infezioni del tratto urinario (causate proprio dalle condizioni igienico-sanitarie dovute al disturbo).

Enuresi notturna, le cause del disturbo:

  • possono essere genetiche: l’enuresi è indubbiamente un disturbo ereditario e in circa il 70% dei casi almeno un familiare ha o ha avuto lo stesso problema da piccolo. Non è stato ancora identificato un gene specifico che la provoca, ma la ricerca si sta muovendo anche in questa direzione.
  • Possono essere fisiologiche: nella maggior parte dei casi, l’enuresi è causata da una sovrapproduzione di urina durante la notte (la cosiddetta poliuria notturna) o da una capacità insufficiente della vescica (come se fosse più piccola) e dalla difficoltà a svegliarsi dietro lo stimolo di vescica piena (si tratta, non di un problema di sonno eccessivamente profondo, ma di difficoltà nel risveglio. Se la vescica è piena si ha uno stimolo al risveglio, stimolo che è meno forte, o meno recepito, per il bambino enuretico). Quest’ultimo fenomeno aggrava la condizione, ed è proprio il problema da risolvere per arrivare alla guarigione dell’enuresi. 
  • Possono essere anche psicologiche. L’enuresi primaria non è causata da disturbi psicologici, ma chi ne soffre può certamente svilupparne come conseguenza. Soprattutto per quanto riguarda l’autostima, la fiducia in sé stessi e nelle proprie capacità. Queste problematiche cessano in genere, una volta che l’enuresi è stata trattata con successo. Solamente l’enuresi secondaria (un’enuresi che si manifesta dopo che il bambino ha raggiunto il controllo della vescica) è associata, oltre a possibili problemi fisici da ricercare attentamente, ad un maggior rischio di problemi comportamentali, quale la Sindrome da deficit di attenzione e iperattività. Tendenzialmente quando si manifestano tali episodi di pipì notturna, questi si associano ad un disturbo comportamentale o emozionale. Questi fenomeni possono essere transitori e legati ad eventi che hanno disturbato il piccolo, andando ad intaccare la stabilità e la sicurezza del suo apparato, come lo stress o fattori ansiogeni. Anche i cambiamenti possono interferire, come la nascita di un fratello, un lutto, un trasferimento di abitazione o di città oppure la separazione dei genitori ed anche le richieste eccessive delle prestazioni scolastiche. I bambini che soffrono di tali disturbi, anche se variano da soggetto a soggetto, sono sensibili e possono manifestare delle difficoltà a gestire i propri impulsi, come l’aggressività che simboleggia la capacità di esprime appieno se stessi, di affermarsi in qualsiasi ambito e di essere capaci a difendersi dai conflitti tra coetanei. Al disturbo si accompagna spesso un forte senso di disagio nello stare con gli altri, soprattutto a scuola, quando il bambino con enuresi si confronta coi coetanei.

Cosa deve e non deve fare il genitore

Deve essere ben chiarito che se un bambino bagna il letto non è colpa di nessuno: né del bambino né dei genitori. Il ‘senso di colpa’ dei bambini, anche se non manifesto, contribuisce molto a peggiorare il senso di malessere e di imbarazzo che il bambino prova, causando perdita dell’autostima e l’acuirsi delle insicurezze, anche in altri ambiti di vita. A loro volta, i genitori possono sentirsi colpevoli e incapaci di affrontare una situazione difficile e poco chiara. Se c’è qualcosa di sbagliato è rinunciare o attendere senza agire aspettando la risoluzione con la crescita, magari facendosi prendere dal nervosismo, con reazioni negative nei confronti del bambino. E’ importante sapere che si può fare qualcosa. Nessun bambino dovrebbe svegliarsi in un letto bagnato, quando ci sono soluzioni semplici che spesso migliorano o risolvono la situazione. Ecco qualche suggerimento per gestire al meglio la situazione:

  • dare al bambino consapevolezza e ottimismo: è la prima fondamentale terapia;
  • aiutare il bambino a non sentirsi solo, spiegargli che ci sono altri bambini nella sua scuola, e forse nella sua classe con lo stesso problema;
  • aiutare il bambino a combattere un naturale ma pericoloso senso di colpa;
  • dare spiegazioni complete e corrette per rimuovere la vergogna e il senso di colpa, per coinvolgere il bambino e motivarlo ad affrontare la cura;
  • non sgridare mai il bambino: è dimostrato che il rimprovero aggrava la situazione, mentre un atteggiamento comprensivo la migliora;
  • condividere: nel caso che anche i genitori abbiano sofferto di enuresi, comunicarlo al bambino può avere per lui un effetto rassicurante. Infatti il sapere che anche il papà o la mamma hanno avuto lo stesso problema e lo hanno superato è per lui di conforto e aiuta nel processo di guarigione;
  • non svegliare il bambino di notte: svegliare il bambino per farlo urinare non solo non serve a nulla ma può essere controproducente ed avere una valenza punitiva, meglio mettere un pannolino;
  • adottare qualche strategia di tipo comportamentale: sapere riconoscere gli eventuali sintomi diurni associati e riferirli al medico; attuare eventualmente con attenzione la rieducazione minzionale; abituare il bambino a bere poco la sera per non aumentare il volume di urina nella vescica; controllare che prima di andare a letto il bambino abbia svuotato completamente la vescica.

QUALI SONO LE CURE PER L’ENURESI?

Una volta verificato che il bambino vuole affrontare il problema, si può iniziare il trattamento, innanzi tutto con una visita pediatrica che escluda altre patologie. Se il quadro clinico non è compromesso, i primi presidi di cura sono il trattamento comportamentale e di sostegno al bambino, e le buone abitudini di bere al mattino, evitare bevande gassate e caffeina il pomeriggio e mantenere regolare lo svuotamento intestinale. A seguire, le cure sono sostanzialmente due:

  • per l’enuresi monosintomatica: l’allarme notturno e un farmaco, la desmopressina, che riduce la produzione di urine la notte (anti-diuretico). Il primo serve a facilitare il risveglio quando la vescica è piena, consentendo al bambino di andare a svuotarla in bagno;
  • per l’enuresi “non-monosintomatica” (cioè se ci sono sintomi vescicali di giorno) può essere necessario associare al farmaco antidiuretico farmaci diversi se la vescica si comporta come se fosse più piccola o con eccessivo stimolo anche a basso riempimento (vescica iperattiva). Se possibile, si può ricorrere a sedute di fisioterapia per la vescica (uroterapia) allo scopo di insegnare come si controllano gli stimoli e come si rilassano i muscoli per una minzione completa.
  • Gli eventuali problemi psicologici o comportamentali devono essere affrontati separatamente e indipendentemente dai sintomi dell’enuresi, grazie al sostegno di professionisti.

 

Dott.ssa Silvia Darecchio  – Psicologa – San Polo di Torrile (Pr)  contatti

 

Quando si tradisce, quando si è traditi.

Il tradimento è un evento forte e traumatico che si abbatte pesantemente sulla coppia, compromettendone gli equilibri e la stabilità; tradire il partner significa distruggere il “noi” , paradigma della relazione.

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L’etimologia della parola “tradire” è latina, deriva da “tradĕre” che significa “consegnare (ai nemici). In origine, infatti, il tradimento era un “fatto militare”. Successivamente il termine si è esteso anche ad altri ambiti, fino ad assumere il senso odierno. Ha conservato tuttavia connotati fortemente negativi e dispregiativi: “tradire” significa, infatti, “mancare di fedeltà”, “abbandonare (il vecchio) per consegnarsi (al nuovo)”.


Le fasi dell’amore e il tradimento

Il rapporto di coppia è caratterizzato, a meno di accordi differenti tra le parti, da esclusività (sessuale e sentimentale) e da un certo grado di dipendenza. I partner,  cioè, stipulano tacitamente un contratto basato sulla fiducia e sulla fedeltà; una sorta di patto segreto che implica il soddisfacimento dei bisogni e delle aspettative di entrambi.

  • All’inizio di una relazione sentimentale, quando si è sopraffatti dall’ innamoramento, è raro tradire. L’innamoramento rappresenta, infatti, la fase in cui si attivano le nostre proiezioni sul partner: si trasferiscono sull’altro i nostri ideali e le nostre caratteristiche. Per questo il partner ci appare tanto unico e speciale ed essere infedeli, a quest’essere che incarna così perfettamente i nostri ideali, è un qualcosa che neppure ci sfiora. Tuttavia accade spesso che i desideri e le fantasie nascenti nell’innamoramento si trasformino in una prigione psichica per colui/colei che viene desiderato e “fantasticato”, e in una cocente delusione per colui/colei che ha fortemente idealizzato l’altro/a.
  • Quando si passa alla fase dell’amore adulto e maturo  l’altro viene visto per quello che è, con tutti i suoi difetti e le sue debolezze; crollano le proiezioni, le fantasie e la realtà dell’altro prende corpo. I bisogni e le aspettative disattesi, per alcuni individui, annullano il vincolo; pensare, cioè, che l’altro/a abbia fallito totalmente, nel renderli felici, significa la rottura del patto e la fine del progetto di vita insieme. In questa fase è elevatissima la probabilità di tradire, soprattutto in chi non sa affrontare la delusione della realtà, in chi ha troppo idealizzato il partner e non riesce a sostenere la maturità della costruzione di una coppia, meno idilliaca, ma più stabile, duratura ed appagante.

Le fasi della vita e il tradimento

  • ADOLESCENZA: nell’adolescenza il tradimento rappresenta il tentativo del soggetto
    di affermare la propria libertà, il proprio spazio di vita, i propri confini psicologici. L’adolescente manifesta con il tradimento del partner, inconsapevolmente, il rifiuto della dipendenza dai genitori. L’adolescenza, cioè, oltre ad essere una fase di sperimentazione sessuale, esprime, attraverso il tradimento, la volontà di affermare autonomia, a discapito di un’ unione che richiama quella simbiotica con i genitori. Attraverso l’infedeltà, inoltre, l’adolescente ricerca la conferma, narcisistica, del proprio valore e del proprio fascino, di cui ha disperato bisogno, in una fase delicata di costruzione dell’identità.

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  • “PRIMA” MATURITA’: per il giovane adulto (o comunque per il “giovane matrimonio”), che sta costruendo un nuovo nucleo familiare assumendosi impegni di convivenza e di costruzione di un progetto di coppia stabile, il tradimento esprime il bisogno interiore di rifuggire dagli impegni e dalle responsabilità che le decisioni assunte, comportano.
  • PIENA MATURITA‘: dopo anni di matrimonio, il tradimento rappresenta una gratificazione, narcisistica, nel confermare a se stessi il proprio fascino, nonostante l’età. L’uomo maturo tende a cercare avventure con donne più giovani per dimostrare a se stesso di essere ancora piacente e per poter vivere una seconda giovinezza. Similmente, per la donna matura il tradimento risponde al bisogno di veder confermata la propria femminilità, trasformata dai cambiamenti biologici ed ormonali.

Bisogni psicologici e tradimento.

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Le cause del tradimento sono sempre soggettive e specifiche, tuttavia, possono essere riconosciute delle macro-categorie di bisogni psicologici, generici e trans-generazionali, che portano i partner a scegliere il tradimento:

  • il BISOGNO DI CONFERMA: i soggetti, caratterizzati da un profilo psicologico insicuro e immaturo, tradiscono perché necessitano di costanti rassicurazioni e di  prove da superare. Vogliono cioè dimostrare a loro stessi di essere indiscutibilmente desiderabili e seducenti.
  • il BISOGNO DI PROVARE FORTI EMOZIONI SESSUALI: il bisogno di provare forti emozioni sessuali rispetto alla qualità dei rapporti sessuali vissuti con un partner di lunga data, magari poco soddisfacenti.
  • il BISOGNO DI INDIPENDENZA: l’infedeltà può rappresentare una difesa contro la paura di fusione che l’intimità di coppia evoca, oppure esprimere il rigetto della sensazione di essere dipendenti dal proprio partner.
  • il BISOGNO DI “DENUNCIARE” L’ INSUFFICIENZA DELLA RELAZIONE DI COPPIA, MANTENENDO UNA FACCIATA SOCIALE: il tradimento, spesso, è lo strumento attraverso cui si esternano all’altro tutti i problemi e le incomprensioni che sono rimasti celati, per non sconvolgere l’armonia della famiglia, nel tentativo disperato ed inconcludente di mantenere un’apparente facciata sociale. In questo caso l’infedele, che ha tenuto per sè i malcontenti rispetto alla relazione, non è stato in grado o non ha voluto instaurare un dialogo autentifico, atto risolvere le difficoltà di coppia.
  • il BISOGNO DI RIEMPIRE UN VUOTO ESISTENZIALE: alcune persone vivono il tradimento come un antidepressivo: una sorta di compensazione, funzionale a colmare dei vuoti profondi dettati dalla solitudine o da una perenne insoddisfazione interiore.
  • il BISOGNO DI CRESCITA: il tradimento può rappresentare anche una tappa del  percorso di maturazione e di evoluzione personale che può interessare  solo uno dei due partner. Se un membro della coppia ha affrontato un’esperienza prepotentemente trasformativa può accadere che anche lo schema di sé  sia cambiato e che siano emersi nuove priorità e nuovi bisogni che l’altro/a non è più in grado di soddisfare.
  • il BISOGNO DI TENERE SEPARATE LA SFERA AFFETTIVA DA QUELLA SESSUALE: esistono “traditori seriali”, individui per i quali essere infedeli rappresenta una costante. Spesso questi soggetti attuano una scissione tra sessualità e affettività, che diventano due dimensioni inconciliabili nella stessa relazione. Questo accade spesso negli uomini sposati che frequentano prostitute.

Vissuti psicologici del “tradito” e del “traditore”

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Certamente lo stato psicologico e i sentimenti provati dal partner infedele e da quello tradito sono molto diversi fra loroIl soggetto tradito, inizialmente, è fortemente sconvolto: il tradimento infatti rade al suolo le certezze e fa si che l’insicurezza e il senso di devastazione prevalgano. Può accadere anche che nella mente della persona tradita si creino pensieri ossessivi ed intrusivi circa il tradimento, morbosità rispetto ai dettagli dell’ “altra relazione”, urgenze di vario tipo. La ferita che lascia il tradimento è difficile che si rimargini completamente poichè resta, oltre alla  delusione, la consapevolezza che la fiducia sia stata compromessa. Permane la sensazione che nulla potrà essere come prima.  Se , tuttavia, sono presenti volontà e desiderio di continuare in entrambi, è possibile recuperare una “relazione tradita”. “Il tradito”, infatti, con il tempo e con un adeguato supporto, può trovare nel perdono dell’altro, quell’amore che aiuterà anche l’ “ex traditore”, a recuperare lo slancio per la continuazione del rapporto. Il “traditore”, che in un primo momento vive fortissimi sentimenti di colpa, da parte sua, grazie ad percorso di sostegno psicologico e forte di nuove consapevolezze, può trovare più di un motivo per riconquistare il  compagno/a e per ricominciare, da zero, a costruire la relazione.


In conclusione

L’ individuo, nella società del consumismo sessuale e sentimentale, è sempre più incline a salvaguardare i propri interessi personali rispetto a quelli della coppia. Se, nella relazione, qualche bisogno non viene corrisposto, pare che ognuno abbia il diritto di cercarne il soddisfacimento, in modo immediato e completo, con un altro partner, senza troppi pentimenti. Il sacrificio e l’impegno necessari per  la  realizzazione del progetto di coppia; la volontà di preservare il legame in crisi, attraverso il dialogo ed il compromesso, rappresentano aspetti di poco valore se rapportati all’ individualismo imperante, che oggi  tutto può. A seguito di un tradimento, tuttavia, non tutto è perduto, allorché ci sia l’intenzione di entrambi di proseguire e di valorizzare il rapporto, è possibile, non solo recuperare la relazione ma anche darle un senso nuovo.

Intraprendere un percorso psicologico di coppia (o individuale per entrambi) significa:

  • mettersi in gioco;
  • impegnarsi concretamente per dare alla relazione una chance, soprattutto se sono coinvolti dei bambini;
  • dare priorità al rapporto;
  • investire energie nella relazione;
  • acquisire delle competenze relazionali (atte a realizzare una comunicazione sincera,  costruttiva, in grado di esprimere in modo assertivo bisogni e insoddisfazioni);
  • imparare ad essere sinceri ed autentici con il partner;
  • imparare a realizzare un dialogo di coppia costante ed efficace (che consenta di ripartire insieme cresciuti, per vivere una nuova relazione, finalmente solida e soddisfacente).

 

Dott.ssa Silvia Darecchio  – Psicologa – San Polo di Torrile (Pr)  contatti

Difficoltà psicologiche post-partum

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Dopo il parto:

  • circa l’80% delle neo-mamme soffre di una lieve forma di tristezza (baby blues);
  • il 10-20% delle mamme va incontro a una vera e propria depressione.

Sintomi e segni del “baby blues” 

Le neo-mamme, frequentemente, sono portate a sottovalutare, minimizzare o nascondere i sintomi del “baby-blues”, spesso per corrispondere ad una edulcorata idea sociale di maternità, vista solo come un paradiso incantato. La nascita di un bambino (e quindi di una mamma) è un evento di per sé molto felice e il senso comune ha difficoltà a capire perché una neomamma, che magari ha desiderato tanto quel figlio, dovrebbe stare male in un momento così meraviglioso. Tuttavia non solo è possibile ma è anche frequente. Alcuni segnali possono aiutare a capire che qualcosa sta “andando storto”..

Il pediatra e psicoanalista Donald Winnicott ha definito il “baby blues” o “maternity blues” (che letteralmente significa “la malinconia della maternità”) lo stato di malessere psicologico che caratterizza i giorni successivi al parto. Tale reazione di lieve entità, è chiamata anche “malinconia dei quattro giorni” in quanto si presenta in genere 3-4 giorni dopo la nascita del bambino, e dura, al massimo, una settimana, durante la quale prevale un sentimento di tristezza. Non è un vero e proprio disturbo, ma una condizione quasi fisiologica e molto frequente, caratterizzata da quadri sintomatologici vari. Tuttavia è una reazione normale e non preoccupante.  I sintomi, oltre alla tristezza, sono:

  • sbalzi di umore con facile tendenza al pianto
  • irritabilità
  • ansia
  • difficoltà di memoria e di concentrazione
  • insonnia
  • inappetenza

Nella grande maggioranza dei casi questo stato di tristezza se ne va da solo, stando vicino alla mamma, sostenendola, cercando di aiutarla se ha qualche difficoltà (per esempio con l’allattamento) e, se è già tornata a casa dall’ospedale, dandole modo di non affaticarsi troppo e di concentrarsi sul bambino.

Cause e fattori di rischio

A entrare in gioco sono soprattutto:

  • i bruschi cambiamenti ormonali che intervengono subito dopo il parto,
  • il forte stress psico-fisico legato al travaglio e al parto,
  • la fatica fisica,
  • una normale ansia legata all’aumento della responsabilità,
  • l’eventuale presenza di contrasti con il compagno e i familiari, rispetto alla gestione del piccolo.

 

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Sintomi e segni della Depressione post-partum

A volte la tristezza persiste e diventa una vera e propria Depressione. La Depressione post-partum, Depressione post-natale o Depressione puerperale è un disturbo dell’umore che colpisce il 10-20% delle donne. I primi sintomi possono comparire già nella 3-4 settimana successiva al parto, manifestandosi clinicamente tra il quarto e il sesto mese, con segnalazioni di casi anche fino ai nove mesi dal parto, e può perdurare per un anno intero. Il disturbo non è da confondere con la più grave “psicosi puerperale”, accompagnata da sintomatologie di tipo psicotico. Per fare una diagnosi di Depressione post-partum è necessario individuare almeno cinque sintomi tra i seguenti per un arco di tempo di almeno due settimane:

  • tristezza
  • pianti frequenti
  • indolenza
  • disturbi del sonno
  • irritabilità
  • tensione e panico
  • pensieri ossessivi o confusi
  • senso di isolamento
  • sentimenti di colpa e di inutilità, bassa autostima, impotenza e disvalore
  • ansia, paura e fobie (e relativi connotati somatici)
  • perdita del desiderio sessuale
  • anedonia (perdita di piacere)
  • astenia (perdita di energie)
  • riduzione della concentrazione
  • pensieri ricorrenti di morte e/o progettualità di suicidio
  • agitazione o rallentamento psicomotorio.

Alcune donne possono presentare solo alcuni di questi sintomi senza soddisfare i criteri per la diagnosi di depressione post-partum. Si può trattare infatti di altri disturbi come il Disturbo dell’Adattamento con umore depresso.

 

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Cause e fattori di rischio

Per quanto riguarda la Depressione post parto, le cause non sono del tutto note. Probabilmente i cambiamenti ormonali tipici della gravidanza e del periodo successivo alla nascita, costituiscono un substrato biologico sul quale si innestano altri fattori.

I principali fattori di rischio, elencati dalla letteratura scientifica per la depressione post parto, sono:

  • ansia o depressione durante la gravidanza;
  • ansia e depressione in precedenza;
  • familiarità per disturbi psichiatrici;
  • situazioni molto stressanti (lutto, separazione, perdita del lavoro, ecc…);
  • scarso supporto familiare o sociale (precarietà dei rapporti affettivi e mancanza di reti sociali);
  • difficoltà o precarietà economiche;
  • disturbi della funzionalità tiroidea.

Fattori protettivi

Alcuni comportamenti agiscono come fattori protettivi contro il manifestarsi della depressione. Magari non possono prevenirla del tutto, ma possono attenuarla, o aiutare la donna ad affrontarla meglio, dandole forza e sostegno. Vediamo quali sono:

  • buon riposo nelle prime settimane dopo il parto: la mamma deve cercare di dormire il più possibile;
  • dieta adeguata, equilibrata, con alimenti ricchi di acidi grassi omega 3 e povera di eccitanti (come alcool e caffè).
  • buon apporto di vitamina D: per farne scorta basta una sana vita all’aria aperta;
  • buon rapporto con il parter, che proprio nelle prime settimane dopo il parto ha il compito delicato e bellissimo di affiancare la mamma e non lasciarla sola mentre “impara” il suo nuovo mestiere;
  • buona rete di familiari e amici che, per esempio, possono offrire un valido aiuto nei lavori domestici.

 

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Se…

Se ci si rende conto che qualcosa non va, che il tempo passa e sintomi come tristezza, angoscia, apatia, disturbi del sonno e così via non si allentano, la cosa migliore da fare è parlarne con qualcuno.  Prima si interviene, migliore è la prognosi.

 

Dott.ssa Silvia Darecchio  – Psicologa – San Polo di Torrile (Pr)  contatti

 

Fobia di invecchiare e chirurgia estetica

VECCHIAIA E GERASCOFOBIA

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La paura di invecchiare è una paura molto umana, un sentimento diffuso, esteso tanto alla popolazione femminile quanto a quella maschile. Il modo di affrontare questa paura, tuttavia, non è lo stesso per tutti, in alcuni casi, infatti, può assumere le forme della patologia.

Quando si parla di “vecchiaia” è necessario distinguere fra la terza età (detta anche “prima vecchiaia” fino ad 80 anni) e la quarta età (detta anche “grande vecchiaia”).  E’ la vecchiaia della terza età ad essere maggiormente interessata dal fenomeno patologico. La gerascofobia (la fobia di invecchiare) è un disturbo, studiato a partire dagli anni ’60 del secolo scorso, che colpisce molti individui delle età più disparate, ma che si manifesta, con maggior forza, superati i 50 anni.  


IL SEGRETO PER VIVERE UNA VECCHIAIA SERENA, SECONDO LO PSICOLOGO E. ERIKSON

Dopo i 50 anni è naturale iniziare a confrontarsi con il bilancio di quanto si è realizzato nella propria vita ed è, altrettanto naturale, provare un certo grado di angoscia nel rendersi conto di non aver raggiunto tutti i traguardi, professionali e personali, che ci si era prefissati. Erikson (Teoria Psicosociale dello Sviluppo da i I cicli della vita, 1987), a tal proposito, ha scritto che più la persona si avvicina alla senescenza, più raccoglie quanto ha seminato; più cerca di capire ciò che la sua esistenza abbia significato per sé e per gli altri; più tende a valutare quanto tali conclusioni siano soddisfacenti. Quando il bilancio è positivo, l’individuo ha la sensazione di aver speso adeguatamente la propria vita e, per questo, riesce ad affrontare con serenità anche la terza età. Nel caso in cui il bilancio sia negativo, la persona è portata a sperimentare sentimenti di rifiuto rispetto alla propria esistenza, di negazione della vecchiaia e di timore della morte. In questi casi, dice Erikson, prevale un senso di disperazione derivato della consapevolezza di non avere più tempo per rimediare agli errori commessi; tale disperazione è celata, spesso, dietro al disprezzo verso le persone, le istituzioni, le situazioni, vissuti che, in realtà, riflettono il disprezzo che l’individuo prova verso se stesso.


 FATTORI PREDISPONENTI LO SVILUPPO DELLA GERASCOFOBIA

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Vi sono diversi fattori, sociologici e psicologici, che possono “predisporre” a sviluppare la gerascofobia  (o gerontofobia). I soggetti più inclini a sviluppare questa fobia sono coloro che:

  • già soffrono di disturbi d’ansia (soprattutto fobie);
  • hanno significativi tratti narcisistici o soffrono del Disturbo Narcisistico di Personalità (o di altri disturbi di personalità o mentali);
  • fanno della bellezza, dei valori estetici, delle capacità fisiche (ma anche delle facoltà intellettuali) armi per rivendicare un proprio posto nel mondo e per imporsi nelle relazioni umane;
  • hanno il terrore di rimanere soli;
  • fanno della propria indipendenza un punto di forza e tendono a considerare l’invecchiamento solo come una condizione di progressiva perdita di autonomia;
  • tendono a non considerare gli aspetti più positivi della terza età (come una maggiore flessibilità del tempo a disposizione, una più intensa spiritualità e una certa saggezza);
  • provano, più genericamente, una profonda paura nei confronti della sofferenza fisica;
  • hanno il terrore della morte, vissuta come emblema della totale perdita di tutto ciò che si è amato e si ama.

Si parla di gerascofobia ogni volta che, da una funzionale destabilizzazione causata  dal cambiamento, rappresentato dalla senescenza, si arriva ad una “fobica” ed esasperata paura; accompagnata dall’ ossessiva, ripetuta e incontentabile ricerca di stratagemmi per allontanarla dalla mente (con eccessi esasperati di strategie cosmetiche o chirurgiche o di “ritocchini” estetici o di diete o di farmaci, ma anche ricorrendo all’ isolamento e/o alla maniacale ricerca di nascondere l’età ecc.). In tali casi, possono associarsi alla gerascofobia anche stati di panico, vertigini, e ansia costante, chiari sintomi di uno stato psichico che è al di fuori del cerchio di una quotidiana tensione. Se le paure sono allargate e le idee ricorrenti, verso un confine incalzante e da contenere, sarebbe bene ricorrere ad aiuti clinici di vario tipo.


FATTORI PSICOLOGICI CHE, DURANTE LA VECCHIAIA, PORTANO A RICORRERE ALLA CHIRURGIA ESTETICA. 

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Come si diceva, la gerascofobia è la paura (persistente anormale e ingiustificata) di invecchiare; classificata tra le fobie specifiche. Può essere associata al timore di restare soli, senza risorse e incapaci di provvedere a se stessi. Nell’intento di allontanare dalla mente, il più possibile, la vecchiaia, questa fobia può portare a ricorrere anche alla chirurgia estetica. La crescente diffusione, nella terza età (e non solo), dei trattamenti chirurgici estetici, può essere attribuibile a molteplici fattori:

  • l’evoluzione delle ricerca medica, che ha reso le procedure chirurgiche sempre più sicure e meno invasive,
  • il ruolo che i mass media attribuiscono ai canoni estetici di bellezza sempre più ideali,
  • l’insoddisfazione legata all’immagine corporea.

Negli ultimi anni, sono stati condotti numerosi studi volti ad approfondire il ruolo che i fattori psicologici esercitano nel ricorrere alla chirurgia estetica.

Fattori psicologici predisponenti

  • Disturbo di Dismorfismo Corporeo (o altre psicopatologie con sintomatologia simile): la cui caratteristica principale è l’estrema insoddisfazione per la propria immagine corporea;
  • disturbi mentali di diverso tipo: il 47,7% dei pazienti che ricorrono ai trattamenti chirurgici estetici, soffre di disturbi mentali (soprattutto di Disturbi di Personalità ma anche di ansia e di depressione).
  • Disturbi di Personalità (elevata prevalenza)il Disturbo Narcisistico di Personalità è stato rilevato nel 25% dei pazienti che ricorrono alla chirurgia estetica, mentre il Disturbo Istrionico di Personalità è stato rilevato nel 9,7% dei casi.

Altri fattori (legati soprattutto alla cessazione dell’attività lavorativa)

  • l’ emergere di un vissuto di esclusione dalla vita sociale;
  • i cambiamenti radicali, nell’assetto di vita di un individuo, vissuti con ambivalenza: da un lato come una liberazione dagli obblighi e dai vincoli, dall’altro come fonte di profonda destabilizzazione;
  • la deflessione del tono dell’umore con sentimenti di tristezza e vuoto;
  • (non potendo più servirsi del lavoro anche come strumento di “allontanamento” dalla parte più intima di sé) il ritrovarsi a contatto con se stessi e con i propri stati emotivi, talora dolorosi. Può accadere che ciò avvenga, tutto ad un tratto, nella fase della senescenza e che la persona sia poco preparata a gestirli.

In tali condizioni è possibile che la persona, sguarnita di altri strumenti, ricorra alla chirurgia estetica per “anestetizzarsi”, per non dover affrontare, cioè, stati emotivi dolorosi, connessi al processo di invecchiamento. D’altra parte, se l’individuo ricorre ai trattamenti chirurgici estetici, con un tale assetto psicologico, è probabile che l’insoddisfazione permanga. E’ infatti più verosimile, che l’insoddisfazione non riguardi tanto il corpo, quanto piuttosto un più generico vissuto personale, legato al mondo interiore dell’individuo.


In conclusione, di tutte le sfide cui è sottoposto l’individuo nel corso del proprio percorso evolutivo, quella della vecchiaia è la più umana. L’uomo, infatti, lungi dall’arrendersi al trascorrere del tempo, gioca con la vecchiaia una complessa partita, anche mediante strategie di compensazione. A qualunque età, infatti, sarebbe bene non lasciarsi dirigere dalle paure, ma cercare di indagarle, affrontarle e, magari, risolverle. Dove da soli sia possibile, è utile approdare ad una lucida e ragionevole accettazione dei cambiamenti, anche con l’aiuto di semplici strategie comportamentali:

  • non isolarsi;
  • chiedere e integrare le proprie con le altrui forze, riducendo le aspettative di cavarsela sempre e comunque da soli;
  • parlare con maggiore serenità di sé e del proprio status in divenire, utilizzando anche l’umorismo, per esempio;
  • ridurre o contenere l’ aggressività;
  • ridurre gli stati di eccessiva tristezza.

 

Dott.ssa Silvia Darecchio  – Psicologa – San Polo di Torrile (Pr)  contatti

I bambini e la morte

L’uomo che piantava gli alberi, di Jean Giono 

L’homme qui plantait des arbres“, conosciuto anche come La storia di Elzéard Bouffier, è un racconto allegorico di Jean Giono, pubblicato nel 1953.

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La storia è ambientata nella prima metà del XX secolo, nei pressi del villaggio di Vergons. Durante una delle sue passeggiate in Provenza, Giono incontra un uomo straordinario e indimenticabile, Elzéard Bouffier: un pastore solitario e tranquillo, saggio, di quella saggezza antica fatta di poche, essenziali parole; un uomo dallo sguardo basso, ma con pensieri rivolti al cielo. Vive lentamente, con le pecore e il cane. Nonostante la concretezza delle sue giornate, la semplicità dei suoi gesti, la fatica delle rocce e della montagna, Elzéard sta compiendo, al riparo dagli occhi del mondo, una grande impresa, una missione che cambierà la faccia della sua amata terra e la vita delle generazioni future: la riforestazione di un’arida vallata, ai piedi delle Alpi.

Questa narrazione equilibrata e misurata, nella sua asciuttezza, è una preziosa parabola sul rapporto uomo-natura; racconta di «come gli uomini potrebbero essere altrettanto efficaci di Dio in altri campi, oltre la distruzione». I nuclei tematici più significativi del racconto sono: la guerra (nel libro l’autore/narratore è un soldato tornato dal fronte) con il suo potere annichilente e la ricostruzione, dell’uomo e della natura. Giono ci consegna un messaggio di speranza e di saggezza: la vita, attraverso l’essere umano e gli elementi naturali, si apre sempre un cammino nel proseguire, nell’avanzare, nel rigenerarsi. In questo caso con gli alberi, polmoni della terra, soffio vitale verso il cielo e la vita.

E’ un testo dal forte potere consolatorio, aiuta i bambini a pensare oltre la propria morte, all’immortalità degli atti compiuti. La morte scivola in secondo piano, se la vita vissuta è stata ricca di senso, per sé e per gli altri.

Età di lettura: da 10 anni.


 

Dott.ssa Silvia Darecchio  – Psicologa – San Polo di Torrile (Pr)  contatti

 

Psicosomatica: l’intestino

Secondo la teoria elaborata recentemente dallo scienziato americano Michael Gershon,     l’intestino  è  come  un  “secondo  cervello” .   In che senso?

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Intestino e cervello originano embriologicamente dalla stessa massa di tessuti: una parte diventa il sistema nervoso centrale, l’altra diventa il sistema nervoso enterico (deputato a governare le funzioni fondamentali dell’apparato digerente), collegati tra loro dal nervo vago. A differenza del resto del sistema nervoso periferico, quello enterico non esegue necessariamente i comandi che riceve dal cervello né rimanda sempre le informazioni ai distretti superiori, ma può elaborare i dati ricevuti dai propri recettori sensitivi e agire in modo indipendente nell’organizzazione nervosa del corpo. L’intestino contiene, cioè, neuroni in grado di essere autonomi, ossia che possono far funzionare l’organo senza ricevere istruzioni dal cervello o dal midollo spinale. Sembra infatti che il nervo vago, collegamento tra i due sistemi nervosi, costituisca solo una minima parte della comunicazione che avviene in entrambe le direzioni.  Dal momento in cui il cibo viene deglutito a quello in cui viene espulso l’intestino può regolare da solo tutte le fasi, il sistema nervoso centrale è assolutamente necessario solo per la deglutizione e per l’atto della defecazione. La presenza del cibo nell’apparato gastrointestinale è rilevato dal sistema nervoso enterico che avvia la secrezione di materiali digestivi e stimola l’intestino a mettere in atto le azioni appropriate per la digestione in quel determinato momento.

Le ricerche più recenti hanno scoperto che il cervello enterico produce il 95% della serotonina, uno dei principali neurotrasmettitori del sistema nervoso. L’intestino, inoltre, sarebbe in grado di memorizzare stress e ansie utilizzando le stesse sostanze chimiche (serotonina, dopamina, sostanze oppiacee e antidolorifiche) impiegate nel cervello (Lanza, 2009). Si può affermare che i due cervelli usano lo stesso linguaggio chimico e che, pur funzionando in modo autonomo e integrato, si influenzano grandemente a vicenda. Questo stretto  rapporto può essere sperimentato  quando si ha, ad esempio, mal di testa o insonnia da cattiva digestione o una stretta allo stomaco in situazioni di stress mentale (Lanza, 2009).

Alexander, negli anni ’30, mise in discussione che il principale fattore eziologico delle patologie psicosomatiche fosse di natura esclusivamente psicologica. Secondo l’autore il Sistema Neuro-Vegetativo, all’interno del quale si integrano soma e aspetti affettivo-relazionali, influenza sia il comportamento individuale sia l’attività dei sistemi enzimatici attraverso reti neuronali periferiche. La sua capacità, quindi, di regolare contemporaneamente la vita istintivo-affettiva e il metabolismo cellulare dimostra come esso rappresenti il legame tra sfera psichica e somatica così da permettere all’organismo di reagire in maniera unitaria agli stimoli interni ed esterni.

Secondo la neuro-gastroenterologia odierna il cervello responsabile della componente psico-emotiva è addirittura quello enterico, per cui non esisterebbe più un solo percorso eziologico a senso unico, ossia conflitto emotivo → cervello → organo, ma un’ambivalenza di ruoli (Lanza, 2009).

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Lavorando sul sistema intestinale, quindi, si possono ottenere:

  • un rafforzamento del sistema immunitario;
  • un innalzamento del quadro energetico in quanto viene aiutato il metabolismo dei cibi;
  • un beneficio a livello umorale, questo perchè il corretto smaltimento dei rifiuti del nostro organismo, garantisce un importante ricambio tossinico che altrimenti ristagnerebbe nel nostro corpo, producendo sintomi quali stanchezza, nervosismo e irritabilità.

 


 

Dott.ssa Silvia Darecchio  – Psicologa – San Polo di Torrile (Pr)  contatti