L’enuresi notturna

L’enuresi notturna è un disturbo, più che una malattia, e consiste nella perdita involontaria e completa di urina durante il sonno in un’età in cui la maggior parte dei bambini ha ormai acquisito il controllo degli sfinteri.

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E’ un problema frequente che interessa circa il 27% dei bambini dell’età di 4 anni, il 15% di 5-6 anni, il 6-7% di 9-10 anni, il 3% di 12 anni e l’1% di 18 anni. Alcuni ricercatori hanno osservato che si tratta di gran lunga del disturbo più diffuso tra i bambini, soprattutto maschi.  Per diagnosticare un disturbo da enuresi, tale comportamento deve presentarsi frequentemente e non dipendere da alcuna condizione medica generale, né dall’assunzione di sostanze; per enuresi notturna non si intende, infatti, la saltuaria e sporadica emissione di urine durante la notte, ma si parla di un problema che deve presentarsi con una certa frequenza: secondo alcuni autori è necessario un periodo di osservazione di almeno 2 settimane durante le quali il bimbo deve bagnare il letto per almeno 3 volte alla settimana, secondo altri autori l’osservazione va protratta per 3 mesi con almeno 2 notti bagnate alla settimana.


Esistono diversi tipi di enuresi:

  1. PRIMARIA/SECONDARIA. Primaria: quando i bambini non hanno mai acquisito  la continenza oltre il quinto anno di età. L’enuresi primaria ha cause prevalentemente fisiologico/organiche. Secondaria: si parla di enuresi secondaria quando, bambini con una adeguata continenza urinaria, la perdono successivamente. Tale condizione si manifesta soprattutto in bambini tra i 5 e gli 8 anni d’età e ha tra le cause fattori di tipo prevalentemente psicologico ed emotivo. Sintomatica: in questo caso l’enuresi compare come conseguenza di una malattia, ad esempio un’infezione urinaria o in casi molto più rari diabete mellito, epilessia ecc.
  2. NOTTURNA/DIURNA. Notturna: si tratta della condizione più comune, è la classica pipì a letto, dove il sintomo compare solo durante il sonno. Tipicamente il bambino bagna il letto durante il primo terzo della notte e l’atto di urinare è spesso accompagnato da un sogno evocativo. L’ enuresi diurna: si presenta al contrario quando la perdita di urine riguarda le ore di veglia. Questo sottotipo, molto meno frequente del precedente, raggiunge la sua massima frequenza intorno ai 9 anni di età, ed in media è più presente nelle femmine. Esiste poi una condizione mista definita enuresi notturna e diurna.
  3. CONTINUATIVA/A INTERMITTENZA. Un’ulteriore distinzione può essere fatta tra i bambini che sono enuretici continuativamente (enuresi continuativa) e quelli che lo sono a intermittenza (enuresi a intermittenza).
  4. MONOSINOTOMATICA/NON MONOSINTOMATICA. “Monosintomatica”: quando l’enuresi è l’unico sintomo e si manifesta solo durante il sonno. “Non-monosintomatica”: quando sono presenti anche sintomi vescicali durante il giorno. Ci possono essere altri problemi, soprattutto legati alla vescica, che vanno trattati prima di affrontare l’enuresi notturna. Un problema vescicale può dipendere da una incompleta o ritardata maturazione della vescica, che riesce a riempirsi meno di quanto ci si deve aspettare per l’età. Tra i sintomi vescicali diurni: andare in bagno troppo di frequente, o troppe poche volte, o con grande urgenza; fare pipì di volume molto basso, bagnare le mutandine o addirittura bagnare gli indumenti.

 


L’enuresi può essere anche associata a:

  • encopresi (ripetuta evacuazione di feci in luoghi inappropriati);
  • stipsi;
  • disturbo da sonnambulismo;
  • disturbo da terrore del sonno;
  • infezioni del tratto urinario (causate proprio dalle condizioni igienico-sanitarie dovute al disturbo).

Enuresi notturna, le cause del disturbo:

  • possono essere genetiche: l’enuresi è indubbiamente un disturbo ereditario e in circa il 70% dei casi almeno un familiare ha o ha avuto lo stesso problema da piccolo. Non è stato ancora identificato un gene specifico che la provoca, ma la ricerca si sta muovendo anche in questa direzione.
  • Possono essere fisiologiche: nella maggior parte dei casi, l’enuresi è causata da una sovrapproduzione di urina durante la notte (la cosiddetta poliuria notturna) o da una capacità insufficiente della vescica (come se fosse più piccola) e dalla difficoltà a svegliarsi dietro lo stimolo di vescica piena (si tratta, non di un problema di sonno eccessivamente profondo, ma di difficoltà nel risveglio. Se la vescica è piena si ha uno stimolo al risveglio, stimolo che è meno forte, o meno recepito, per il bambino enuretico). Quest’ultimo fenomeno aggrava la condizione, ed è proprio il problema da risolvere per arrivare alla guarigione dell’enuresi. 
  • Possono essere anche psicologiche. L’enuresi primaria non è causata da disturbi psicologici, ma chi ne soffre può certamente svilupparne come conseguenza. Soprattutto per quanto riguarda l’autostima, la fiducia in sé stessi e nelle proprie capacità. Queste problematiche cessano in genere, una volta che l’enuresi è stata trattata con successo. Solamente l’enuresi secondaria (un’enuresi che si manifesta dopo che il bambino ha raggiunto il controllo della vescica) è associata, oltre a possibili problemi fisici da ricercare attentamente, ad un maggior rischio di problemi comportamentali, quale la Sindrome da deficit di attenzione e iperattività. Tendenzialmente quando si manifestano tali episodi di pipì notturna, questi si associano ad un disturbo comportamentale o emozionale. Questi fenomeni possono essere transitori e legati ad eventi che hanno disturbato il piccolo, andando ad intaccare la stabilità e la sicurezza del suo apparato, come lo stress o fattori ansiogeni. Anche i cambiamenti possono interferire, come la nascita di un fratello, un lutto, un trasferimento di abitazione o di città oppure la separazione dei genitori ed anche le richieste eccessive delle prestazioni scolastiche. I bambini che soffrono di tali disturbi, anche se variano da soggetto a soggetto, sono sensibili e possono manifestare delle difficoltà a gestire i propri impulsi, come l’aggressività che simboleggia la capacità di esprime appieno se stessi, di affermarsi in qualsiasi ambito e di essere capaci a difendersi dai conflitti tra coetanei. Al disturbo si accompagna spesso un forte senso di disagio nello stare con gli altri, soprattutto a scuola, quando il bambino con enuresi si confronta coi coetanei.

Cosa deve e non deve fare il genitore

Deve essere ben chiarito che se un bambino bagna il letto non è colpa di nessuno: né del bambino né dei genitori. Il ‘senso di colpa’ dei bambini, anche se non manifesto, contribuisce molto a peggiorare il senso di malessere e di imbarazzo che il bambino prova, causando perdita dell’autostima e l’acuirsi delle insicurezze, anche in altri ambiti di vita. A loro volta, i genitori possono sentirsi colpevoli e incapaci di affrontare una situazione difficile e poco chiara. Se c’è qualcosa di sbagliato è rinunciare o attendere senza agire aspettando la risoluzione con la crescita, magari facendosi prendere dal nervosismo, con reazioni negative nei confronti del bambino. E’ importante sapere che si può fare qualcosa. Nessun bambino dovrebbe svegliarsi in un letto bagnato, quando ci sono soluzioni semplici che spesso migliorano o risolvono la situazione. Ecco qualche suggerimento per gestire al meglio la situazione:

  • dare al bambino consapevolezza e ottimismo: è la prima fondamentale terapia;
  • aiutare il bambino a non sentirsi solo, spiegargli che ci sono altri bambini nella sua scuola, e forse nella sua classe con lo stesso problema;
  • aiutare il bambino a combattere un naturale ma pericoloso senso di colpa;
  • dare spiegazioni complete e corrette per rimuovere la vergogna e il senso di colpa, per coinvolgere il bambino e motivarlo ad affrontare la cura;
  • non sgridare mai il bambino: è dimostrato che il rimprovero aggrava la situazione, mentre un atteggiamento comprensivo la migliora;
  • condividere: nel caso che anche i genitori abbiano sofferto di enuresi, comunicarlo al bambino può avere per lui un effetto rassicurante. Infatti il sapere che anche il papà o la mamma hanno avuto lo stesso problema e lo hanno superato è per lui di conforto e aiuta nel processo di guarigione;
  • non svegliare il bambino di notte: svegliare il bambino per farlo urinare non solo non serve a nulla ma può essere controproducente ed avere una valenza punitiva, meglio mettere un pannolino;
  • adottare qualche strategia di tipo comportamentale: sapere riconoscere gli eventuali sintomi diurni associati e riferirli al medico; attuare eventualmente con attenzione la rieducazione minzionale; abituare il bambino a bere poco la sera per non aumentare il volume di urina nella vescica; controllare che prima di andare a letto il bambino abbia svuotato completamente la vescica.

QUALI SONO LE CURE PER L’ENURESI?

Una volta verificato che il bambino vuole affrontare il problema, si può iniziare il trattamento, innanzi tutto con una visita pediatrica che escluda altre patologie. Se il quadro clinico non è compromesso, i primi presidi di cura sono il trattamento comportamentale e di sostegno al bambino, e le buone abitudini di bere al mattino, evitare bevande gassate e caffeina il pomeriggio e mantenere regolare lo svuotamento intestinale. A seguire, le cure sono sostanzialmente due:

  • per l’enuresi monosintomatica: l’allarme notturno e un farmaco, la desmopressina, che riduce la produzione di urine la notte (anti-diuretico). Il primo serve a facilitare il risveglio quando la vescica è piena, consentendo al bambino di andare a svuotarla in bagno;
  • per l’enuresi “non-monosintomatica” (cioè se ci sono sintomi vescicali di giorno) può essere necessario associare al farmaco antidiuretico farmaci diversi se la vescica si comporta come se fosse più piccola o con eccessivo stimolo anche a basso riempimento (vescica iperattiva). Se possibile, si può ricorrere a sedute di fisioterapia per la vescica (uroterapia) allo scopo di insegnare come si controllano gli stimoli e come si rilassano i muscoli per una minzione completa.
  • Gli eventuali problemi psicologici o comportamentali devono essere affrontati separatamente e indipendentemente dai sintomi dell’enuresi, grazie al sostegno di professionisti.

 

Dott.ssa Silvia Darecchio  – Psicologa – San Polo di Torrile (Pr)  contatti

 

Quando si tradisce, quando si è traditi.

Il tradimento è un evento forte e traumatico che si abbatte pesantemente sulla coppia, compromettendone gli equilibri e la stabilità; tradire il partner significa distruggere il “noi” , paradigma della relazione.

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L’etimologia della parola “tradire” è latina, deriva da “tradĕre” che significa “consegnare (ai nemici). In origine, infatti, il tradimento era un “fatto militare”. Successivamente il termine si è esteso anche ad altri ambiti, fino ad assumere il senso odierno. Ha conservato tuttavia connotati fortemente negativi e dispregiativi: “tradire” significa, infatti, “mancare di fedeltà”, “abbandonare (il vecchio) per consegnarsi (al nuovo)”.


Le fasi dell’amore e il tradimento

Il rapporto di coppia è caratterizzato, a meno di accordi differenti tra le parti, da esclusività (sessuale e sentimentale) e da un certo grado di dipendenza. I partner,  cioè, stipulano tacitamente un contratto basato sulla fiducia e sulla fedeltà; una sorta di patto segreto che implica il soddisfacimento dei bisogni e delle aspettative di entrambi.

  • All’inizio di una relazione sentimentale, quando si è sopraffatti dall’ innamoramento, è raro tradire. L’innamoramento rappresenta, infatti, la fase in cui si attivano le nostre proiezioni sul partner: si trasferiscono sull’altro i nostri ideali e le nostre caratteristiche. Per questo il partner ci appare tanto unico e speciale ed essere infedeli, a quest’essere che incarna così perfettamente i nostri ideali, è un qualcosa che neppure ci sfiora. Tuttavia accade spesso che i desideri e le fantasie nascenti nell’innamoramento si trasformino in una prigione psichica per colui/colei che viene desiderato e “fantasticato”, e in una cocente delusione per colui/colei che ha fortemente idealizzato l’altro/a.
  • Quando si passa alla fase dell’amore adulto e maturo  l’altro viene visto per quello che è, con tutti i suoi difetti e le sue debolezze; crollano le proiezioni, le fantasie e la realtà dell’altro prende corpo. I bisogni e le aspettative disattesi, per alcuni individui, annullano il vincolo; pensare, cioè, che l’altro/a abbia fallito totalmente, nel renderli felici, significa la rottura del patto e la fine del progetto di vita insieme. In questa fase è elevatissima la probabilità di tradire, soprattutto in chi non sa affrontare la delusione della realtà, in chi ha troppo idealizzato il partner e non riesce a sostenere la maturità della costruzione di una coppia, meno idilliaca, ma più stabile, duratura ed appagante.

Le fasi della vita e il tradimento

  • ADOLESCENZA: nell’adolescenza il tradimento rappresenta il tentativo del soggetto
    di affermare la propria libertà, il proprio spazio di vita, i propri confini psicologici. L’adolescente manifesta con il tradimento del partner, inconsapevolmente, il rifiuto della dipendenza dai genitori. L’adolescenza, cioè, oltre ad essere una fase di sperimentazione sessuale, esprime, attraverso il tradimento, la volontà di affermare autonomia, a discapito di un’ unione che richiama quella simbiotica con i genitori. Attraverso l’infedeltà, inoltre, l’adolescente ricerca la conferma, narcisistica, del proprio valore e del proprio fascino, di cui ha disperato bisogno, in una fase delicata di costruzione dell’identità.

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  • “PRIMA” MATURITA’: per il giovane adulto (o comunque per il “giovane matrimonio”), che sta costruendo un nuovo nucleo familiare assumendosi impegni di convivenza e di costruzione di un progetto di coppia stabile, il tradimento esprime il bisogno interiore di rifuggire dagli impegni e dalle responsabilità che le decisioni assunte, comportano.
  • PIENA MATURITA‘: dopo anni di matrimonio, il tradimento rappresenta una gratificazione, narcisistica, nel confermare a se stessi il proprio fascino, nonostante l’età. L’uomo maturo tende a cercare avventure con donne più giovani per dimostrare a se stesso di essere ancora piacente e per poter vivere una seconda giovinezza. Similmente, per la donna matura il tradimento risponde al bisogno di veder confermata la propria femminilità, trasformata dai cambiamenti biologici ed ormonali.

Bisogni psicologici e tradimento.

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Le cause del tradimento sono sempre soggettive e specifiche, tuttavia, possono essere riconosciute delle macro-categorie di bisogni psicologici, generici e trans-generazionali, che portano i partner a scegliere il tradimento:

  • il BISOGNO DI CONFERMA: i soggetti, caratterizzati da un profilo psicologico insicuro e immaturo, tradiscono perché necessitano di costanti rassicurazioni e di  prove da superare. Vogliono cioè dimostrare a loro stessi di essere indiscutibilmente desiderabili e seducenti.
  • il BISOGNO DI PROVARE FORTI EMOZIONI SESSUALI: il bisogno di provare forti emozioni sessuali rispetto alla qualità dei rapporti sessuali vissuti con un partner di lunga data, magari poco soddisfacenti.
  • il BISOGNO DI INDIPENDENZA: l’infedeltà può rappresentare una difesa contro la paura di fusione che l’intimità di coppia evoca, oppure esprimere il rigetto della sensazione di essere dipendenti dal proprio partner.
  • il BISOGNO DI “DENUNCIARE” L’ INSUFFICIENZA DELLA RELAZIONE DI COPPIA, MANTENENDO UNA FACCIATA SOCIALE: il tradimento, spesso, è lo strumento attraverso cui si esternano all’altro tutti i problemi e le incomprensioni che sono rimasti celati, per non sconvolgere l’armonia della famiglia, nel tentativo disperato ed inconcludente di mantenere un’apparente facciata sociale. In questo caso l’infedele, che ha tenuto per sè i malcontenti rispetto alla relazione, non è stato in grado o non ha voluto instaurare un dialogo autentifico, atto risolvere le difficoltà di coppia.
  • il BISOGNO DI RIEMPIRE UN VUOTO ESISTENZIALE: alcune persone vivono il tradimento come un antidepressivo: una sorta di compensazione, funzionale a colmare dei vuoti profondi dettati dalla solitudine o da una perenne insoddisfazione interiore.
  • il BISOGNO DI CRESCITA: il tradimento può rappresentare anche una tappa del  percorso di maturazione e di evoluzione personale che può interessare  solo uno dei due partner. Se un membro della coppia ha affrontato un’esperienza prepotentemente trasformativa può accadere che anche lo schema di sé  sia cambiato e che siano emersi nuove priorità e nuovi bisogni che l’altro/a non è più in grado di soddisfare.
  • il BISOGNO DI TENERE SEPARATE LA SFERA AFFETTIVA DA QUELLA SESSUALE: esistono “traditori seriali”, individui per i quali essere infedeli rappresenta una costante. Spesso questi soggetti attuano una scissione tra sessualità e affettività, che diventano due dimensioni inconciliabili nella stessa relazione. Questo accade spesso negli uomini sposati che frequentano prostitute.

Vissuti psicologici del “tradito” e del “traditore”

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Certamente lo stato psicologico e i sentimenti provati dal partner infedele e da quello tradito sono molto diversi fra loroIl soggetto tradito, inizialmente, è fortemente sconvolto: il tradimento infatti rade al suolo le certezze e fa si che l’insicurezza e il senso di devastazione prevalgano. Può accadere anche che nella mente della persona tradita si creino pensieri ossessivi ed intrusivi circa il tradimento, morbosità rispetto ai dettagli dell’ “altra relazione”, urgenze di vario tipo. La ferita che lascia il tradimento è difficile che si rimargini completamente poichè resta, oltre alla  delusione, la consapevolezza che la fiducia sia stata compromessa. Permane la sensazione che nulla potrà essere come prima.  Se , tuttavia, sono presenti volontà e desiderio di continuare in entrambi, è possibile recuperare una “relazione tradita”. “Il tradito”, infatti, con il tempo e con un adeguato supporto, può trovare nel perdono dell’altro, quell’amore che aiuterà anche l’ “ex traditore”, a recuperare lo slancio per la continuazione del rapporto. Il “traditore”, che in un primo momento vive fortissimi sentimenti di colpa, da parte sua, grazie ad percorso di sostegno psicologico e forte di nuove consapevolezze, può trovare più di un motivo per riconquistare il  compagno/a e per ricominciare, da zero, a costruire la relazione.


In conclusione

L’ individuo, nella società del consumismo sessuale e sentimentale, è sempre più incline a salvaguardare i propri interessi personali rispetto a quelli della coppia. Se, nella relazione, qualche bisogno non viene corrisposto, pare che ognuno abbia il diritto di cercarne il soddisfacimento, in modo immediato e completo, con un altro partner, senza troppi pentimenti. Il sacrificio e l’impegno necessari per  la  realizzazione del progetto di coppia; la volontà di preservare il legame in crisi, attraverso il dialogo ed il compromesso, rappresentano aspetti di poco valore se rapportati all’ individualismo imperante, che oggi  tutto può. A seguito di un tradimento, tuttavia, non tutto è perduto, allorché ci sia l’intenzione di entrambi di proseguire e di valorizzare il rapporto, è possibile, non solo recuperare la relazione ma anche darle un senso nuovo.

Intraprendere un percorso psicologico di coppia (o individuale per entrambi) significa:

  • mettersi in gioco;
  • impegnarsi concretamente per dare alla relazione una chance, soprattutto se sono coinvolti dei bambini;
  • dare priorità al rapporto;
  • investire energie nella relazione;
  • acquisire delle competenze relazionali (atte a realizzare una comunicazione sincera,  costruttiva, in grado di esprimere in modo assertivo bisogni e insoddisfazioni);
  • imparare ad essere sinceri ed autentici con il partner;
  • imparare a realizzare un dialogo di coppia costante ed efficace (che consenta di ripartire insieme cresciuti, per vivere una nuova relazione, finalmente solida e soddisfacente).

 

Dott.ssa Silvia Darecchio  – Psicologa – San Polo di Torrile (Pr)  contatti

Difficoltà psicologiche post-partum

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Dopo il parto:

  • circa l’80% delle neo-mamme soffre di una lieve forma di tristezza (baby blues);
  • il 10-20% delle mamme va incontro a una vera e propria depressione.

Sintomi e segni del “baby blues” 

Le neo-mamme, frequentemente, sono portate a sottovalutare, minimizzare o nascondere i sintomi del “baby-blues”, spesso per corrispondere ad una edulcorata idea sociale di maternità, vista solo come un paradiso incantato. La nascita di un bambino (e quindi di una mamma) è un evento di per sé molto felice e il senso comune ha difficoltà a capire perché una neomamma, che magari ha desiderato tanto quel figlio, dovrebbe stare male in un momento così meraviglioso. Tuttavia non solo è possibile ma è anche frequente. Alcuni segnali possono aiutare a capire che qualcosa sta “andando storto”..

Il pediatra e psicoanalista Donald Winnicott ha definito il “baby blues” o “maternity blues” (che letteralmente significa “la malinconia della maternità”) lo stato di malessere psicologico che caratterizza i giorni successivi al parto. Tale reazione di lieve entità, è chiamata anche “malinconia dei quattro giorni” in quanto si presenta in genere 3-4 giorni dopo la nascita del bambino, e dura, al massimo, una settimana, durante la quale prevale un sentimento di tristezza. Non è un vero e proprio disturbo, ma una condizione quasi fisiologica e molto frequente, caratterizzata da quadri sintomatologici vari. Tuttavia è una reazione normale e non preoccupante.  I sintomi, oltre alla tristezza, sono:

  • sbalzi di umore con facile tendenza al pianto
  • irritabilità
  • ansia
  • difficoltà di memoria e di concentrazione
  • insonnia
  • inappetenza

Nella grande maggioranza dei casi questo stato di tristezza se ne va da solo, stando vicino alla mamma, sostenendola, cercando di aiutarla se ha qualche difficoltà (per esempio con l’allattamento) e, se è già tornata a casa dall’ospedale, dandole modo di non affaticarsi troppo e di concentrarsi sul bambino.

Cause e fattori di rischio

A entrare in gioco sono soprattutto:

  • i bruschi cambiamenti ormonali che intervengono subito dopo il parto,
  • il forte stress psico-fisico legato al travaglio e al parto,
  • la fatica fisica,
  • una normale ansia legata all’aumento della responsabilità,
  • l’eventuale presenza di contrasti con il compagno e i familiari, rispetto alla gestione del piccolo.

 

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Sintomi e segni della Depressione post-partum

A volte la tristezza persiste e diventa una vera e propria Depressione. La Depressione post-partum, Depressione post-natale o Depressione puerperale è un disturbo dell’umore che colpisce il 10-20% delle donne. I primi sintomi possono comparire già nella 3-4 settimana successiva al parto, manifestandosi clinicamente tra il quarto e il sesto mese, con segnalazioni di casi anche fino ai nove mesi dal parto, e può perdurare per un anno intero. Il disturbo non è da confondere con la più grave “psicosi puerperale”, accompagnata da sintomatologie di tipo psicotico. Per fare una diagnosi di Depressione post-partum è necessario individuare almeno cinque sintomi tra i seguenti per un arco di tempo di almeno due settimane:

  • tristezza
  • pianti frequenti
  • indolenza
  • disturbi del sonno
  • irritabilità
  • tensione e panico
  • pensieri ossessivi o confusi
  • senso di isolamento
  • sentimenti di colpa e di inutilità, bassa autostima, impotenza e disvalore
  • ansia, paura e fobie (e relativi connotati somatici)
  • perdita del desiderio sessuale
  • anedonia (perdita di piacere)
  • astenia (perdita di energie)
  • riduzione della concentrazione
  • pensieri ricorrenti di morte e/o progettualità di suicidio
  • agitazione o rallentamento psicomotorio.

Alcune donne possono presentare solo alcuni di questi sintomi senza soddisfare i criteri per la diagnosi di depressione post-partum. Si può trattare infatti di altri disturbi come il Disturbo dell’Adattamento con umore depresso.

 

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Cause e fattori di rischio

Per quanto riguarda la Depressione post parto, le cause non sono del tutto note. Probabilmente i cambiamenti ormonali tipici della gravidanza e del periodo successivo alla nascita, costituiscono un substrato biologico sul quale si innestano altri fattori.

I principali fattori di rischio, elencati dalla letteratura scientifica per la depressione post parto, sono:

  • ansia o depressione durante la gravidanza;
  • ansia e depressione in precedenza;
  • familiarità per disturbi psichiatrici;
  • situazioni molto stressanti (lutto, separazione, perdita del lavoro, ecc…);
  • scarso supporto familiare o sociale (precarietà dei rapporti affettivi e mancanza di reti sociali);
  • difficoltà o precarietà economiche;
  • disturbi della funzionalità tiroidea.

Fattori protettivi

Alcuni comportamenti agiscono come fattori protettivi contro il manifestarsi della depressione. Magari non possono prevenirla del tutto, ma possono attenuarla, o aiutare la donna ad affrontarla meglio, dandole forza e sostegno. Vediamo quali sono:

  • buon riposo nelle prime settimane dopo il parto: la mamma deve cercare di dormire il più possibile;
  • dieta adeguata, equilibrata, con alimenti ricchi di acidi grassi omega 3 e povera di eccitanti (come alcool e caffè).
  • buon apporto di vitamina D: per farne scorta basta una sana vita all’aria aperta;
  • buon rapporto con il parter, che proprio nelle prime settimane dopo il parto ha il compito delicato e bellissimo di affiancare la mamma e non lasciarla sola mentre “impara” il suo nuovo mestiere;
  • buona rete di familiari e amici che, per esempio, possono offrire un valido aiuto nei lavori domestici.

 

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Se…

Se ci si rende conto che qualcosa non va, che il tempo passa e sintomi come tristezza, angoscia, apatia, disturbi del sonno e così via non si allentano, la cosa migliore da fare è parlarne con qualcuno.  Prima si interviene, migliore è la prognosi.

 

Dott.ssa Silvia Darecchio  – Psicologa – San Polo di Torrile (Pr)  contatti

 

Fobia di invecchiare e chirurgia estetica

VECCHIAIA E GERASCOFOBIA

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La paura di invecchiare è una paura molto umana, un sentimento diffuso, esteso tanto alla popolazione femminile quanto a quella maschile. Il modo di affrontare questa paura, tuttavia, non è lo stesso per tutti, in alcuni casi, infatti, può assumere le forme della patologia.

Quando si parla di “vecchiaia” è necessario distinguere fra la terza età (detta anche “prima vecchiaia” fino ad 80 anni) e la quarta età (detta anche “grande vecchiaia”).  E’ la vecchiaia della terza età ad essere maggiormente interessata dal fenomeno patologico. La gerascofobia (la fobia di invecchiare) è un disturbo, studiato a partire dagli anni ’60 del secolo scorso, che colpisce molti individui delle età più disparate, ma che si manifesta, con maggior forza, superati i 50 anni.  


IL SEGRETO PER VIVERE UNA VECCHIAIA SERENA, SECONDO LO PSICOLOGO E. ERIKSON

Dopo i 50 anni è naturale iniziare a confrontarsi con il bilancio di quanto si è realizzato nella propria vita ed è, altrettanto naturale, provare un certo grado di angoscia nel rendersi conto di non aver raggiunto tutti i traguardi, professionali e personali, che ci si era prefissati. Erikson (Teoria Psicosociale dello Sviluppo da i I cicli della vita, 1987), a tal proposito, ha scritto che più la persona si avvicina alla senescenza, più raccoglie quanto ha seminato; più cerca di capire ciò che la sua esistenza abbia significato per sé e per gli altri; più tende a valutare quanto tali conclusioni siano soddisfacenti. Quando il bilancio è positivo, l’individuo ha la sensazione di aver speso adeguatamente la propria vita e, per questo, riesce ad affrontare con serenità anche la terza età. Nel caso in cui il bilancio sia negativo, la persona è portata a sperimentare sentimenti di rifiuto rispetto alla propria esistenza, di negazione della vecchiaia e di timore della morte. In questi casi, dice Erikson, prevale un senso di disperazione derivato della consapevolezza di non avere più tempo per rimediare agli errori commessi; tale disperazione è celata, spesso, dietro al disprezzo verso le persone, le istituzioni, le situazioni, vissuti che, in realtà, riflettono il disprezzo che l’individuo prova verso se stesso.


 FATTORI PREDISPONENTI LO SVILUPPO DELLA GERASCOFOBIA

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Vi sono diversi fattori, sociologici e psicologici, che possono “predisporre” a sviluppare la gerascofobia  (o gerontofobia). I soggetti più inclini a sviluppare questa fobia sono coloro che:

  • già soffrono di disturbi d’ansia (soprattutto fobie);
  • hanno significativi tratti narcisistici o soffrono del Disturbo Narcisistico di Personalità (o di altri disturbi di personalità o mentali);
  • fanno della bellezza, dei valori estetici, delle capacità fisiche (ma anche delle facoltà intellettuali) armi per rivendicare un proprio posto nel mondo e per imporsi nelle relazioni umane;
  • hanno il terrore di rimanere soli;
  • fanno della propria indipendenza un punto di forza e tendono a considerare l’invecchiamento solo come una condizione di progressiva perdita di autonomia;
  • tendono a non considerare gli aspetti più positivi della terza età (come una maggiore flessibilità del tempo a disposizione, una più intensa spiritualità e una certa saggezza);
  • provano, più genericamente, una profonda paura nei confronti della sofferenza fisica;
  • hanno il terrore della morte, vissuta come emblema della totale perdita di tutto ciò che si è amato e si ama.

Si parla di gerascofobia ogni volta che, da una funzionale destabilizzazione causata  dal cambiamento, rappresentato dalla senescenza, si arriva ad una “fobica” ed esasperata paura; accompagnata dall’ ossessiva, ripetuta e incontentabile ricerca di stratagemmi per allontanarla dalla mente (con eccessi esasperati di strategie cosmetiche o chirurgiche o di “ritocchini” estetici o di diete o di farmaci, ma anche ricorrendo all’ isolamento e/o alla maniacale ricerca di nascondere l’età ecc.). In tali casi, possono associarsi alla gerascofobia anche stati di panico, vertigini, e ansia costante, chiari sintomi di uno stato psichico che è al di fuori del cerchio di una quotidiana tensione. Se le paure sono allargate e le idee ricorrenti, verso un confine incalzante e da contenere, sarebbe bene ricorrere ad aiuti clinici di vario tipo.


FATTORI PSICOLOGICI CHE, DURANTE LA VECCHIAIA, PORTANO A RICORRERE ALLA CHIRURGIA ESTETICA. 

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Come si diceva, la gerascofobia è la paura (persistente anormale e ingiustificata) di invecchiare; classificata tra le fobie specifiche. Può essere associata al timore di restare soli, senza risorse e incapaci di provvedere a se stessi. Nell’intento di allontanare dalla mente, il più possibile, la vecchiaia, questa fobia può portare a ricorrere anche alla chirurgia estetica. La crescente diffusione, nella terza età (e non solo), dei trattamenti chirurgici estetici, può essere attribuibile a molteplici fattori:

  • l’evoluzione delle ricerca medica, che ha reso le procedure chirurgiche sempre più sicure e meno invasive,
  • il ruolo che i mass media attribuiscono ai canoni estetici di bellezza sempre più ideali,
  • l’insoddisfazione legata all’immagine corporea.

Negli ultimi anni, sono stati condotti numerosi studi volti ad approfondire il ruolo che i fattori psicologici esercitano nel ricorrere alla chirurgia estetica.

Fattori psicologici predisponenti

  • Disturbo di Dismorfismo Corporeo (o altre psicopatologie con sintomatologia simile): la cui caratteristica principale è l’estrema insoddisfazione per la propria immagine corporea;
  • disturbi mentali di diverso tipo: il 47,7% dei pazienti che ricorrono ai trattamenti chirurgici estetici, soffre di disturbi mentali (soprattutto di Disturbi di Personalità ma anche di ansia e di depressione).
  • Disturbi di Personalità (elevata prevalenza)il Disturbo Narcisistico di Personalità è stato rilevato nel 25% dei pazienti che ricorrono alla chirurgia estetica, mentre il Disturbo Istrionico di Personalità è stato rilevato nel 9,7% dei casi.

Altri fattori (legati soprattutto alla cessazione dell’attività lavorativa)

  • l’ emergere di un vissuto di esclusione dalla vita sociale;
  • i cambiamenti radicali, nell’assetto di vita di un individuo, vissuti con ambivalenza: da un lato come una liberazione dagli obblighi e dai vincoli, dall’altro come fonte di profonda destabilizzazione;
  • la deflessione del tono dell’umore con sentimenti di tristezza e vuoto;
  • (non potendo più servirsi del lavoro anche come strumento di “allontanamento” dalla parte più intima di sé) il ritrovarsi a contatto con se stessi e con i propri stati emotivi, talora dolorosi. Può accadere che ciò avvenga, tutto ad un tratto, nella fase della senescenza e che la persona sia poco preparata a gestirli.

In tali condizioni è possibile che la persona, sguarnita di altri strumenti, ricorra alla chirurgia estetica per “anestetizzarsi”, per non dover affrontare, cioè, stati emotivi dolorosi, connessi al processo di invecchiamento. D’altra parte, se l’individuo ricorre ai trattamenti chirurgici estetici, con un tale assetto psicologico, è probabile che l’insoddisfazione permanga. E’ infatti più verosimile, che l’insoddisfazione non riguardi tanto il corpo, quanto piuttosto un più generico vissuto personale, legato al mondo interiore dell’individuo.


In conclusione, di tutte le sfide cui è sottoposto l’individuo nel corso del proprio percorso evolutivo, quella della vecchiaia è la più umana. L’uomo, infatti, lungi dall’arrendersi al trascorrere del tempo, gioca con la vecchiaia una complessa partita, anche mediante strategie di compensazione. A qualunque età, infatti, sarebbe bene non lasciarsi dirigere dalle paure, ma cercare di indagarle, affrontarle e, magari, risolverle. Dove da soli sia possibile, è utile approdare ad una lucida e ragionevole accettazione dei cambiamenti, anche con l’aiuto di semplici strategie comportamentali:

  • non isolarsi;
  • chiedere e integrare le proprie con le altrui forze, riducendo le aspettative di cavarsela sempre e comunque da soli;
  • parlare con maggiore serenità di sé e del proprio status in divenire, utilizzando anche l’umorismo, per esempio;
  • ridurre o contenere l’ aggressività;
  • ridurre gli stati di eccessiva tristezza.

 

Dott.ssa Silvia Darecchio  – Psicologa – San Polo di Torrile (Pr)  contatti

I bambini e la morte

L’uomo che piantava gli alberi, di Jean Giono 

L’homme qui plantait des arbres“, conosciuto anche come La storia di Elzéard Bouffier, è un racconto allegorico di Jean Giono, pubblicato nel 1953.

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La storia è ambientata nella prima metà del XX secolo, nei pressi del villaggio di Vergons. Durante una delle sue passeggiate in Provenza, Giono incontra un uomo straordinario e indimenticabile, Elzéard Bouffier: un pastore solitario e tranquillo, saggio, di quella saggezza antica fatta di poche, essenziali parole; un uomo dallo sguardo basso, ma con pensieri rivolti al cielo. Vive lentamente, con le pecore e il cane. Nonostante la concretezza delle sue giornate, la semplicità dei suoi gesti, la fatica delle rocce e della montagna, Elzéard sta compiendo, al riparo dagli occhi del mondo, una grande impresa, una missione che cambierà la faccia della sua amata terra e la vita delle generazioni future: la riforestazione di un’arida vallata, ai piedi delle Alpi.

Questa narrazione equilibrata e misurata, nella sua asciuttezza, è una preziosa parabola sul rapporto uomo-natura; racconta di «come gli uomini potrebbero essere altrettanto efficaci di Dio in altri campi, oltre la distruzione». I nuclei tematici più significativi del racconto sono: la guerra (nel libro l’autore/narratore è un soldato tornato dal fronte) con il suo potere annichilente e la ricostruzione, l’uomo e la natura. Giono ci consegna un messaggio di speranza e di saggezza: la vita, attraverso l’essere umano e gli elementi naturali, si apre sempre un cammino nel proseguire, nell’avanzare, nel rigenerarsi. In questo caso con gli alberi, polmoni della terra, soffio vitale verso il cielo e la vita.

E’ un testo dal forte potere consolatorio, aiuta i bambini a pensare oltre la propria morte, all’immortalità degli atti compiuti. La morte scivola in secondo piano, se la vita vissuta è stata ricca di senso, per sé e per gli altri.

Età di lettura: da 8 anni.


Dott.ssa Silvia Darecchio  – Psicologa – San Polo di Torrile (Pr)  contatti


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Psicosomatica: l’intestino

Secondo la teoria elaborata recentemente dallo scienziato americano Michael Gershon,     l’intestino  è  come  un  “secondo  cervello” .   In che senso?

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Intestino e cervello originano embriologicamente dalla stessa massa di tessuti: una parte diventa il sistema nervoso centrale, l’altra diventa il sistema nervoso enterico (deputato a governare le funzioni fondamentali dell’apparato digerente), collegati tra loro dal nervo vago. A differenza del resto del sistema nervoso periferico, quello enterico non esegue necessariamente i comandi che riceve dal cervello né rimanda sempre le informazioni ai distretti superiori, ma può elaborare i dati ricevuti dai propri recettori sensitivi e agire in modo indipendente nell’organizzazione nervosa del corpo. L’intestino contiene, cioè, neuroni in grado di essere autonomi, ossia che possono far funzionare l’organo senza ricevere istruzioni dal cervello o dal midollo spinale. Sembra infatti che il nervo vago, collegamento tra i due sistemi nervosi, costituisca solo una minima parte della comunicazione che avviene in entrambe le direzioni.  Dal momento in cui il cibo viene deglutito a quello in cui viene espulso l’intestino può regolare da solo tutte le fasi, il sistema nervoso centrale è assolutamente necessario solo per la deglutizione e per l’atto della defecazione. La presenza del cibo nell’apparato gastrointestinale è rilevato dal sistema nervoso enterico che avvia la secrezione di materiali digestivi e stimola l’intestino a mettere in atto le azioni appropriate per la digestione in quel determinato momento.

Le ricerche più recenti hanno scoperto che il cervello enterico produce il 95% della serotonina, uno dei principali neurotrasmettitori del sistema nervoso. L’intestino, inoltre, sarebbe in grado di memorizzare stress e ansie utilizzando le stesse sostanze chimiche (serotonina, dopamina, sostanze oppiacee e antidolorifiche) impiegate nel cervello (Lanza, 2009). Si può affermare che i due cervelli usano lo stesso linguaggio chimico e che, pur funzionando in modo autonomo e integrato, si influenzano grandemente a vicenda. Questo stretto  rapporto può essere sperimentato  quando si ha, ad esempio, mal di testa o insonnia da cattiva digestione o una stretta allo stomaco in situazioni di stress mentale (Lanza, 2009).

Alexander, negli anni ’30, mise in discussione che il principale fattore eziologico delle patologie psicosomatiche fosse di natura esclusivamente psicologica. Secondo l’autore il Sistema Neuro-Vegetativo, all’interno del quale si integrano soma e aspetti affettivo-relazionali, influenza sia il comportamento individuale sia l’attività dei sistemi enzimatici attraverso reti neuronali periferiche. La sua capacità, quindi, di regolare contemporaneamente la vita istintivo-affettiva e il metabolismo cellulare dimostra come esso rappresenti il legame tra sfera psichica e somatica così da permettere all’organismo di reagire in maniera unitaria agli stimoli interni ed esterni.

Secondo la neuro-gastroenterologia odierna il cervello responsabile della componente psico-emotiva è addirittura quello enterico, per cui non esisterebbe più un solo percorso eziologico a senso unico, ossia conflitto emotivo → cervello → organo, ma un’ambivalenza di ruoli (Lanza, 2009).

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Lavorando sul sistema intestinale, quindi, si possono ottenere:

  • un rafforzamento del sistema immunitario;
  • un innalzamento del quadro energetico in quanto viene aiutato il metabolismo dei cibi;
  • un beneficio a livello umorale, questo perchè il corretto smaltimento dei rifiuti del nostro organismo, garantisce un importante ricambio tossinico che altrimenti ristagnerebbe nel nostro corpo, producendo sintomi quali stanchezza, nervosismo e irritabilità.

 


 

Dott.ssa Silvia Darecchio  – Psicologa – San Polo di Torrile (Pr)  contatti

La Psicosomatica

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Definizione

La Psicosomatica è la disciplina che, indagando la relazione tra la mente e il corpo, ovvero ricercando la connessione tra il mondo emozionale e il soma, si colloca a metà strada tra la medicina e la psicologia (una sorta di “psicologia medica”). Nello specifico, la Psicosomatica ha lo scopo di rilevare e comprendere gli effetti che la psiche, la mente, produce sul soma, il corpo. Partendo dal presupposto che l’essere umano sia una inscindibile unità psicofisica  questa disciplina ha scoperto che per alcune patologie accanto ai fattori somatici giocano un ruolo importantissimo anche i fattori psicologici che ne influenzano il manifestarsi, lo sviluppo e il mantenimento. L’interconnessione tra un disturbo e la sua causa d’origine psichica si riallaccia quindi alla visione olistica dell’ essere umano, nella consapevolezza, cioè, che mente e corpo sono strettamente legati nell’ unità. La malattia, in quest’ottica,  viene concepita come il risultato di meccanismi che interagiscono a livello cellulare, personale, interpersonale e ambientale

I disturbi psicosomatici anatomy-254120__340.jpg

Il meccanismo che sta alla base dei disturbi psicosomatici è la necessità delle emozioni troppo dolorose di trovare uno sbocco. Quando le emozioni sono intollerabili spingono il corpo a manifestare il disagio in alcuni organi, chiamati organi bersaglio; l’ obbligatorietà ad esprimersi fa sì che queste emozioni trovino una via di scarico immediata nel corpo e che prendano la forma dei vari sintomi. I disturbi psicosomatici sono allora una difesa contro quelle emozioni ritenute inaccettabili e dolorose  che, causando un disagio psicologico, lo portano a “trovare la parola” direttamente nel corpo. Ad esempio, il risentimento, il rimpianto e la preoccupazione, così come altre emozioni cosiddette “negative”, possono mantenere il sistema nervoso autonomo (sistema simpatico) in uno stato di eccitazione e di emergenza per un tempo più lungo di quello che l’organismo è in grado di sopportare. I pensieri troppo angosciosi, cioè, possono mantenere il sistema nervoso autonomo in uno stato di attivazione persistente che può provocare dei danni agli organi più deboli (bersaglio).

Alcuni disturbi psicosomatici  

I disturbi di tipo psicosomatico possono manifestarsi:

  • nel sistema neurologico: vertigini, paralisi o ipostenia localizzate, deficit della coordinazione o dell’equilibrio;

  • nell’apparato gastrointestinale:  gastrite, ulcera peptica, difficoltà a deglutire o nodo alla gola, nausea, colon irritabile, dispepsia funzionale;
  • nell’apparato cardiocircolatorio: tachicardia, aritmie, cardiopatia ischemica, ipertensione essenziale;
  • nell’apparato respiratorio: asma bronchiale, sindrome iperventilatoria;
  • nell’apparato urogenitale: dolori mestruali, impotenza, eiaculazione precoce o anorgasmia, enuresi;
  • nel sistema cutaneo: psoriasi, acne, dermatite psicosomatica, iprurito, orticaria, secchezza della cute e delle mucose, sudorazione profusa
  • nel  sistema muscoloscheletrico:  cefalea tensiva, crampi muscolari, stanchezza cronica, torcicollo, fibromialgia, artrite,  dolori al rachide,  cefalea nucale, mal di schiena, articolazioni doloranti;
  • Sintomi psicosomatici sono comuni nella depressione e in quasi tutti i disturbi d’ansia. 

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I disturbi psicosomatici sono “patologie sistemico-funzionali”

I disturbi psicosomatici sono malattie che, causate e/o aggravate da fattori emozionali, come ogni altra forma patologica, comportano danni a livello organico. I sintomi psicosomatici coinvolgono il sistema nervoso autonomo e costituiscono una risposta vegetativa a situazioni di disagio psichico o di stress. Nello specifico, i disturbi psicosomatici derivano  dall’iper – attivazione del sistema nervoso autonomo (simpatico) il quale viene sottoposto a livelli di eccitazione per periodi lunghi, comportando modifiche neuro-chimiche importanti. Il continuo stato di attivazione ed eccitazione porta, inoltre, all’abbassamento delle difese immunitarie con il rischio aumentato di vulnerabilità alle malattie. Inoltre, a causa dello stato di eccitazione continua del sistema nervoso autonomo, possono insorgere complicazioni generalizzate quali malattie infiammatorie, autoimmuni e neuro-degenerative.  


PNEI

Uno degli indirizzi più promettenti della ricerca in psicosomatica, negli ultimi trent’anni, è la psico neuro endocrino immunologia (PNEI), che ha l’obiettivo di chiarire le relazioni tra il funzionamento psicologico, la secrezione di neuro-trasmettitori a livello cerebrale, gli ormoni da parte del sistema endocrino e il funzionamento del sistema immunitario.


Dott.ssa Silvia Darecchio  – Psicologa – San Polo di Torrile (Pr)  contatti

Il gaslighting

Quando i silenzi feriscono più delle parole

C’è una forma subdola di violenza che non si manifesta con scoppi di rabbia bensì attraverso silenzi ostili e parole usate come armi. E’ una forma d’abuso antica, perpetrata soprattutto tra le “tranquille” mura domestiche, distruttiva poiché lascia ferite psicologiche molto profonde e difficilmente rimarginabili.  Parliamo del “GASLIGHTING”, una tecnica di crudele ed infida manipolazione mentale.

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Il termine è mutuato dalla drammaturgia e in particolare dal film “Gaslight” del regista americano Georg Cukor (1944), tratto a sua volta dalla pièce teatrale “Angel Street” di Patrick Hamilton (1938): un dramma psicologico che racconta le vicende di una coppia. Dopo un periodo felice il rapporto tra i due si incrina ed il marito, con una diabolica ed artificiosa tecnica psicologica, alterando le luci delle lampade a gas della casa, spinge la moglie fin sull’orlo della pazzia. Solo l’intervento di un detective riuscirà a ristabilire la verità: si scoprirà così che il marito è uno psicopatico criminale.


E’ difficile riconoscere questo tipo di violenza:

  • è insidiosa, sottile e non se ne percepisce l’inizio; spesso è scusata dalla stessa vittima; non trattandosi di una deflagrazione d’ira (che almeno è subito identificabile e magari oggetto d’immediata risposta, anche legale) difficilmente viene riconosciuta dalla vittima stessa e dai suoi famigliari; è gratuita e persistente, reiterata quotidianamente; ha la capacità di “annullare” la persona che ne è bersaglio; è un vero e proprio lavaggio del cervello; pone la vittima nella condizione di pensare di “meritarsi quella punizione”; 
  • è un comportamento messo in atto per minare alla base la fiducia che la vittima ripone in sé stessa, dei suoi giudizi di realtà, facendola sentire sbagliata, confusa fino a dubitare di stare impazzendo; è’ un’azione di manipolazione mentale con la quale il gaslighter (l’abusante) mette in dubbio le reali percezioni dell’altra persona; spesso è adottata dal coniuge abusante per chiudere rapporti coniugali travagliati dietro ai quali, molto spesso, si celano insoddisfazioni personali e relazioni extraconiugali.

Il gaslighting è una forma di violenza che si sviluppa anche all’interno di rapporti sufficientemente funzionali. Può accadere che un evento frustrante, al quale non si sa adeguatamente reagire, metta in crisi la fiacca sicurezza e la scarsa fiducia che ripone in sé il manipolatore tanto da pregiudicare irreparabilmente le dinamiche relazionali: il legame diventa maligno, si trasforma in una trappola che distrugge il cuore e la psiche della persona oggetto delle molestie. Così come le frecce del mitico Eracle, il gaslighting lascia ferite che nessuno potrà guarire. Una relazione di questo tipo è, in modo conclamato, narcisistico-perversa, una relazione, cioè, caratterizzata dalla presenza di un persecutore – che “deumanizza”, manipola, controlla totalmente, impedisce separatezza ed autonomia della vittima – e di una vittima che, dall’altra parte, si trova intrappolata nella rete per lei tessuta e che, lentamente, è portata ad abbandonare le proprie resistenze fino alla resa completa.  L’aspetto beffardo di questa manipolazione è che la vittima alla fine si trasforma inconsapevolmente nella complice del suo persecutore, contro sé stessa. In questo sprofondamento nell’abisso la vittima attraverserà, a grandi linee, tre fasi successive:

  1. distorsione della comunicazione: in questa prima fase la vittima non riuscirà più a capire il persecutore. I “dialoghi” saranno caratterizzati da silenzi ostili alternati da piccature destabilizzanti. La vittima si troverà così disorientata, confusa,  come nella nebbia.
  2. tentativo di difesa: in questa seconda fase la vittima cercherà appunto di difendersi, provando a convincere il suo persecutore che la verità è un’altra; proverà ad instaurare un dialogo ostinato, con la speranza che ciò serva a far cambiare il comportamento del gaslighter. La vittima si sentirà travolta da un compito diventato per lei basilare: far cambiare idea al persecutore, attraverso il dialogo e l’ascolto.
  3. depressione: in questa terza fase la vittima vedrà piano piano spegnersi il suo soffio vitale, non avrà più forze per lottare e si convincerà che ciò che il persecutore pensa e dice di lei  corrisponde alla verità.

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Sono classificabili tre tipi di manipolatore:

  1.  Il manipolatore affascinante: è probabilmente il più insidioso. Alterna silenzi ostili e tremende pungolature a momenti di intense profusioni d’ “amore”. Sottopone la sua vittima ad una continua doccia scozzese, creando, così,  artatamente, un’ atmosfera massimamente disorientante per la vittima.
  2. Il manipolatore bravo ragazzo: pensa solo a sé stesso ed è il classico lupo travestito da agnello. Sotto al travestimento si nasconde un tremendo individualista:  sempre attento ad anteporre i propri bisogni, il proprio tornaconto personale a quello della vittima, anche se riesce a dare un’impressione opposta.
  3. L’intimidatore: è il più diretto. Non si preoccupa di nascondersi dietro false facciate: rimprovera e maltratta apertamente la vittima. E’ più facile riconoscerlo.

Non vi sono parole per descrivere la sensazione di morte imminente che prova la persona colpita da questo tipo di maltrattamenti psicologici. Alla vittima è tolta la speranza del domani e ben presto manifesterà problemi psichici e psicosomatici.


 

Dott.ssa Silvia Darecchio  – Psicologa – San Polo di Torrile (Pr)  contatti

“Non piangere salame…”

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Ovvero “Le canzoni dell’amore tossico”

Ci sono canzoni che, come dei monumenti, appartengono al patrimonio socio-culturale e identitario del nostro Paese; parlo di quei brani nazional-popolari che anche oggi, se passano alla radio, ci fanno cantare a squarciagola. Ma… ne avete mai analizzato attentamente i testi? Ce ne sono alcune che sono dei veri e propri manifesti “dell’amore mai avuto”, dell’amore malato, del “troppo amore”.  Il fatto di essere state accettate acriticamente, di essere state promosse dai media e il fatto, semplicemente, di esistere, hanno favorito la legittimazione di certi comportamenti, se non abusanti, poco rispettosi della dignità del partner? Queste canzoni, in vari modi, propongono un modello d’amore patologico e disfunzionale che molti considerano l’unico tipo di amore possibile: l’amore “oscuro” che fa soffrire…

Vediamone alcune:

“MINUETTO” di I. Fossati, cantata da Mia Martini

“E’ un’incognita ogni sera mia… Un’ attesa, pari a un’agonia. Troppe volte vorrei dirti: no, e poi ti vedo e tanta forza non ce l’ho. E vieni a casa mia, quando vuoi, […] sono sempre fatti tuoi. Tanto sai che quassù male che ti vada avrai tutta me, se ti andrà per una notte… E cresce sempre più la solitudine […] Rinnegare una passione no, ma non posso dirti sempre si’ e sentirmi piccola cosi’ […] Continuo ad aspettarti nelle sere per elemosinare amore… […] E la vita sta passando su noi, di orizzonti non ne vedo mai! […] Io non so l’amore vero che sorriso ha... […].” 

Che dire? Questa canzone è sicuramente uno dei manifesti più significativi dell’amore “troppo”: abbiamo una donna che si annulla per un uomo che la sta trattando da oggetto, che non la rispetta, che la sta usando. Pare esserne in qualche modo consapevole “Io non so l’amore vero che sorriso ha...” ma non riesce a spezzare questo legame disfunzionale di dipendenza.

“GRANDE GRANDE GRANDE” di A. Testa, cantata da Mina

Con te dovrò combattere non ti si può pigliare come sei… i tuoi difetti son talmente tanti che nemmeno tu li sai… sei peggio di un bambino capriccioso la vuoi sempre vinta tu… sei l’uomo più egoista e prepotente che abbia conosciuto mai. In un attimo tu sei grande e le mie pene non me le ricordo più. Io vedo tutte quante le mie amiche son tranquille più di me non devono discutere ogni cosa come tu fai fare a me… ricevono regali e rose rosse per il loro compleanno dicon sempre di sì non han mai problemi e son convinte che la vita e’ tutta lì… invece no, invece no la vita e’ quella che tu dai a me in guerra tutti i giorni sono viva sono come piace a te… ti odio e poi ti amo e poi ti amo e poi ti odio e poi ti amo… non lasciarmi mai più.

Vediamo questo testo: qui abbiamo una donna che urla ai quattro venti il suo “aver capito tutto dell’amore”. Ci consiglia, per essere felici, di vivere una relazione d'”amore” problematica con un uomo immaturo egoista e prepotente, che la fa penare, discutere, che la tratta a pesci in faccia, che non le fa regali, e che magari nemmeno ricorda la data del suo compleanno… Ma vale la pena vivere una storia d’amore così, se poi, quell’uomo butta ogni tanto, come un osso, un minuscolo pezzettino di sé.

“ALMENO TU NELL’UNIVERSO” di B. Lauzi e M. Fabrizio, cantata da Mia Martini

Tu, tu che sei diverso, almeno tu nell’universo… Un punto sei, che non ruota mai intorno a me  un sole che splende per me soltanto  come un diamante in mezzo al cuore. 

In questa canzone il riferimento, sicuramente più insidioso, all’amore poco sano sta in questa frase: “Un punto sei, che non ruota mai intorno a me un sole che splende per me”. Che c’è di male? Se l’altro è punto fermo che non ruota attorno a noi, significa che siamo noi a ruotare attorno a lui? Anche no, grazie. Ognuno stia al posto suo, e  magari troviamoci a metà strada…

“LA BAMBOLA” di R. Cini, F. Migliacci, B. Zambrini, cantata da Patty Pravo

Tu mi fai girar come fossi una bambola Poi mi butti giù Come fossi una bambola Non ti accorgi quando piango Quando sono triste e stanca tu Pensi solo per te Del mio amore non ridere Sai far male da piangere, Tu non mi metterai Tra le dieci bambole Che non ti piacciono più…

Beh… cosa vogliamo aggiungere?

“VEDRAI VEDRAI” di Luigi Tenco

Quando la sera me ne torno a casa… Non ho neanche voglia di parlare… Tu non guardarmi con quella tenerezza Come fossi un bambino che ritorna deluso… Vedrai che cambierà. Preferirei sapere che piangi… Che mi rimproveri di averti delusa… E non vederti sempre così dolce Accettare da me tutto quello che viene… Mi fa disperare il pensiero di te E di me che non so darti di più.

Questo testo è interessante, perché il punto di vista riportato, per una volta, è quello dell’uomo. Ma la sostanza non cambia: una donna, con un’ autostima molto bassa, sta amando “troppo” un uomo che, anche se consapevole di certe dinamiche, non è emotivamente disponibile. E’ una relazione squilibrata, dove la donna si comporta più da madre che da partner alla pari.

“BLUNOTTE” di Carmen consoli

Forse non riuscirò A darti il meglio Più volte hai trovato I miei sforzi inutili, Più volte hai trovato I miei gesti ridicoli Come se non bastasse L’aver rinunciato a me stessa Come se non bastasse tutta la forza Del mio amore E non ho fatto altro Che sentirmi sbagliata Ed ho cambiato tutto di me Perché non ero abbastanza Ed ho capito soltanto Adesso Che avevi paura.

La signora Consoli pare possedere davvero una ricca collezione di amori tossici! Rinunciare a sé, cambiare, sentirsi sbagliate… se un amore ci richiede questo, non è amore.

“PER ELISA” di Alice e F. Battiato, cantata da Alice

Vivere non è più vivere,  lei ti ha plagiato, ti ha preso anche la dignità. fingere non sai più fingerE senza di lei ti manca l’aria.  Senza Elisa, non esci neanche a prendere il giornale  con me riesci solo a dire due parole  ma noi, un tempo ci amavamo. 

Questa canzone racchiude un senso terrificante: qui una donna si lamenta con il partner, lo rimprovera di preferire l’eroina a lei… Questa donna vede la sostanza come una rivale… e rimpiange i bei tempi andati, quando lui era dipendente da lei e non da Elisa (l’eroina, appunto). La dipendenza non è amore. Rimanere in una relazione con una persona tossicodipendente dimostra quanta scarsa stima di sé abbia chi resta.

“STORIA D’AMORE” di A. Celentano, L. Beretta e M. Del Prete, cantata da Adriano Celentano

Lei mi amava, mi odiava era contro di me,  io non ero ancora il suo ragazzo  e già soffriva per me  se non ero stato il suo ragazzo  era colpa di lei.  E uno schiaffo all’improvviso  le mollai sul suo bel viso  rimandandola da te. 

“io non ero ancora il suo ragazzo e già soffriva per me”, quest’uomo, in una sola frase, delinea una cornice di senso: ci dice che è normale che l’uomo faccia patire una donna e che la donna stia lì a subire. Ma non pago aggiunge: “E uno schiaffo all’improvviso  le mollai sul suo bel viso rimandandola da te.” Letta oggi questa cosa fa inorridire: l’ uomo ci racconta di aver fieramente schiaffeggiato una donna, perché era quello che lei meritava… Credo che non ci sia bisogno di rimarcare che “nessuno picchia nessuno”, che una donna non è un pacco da “rimandare” al mittente e che una narrazione di questo tipo, con un uomo che vede l’esercizio della violenza come “una risposta possibile” e una donna che si fa fare di tutto per “amore”, sia da rigettare fortemente.

“AMORE DI PLASTICA” di Carmen Consoli

tu che mi offrivi un amore di plastica Ricorda tu sei quello che non c’è¨ quando io piango tu sei quello che non sa quando è¨ il mio compleanno quando vago nel buio… volevo essere più forte di ogni tua perplessità ma io non posso accontentarmi se tutto quello che sai darmi è¨ un amore di plastica

Ecco di nuovo l’amica Carmen Consoli. Ci auguriamo per lei che il signore in questione sia lo stesso di “Blunotte”, l’altra canzone. La situazione e le dinamiche sottese paiono essere le stesse.

“L’ ABITUDINE DI TORNARE” di Carmen Consoli

Tornare è un’abitudine Per quelli come te Sommersi e annoiati dai ritmi di sempre, Confesserai mai a tua moglie Che sabato dormi con me Da circa dieci anni tra alti e bassi… Ma io non posso chiedere, Io non devo chiedere Sarai tu a rispondere se vorrai… Ma io non posso piangere, Io non devo piangere Sarai tu a decidere se vorrai, Tornare è un’abitudine Per quelli come te Fedeli ancorati, all’ovile di sempre,  Come dirai a tua moglie Che hai un figlio identico a me Ha grandi occhi neri Ha compiuto tre anni E’ piccolo e non può chiedere Lui non deve chiedere Sarai tu a rispondere se vorrai Ma lui non deve piangere, E’ vergogna piangere, Sarai tu a rispondere Se saprai…

Come dicevamo, la “cantantessa” Consoli ha nel suo repertorio brani capaci di insegnamenti notevoli, in ambito “relazional-amoroso”: accettare una relazione a metà, essere l’amante, aspettare le briciole senza poter chiedere di più, quanto sono rivelatori di uno scarso amore di sé?

“SEI TUTTI I MIEI SBAGLI” di Subsonica

Tu sai difendermi e farmi male  ammazzarmi e ricominciare  a prendermi vivo  sei tutti i miei sbagli  a caduta libera  e in cerca di uno schianto  ma fin tanto che sei qui  posso dirmi vivo. Tu affogando per respirare imparando anche a sanguinare.

Si ok, si capisce poco… Ma “sta roba”, qualsiasi cosa sia, è troppo. Nessuno deve poterci  accendere o spegnere,  e noi non dovremmo funzionare come degli interruttori.

“CENERE” di Marlene Kuntz

Ciao Divina, io sono il mozzo…Guarda che ballo, mi trovi bello? Che te ne pare di come striscio? … Io sarò fuoco se scaglierai quel dardo contro di me. Io sarò cenere su cenere..

Questo testo, piuttosto oscuro in realtà, ci fa immaginare una situazione in cui un uomo si rende ridicolo, si umilia, si annulla, pur di ottenere l’amore di lei… per cui è pronto anche a morire… Troppo?

“LASCIARSI UN GIORNO A ROMA” di Niccolò Fabi

Non ho visto nessuno andare incontro a un calcio in faccia con la tua calma, indifferenza sembra quasi che ti piaccia camminare nella pioggia ti fa sentire più importante perché stare male è più nobile per te ricordati che c’è differenza tra l’amore e il pianto... cerca un modo per difenderti una ragione per pensare a te… e qual è il grado di dolore che riesci a sopportare prima di fermare l’esecuzione e chiedere soccorso a me che non ti do un motivo ancora per restare nella storia di una storia che non c’è.

Questa canzone usa parole durissime per raccontarci la fine, a senso unico, di una relazione. Lui grida in faccia a lei di smetterla di umiliarsi, di riprendersi la sua vita, di trovare il coraggio di pensare a sé stessa… lui non riesce a capire come lei possa accettare di vivere ormai di “una relazione che non c’è” connotata solo da dolore e sofferenza: “ricordati che c’è differenza tra l’amore e il pianto”… Anche il modo in cui finisce una relazione è rivelatore dell’essenza “poco sana” della relazione stessa…

“LA BALLATA DELL’AMORE CIECO” di Fabrizio De Andrè

Un uomo onesto, un uomo probo, s’innamorò perdutamente d’una che non lo amava niente. Gli disse portami domani il cuore di tua madre per i miei cani. Lui dalla madre andò e l’uccise, dal petto il cuore le strappò e dal suo amore ritornò… Non le bastava quell’orrore, voleva un’altra prova del suo cieco amore. Gli disse amor se mi vuoi bene, tagliati dei polsi le quattro vene. Le vene ai polsi lui si tagliò, e come il sangue ne sgorgò, correndo come un pazzo da lei tornò. Gli disse lei ridendo forte, l’ultima tua prova sarà la morte. E mentre il sangue lento usciva, e ormai cambiava il suo colore, la vanità fredda gioiva, un uomo s’era ucciso per il suo amore. Fuori soffiava dolce il vento ma lei fu presa da sgomento, quando lo vide morir contento. Morir contento e innamorato, quando a lei niente era restato, non il suo amore, non il suo bene, ma solo il sangue secco delle sue vene.

Si deve aggiungere qualcosa? Chi è più malato tra i due? Non serve morire per l’altro, ma vivere per stare bene insieme. Inoltre, “l’amore è cieco”… solo per chi non lo conosce veramente.

“TANTA VOGLIA DI LEI” di Pooh 

Mi dispiace di svegliarti, forse un uomo non sarò ma d’un tratto so che devo lasciarti, fra un minuto me ne andrò. Mi dispiace devo andare il mio posto è là, il mio amore si potrebbe svegliare chi la scalderà.

Qui abbiamo un lui che tradisce la fiducia di due donne… però è dispiaciuto. Accettare o non accettare un tradimento? Accettare o non accettare di giocare il ruolo dell’amante? Se fosse cantata da una donna, una donna che tradisce e che vuol correre a casa a scaldare il partner ignaro che dorme, che effetto farebbe?

“EPPUR MI SON SCORDATO DI TE” di Mogol e L. Battisti

Eppur mi son scordato di te come ho fatto non so. Una ragione vera non c’è lei era bella però. Un tuffo dove l’acqua è più blu niente di più. Ma che disperazione nasce da una distrazione era un gioco non era un fuoco. Non piangere salame: dei capelli verde rame è solo un gioco e non un fuoco lo sai che t’amo io ti amo veramente.

Anche in questo testo si parla di tradimento, ma, mentre nella canzone precedente la partner dormiva e non sapeva, qui l’uomo (scoperto o progressista) cerca di spiegare il perché del tradimento. E non trovando niente di meglio da dire, dice: “Un tuffo dove l’acqua è più blu niente di più.” Ecco, una “giustificazione” così potrebbe andar bene per dei tredicenni… Per non uscire dalla metafora: il globo terracqueo è composto prevalentemente d’acqua… che si fa? Si prova tutta?

“SE SAPESSI COME FAI” di Luigi Tenco

Vorrei che per me un giorno solo le parti si potessero invertire… quel giorno ti farei soffrire come adesso soffro io… Se sapessi come fai a fregartene così di me… a sapere così Bene sino a che punto ho bisogno di te… A saperlo così Bene ancor meglio di me.

Un altro manifesto dell’amore che fa soffrire? Eccolo. Qui è un uomo a disperarsi, ma la dinamica è la stessa.

“UN’ EMOZIONE DA POCO” di I. Fossati, cantata da Anna Oxa

dimmi che senso ha dare amore a un uomo senza pietà uno che non si è mai sentito finito che non ha mai perduto… per me, più che normale che un’emozione da poco mi faccia stare male, una parola detta piano basta già… ed io non vedo più la realtà non vedo più a che punto sta la netta differenza fra il più cieco amore e la più stupida pazienza no, io non vedo più la realtà nè quanta tenerezza ti da la mia incoerenza pensare che vivresti benissimo anche senza.

“non vedo più a che punto sta la netta differenza fra il più cieco amore e la più stupida pazienza”… Un’ altra donna che si accontenta di pochissimo, di una parola detta piano…

AMANDOTI di CCCP

Amarti m’affatica mi svuota dentro qualcosa che assomiglia a ridere nel pianto… Amarti m’affatica mi dà malinconia che vuoi farci è la vita la mia.

L’amore che affatica… Tutto sommato questa immagine, rispetto alle altre, non è poi tanto male: se, come abbiamo detto, amore non è sinonimo di sofferenza, possiamo affermare che è il compagno ideale di fatica, impegno, responsabilità e lavoro. Una coppia intelligente poi sa come dividere tutto questo in modo che i punti di forza di ciascuno risplendanoCi auguriamo che nella situazione raccontata, la fatica sia doppia e non a senso unico, anche se “il sentirsi vuoti” e “il ridere per disperazione” non sono certo “sintomi” d’amore.

Considerando che tutte queste, sono ritenute canzoni “d’ amore, credo valga la pena ricordare come dovrebbe essere l’”amore sano”. L’amore è un fatto di qualità più che di quantità. Amare molto non significa amare bene. Amare bene comporta rispetto, fiducia, onestà, sostegno reciproco, vivere una relazione di equilibrio tra dare e ricevere, mantenere identità separate e una buona comunicazione.

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Dott.ssa Silvia Darecchio  – Psicologa – San Polo di Torrile (Pr)  contatti