Ci sono canzoni che fanno parte della nostra storia collettiva. Le abbiamo ascoltate in radio, cantate in macchina, in spiaggia, alle feste o sotto la doccia. Conosciamo i ritornelli a memoria e spesso le definiamo, senza pensarci troppo, semplicemente “canzoni d’amore”.
Ma che cosa raccontano davvero dell’amore?
Se proviamo ad ascoltare con attenzione alcuni dei brani più famosi della musica italiana, scopriamo un repertorio sentimentale fatto di persone che aspettano qualcuno che non arriva, amano chi non le ama, accettano tradimenti, si annullano per il partner, confondono la sofferenza con la passione e, qualche volta, sembrano disposte letteralmente a tutto pur di non perdere l’altro.
Naturalmente stiamo parlando di canzoni, non di manuali di psicologia. Nessuno diventa dipendente affettivamente perché ha ascoltato Minuetto e nessuna relazione diventa disfunzionale per colpa di una canzone. La musica, però, racconta la cultura nella quale nasce e, nello stesso tempo, contribuisce a costruire il nostro immaginario. Vale quindi la pena domandarsi quali rappresentazioni dell’amore abbiamo cantato per decenni senza prestarci troppa attenzione.
Perché una cosa è amare intensamente. Un’altra è pensare che, per amare davvero, sia necessario soffrire.
Quando l’amore fa soffrire sembra più “vero”?
Esiste un’idea romantica dell’amore che attraversa la musica, la letteratura e il cinema: il grande amore deve essere tormentato. Se non ci fa disperare, aspettare, combattere e perdere il sonno, forse non è abbastanza importante.
Eppure, dal punto di vista psicologico, l’intensità di una relazione non ci dice nulla sulla sua qualità.
Una relazione può essere intensissima e profondamente disfunzionale. Al contrario, una relazione fondata sulla fiducia, sul rispetto e sulla reciprocità può essere molto meno drammatica, senza essere per questo meno profonda.
Amare molto, insomma, non significa necessariamente amare bene.
Proviamo allora a riascoltare alcune famosissime “canzoni d’amore” con orecchie diverse.
Minuetto: aspettare qualcuno che arriva soltanto quando vuole
«E vieni a casa mia, quando vuoi»
In Minuetto, scritta da Franco Califano e Dario Baldan Bembo e interpretata da Mia Martini, troviamo una donna intrappolata in una relazione profondamente sbilanciata. Lui arriva quando vuole, prende ciò che desidera e se ne va. Lei sa di soffrire, vorrebbe riuscire a dire di no, ma continua ad aspettarlo.
È una dinamica relazionale interessante perché racconta qualcosa che può accadere anche nella vita reale: la consapevolezza che una relazione ci faccia male non è sempre sufficiente per riuscire a interromperla.
Si può sapere perfettamente che l’altro non ci sta dando ciò di cui abbiamo bisogno e, contemporaneamente, continuare a sperare che qualcosa cambi. Ogni ritorno riaccende l’attesa, ogni piccolo gesto acquista un valore enorme e ciò che riceviamo, proprio perché arriva in modo intermittente, può diventare ancora più difficile da lasciare andare.
Il problema, allora, non è amare “troppo”.
È continuare a investire su una relazione nella quale, per poter restare, dobbiamo accettare sistematicamente troppo poco.
Grande grande grande: se litighiamo continuamente significa che ci amiamo?
«Con te dovrò combattere, non ti si può pigliare come sei»
Con Grande grande grande, interpretata da Mina, entriamo in un altro grande classico dell’immaginario romantico: l’amore tormentato.
Lui viene descritto come egoista, prepotente, capriccioso. La relazione è una battaglia continua. Eppure basta un momento in cui lui diventa “grande” perché tutto il resto perda improvvisamente importanza.
È un meccanismo che merita attenzione.
Quando una relazione alterna momenti molto difficili a momenti di grande intensità emotiva, il sollievo che segue il conflitto può essere scambiato per felicità. La riconciliazione diventa potentissima proprio perché arriva dopo la sofferenza.
Questo non significa naturalmente che una coppia sana non litighi. Il conflitto fa parte delle relazioni e imparare a gestirlo è una vera competenza relazionale.
Ma c’è una differenza tra attraversare dei conflitti e avere bisogno del conflitto per sentire che la relazione è viva.
Forse, quindi, non è sempre vero che “l’amore non è bello se non è litigarello”.
A volte è semplicemente stancante.
La bambola: quando nella relazione diventiamo un oggetto
«Tu mi fai girar come fossi una bambola»
La bambola, cantata da Patty Pravo, utilizza un’immagine semplicissima e potentissima: una donna che si sente trattata come un oggetto.
L’altro la prende, la fa “girare” e poi la lascia cadere quando non gli serve più. Lei soffre e, soprattutto, chiede di essere riconosciuta come una persona che prova emozioni e che merita rispetto.
La metafora della bambola racconta molto bene ciò che accade quando, all’interno di una relazione, i bisogni di uno dei due partner diventano sistematicamente più importanti di quelli dell’altro.
Una relazione sana non richiede che tutto sia sempre perfettamente equilibrato. Ci saranno momenti in cui uno darà di più e momenti in cui sarà l’altro ad avere bisogno di maggiore sostegno. Ma, nel tempo, deve esistere reciprocità.
Se uno dei due decide sempre quando esserci, quanto dare e quando andarsene, mentre l’altro può soltanto aspettare, adattarsi e sperare, non siamo più davanti a un equilibrio tra due persone.
E nessuno dovrebbe sentirsi la bambola di qualcun altro.
Storia d’amore: quando confondiamo l’amore con il tormento
«Lei mi amava, mi odiava, mi amava, mi odiava»
In Storia d’amore l’amore sembra esistere quasi esclusivamente attraverso il conflitto. I due protagonisti si desiderano, si respingono, cercano di suscitare gelosia l’uno nell’altra e continuano a farsi soffrire, senza riuscire a costruire realmente una relazione. Persino quando lei finalmente si dichiara e si offre completamente a lui, la risposta è un rifiuto violento: lui le dà uno schiaffo, la manda via e subito dopo torna a desiderarla nel sogno.
È una rappresentazione estrema di una dinamica che, in forme molto diverse, possiamo incontrare anche nelle relazioni reali: l’intensità emotiva viene scambiata per intensità dell’amore. Gelosia, rifiuto, desiderio, rabbia e sofferenza diventano la sostanza stessa del legame. I due sembrano riuscire ad amarsi soltanto quando non possono stare insieme.
Naturalmente una relazione importante può contenere emozioni contrastanti e attraversare conflitti anche molto intensi. Ma quando l’amore può esistere soltanto attraverso una continua alternanza tra vicinanza e rifiuto, il rischio è di rimanere legati non tanto alla relazione che realmente viviamo, quanto all’emozione potentissima generata dal continuo perderci e ritrovarci.
E lo schiaffo raccontato nella canzone segna un confine che va mantenuto netto: la violenza non è una manifestazione della passione, né la misura dell’intensità di un sentimento.
Blunotte: cambiare se stessi per essere abbastanza
«Ed ho cambiato tutto di me perché non ero abbastanza»
In Blunotte Carmen Consoli racconta un’altra dinamica molto comune nelle relazioni difficili: il progressivo annullamento di sé.
Quando sentiamo di non essere abbastanza per la persona che amiamo, possiamo iniziare a pensare che la soluzione sia cambiare. Diventare più belli, più interessanti, più disponibili, meno esigenti. Chiedere meno. Sopportare di più.
Il rischio è che, nel tentativo di essere finalmente amati come vorremmo, finiamo per allontanarci sempre di più da noi stessi.
Naturalmente stare in coppia significa anche cambiare. Ogni relazione importante ci trasforma e ci chiede di imparare a mediare, adattarci e mettere in discussione alcuni nostri comportamenti.
Ma cambiare insieme è molto diverso dal cambiare per sentirsi finalmente degni dell’amore dell’altro.
Se per mantenere una relazione dobbiamo rinunciare sistematicamente a ciò che siamo, forse la domanda da porci non è più:
“Che cosa devo cambiare ancora perché mi ami?”
Ma:
“Perché, per essere amato, devo smettere di essere me stesso?”
Storia d’amore: quando la violenza entra nel racconto romantico
Ci sono comportamenti che, per quanto intensa possa essere una relazione, non possono essere interpretati come manifestazioni d’amore.
In Storia d’amore Adriano Celentano racconta una relazione attraversata dalla gelosia e arriva a descrivere uno schiaffo dato alla donna amata. Il rischio, quando episodi di questo tipo vengono inseriti all’interno di una narrazione romantica, è che il confine tra amore, possesso e violenza diventi meno netto di quanto dovrebbe essere.
Su questo, invece, è importante essere molto chiari: la violenza non è una forma estrema di amore, non è il risultato dell’amare troppo e non è una conseguenza inevitabile della gelosia.
In una relazione possono esserci rabbia, conflitti e momenti di forte tensione. La competenza sta nel riuscire a vivere e gestire queste emozioni senza trasformarle in comportamenti che feriscono, umiliano o spaventano l’altro.
L’abitudine di tornare: le relazioni che esistono solo a metà
«Ma io non posso chiedere, io non devo chiedere»
Carmen Consoli, in L’abitudine di tornare, racconta una relazione clandestina che dura da anni. Lui ha una moglie, una famiglia, dei figli e una vita alla quale ritorna puntualmente. Lei rimane ad aspettare.
Anche qui la questione interessante non è stabilire chi abbia torto o ragione, ma osservare la posizione che una persona può finire per occupare all’interno di una relazione: quella di chi accetta una presenza parziale continuando a sperare che, prima o poi, diventi completa.
Le relazioni sospese possono essere particolarmente difficili da lasciare proprio perché non finiscono mai davvero. Ogni ritorno riapre una possibilità e alimenta l’idea che il futuro possa essere diverso dal presente.
Ma aspettare qualcuno significa anche investire il proprio tempo.
E forse, qualche volta, la domanda da farsi non è soltanto “Mi ama?”, ma anche: “La relazione che questa persona è concretamente in grado di offrirmi corrisponde a ciò che desidero per la mia vita?”
Lasciarsi un giorno a Roma: quando non riusciamo ad accettare la fine
«Ricordati che c’è differenza tra l’amore e il pianto»
Anche lasciare andare è una competenza.
In Lasciarsi un giorno a Roma Niccolò Fabi racconta il tentativo di trattenere una relazione che sta finendo, quasi come se fosse possibile convincere l’altro a restare attraverso il dolore, le parole o la forza del proprio sentimento.
La fine di una relazione può essere vissuta come un vero e proprio lutto. Non perdiamo soltanto una persona, ma anche abitudini, progetti, aspettative e l’immagine del futuro che avevamo costruito insieme.
È comprensibile, quindi, cercare di opporsi alla separazione.
Ma amare qualcuno non significa poter decidere al suo posto.
Accettare che l’altro possa non voler più continuare la relazione è una delle esperienze più dolorose dell’amore adulto. Significa riconoscere che un legame ha bisogno della volontà di entrambi per esistere e che, quando questa reciprocità viene meno, trattenere l’altro non può ricrearla.
La ballata dell’amore cieco: quanto siamo disposti a sacrificare per essere amati?
«Voleva un’altra prova del mio cieco amore»
Fabrizio De André porta il tema del sacrificio amoroso fino alle sue conseguenze più estreme.
Nella Ballata dell’amore cieco, un uomo innamorato accetta prove sempre più terribili pur di dimostrare il proprio amore a una donna che continua a chiedergli nuovi sacrifici.
Naturalmente siamo nel territorio della ballata e della rappresentazione simbolica. Eppure la domanda che pone è straordinariamente attuale: quanto di noi siamo disposti a sacrificare pur di essere amati?
Nelle relazioni reali raramente ci vengono chieste prove così estreme. Molto più spesso le rinunce avvengono lentamente. Si abbandona un interesse, si frequentano meno gli amici, si rinuncia a esprimere un bisogno, si accetta qualcosa che ci fa soffrire. Una piccola rinuncia dopo l’altra, fino al punto in cui può diventare difficile riconoscere la persona che eravamo prima di quella relazione.
Amare richiede anche compromessi e sacrifici. Ma un compromesso permette alla relazione di crescere senza cancellare le persone che ne fanno parte.
Il sacrificio sistematico di sé, invece, non rende un amore più grande.
Rende una persona sempre più piccola.
Amare molto non significa amare bene
Queste canzoni raccontano storie molto diverse, scritte in epoche diverse e con intenzioni artistiche diverse. Sarebbe naturalmente sbagliato trasformarle in diagnosi psicologiche o pretendere di giudicare una relazione attraverso il testo di una canzone.
Possiamo però usarle per riflettere.
Perché dietro molte delle storie che abbiamo cantato per anni ritorna la stessa idea: che la misura dell’amore sia la quantità di dolore che siamo disposti a sopportare.
Ma una relazione non diventa più autentica perché ci fa soffrire di più.
Amare bene è una competenza.
Significa imparare a costruire una relazione nella quale sia possibile essere profondamente legati a qualcuno senza perdere se stessi. Significa riconoscere i propri bisogni e quelli dell’altro, accettare il conflitto senza trasformarlo in una guerra, tollerare la possibilità della perdita e comprendere che l’amore, da solo, non rende automaticamente sana una relazione.
Forse allora possiamo continuare tranquillamente a cantare tutte queste meravigliose canzoni d’amore.
Purché, quando si tratta della nostra vita, impariamo a distinguere una bella canzone da un buon modello di relazione.

Quali competenze di benessere entrano in gioco nelle relazioni?
Costruire una relazione capace di generare benessere richiede competenze che non possediamo necessariamente in modo spontaneo e che possiamo sviluppare nel corso della vita:
- riconoscere i propri bisogni, senza aspettarsi che sia sempre l’altro a intuirli;
- comunicare, anche quando ciò che dobbiamo dire è difficile;
- stabilire e rispettare i confini, propri e altrui;
- gestire il conflitto senza ferire, umiliare o svalutare;
- mantenere la propria identità anche all’interno di un legame molto importante;
- riconoscere la reciprocità, distinguendo una relazione realmente condivisa da una nella quale uno dei due continua soprattutto ad aspettare;
- lasciare andare, quando restare significa continuare a perdere se stessi.
Hai bisogno di un confronto?
Alcune competenze si costruiscono leggendo, riflettendo e facendo esperienza. Altre richiedono un confronto, perché quando siamo coinvolti emotivamente è difficile vedere con chiarezza quello che sta accadendo.
Se ti riconosci in alcune delle dinamiche raccontate in questo articolo, se una relazione ti fa soffrire e non riesci a capire se sia possibile cambiarla, oppure se senti di aver perso di vista i tuoi bisogni nel tentativo di far funzionare un rapporto, un percorso psicologico può aiutarti a comprendere meglio ciò che stai vivendo e a individuare nuove possibilità.
Puoi contattarmi compilando il modulo qui sotto oppure telefonicamente.
Dott.ssa Silvia Darecchio – Psicologa – San Polo di Torrile (Pr) contatti


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