Deficit uditivo, sordità e depressione

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Meno senti e più facilmente ti ammali di depressione e non solo. Lo affermano, con precise statistiche, diversi studi.

Precedenti ricerche si erano concentrate prevalentemente sugli anziani: già dalla metà degli anni ’90, diversi studi in ambito medico avevano mostrato una significativa correlazione tra la salute mentale e la perdita dell’udito, nella popolazione anziana. Oggi, grazie ai nuovi dati a disponibili, è possibile delineare un quadro più completo della relazione tra sordità e disturbi della sfera emotivo/relazione, anche in riferimento ai giovani e agli adulti.


Mancanza di consapevolezza, negazione del problema, vanità. E intanto la mente si ammala.

Secondo l’Istituto Nazionale Americano sulla Sordità e altri Disturbi della Comunicazione (National Institute on Deafness and Other Communication Disorders, NIDCD), circa il 15% degli americani adulti ha qualche problema di udito, con conseguenze molto pesanti sulla vita quotidiana. Ma le persone aspettano in media 6 anni, dai primi segni di perdita dell’udito, prima di prendere provvedimenti. Ben il 67% degli over 70 , infatti, non usa e non ha mai usato un apparecchio acustico pur avendone bisogno, e solo il 16% degli adulti, di età compresa tra 20-69, che ne avrebbe bisogno, ha provato a utilizzarlo. Pesano, secondo lo studio, la negazione del problema, la mancanza di consapevolezza, ma anche motivi meramente estetici. A rimetterci tuttavia sono l’umore e la mente.


Effetti dei deficit dell’udito sull’umore, nella popolazione dai 18 ai 69 anni: lo studio del dottor Chuang-Ming Li. 

Dallo stesso studio –  quello, amplissimo, condotto dal dottor Chuan-Ming Li, ricercatore del National Institute on Deafness and Other Communication Disorders, NIDCD) – emergono le prove a favore dell’ipotesi che, più è significativa la perdita dell’udito, più è alta l’ incidenza della depressione, anche in pazienti di età inferiore ai 70 anni. Per questa ricerca, i ricercatori hanno esaminato i dati del National Health and Nutrition Examination Survey degli Stati Uniti, tra cui oltre 18.000 adulti, dai 18 anni in su. Tutti i 18.000 partecipanti hanno compilato sia un questionario progettato per rivelare la depressione che, suddivisi in gruppi di età,  una scala di valutazione del proprio udito. Il professor Li ha trovato che oltre l’11%, di quanti affermavano di avere un problema di udito, soffriva di depressione (da moderata a grave), a fronte di un 7% di quanti dichiaravano di avere un “buon” udito, fino a scivolare a uno scarso 5% di quelli auto-definitisi  individui con un udito “eccellente”. Lo studio ha inoltre rilevato che, mentre la perdita dell’udito è legata ad un aumentato rischio di depressione negli adulti di tutte le età, è tuttavia più pronunciata negli intervistati di età compresa tra 18 e 69 anni. Le donne poi hanno mostrato una percentuale di incidenza della depressione  più elevata rispetto agli uomini.

“Abbiamo trovato un’associazione significativa tra i disturbi dell’udito e la depressione da moderata a grave”, ha detto l’autore dello studio. “La relazione causa-effetto tuttavia è sconosciuta”, ha aggiunto il dottor Chuan-Ming Li, evidenziando la necessità di ulteriori studi.


Perdita dell’udito e depressione: lo studio del National Council of Aging 2015

Che l’inesorabile perdita dell’udito sia associata alla depressione, lo dice anche il recente studio condotto dal Consiglio Nazionale sull’ Invecchiamento (National Council on Aging), presentato presso l’American Psychological Association Convention nel 2015, a Toronto. Una ricerca che, coinvolgendo 2.304 persone affette da perdita dell’udito, ha trovato che, le persone con una sordità parziale, hanno il 50% di possibilità in più di sviluppare la depressione. Tuttavia è anche emerso che, la mancanza di udito, spesso non viene curata, perché non considerata malattia.

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Deficit uditivi e salute mentale

Il professore di Psicologia David Myers, docente presso lo Hope College del Michigan, riferisce che: “la rabbia, la frustrazione, la depressione e l’ansia sono comuni tra le persone che si ritrovano con problemi di sordità”.  Chi soffre di perdita di udito cioè è più incline a sviluppare una miriade di problemi mentali ed emotivi, come:

  • Rabbia
  • Depressione
  • Ansia
  • Solitudine
  • Frustrazione,
  • Deterioramento delle funzioni cognitive

Deficit uditivi, declino cognitivo e depressione

Il declino cognitivo è uno dei problemi più significativi collegati alla perdita dell’udito. In che modo il deterioramento delle capacità cognitive e la demenza siano connesse con la sordità non è ancora chiaro, tuttavia i ricercatori credono che sia un complesso intreccio multi-fattoriale a determinare, come “effetto collaterale”, il deficit cognitivo. Uno studio condotto dalla University of Colorado ha analizzato uno tra i più evidenti fattori corresponsabili: la riorganizzazione cerebrale che si verifica in caso di alterazioni sensoriali e percettive. In particolare, quando sono i centri dell’udito a rimpicciolirsi,  accade che anche le parti deputate alla memoria a breve termine o quelle implicate nella risoluzione dei problemi, si deteriorino.


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Deficit uditivi, isolamento sociale, declino cognitivo e depressione

Tra gli anziani, ma non solo, il ritiro e l’isolamento sociale sono quelle condizioni, frequentemente diffuse che, sfortunatamente, non fanno che esacerbare il disturbo della perdita dell’udito. Le persone con deficit uditivo, infatti, tendono spesso a provare frustrazione quando cercano di intercettare e comprendere i suoni del mondo, specie nei contesti particolarmente rumorosi. Di conseguenza, cercando di evitare le attività conviviali e i luoghi affollati, progressivamente possono arrivare a ridurre la propria vita sociale al minimo, fino all’isolamento. Un isolamento che, a lungo termine, arriva a compromettere il funzionamento cognitivo globale (declino cognitivo/demenza) della persona. Il cervello può essere paragonato, infatti, ad “un muscolo”: smettendo di utilizzare determinate aree cerebrali, a causa della mancanza di stimoli, queste si atrofizzano, causando danni e complicazioni più o meno estese e gravi.

Chi non utilizza apparecchi acustici, pur avendone bisogno, ha il 5% in più di probabilità di soffrire di depressione rispetto a chi ne fa uso, e l’isolamento sociale conseguente potrebbe aumentare anche il rischio di demenza.


Prevenzione e trattamento

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Sottoporsi a preventivi test dell’udito e diventare più consapevoli dell’importanza del buon udito nella comunicazione quotidiana, sono comportamenti che aiutano a preservare, a lungo termine, la socialità e la buona salute mentale delle persone con deficit uditivo. Usare apparecchi acustici può aiutare a riprendere il controllo della propria vita, a riconquistare la stabilità emotiva e a recuperare ottimamente il funzionamento cognitivo. Le moderne soluzioni protesiche inoltre fanno sì che gli apparecchi acustici non rappresentino più un ingombro antiestetico e stigmatizzante: grazie ad opzioni come la funzionalità wireless Bluetooth esistono infatti dispositivi al 100% invisibili.

L’ipoacusia è una malattia subdola e non visibile, capace di compromettere la vita sociale delle persone, che sono portate ad isolarsi proprio perché incapaci di comunicare come vorrebbero. Quando gli apparecchi acustici e la terapia medica si rivelano insufficienti nella riconquista della serenità, è fortemente raccomandato un percorso di riabilitazione/sostegno psicologico finalizzato primariamente all’ empowerment e all’accrescimento del senso di auto-efficacia della persona.


Dott.ssa Silvia Darecchio – Psicologa (contatti)

 

Benessere è assertività

La persona assertiva […] rifiuta di fare ciò che non desidera e persegue coerentemente i propri obiettivi. Sa aiutare gli altri, se gli viene richiesto. Entra in contatto con le sue emozioni, sa accettare le sconfitte. Tutto questo assicura maggiore consapevolezza e serenità nell’affrontare le situazioni quotidiane problematiche, facilità di relazione, soddisfazione e benessere personale.
Edoardo Giusti e Alberta Testi, L’assertività, 2006

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Il termine “assertività” viene attribuito ad Andrew Salter, studioso statunitense, che nel 1949 parlò per primo di “assertiveness” definendola uno stile di comportamento interpersonale, ma anche un modo di essere, capace di garantire uno stato di benessere emotivo nelle persone che lo adottano, per regolare le proprie relazioni. Ancora oggi la definizione che ne viene data non si distacca da quella del 1949. Essere assertivi significa, in buona sostanza, comunicare in maniera flessibile, affermando il proprio punto di vista senza prevaricare né essere prevaricati.

L’assertività è il punto di equilibrio tra l’aggressività e la passività.

Viene concepita cioè come il punto medio ideale posto tra due estremi opposti: il polo aggressivo ed il polo passivo (poli anassertivi).

  • La persona che impiega uno stile interpersonale aggressivo è capace di esprimereangry-man-274175__340 ciò che pensa, ciò che sente ed è massimamente abile nell’ ottenere ciò che vuole, tuttavia lo fa senza tener conto della sensibilità e dei desideri dell’altro; tende cioè ad imporsi in modo intransigente, rigido ed inflessibile; conduce gli altri ad assecondare i propri bisogni. Chi adotta uno stile aggressivo spesso non è in grado di  tenere in considerazione le necessità, i sentimenti e le opinioni altrui; tende ad umiliare ed intimidire; può dimostrarsi, come un bullo, minaccioso e violento sul piano fisico. Ovviamente ottenere ciò che si vuole a scapito dell’altro ha un costo molto elevato, l’aggressività mina, infatti, il rispetto e la fiducia reciproca.  Le conseguenze negative, per chi adotta questo stile, sono spesso assai superiori a quelle positive: al progressivo isolamento sociale è associata un’alta percentuale di insorgenza di patologie fisiche e/o di origine psicosomatica.

  • La persona che utilizza uno stile interpersonale passivo è stata abituata adbully-3233568__340 assecondare prevalentemente i bisogni degli altri, per timore di essere “giudicata male” ; talvolta vorrebbe dire di “no”, ma alla fine risponde “sì”,  concedendo spazio alla paura di non essere accettata per quello che è. Le conseguenze negative di questa condotta sono diverse: anche se, infatti, il soggetto non viene solitamente attaccato né abbandonato,  tuttavia sente di non riuscire a dar voce ai propri bisogni (da qui l’insoddisfazione e/o i sintomi depressivi) e di essere sempre in balia delle decisioni altrui (da qui talvolta i sintomi ansiosi). Il conflitto interiore che facilmente nasce dal comportamento passivo può portare a stress, risentimento, rabbia, desiderio di rifarsi sul prossimo, vittimismo. Se lo stile di comunicazione interpersonale è passivo, la persona ha difficoltà a farsi ascoltare; spesso si trova a mettersi da parte; tende a tenere per sé il proprio parere;  si adegua alle decisioni prese da altri; cerca di evitare i conflitti. Così facendo manda il messaggio che i propri pensieri, punti di vista, opinioni, credenze ed emozioni non siano importanti.

  • Lo stile interpersonale passivo-aggressivo è un modo deliberato ma mascherato di esprimere sentimenti di rabbia nascosti (Long, Long & Whitson, 2008). L’aggressività passiva comprende tutta una serie di comportamenti volti, in modo celato, a “vendicarsi” nei confronti di un’altra persona; il bersaglio della vendetta, cioè, viene messo nella condizione di avere serie difficoltà a cogliere le reali intenzioni dell’altro e a riconoscere la rabbia sottesa a tali azioni. Tra i comportamenti passivo-aggressivi si hanno: fare promesse e non mantenerle, procrastinare, inventare scuse, lamentarsi ed assumere atteggiamenti vittimistici, ritirarsi dalla comunicazione, sabotare il successo degli altri, essere inefficienti intenzionalmente, ecc… Chi comunica secondo questa modalità, come nello stile passivo,  può dire “si” quando in realtà vorrebbe dire “no”; può essere sarcastico oppure lamentarsi degli altri alle loro spalle; può esprimere la rabbia e il disaccordo attraverso azioni/atteggiamenti negativi e controproducenti, invece di affrontare i problemi e i conflitti direttamente. Se la persona non riesce, perché non è abituata, a parlare apertamente dei propri bisogni e delle proprie emozioni frequentemente utilizzerà uno stile passivo-aggressivo. Nel lungo periodo tuttavia, questo tipo di comportamento è ancora più distruttivo di quello aggressivo. Infatti mentre nel breve termine, i comportamenti aggressivo-passivi risultano essere piuttosto convenienti, richiedendo scarso impegno, scarsa consapevolezza e scarse capacità assertive,  nel corso dei mesi e degli anni, portano i rapporti alla confusione, alla distruttività e alla disfunzionalità. Col tempo, il comportamento passivo aggressivo danneggia le relazioni, mina il rispetto reciproco, non permette di vivere le interazioni sociali con spontaneità e rende difficoltoso il raggiungimento degli scopi e il soddisfacimento dei bisogni di tutti gli attori coinvolti.

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Essere assertivi non vuol dire mandare a quel paese la gente, significa sostanzialmente esprimere le proprie opinioni, i propri sentimenti e far valere i propri diritti nel rispetto di quelli altrui.
Alessandra Faiella, Toglimi quel piede dalla testa, per favore, 2010

I VANTAGGI DELLO STILE ASSERTIVO
La comunicazione assertiva è diretta e rispettosa. La persona che comunica (verbalmente e non verbalmente) utilizzando lo stile interpersonale assertivo, con consapevolezza:

  • mette in atto un comportamento partecipe, attivo e non in contrapposizione con l’altro;
  • è responsabile;
  • ha piena fiducia in sé e negli altri;
  • manifesta pienamente il proprio sé affermando i propri diritti senza negare i diritti e l’identità dell’altro;
  • non giudica ed evita critiche non costruttive;
  • agisce senza pregiudizi;
  • ha la capacità di comunicare i propri sentimenti in maniera chiara, diretta e onesta senza prevaricare ne manifestare aggressività nei confronti dell’altro.

Imparare l’assertività permette alle persone di essere più sicure e competenti nella gestione della maggior parte delle situazioni sociali; permette inoltre una comunicazione efficace delle proprie emozioni e dei propri sentimenti. In generale, nella comunicazione umana, è maggiormente rilevante il modo con cui si esprime un pensiero piuttosto che il contenuto, del pensiero stesso. La comunicazione assertiva, in particolare, migliora la capacità di far arrivare all’altro il proprio messaggio aumentando notevolmente la probabilità che esso venga considerato. Se si comunica con una modalità aggressiva o passiva il messaggio può non arrivare, perché le persone rischiano di prestare più attenzione alle modalità espressive adottate (e reagire a queste modalità di comunicazione) più che al contenuto del messaggio. Ad esempio, una persona che ha commesso un errore può continuare a difendere la propria posizione pur sapendo che è sbagliata, piuttosto che dare ragione a qualcuno che si pone in modo agguerrito e quindi aggressivo. L’ assertività rappresenta un indispensabile strumento relazionale, perché permette di:

  • aumentare l’ autostima,  la fiducia in se stessi e il senso di autoefficacia;
  • capire, riconoscere e gestire le proprie emozioni;
  • ottenere il rispetto degli altri;
  • migliorare la qualità degli scambi comunicativi;
  • creare situazioni in cui tutti “siano vincitori”;
  • efficientare la capacità di prendere decisioni  (decision making);
  • creare relazioni oneste;
  • incrementare il senso di soddisfazione in tutti gli ambiti di vita.

Essere assertivi è una condizione dell’essere liberi, dove per essere liberi non si intende un affrancarsi dai condizionamenti, ma un poter scegliere responsabilmente.
Franco Nanetti, La forza di ritrovarsi, 2002

PENSARE ASSERTIVAMENTE
Sviluppare un comportamento assertivo tuttavia non vuol dire solo padroneggiare delle abilità sociali verbali e non verbali, imparare delle frasi o dei comportamenti, vuol dire soprattutto pensare assertivamente: avere uno sguardo assertivo su di sé, sugli altri, sul mondo e sulle relazioni.


UN CAMBIAMENTO POSSIBILE

Non esistono persone sempre assertive, ma solo comportamenti assertivi, che possono essere manifestati da tutti. Ciononostante, è vero che esistono persone che tendono ad essere aggressive, passive o assertive nella maggior parte delle situazioni.
Michele Giannantonio e Anna Boldorini, Autostima, assertività e atteggiamento positivo, 2002

Alcune persone hanno una tendenza prevalente (grazie all’interazione tra fattori genetici, ambientali e relazionali) a comportarsi in maniera assertiva, tuttavia per la maggior parte degli individui l’assertività rappresenta un’abilità che può essere appresa. Le persone sviluppano uno stile di comunicazione/comportamento, duraturo e stabile nel tempo, in funzione delle esperienze, positive e negative, che hanno vissuto. Questi stili interpersonali sono cosi radicati, trattandosi di “lenti” attraverso cui si interpreta la realtà delle relazioni, che può addirittura essere difficoltoso riconoscere il proprio. Nonostante questa difficoltà, capita che la persona semplicemente, dopo tante delusioni, tanta insoddisfazione, tanta amarezza, si senta stanca della qualità delle proprie relazioni e desideri cambiare: tale cambiamento è possibile.

Per imparare ad essere assertivi c’è bisogno di tempo e di pratica. Se, nonostante gli sforzi di consapevolezza, di crescita, di introspezione compiuti,   l’ assertività e le relazioni non migliorano, la persona può considerare di rivolgersi a professionisti qualificati per intraprendere un percorso centrato sull’apprendimento delle competenze  necessarie per l’assertività (training di assertività). Il gioco vale la candela. Diventando assertiva la persona riuscirà a vivere pienamente e con maggior spontaneità i rapporti con gli altri, ad esprimere finalmente i propri bisogni e le proprie emozioni, a mettere sé stessa al centro delle relazioni che vive, nel pieno rispetto di sé e degli altri.

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Dott.ssa Silvia Darecchio, San Polo (PR) –  contatti

 

Cambiare o non cambiare? La paura della dipendenza, del giudizio, dello stigma

I principali ostacoli al cambiamento: la paura della dipendenza

Meglio sofferenti ma “liberi” o meglio più sereni ma “dipendenti” da qualcuno, magari per anni? Questo dilemma, se davvero esistesse nella mente di qualcuno, sarebbe privo di fondamenta: come può essere, infatti, veramente libera una persona che soffre? Come può esserlo una persona che non riesce ad essere autentica perché incastrata in una situazione problematica? D’altro canto è possibile che la relazione di aiuto si connoti come un rapporto di dipendenza? E’ verosimile che tale relazione possa basarsi sulla perdita della libertà?

L’idea di affidare sé stessi (e le proprie fragilità) ad un professionista può generare diverse paure: si può temere ad esempio, non solo, di perdere l’autonomia, ma anche di essere manipolati, di venire annullati, di sentirsi schiavi della relazione. Questo pregiudizio tuttavia è molto lontano dalla realtà.  Una delle finalità principali di un percorso di sostegno psicologico infatti è proprio l’accrescimento dell’autostima del paziente, affinchè egli possa sentirsi forte per autodeterminarsi, sicuro per prendere decisioni in autonomia, capace per mettere in campo tutte le risorse che possiede.
L’ art. 3 del Codice Deontologico degli Psicologi Italiani afferma che: “lo psicologo è consapevole del fatto che, nell’esercizio della professione, può intervenire significativamente nella vita degli altri; proprio per questo ha il dovere di prestare particolare attenzione ai fattori personali, sociali, organizzativi, finanziari e politici del cliente/paziente, onde evitare di influenzarlo e di utilizzare indebitamente la sua fiducia e le eventuali situazioni di dipendenza e fragilità indotte dal disagio.”
L’ art. 4, dello stesso Codice, sottolinea, inoltre, che: “nell’esercizio della professione, lo psicologo rispetta la dignità, il diritto all’autodeterminazione e all’autonomia di coloro che si avvalgono delle sue prestazioni; ne rispetta opinioni e credenze, astenendosi dall’imporre il suo sistema di valori.”

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I principali ostacoli al cambiamento: la paura del giudizio

Una paura che può ostacolare il benessere psicologico, in generale, e la richiesta di aiuto, in particolare, è il timore di essere criticati. Oggi più che mai, in una società basata sull’apparenza e sulla perfezione psicofisica, essere se stessi comporta un’enorme fatica. Sentire il bisogno di essere approvati e avere paura di essere giudicati è una condizione che causa sofferenza e frustrazione e impedisce di essere felici. Chi si preoccupa eccessivamente del giudizio degli altri comincia a perdere se stesso, a indossare mille maschere, a comportarsi in maniera goffa e troppo rigida, sta bene solo quando riceve delle conferme positive dall’esterno ma appena queste vengono a mancare, crolla il mondo, le false certezze si sgretolano.

La paura del giudizio è una paura subdola, dal momento che rappresenta un “doppio ostacolo”, condiziona infatti non solo la vita di chi la sperimenta costantemente, ma anche i tentativi messi in atto per richiedere aiuto. Tuttavia, è giusto specificarlo, lo psicologo basa i propri interventi sulla “sospensione del giudizio”, cioè non giudica; la sua professionalità non contempla la possibilità di valutare il modo di vivere del paziente/cliente. Perché sa che ogni pensiero, ogni comportamento, ogni atteggiamento assunti da un individuo sono, in qualche maniera, utili, necessari e funzionali per la sua sopravvivenza.

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I principali ostacoli al cambiamento: la paura dello stigma

Infine, la paura di “essere matti”. Il disagio è presente nella nostra cultura e dobbiamo accettarlo. Vivere una difficoltà psicologica non significa “essere matti”. Significa che qualcosa nella vita non sta funzionando come dovrebbe, o come si vorrebbe, e che non si possiedono le risorse psicologiche e mentali per affrontare il problema. Nella storia della psicologia ci sono state grandi evoluzioni e si sono raggiunti importantissimi traguardi, primo tra tutti il considerare il disagio psicologico alla stregua di qualsiasi altra patologia organica: le problematiche psicologiche possono essere superate, le patologie psicologiche possono essere curate, le difficoltà psichiche hanno dimostrato di essere quanto mai democratiche, chiunque infatti  nel corso della propria esistenza può trovarsi ad affrontarle.  La consapevolezza di essere portatori di un disagio psicologico e la decisione di consultare uno psicologo sono il primo passo verso l’accettazione di se stessi e verso il proprio benessere psicofisico.

“Ma se si viene a sapere che ho dei problemi?” oppure “Se qualcuno scopre che vado dallo psicologo?” Queste domande sono rivelatrici della paura dell’ essere stigmatizzati, dell’essere etichettati, marchiati, bollati. È utile ricordare che sul disagio è possibile lavorare, che le paure possono essere superate, che il benessere può essere recuperato, correndo dei piccoli rischi.

A tutela dei pazienti/clienti ogni psicologo è strettamente tenuto al segreto professionale. L’ art. 11 del Codice Deontologico recita infatti: “Non può rivelare a nessuno notizie, fatti o informazioni apprese dal cliente/paziente nel rapporto professionale con lui, neanche può informare alcuno circa le prestazioni professionali effettuate o programmate” . Questo significa che lo psicologo non può rivelare alcuna informazione su ciò che gli viene riportato in seduta o sul fatto che quella persona sia (o sia stata) un suo paziente. Gli unici a poter decidere di parlare del proprio percorso psicologico, della propria esperienza, sono i pazienti stessi.

 

 

Cambiare o non cambiare? La paura delle emozioni

I principali ostacoli al cambiamento: la paura delle emozioni 

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Strettamente connessa con la paura del giudizio è la paura di esprimere le proprie emozioni. Parlare di come ci si sente, dare un nome a un’emozione che si sta provando, ci mette nella condizione di diventare consapevoli e di entrare in contatto con l’emozione stessa. E questo può generare un’enorme paura, perché le emozioni non sempre sono semplici da gestire.

Questa è una problematica quanto mai attuale e deriva dal fatto che il ventaglio di emozioni con cui si impara a convivere oggi sembra essere in qualche modo limitato. Limitato, ad esempio, dalla facilità con cui si reperiscono sostegni tecnologici per intrattenere i nostri bambini, perdendo così tutto un mondo di giochi, chiacchiere, condivisione… Limitato dall’incapacità di un adolescente di capire come mai i suoi genitori si mostrino così preoccupati per lui ma non facciano niente per comprenderlo emotivamente.

La povertà delle nostre emozioni dipende da ciò che socialmente e culturalmente viene accettato e condiviso, da ciò che è ritenuto giusto o sbagliato. La nostra intelligenza emotiva è erroneamente costruita sull’ormai obsoleta convinzione che soltanto i figli dovrebbero apprendere dai genitori. In realtà dovremmo essere noi adulti ad imparare ad accettare la rabbia, il disgusto, la disperazione: emozioni che vengono considerate scomode, inopportune, scorrette, malate. In un mondo così fortemente contraddittorio, dobbiamo diventare capaci di convivere con emozioni fortemente contrastanti tra loro. Ogni emozione è un segnale, una reazione della mente a uno stimolo e, in quanto tale, va ascoltata, va esperita, va compresa. E questo può fare tanta paura.

 

Cambiare o non cambiare? La paura del fallimento

I principali ostacoli al cambiamento: la paura del fallimento 

“HO PAURA DI FALLIRE”: il pessimismo potrebbe nascondere la convinzione di non avere diritto a ricevere aiuto. Questo pensiero rivela un grave deficit dell’autostima, che porta spesso il soggetto a ritenersi una nullità, una persona inutile e incapace, indegna di qualsiasi tipo di felicità. È come entrare in un  circolo vizioso in cui l’autopunizione mentale sembrerebbe essere l’unico rimedio al proprio senso di colpa.

“HO PAURA DI APPARIRE DEBOLE”: per altri, accettare di non potercela fare da soli e richiedere l’aiuto di un professionista può risultare irritante, offensivo. Anche queste persone, seppur in un’ottica diametralmente opposta, sentono la loro autostima fortemente sotto attacco.

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La paura che sottostà a questi due tipi di pensiero così diversi, in realtà, è la medesima: la paura del fallimento.

Per non correre questo rischio, spesso è più semplice pensare che i problemi si risolvano da soli, che il periodo passerà, che l’ansia se ne andrà… Il fatto di dover chiedere aiuto, per moltissime persone rappresenta un fallimento. In realtà, decidere di affrontare un percorso psicologico denota un grande coraggio, la voglia di mettersi alla prova e di ricominciare, il reale desiderio di stare meglio, e, soprattutto, la forza di credere in se stessi. E questo rappresenta una vittoria, già in partenza.

 

Indizi di tradimento… forse

Il manuale “180 Telltale signs mates are cheating and how to catch them”  (180 segnali che svelano il tradimento e come far uscire allo scoperto il traditore) di Raymond B. Green, ex investigatore, e di Marcella Bakur Weiner, psicoterapeuta e psicoanalista americana (docente presso l’Università di Fordham e presso il Manhattan Marymount College e scrittrice prolifica), pare offrire un aiuto concreto per scoprire i “fedifraghi”.

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Indizi di tradimento

Da qualche tempo il vostro partner si comporta in modo “strano”? Risponde al cellulare più veloce di un giaguaro, magari scomparendo in un’altra stanza? Rincasa più tardi del solito e, alle vostre lecite richieste di spiegazioni, farfuglia risposte oltremodo vaghe? Evita di guardarvi negli occhi? Oppure offre spiegazioni generose, talmente sciolte e plausibili, da sembrare la recita di un copione? Guardatevi dal sospettare di ogni cosa, ma se i dubbi paiono avere un fondamento concreto, siete autorizzate ad approfondire, per scoprire la verità.

Ecco 10 segnali che, secondo gli autori del manuale “180 Telltale signs mates are cheating and how to catch them”, potrebbero rivelare un tradimento. 

1. Le sue abitudini cambiano improvvisamente:

se da un giorno all’altro il vostro partner freme per portare fuori la spazzatura, il cane, il cane del vicino, ecc… o per farvi il piacere di andare al supermercato al posto vostro, o per andare a comprare le sigarette (pur non fumando!), allora il sospetto pare essere legittimo.

2. I regali:

può sembrare brutto diffidare di un presente ma, se in dieci anni non vi ha mai regalato nemmeno un gianduiotto, e ora più o meno ogni giorno si presenta con un dono, forse sta cercando di rimediare a qualcosa?

3. La freddezza:

il partner è freddo, disinteressato, distratto. Vi presta meno ascolto del solito. Che stia pensando ad un’altra persona?

4. Ipercriticità:

cerca continuamente pretesti per litigare, diventa ipercritico nei vostri confronti senza un motivo, niente di quello che fate gli sta bene. Attenzione, il partner potrebbe non essere in grado di assumersi la responsabilità di lasciarvi, se improvvisamente si  comporta così forse sta cercando un modo facile per farsi lasciare. Esistono tuttavia donne a cui piace il maltrattamento verbale, alcune  lo trovano perfino stimolante; potrebbe rivelarsi quindi una strategia fallimentare…

5. Smarrimento ed imbarazzo:

se il “vostro” uomo è incapace  di nascondere la colpa, fate qualcosa di molto tenero nei suoi confronti e gli leggerete in faccia lo smarrimento e l’imbarazzo. Scoprire un tradimento potrebbe essere più facile del previsto!

6. Tracce:

se il vostro partner è di solito distratto e disordinato, gestire una vita segreta gli lascerà addosso qualche traccia che voi troverete senza troppi sforzi. Mentre i sospetti logorano, la certezza di un tradimento vi autorizza a logorare lui.

7. “Non farmi il terzo grado”:

una risposta del genere a una qualunque innocente richiesta di spiegazione a un ritardo o telefonata sussurrata che sia, potrebbe equivalere ad una confessione firmata? Ai posteri…

8. Gli amici:

i vostri amici comuni possono essere molto preziosi. Se anche loro notano qualcosa di diverso nella coppia, o se vi accorgete che la sua cerchia più stretta ha cambiato atteggiamento verso di voi, è probabile che le vostre non siano solo paranoie: qualcuno potrebbe sapere qualcosa e tacere.

9. Il sesso:

attenzione anche ai cambiamenti nella sfera sessuale: più o meno fantasia a letto possono essere spie utili per intuire se non si stia esercitando altrove, o non arrivi al talamo coniugale già placidamente appagato.

10. Franchezza:

infine, indagare su qualcuno che vi fa sorgere un sospetto ragionevole può essere legittimo, tuttavia sfinire il compagno con accuse che nascono solo dall’ insicurezza personale, non è ammissibile e lo farà stancare molto in fretta. Cercate sempre di parlate in modo aperto e franco dei vostri dubbi con il diretto interessato. Dalla sua reazione potrà partire (o meno),  l’”indagine”.

 

Cambiare o non cambiare? La paura del cambiamento

I principali ostacoli al benessere psicologico: la paura del cambiamento 

  • IL DOLORE COME “COPERTA DI LINUS”: anche se riconosciamo l’inadeguatezza di certi nostri pensieri e comportamenti che, in definitiva, ci causano insoddisfazione, senso di fallimento e dolore, siamo sempre molto restii a modificarli. Essi infatti ci accompagnano da una vita intera, fanno parte di noi, ci fanno sentire al sicuro e rappresentano l’ “individualità” da portare nel mondo e per la quale il mondo ci riconosce. Il cambiamento, da questo punto di vista, prefigura una dolorosa separazione da qualcosa di familiare, da qualcosa che siamo capaci di gestire, anche se provoca disagio e sofferenza in noi e nelle persone che ci circondano.
  • IL DOLORE COME UNICA CERTEZZA: il timore è, per tante persone, quello di mettere in discussione un equilibrio faticosamente raggiunto, per altre è quello di andare verso l’ignoto, poiché non si ha la garanzia di cambiare in positivo: il cambiamento, di per sé, rappresenta un rischio. Altri pensano che sia meglio “non toccare alcuni tasti”, per paura che la situazione peggiori.
  • DOLORE E VITA COME SINONIMI: talvolta, la paura del cambiamento può essere celata dal pessimismo. Tante persone sono convinte che niente e nessuno potrebbero aiutarle a risolvere i loro problemi, ai quali non c’è soluzione.

Bisogna tener presente che la mente tende sempre a salvaguardare i pensieri che genera, anche se negativi, piuttosto che a confutarli. Questa trappola non ci consente di affrontare il disagio ma, al contrario, mantiene la situazione di difficoltà in un equilibrio fragile e precario.

 

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Lo psicologo fa in modo che possano essere elaborati anche i temi più complessi, in uno spazio privato, protetto e condiviso, accompagnando e sostenendo la Persona lungo questo percorso impegnativo ma necessario.

Psicologo: quando e perché

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Rivolgersi allo psicologo è un atto che, spesso, si realizza solo dopo estenuanti riflessioni, connotate da ansia, paura, apprensione, riluttanza, rabbia, frustrazionevergogna, ecc… Se a ciò si aggiungono:

  • la diffidenza verso la figura dello psicologo;
  • il sospetto nei confronti di un percorso basato sulla parola;
  • la convinzione che tutti siano o possano essere “un pò psicologi”;
  • il pregiudizio che andare dallo psicologo sia economicamente proibitivo;
  • la credenza, derivata principalmente dalla psicanalisi, che un percorso di sostegno (o consulenza) sia senza fine e debba durare anni…

Ecco che la tendenza ad affrontare da soli tutti i problemi  (accompagnata da pensieri del tipo: “I problemi della testa, si risolvono con la forza di volontà!”, “Domani andrà meglio…”, “E’ sufficiente parlarne col mio amico… che è tanto sensibile!”, “E poi sono fatto così, non posso cambiare!”, “Senza contare che ce l’ho sempre fatta da solo… sarà così anche questa volta…”, “Ma come fa un estraneo ad aiutarmi se non mi conosce?”, ecc… ) diventa la norma.


Quando andare dallo psicologo?

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Il momento decisivo è rappresentato dal comprendere che, per quel problema, l’aiuto dell’amico volenteroso ma impreparato, troppo coinvolto e parziale, non è più sufficiente; che è arrivato il momento di cambiare, che è arrivato il momento di chiedere aiuto perché le risorse sono esaurite;  che, proprio perché le risorse della mente non sono infinite,  è necessario, per ricominciare, che qualcuno ci porti a ritrovare quelle risorse. E che una persona competente, che non ci conosce, può aiutarci proprio perché ha una visione più oggettiva, più distaccata, più imparziale di noi e della situazione. 

In termini generali, l’aiuto di uno psicologo va cercato quando si attraversa un periodo di sofferenza psicologica che col tempo non passa, o forse peggiora, tanto da creare delle limitazioni, dei veri blocchi nella vita di ogni giorno, sul lavoro, con i familiari o con gli amici.

Brevemente, è opportuno andare dallo psicologo quando:

  • il malessere boicotta l’efficienza in ambito lavorativo;
  • lo stare male compromette le relazioni con le persone significative, causando ulteriore dolore;
  • nonostante l’aiuto di familiari ed amici,  i problemi non si sono risolti;
  • in presenza di patologie (soprattutto croniche), il medico o altri specialisti non hanno cambiato la situazione;
  • preoccupazione e tristezza sono sempre presenti;
  • si manifestano comportamenti o pensieri che non si riconoscono come propri e che non si riescono a controllare;
  • vengono evitate situazioni che prima non creavano alcun disagio;
  • il corpo è ostaggio di tensione, tachicardia, fiato corto, capogiri, insonnia, testa vuota (o pesante) e di altri sintomi fisici;
  • si è soliti ricorrere all’alcool o ad altre droghe per affrontare (o non affrontare) i momenti critici;
  • il malessere è così pervasivo da portare a pensare al suicidio come soluzione.

Perché andare dallo psicologo?

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Cercare un aiuto psicologico, a ben vedere, non è tanto diverso dal rivolgersi ad una persona competente rispetto a questioni specifiche, come accade quando si ha un guasto all’auto o si deve ristrutturare casa. Capire che la macchina ha bisogno del meccanico è decisamente semplice ed immediato!

Alcuni vanno dallo psicologo perché si sentono troppo spesso o da troppo tempo depressi o ansiosi. Alcuni perché tendono a reagire sempre con rabbia, ottenendo come risultato l’ allontanamento fisico ed emotivo delle persone care. Altri perché hanno bisogno di un sostegno per affrontare una malattia che piano piano li ha svuotati d’energia. Altri ancora perché sono in difficoltà a causa di una separazione, di un divorzio o di un lutto. Alcuni perché non possono fare a meno di usare violenza contro partner e figli; altri  perché non riescono ad allontanarsi dalle aggressioni, dai maltrattamenti e dalle umiliazioni subiti da un famigliare. Altri perché hanno così paura di essere criticati e di non essere all’altezza, che hanno rinunciato ad una vita sociale.

Rispetto a tutto questo, lo psicologo è il professionista che aiuta la persona ad aiutarsi. Agisce come un giardiniere: ripulisce il terreno dalle erbacce, fornisce acqua, luce e nutrimento alla pianta, posiziona un sostegno se la pianta è ripiegata su sé stessa… Tuttavia se la pianta cresce, dipende non solo dalle cure fornite, ma anche dal modo in cui la pianta reagisce. Mettere a frutto le risorse che si possiedono, trovare nuovi equilibri per soddisfare i propri bisogni e stare meglio sono obiettivi che si raggiungono in due. Recuperare il benessere è un obiettivo che poggia cioè tanto sulla competenza dello psicologo quanto sulla personalità di chi a lui si rivolge. Entrano in gioco nel processo, infatti, diverse caratteristiche personologiche del paziente: le modalità di elaborazione, la motivazione al cambiamento, la disponibilità ad abbandonare modi di pensare, di fare esperienza e di comportarsi che non sono (o non sono più) funzionali.


In cosa consiste un “percorso di sostegno psicologico”?

Vediamo ora, brevemente, in che cosa consiste un percorso di sostegno psicologico. L’obiettivo principale di questo tipo di percorso è quello di ottenere un sostegno per affrontare un periodo complesso o difficile della vita. Il disagio potrebbe essere rappresentato da un cambiamento personale necessario ma effettivamente molto complesso, come anche da una situazione di vita che è scomoda ma dalla quale proprio non si riesce a venire fuori.  Ancora, la sofferenza psicologica potrebbe derivare da difficoltà relazionali, o dall’incapacità di comprendere perché la vita, a volte, pone sfide così ardue.

Lo psicologo usa i propri strumenti (conoscenza, esperienza, empatia, comprensione, ascolto, ecc…) per accompagnare lungo un percorso impegnativo e difficile, ma di fondamentale importanza per il benessere, la crescita, il progredire personale e delle relazioni in cui la Persona è coinvolta. Nello studio dello psicologo si è liberi di dire e fare qualsiasi cosa si senta: parlare o stare in silenzio, ridere o piangere, esprimere tutte le emozioni o porre domande sulla vita. Qualsiasi cosa si porti in seduta è accolta serenamente e, alla luce di nuovi punti di vista, elaborata. Il percorso psicologico consente di acquisire consapevolezza rispetto al proprio sistema di interazioni al proprio funzionamento all’interno di queste dinamiche relazionali  e alle circostanze che causano sofferenza, disagio e blocco. Il cambiamento del proprio modo di vivere, la messa in discussione di alcuni aspetti di sé, la riconsiderazione di alcune scelte compiute,  richiedono impegno e fatica; tuttavia il beneficio che se ne trae è di un valore incommensurabilmente maggiore: trovare o ritrovare il proprio benessere.

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Principali ostacoli al benessere psicologico

  1. la paura del cambiamento
  2. la paura del fallimento
  3. la paura del giudizio
  4. la paura delle emozioni
  5. la paura della dipendenza
  6. la paura dello stigma

 


 

 

Quando si tradisce, quando si è traditi.

Il tradimento è un evento forte e traumatico che si abbatte pesantemente sulla coppia, compromettendone gli equilibri e la stabilità; tradire il partner significa distruggere il “noi” , paradigma della relazione.

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L’etimologia della parola “tradire” è latina, deriva da “tradĕre” che significa “consegnare (ai nemici). In origine, infatti, il tradimento era un “fatto militare”. Successivamente il termine si è esteso anche ad altri ambiti, fino ad assumere il senso odierno. Ha conservato tuttavia connotati fortemente negativi e dispregiativi: “tradire” significa, infatti, “mancare di fedeltà”, “abbandonare (il vecchio) per consegnarsi (al nuovo)”.


Le fasi dell’amore e il tradimento

Il rapporto di coppia è caratterizzato, a meno di accordi differenti tra le parti, da esclusività (sessuale e sentimentale) e da un certo grado di dipendenza. I partner,  cioè, stipulano tacitamente un contratto basato sulla fiducia e sulla fedeltà; una sorta di patto segreto che implica il soddisfacimento dei bisogni e delle aspettative di entrambi.

  • All’inizio di una relazione sentimentale, quando si è sopraffatti dall’ innamoramento, è raro tradire. L’innamoramento rappresenta, infatti, la fase in cui si attivano le nostre proiezioni sul partner: si trasferiscono sull’altro i nostri ideali e le nostre caratteristiche. Per questo il partner ci appare tanto unico e speciale ed essere infedeli, a quest’essere che incarna così perfettamente i nostri ideali, è un qualcosa che neppure ci sfiora. Tuttavia accade spesso che i desideri e le fantasie nascenti nell’innamoramento si trasformino in una prigione psichica per colui/colei che viene desiderato e “fantasticato”, e in una cocente delusione per colui/colei che ha fortemente idealizzato l’altro/a.
  • Quando si passa alla fase dell’amore adulto e maturo  l’altro viene visto per quello che è, con tutti i suoi difetti e le sue debolezze; crollano le proiezioni, le fantasie e la realtà dell’altro prende corpo. I bisogni e le aspettative disattesi, per alcuni individui, annullano il vincolo; pensare, cioè, che l’altro/a abbia fallito totalmente, nel renderli felici, significa la rottura del patto e la fine del progetto di vita insieme. In questa fase è elevatissima la probabilità di tradire, soprattutto in chi non sa affrontare la delusione della realtà, in chi ha troppo idealizzato il partner e non riesce a sostenere la maturità della costruzione di una coppia, meno idilliaca, ma più stabile, duratura ed appagante.

Le fasi della vita e il tradimento

  • ADOLESCENZA: nell’adolescenza il tradimento rappresenta il tentativo del soggetto
    di affermare la propria libertà, il proprio spazio di vita, i propri confini psicologici. L’adolescente manifesta con il tradimento del partner, inconsapevolmente, il rifiuto della dipendenza dai genitori. L’adolescenza, cioè, oltre ad essere una fase di sperimentazione sessuale, esprime, attraverso il tradimento, la volontà di affermare autonomia, a discapito di un’ unione che richiama quella simbiotica con i genitori. Attraverso l’infedeltà, inoltre, l’adolescente ricerca la conferma, narcisistica, del proprio valore e del proprio fascino, di cui ha disperato bisogno, in una fase delicata di costruzione dell’identità.

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  • “PRIMA” MATURITA’: per il giovane adulto (o comunque per il “giovane matrimonio”), che sta costruendo un nuovo nucleo familiare assumendosi impegni di convivenza e di costruzione di un progetto di coppia stabile, il tradimento esprime il bisogno interiore di rifuggire dagli impegni e dalle responsabilità che le decisioni assunte, comportano.
  • PIENA MATURITA‘: dopo anni di matrimonio, il tradimento rappresenta una gratificazione, narcisistica, nel confermare a se stessi il proprio fascino, nonostante l’età. L’uomo maturo tende a cercare avventure con donne più giovani per dimostrare a se stesso di essere ancora piacente e per poter vivere una seconda giovinezza. Similmente, per la donna matura il tradimento risponde al bisogno di veder confermata la propria femminilità, trasformata dai cambiamenti biologici ed ormonali.

Bisogni psicologici e tradimento.

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Le cause del tradimento sono sempre soggettive e specifiche, tuttavia, possono essere riconosciute delle macro-categorie di bisogni psicologici, generici e trans-generazionali, che portano i partner a scegliere il tradimento:

  • il BISOGNO DI CONFERMA: i soggetti, caratterizzati da un profilo psicologico insicuro e immaturo, tradiscono perché necessitano di costanti rassicurazioni e di  prove da superare. Vogliono cioè dimostrare a loro stessi di essere indiscutibilmente desiderabili e seducenti.
  • il BISOGNO DI PROVARE FORTI EMOZIONI SESSUALI: il bisogno di provare forti emozioni sessuali rispetto alla qualità dei rapporti sessuali vissuti con un partner di lunga data, magari poco soddisfacenti.
  • il BISOGNO DI INDIPENDENZA: l’infedeltà può rappresentare una difesa contro la paura di fusione che l’intimità di coppia evoca, oppure esprimere il rigetto della sensazione di essere dipendenti dal proprio partner.
  • il BISOGNO DI “DENUNCIARE” L’ INSUFFICIENZA DELLA RELAZIONE DI COPPIA, MANTENENDO UNA FACCIATA SOCIALE: il tradimento, spesso, è lo strumento attraverso cui si esternano all’altro tutti i problemi e le incomprensioni che sono rimasti celati, per non sconvolgere l’armonia della famiglia, nel tentativo disperato ed inconcludente di mantenere un’apparente facciata sociale. In questo caso l’infedele, che ha tenuto per sè i malcontenti rispetto alla relazione, non è stato in grado o non ha voluto instaurare un dialogo autentifico, atto risolvere le difficoltà di coppia.
  • il BISOGNO DI RIEMPIRE UN VUOTO ESISTENZIALE: alcune persone vivono il tradimento come un antidepressivo: una sorta di compensazione, funzionale a colmare dei vuoti profondi dettati dalla solitudine o da una perenne insoddisfazione interiore.
  • il BISOGNO DI CRESCITA: il tradimento può rappresentare anche una tappa del  percorso di maturazione e di evoluzione personale che può interessare  solo uno dei due partner. Se un membro della coppia ha affrontato un’esperienza prepotentemente trasformativa può accadere che anche lo schema di sé  sia cambiato e che siano emersi nuove priorità e nuovi bisogni che l’altro/a non è più in grado di soddisfare.
  • il BISOGNO DI TENERE SEPARATE LA SFERA AFFETTIVA DA QUELLA SESSUALE: esistono “traditori seriali”, individui per i quali essere infedeli rappresenta una costante. Spesso questi soggetti attuano una scissione tra sessualità e affettività, che diventano due dimensioni inconciliabili nella stessa relazione. Questo accade spesso negli uomini sposati che frequentano prostitute.

Vissuti psicologici del “tradito” e del “traditore”

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Certamente lo stato psicologico e i sentimenti provati dal partner infedele e da quello tradito sono molto diversi fra loroIl soggetto tradito, inizialmente, è fortemente sconvolto: il tradimento infatti rade al suolo le certezze e fa si che l’insicurezza e il senso di devastazione prevalgano. Può accadere anche che nella mente della persona tradita si creino pensieri ossessivi ed intrusivi circa il tradimento, morbosità rispetto ai dettagli dell’ “altra relazione”, urgenze di vario tipo. La ferita che lascia il tradimento è difficile che si rimargini completamente poichè resta, oltre alla  delusione, la consapevolezza che la fiducia sia stata compromessa. Permane la sensazione che nulla potrà essere come prima.  Se , tuttavia, sono presenti volontà e desiderio di continuare in entrambi, è possibile recuperare una “relazione tradita”. “Il tradito”, infatti, con il tempo e con un adeguato supporto, può trovare nel perdono dell’altro, quell’amore che aiuterà anche l’ “ex traditore”, a recuperare lo slancio per la continuazione del rapporto. Il “traditore”, che in un primo momento vive fortissimi sentimenti di colpa, da parte sua, grazie ad percorso di sostegno psicologico e forte di nuove consapevolezze, può trovare più di un motivo per riconquistare il  compagno/a e per ricominciare, da zero, a costruire la relazione.


In conclusione

L’ individuo, nella società del consumismo sessuale e sentimentale, è sempre più incline a salvaguardare i propri interessi personali rispetto a quelli della coppia. Se, nella relazione, qualche bisogno non viene corrisposto, pare che ognuno abbia il diritto di cercarne il soddisfacimento, in modo immediato e completo, con un altro partner, senza troppi pentimenti. Il sacrificio e l’impegno necessari per  la  realizzazione del progetto di coppia; la volontà di preservare il legame in crisi, attraverso il dialogo ed il compromesso, rappresentano aspetti di poco valore se rapportati all’ individualismo imperante, che oggi  tutto può. A seguito di un tradimento, tuttavia, non tutto è perduto, allorché ci sia l’intenzione di entrambi di proseguire e di valorizzare il rapporto, è possibile, non solo recuperare la relazione ma anche darle un senso nuovo.

Intraprendere un percorso psicologico di coppia (o individuale per entrambi) significa:

  • mettersi in gioco;
  • impegnarsi concretamente per dare alla relazione una chance, soprattutto se sono coinvolti dei bambini;
  • dare priorità al rapporto;
  • investire energie nella relazione;
  • acquisire delle competenze relazionali (atte a realizzare una comunicazione sincera,  costruttiva, in grado di esprimere in modo assertivo bisogni e insoddisfazioni);
  • imparare ad essere sinceri ed autentici con il partner;
  • imparare a realizzare un dialogo di coppia costante ed efficace (che consenta di ripartire insieme cresciuti, per vivere una nuova relazione, finalmente solida e soddisfacente).

 

Dott.ssa Silvia Darecchio  – Psicologa – San Polo di Torrile (Pr)  contatti