Burnout: sindrome da stress lavoro-correlata riconosciuta dall’OMS

LA NOTIZIA: BURNOUT E OMS

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E’ notizia di quest’ultima settimana che l’Organizzazione Mondiale della Sanità, dopo decenni di studi, ha riconosciuto il burnout come una sindrome diagnosticabile, caratterizzata da una costellazione di sintomi e segni variabili, non riconducibili ad una causa comune. Inizialmente l’agenzia speciale delle Nazioni Unite aveva lasciato intendere che si trattasse di una malattia (con sintomi ripetitivi ed una causa certa) dopo averla inserita erroneamente per la prima volta nel relativo elenco. Poi, con più dati a disposizione, ha specificato che resta un fenomeno occupazionale (stress da lavoro) per il quale è possibile, oltre ad una diagnosi, una cura. 

MA COSA E’ IL BURNOUT?

Il termine inglese burnout (in italiano “scoppiato”, “crollato”, “spento”, “esaurito”) viene utilizzato per descrivere una sindrome caratterizzata da progressiva perdita di ideali, energia, propositi e scopi che si determina sui luoghi di lavoro.

Il primo ad occuparsi di burnout è stato lo psicologo Herbert Freudenberger nel 1974.

IL BURNOUT E’ UNO “STATO DI FRUSTRAZIONE NATO DALLA DEVOZIONE AD UNA CAUSA, AD UNO STILE DI VITA, AD UNA RELAZIONE CHE HA MANCATO DI PRODURRE LA RICOMPENSA ATTESA.”  H.J. FREUDENBERGER

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La sindrome del burnout, inizialmente associata solo alle professioni sanitarie e assistenziali, è oggi riconosciuta come associata a qualsiasi contesto lavorativo con alte condizioni stressanti. Secondo l’Istituto Nazionale della Salute Americano, chiunque può soffrirne, dalla celebrità alla casalinga, passando per le persone in carriera, agli impiegati sovraccaricati di lavoro. Molti studiosi considerano questa sindrome non solo come una condizione di sofferenza individuale legata al lavoro (stress lavorativo), ma anche come un problema di natura sociale provocato da dinamiche sociali, politiche ed economiche; la sindrome può infatti interessare il singolo lavoratore, lo staff nel suo insieme, l’azienda ma anche le istituzioni (per esempio i Vigili del Fuoco, i Militari, le Forze dell’Ordine ecc.).

IL BURNOUT COME SINDROME DA STRESS LAVORO-CORRELATA

Sappiamo che lo stress agisce a livello globale sul funzionamento dell’organismo danneggiando e incidendo negativamente sulla salute.  Nella situazione di burnout, il lavoratore, oltre a sperimentare un forte stress (concausa del disturbo), arriva a rinnegare le motivazioni emotive che lo avevano portato a scegliere quel lavoro. Maslach e Leiter (1997) hanno definito il burnout come una erosione dell’impegno nel lavoro, laddove l’impegno è caratterizzato da fattori quali: l’ energia, il coinvolgimento e l’ efficacia. Impegno e burnout allora, possono essere immaginati come le due estremità opposte di un continuum.

Le dimensioni tipiche del burnout sono:

  • Esaurimento: è la prima reazione ad una condizione di stress estremo. La persona sente di essere “esaurita” quando si accorge di aver oltrepassato il proprio limite emozionale e fisico: si sente incapace di rilassarsi, di recuperare, prosciugata, manca dell’ energia necessaria per affrontare novità e sfide.
  • Cinismo: tale atteggiamento rappresenta il tentativo di proteggere se stessi dall’esaurimento e dalla delusione. La persona assume un atteggiamento freddo e distaccato nei confronti del lavoro e delle persone (colleghi, utenti, ecc…), per mettersi “al riparo”. Questo atteggiamento di indifferenza viene adottato per ridurre al minimo il proprio coinvolgimento emotivo nel lavoro e per mettere da parte (fino a rinnegare) i propri ideali e valori. Un atteggiamento così negativo può compromettere seriamente il  benessere di una persona, il suo equilibrio psico-fisico e la sua capacità di lavorare.
  • Inefficienza: è la conseguenza ultima del processo e si realizza quando la persona perde fiducia nelle proprie capacità e in sé stessa. Quando in una persona cresce la sensazione di inadeguatezza, qualsiasi progetto nuovo viene vissuto come opprimente. Il lavoratore ha l’impressione che il mondo trami contro ogni suo tentativo di fare progressi, e quel poco che riesce a realizzare, appare insignificante. Inutile e troppo difficoltoso diventa allora impegnarsi ulteriormente.

SINTOMI

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La sindrome si distingue dallo stress, così come si distingue dalla nevrosi, in quanto disturbo non della personalità ma del ruolo lavorativo. E’ caratterizzata da manifestazioni quali:

  • nervosismo,
  • irrequietezza,
  • apatia,
  • indifferenza,
  • cinismo,
  • ostilità.

Dal punto di vista clinico (psicopatologico) i sintomi del burnout sono molteplici, richiamano i disturbi dello spettro ansioso-depressivo, sottolineano la particolare tendenza alla somatizzazione e allo sviluppo di disturbi comportamentali.  Il soggetto colpito da burnout manifesta:

  • Sintomi aspecifici: insonnia, stanchezza, apatia, nervosismo, irrequietezza, esaurimento ;
  • Sintomi somatici: insorgenza di varie patologie (ulcera, cefalea, disturbi cardiovascolari, difficoltà sessuali ecc.)
  • Sintomi psicologici: irritabilità, aggressività, rabbia, risentimento, estrema difficoltà ad andare al lavoro ogni giorno, indifferenza, depressione, bassa stima di sé, senso di colpa, sensazione di fallimento, negativismo, sospetto e paranoia, rigidità di pensiero e resistenza al cambiamento, isolamento, sensazione di immobilismo, difficoltà nelle relazioni, cinismo, atteggiamento colpevolizzante e critico nei confronti dei colleghi e degli eventuali utenti.

Inoltre il burnout, molto spesso, porta il soggetto ad abuso di alcool, di psicofarmaci o fumo.

LE CAUSE INDIVIDUALI ED AMBIENTALI 

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Superficialmente si ritiene che il burnout sia esclusivamente un problema dell’individuo: le persone manifesterebbero tale disturbo a causa di “difetti” della loro personalità, dei loro comportamenti o delle loro competenze. In base a questo punto di vista, gli individui rappresentano il problema, e la soluzione sta nel lavorare su di loro o nel sostituirli. Vari studi hanno invece dimostrato come il burnout sia un problema sistemico: delle interazioni multidimensionali tra il lavoratore e il contesto sociale e organizzativo in cui il lavoratore stesso opera. Il lavoro (contesto, contenuto, struttura, ecc) infatti modella il modo in cui le persone interagiscono tra di loro e il modo in cui ricoprono la propria mansione. Quando l’ambiente di lavoro non riconosce l’aspetto umano, il rischio di burnout aumenta.

Alcune delle cause specifiche sono:

  • gratificazioni insufficienti;
  • scarsa remunerazione;
  • assenza di equità;
  • sovraccarico di lavoro;
  • mancanza di controllo;
  • crollo del senso di appartenenza;
  • valori contrastanti.

Fattori che possono determinare la sindrome

  1. Fattori del contesto e della struttura organizzativa

Esistono delle specifiche condizioni, legate all’ambiente di lavoro e all’organizzazione interna della struttura lavorativa, che aumentano il rischio di burnout, intensificando tensioni, stress e demotivazione. Tra queste troviamo:

  • il conflitto di ruolo:  si ha quando il lavoratore ritiene che le richieste che gli vengono rivolte siano incompatibili con il proprio ruolo professionale;
  • l’ ambiguità circa il proprio ruolo: si ha quando il lavoratore ha ricevuto/riceve insufficienti informazioni rispetto alla propria posizione/mansione;
  • la struttura di potere: riguarda il modo in cui vengono prese le decisioni nell’ambito lavorativo e la possibilità che ha l’individuo di parteciparvi;
  • il sovraccarico:  si ha quando all’individuo viene assegnato un eccessivo carico di lavoro/responsabilità, che non gli permette di svolgere serenamente e con soddisfazione la propria mansione;
  • la mancanza di stimolazione: si riferisce alla monotonia dell’attività lavorativa;
  • la turnazione lavorativa: la turnazione e l’orario lavorativo possono favorire l’insorgenza della sindrome; questo avviene più frequentemente nel personale che lavora secondo turni che non permettono di recuperare le energie necessarie;
  • retribuzione inadeguata.
  • 2. Fattori individuali 

Esistono dei tratti di personalità che rendono alcune persone più vulnerabili allo stress lavoro-correlato e quindi al burnout. Queste caratteristiche individuali interagendo con situazioni lavorative poco sensibili al “fattore umano”, possono portare con maggior frequenza al manifestarsi della sindrome. Tra queste abbiamo:

  • l’ introversione;
  • l’autoritarismo;
  • la tendenza a porsi obiettivi irrealistici;
  • uno stile di vita iperattivo;
  • l’abnegazione al lavoro (che arriva a sostituire la vita sociale);
  • il pensarsi indispensabili;
  • le motivazione e le aspettative professionali.

Esiste poi un tratto di personalità che è correlato alla sindrome, e cioè il tipo A: competitivo, ambizioso, aggressivo, puntuale, frettoloso, esigente con se stesso e con gli altri.

3. Fattori socio-demografici

  • differenza di genere: le donne sono più predisposte degli uomini;
  • età: nei primi anni di carriera si è più predisposti allo sviluppo della sindrome;
  • stato civile: le persone senza un compagno stabile sono più predisposte.

Per evitare che tale sindrome deteriori sia la vita lavorativa, sia la vita privata, bisogna intervenire velocemente e con efficacia.


Dott.ssa Silvia Darecchio – San Polo Parma (contatti)

 

 


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Separazione, perdita, lutto

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Il lutto fa parte della vita; ognuno di noi senza eccezioni prima o dopo, si confronta, durante la propria esistenza, con l’esperienza della perdita. Le teorie psicodinamiche hanno fornito importanti contributi anche rispetto a questo complesso nucleo tematico analizzando, profondamente, le dinamiche legate (cioè sottese) alla perdita dell’ “oggetto”: l’oggetto della relazione, l’oggetto d’amore, l’oggetto delle pulsioni a cui eravamo legati e su cui  “abbiamo investito”, addirittura, parti di noi. Tanto è vero che, quando subiamo un lutto, è come se perdessimo un pezzo. Quindi, tutto il lavoro di elaborazione del lutto, ovvero il lavoro per “digerirlo”, affrontarlo e uscirne, oltrepassando la soglia di questa esperienza, sta proprio nel poter ritirare a sé, progressivamente, la parte di noi che avevamo investito su quella persona (o su quel progetto, o su quella relazione o su quel lavoro) e riportarla dentro di noi. Certamente, mentre a livello teorico, può essere semplice comprendere cosa ci accada quando perdiamo per sempre qualcuno o qualcosa, nella pratica e nella realtà, tutti sappiamo quanto questa esperienza possa condizionare la vita di un individuo, anche per anni. Come psicologa mi trovo spesso di fronte a persone che, pur arrivando da me per un “sintomo altro” (di tipo somatico o legato all’ ansia ad esempio), dopo un certo lavoro fatto insieme sulle emozioni provate nel qui ed ora, facciano col tempo emergere un lutto, o più genericamente una perdita, magari accaduta dal punto di vista della loro biografia, anche molti anni prima (anche 30 anni prima) ma mai completamente elaborata.


Il tempo del lutto: oggi e nel passato

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La mancata o la parziale elaborazione di un lutto può essere causata anche da un’epoca, la nostra, che lo rifugge. Diverso era ciò che accedeva nell’antichità: la vita e la morte erano scandite da rituali, da atti simbolici, da procedure, da gesti privati o condivisi con l’ intera comunità. Non che oggi non ci siano in assoluto, tuttavia, appare evidente come siano stati svuotati di significato; come tranne in rari casi, siano frettolosi, siano vissuti come delle pratiche da sbrigare, piuttosto che come delle esperienze da vivere pienamente. Può essere di aiuto pensare a come fosse preparato un funerale nell’antica Grecia e, in particolare, pensare all’uso dei “lacrimatoi”: quelle ampolle di vetro finissimo e delicatissimo in cui venivano raccolte e custodite le lacrime. Esiste, a questo proposito, una famosa frase di Cicerone che dice: “Niente più di una lacrima si asciuga velocemente”, che sottolinea come le lacrime versate debbano avere un tempo, che non è neanche così lungo in verità, per potersi asciugare. Tant’è che l’utilizzo dei lacrimatoi segnava il tempo del lutto: le lacrime venivano raccolte come qualcosa di prezioso, come “il luogo” in cui era racchiuso effettivamente, il senso profondo di quella relazione, di cui bisognava vivere la perdita fino in fondo. Poi, quando le lacrime si asciugavano, quando il lacrimatoio tornava ad essere asciutto per evaporazione delle lacrime, il tempo del lutto era cambiato. Perché il lutto è un processo e, come tale, ha delle fasi.


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Il lutto è un processo: le fasi

Le fasi del processo luttuoso sono oggi ben conosciute. La prima fase è una fase di negazione, di difesa profonda, di dissociazione da quanto è accaduto: “Non mi sembra vero”, “Un attimo mi sembra che sia ancora tutto come prima e l’attimo dopo mi rendo conto che tutto è finito…”. Vale la pena precisare che il lutto non è una conseguenza solo di una perdita decisa da altri, o decisa da una malattia o da una morte improvvisa; la persona lo vive anche quando lei stessa sceglie di lasciare andare qualcosa o qualcuno (con tutte le difficoltà che questo comporta, nonostante la consapevolezza della necessità del gesto). Accade quindi che durante la prima fase del processo si sperimenti una sorta di alternanza tra quello che è in essere e quello che era prima, un’ alternanza rapida tra presente e passato che lascia letteralmente sbigottiti. Subentrano poi altre fasi: il contatto con il dolore, con la sensazione di essere vuoti e mancanti si associa alla rabbia: rabbia perché si è stati lasciati, rabbia perché quella persona se n’è andata troppo presto, rabbia per l’impotenza di non averla potuta aiutare, nel caso di una grave malattia. Il processo del lutto di per sé, con tutte le sue sfumature e le sue fasi, è del tutto normale.

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Il DSM (il manuale statistico diagnostico dei disturbi mentali) riconosce infatti che non si possa parlare di un disturbo, cioè di qualcosa che sia al di fuori della fisiologia, prima che sia passato almeno un anno (altri studi dicono due anni) dall’evento luttuoso. E’ perciò del tutto errato parlare di patologia per la persona che soffre e patisce per una perdita se si trova all’interno di quel tempo – cosiddetto – “fisiologico” che è perfettamente naturale e proprio della specie uomo. Anche questo ci dice che il tempo del lutto è un tempo da vivere. In passato gli antichi lo sapevano bene e lo celebravano con rituali e atti di commiato catartici; in passato esisteva il tempo per soffrire, per stare nel vuoto e per stare nella mancanza. Oggi è molto più difficile vivere pienamente il tempo della perdita perché si corre sempre, perché dopo il funerale c’è un altro impegno o perché, già durante il funerale, dobbiamo mettere una foto su facebook dove, in maniera grottesca, gli altri, per manifestarci la loro vicinanza, cliccano “mi piace”; tuttavia si capisce immediatamente come tutto questo non risponda affatto ai nostri bisogni profondi e anzi, rispetto all’emozione che proviamo in quel momento, risuoni in modo stonato, dissintono, appunto.


La dimensione rituale del lutto: come superarlo

Genericamente è possibile affermare che, in realtà, non esiste un’esperienza positiva o negativa del lutto, ma che esiste il modo in cui la viviamo. Per chiarire: un lutto può sicuramente essere connotato come un esperienza negativa perché produce delle emozioni che noi non vorremmo sentire: la tristezza, la rabbia, il senso di smarrimento, il senso di vuoto, anche la paura. Tuttavia nel momento in cui viviamo tutte queste emozioni, nel momento in cui entriamo in esse e ci diamo il tempo e il permesso  di sentirle (e se non ce lo danno, ce lo prendiamo), allora tutto cambia. Perché il lutto è anche un’ iniziazione. Diceva Tiziano Terzani, poco prima di morire, al figlio: “Ricordati che ci si parla anche nel silenzio”. Il lutto può diventare, allora, anche l’occasione di entrare in quei “territori” dove nella vita quotidiana non entriamo, là dove non ci si parla più con le parole, là dove si toccano gli “strati invisibili”: i posti segreti del cuore. In realtà è tutto dentro al nostro cuore. Le persone che noi amiamo, le esperienze che abbiamo fatto, le emozioni che abbiamo provato sono custodite nell’archivio del cuore, costantemente. Dobbiamo soltanto prenderci il tempo di stare lì.

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Quando è possibile, è importante anche vivere il tempo dell’ addio: è importante, ad esempio, che i famigliari di una persona, portatrice di una malattia con diagnosi infausta, stiano con lei emotivamente, fino alla fine. Mi riferisco in particolare ad una paziente che si è rivolta a me in concomitanza della malattia del padre, a cui lei era molto legata, proprio nell’ultimo mese in cui il padre era ancora in vita. Lei mi diceva: “vorrei fuggire, vorrei non stare in quella camera, di fianco a lui che soffre… so che se ne andrà”. Tuttavia l’ho spinta a restare li e a vivere, momento per momento, quello che stava accadendo; a superare la paura di sentire che noi essere umani abbiamo costantemente, essendo sempre così spaventati dal sentire e così timorosi di essere invasi dall’intensità di qualcosa. Dopo diversi mesi che il padre era mancato e dopo tutto il dolore provato, la paziente, durante una seduta mi ha detto: “le sembrerà incredibile che io lo dica, ma quel mese, passato al capezzale di mio padre, è stato una delle più belle esperienze della mia vita; non perché io abbia gioito ovviamente, ma perché io e mio padre, in quei momenti, eravamo veramente vicini, uniti come non lo siamo mai stati.”

Possiamo pensare al lutto allora come ad un’ esperienza dell’ Essere umani, di grande peso e profondamente rivelatrice, per la nostra esistenza: noi non siamo qui per essere persone tiepide e non siamo qui per galleggiare sulla superficie delle cose o per abitare solo la dimensione del fare, probabilmente siamo qui per essere innanzitutto degli esseri senzienti (nati cioè per sentire) e per essere intensi. Il lutto, in quest’ottica, può essere vissuto come un rito, doloroso certamente, ma un rito profondissimo di iniziazione a degli strati più sottili della nostra esistenza che come ben sappiamo, non sarebbe tale, se non esistesse la morte. Ritengo, in base alla mia esperienza professionale e di vita, che l’aiuto che uno specialista può fornire, nel vivere un lutto, debba seguire questa direzione: aiutare la persona a sentirsi parte di un rito di iniziazione che permette all’essere umano di sentire qualcosa di autenticamente umano, qualcosa che è molto profondo dentro di noi e che rappresenta paradossalmente una grande ricchezza anche se, o meglio, proprio perché, in quel momento si versano delle lacrime.

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Dott.ssa Silvia Darecchio – Psicologa  (contatticonsulenza)

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Preadolescenti e adolescenti: dal diario segreto ai social network

Nell’ epoca in cui le immagini, le parole, i pensieri, le emozioni, i comportamenti sono implacabilmente condivisi; in un momento storico in cui tutto è social, tutto è pubblico, tutto è esibito, il vecchio caro diario segreto rappresenta ancora uno strumento utile per crescere?

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La risposta è: ” SI” e vediamo perchè… Scrivere il diario segreto aiuta i ragazzi a:

  1. avere uno spazio di sperimentazione, differenziazione e di emancipazione rispetto ai genitori e alla famiglia;
  2. mettere una distanza tra sé e le proprie emozioni;
  3. dare sfogo alle proprie pulsioni aggressive e distruttive;
  4. incontrare la propria intimità, indagando in profondità i propri sentimenti;
  5. abitare il luogo/non luogo dei propri confini, dove si rivendica il diritto ad avere dei segreti, di possedere e difendere una parte di sé totalmente privata, non- condivisibile;
  6. sviluppare nella scrittura creatività e fantasia.

Tenere un diario segreto è un segno del desiderio di crescere

Il pre-adolescente/adolescente, che scrive un diario segreto, comunica la sua volontà di crescere e il desiderio di fissare su carta qualcosa che gli altri non devono conoscere, nemmeno i genitori, quegli stessi genitori che fino a pochi mesi prima erano gli interlocutori privilegiati, quelli che si sentivano raccontare tutto nei minimi dettagli, anche i più intimi. Infatti, mentre il bambino ha la necessità di condividere tutto con il genitore, perché tutto ha un senso solo attraverso il confronto con la mamma o con il papà, l’adolescente, al contrario, teme che rendere i genitori partecipi di certi vissuti, possa quasi sminuirne il valore. Tenere un segreto tutto per sé porta un ragazzo a sentirsi più grande, a riconoscersi come individuo unico, diverso e dotato di pensiero autonomo, soprattutto rispetto agli adulti. Scrivere un diario è un incontro con la propria intimità, dalla quale gli altri devono, legittimamente, restare fuori.


Scrivere è pensare

Scrivere è mettere i propri pensieri in una scatola. Scrivere è avere un luogo in cui andare a re-incontrare quelli che eravamo, ogni volta che avremo il desiderio di rivivere certe esperienze, relazioni ed emozioni. Nel momento in cui i ragazzi scrivono, è come se racchiudessero i propri pensieri in un forziere, che anche a distanza di anni potranno tornare ad aprire per rievocare quel periodo magico e complesso che è stata la loro adolescenza. Consegnare queste parti di sé ad un oggetto materiale, quale è il diario segreto, ha anche la fondamentale funzione, rassicurante e liberatoria, di “buttare fuori da sé” (esteriorizzare) tutti i pensieri, gli eventi, le emozioni forti e dirompenti tipici di questa delicata fase della vita.

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Leggerlo o non leggerlo?

Sbirciare o no nel diario segreto? No. No, perché:

  • verrebbe meno il rapporto di rispetto reciproco e di lealtà tra genitori e figli;
  • la relazione con il figlio ne sarebbe inevitabilmente condizionata;
  • il ragazzo, di fronte ad un tale comportamento genitoriale, potrebbe sentirsi ancor meno compreso, con il risultato di  ottenere proprio quella chiusura emotiva e quell’allontanamento relazionale che i genitori massimamente temevano;
  • il genitore leggendo certe riflessioni, a volte dettate solo da reazioni “calde” ed  estemporanee,  potrebbe spaventarsi, preoccuparsi o scandalizzarsi ed assumere un atteggiamento diverso, condizionato e in alcuni casi, anche sprezzante, nei confronti dei propri figli pre-adolescenti/adolescenti.

Se il timore, comprensibile e condivisibile, del genitore è quello che possano esserci pensieri o circostanze che turbano la serenità dei propri figli, esistono modi altri per sondarlo:

  • essere e dimostrarsi disponibili al confronto;
  • essere attenti ed empatici;
  • essere profondamente “in ascolto”.  

Frasi come:  “Mi sembri triste, qualcosa non va? Qualcosa ti preoccupa?”; “Se hai voglia di parlare io ci sono”, sono esempi della volontà di esserci, in modo accogliente e disponibile. E’ necessario anche saper aspettare: se i ragazzi non si sentono braccati, spiati o giudicati, arriverà il momento in cui vorranno aprirsi, di loro spontanea volontà, senza che sia violata con prepotenza la loro privacy.


Dott.ssa Silvia Darecchio – contatti consulenza

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Deficit uditivo, sordità e depressione

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Meno senti e più facilmente ti ammali di depressione e non solo. Lo affermano, con precise statistiche, diversi studi.

Precedenti ricerche si erano concentrate prevalentemente sugli anziani: già dalla metà degli anni ’90, diversi studi in ambito medico avevano mostrato una significativa correlazione tra la salute mentale e la perdita dell’udito, nella popolazione anziana. Oggi, grazie ai nuovi dati a disponibili, è possibile delineare un quadro più completo della relazione tra sordità e disturbi della sfera emotivo/relazione, anche in riferimento ai giovani e agli adulti.


Mancanza di consapevolezza, negazione del problema, vanità. E intanto la mente si ammala.

Secondo l’Istituto Nazionale Americano sulla Sordità e altri Disturbi della Comunicazione (National Institute on Deafness and Other Communication Disorders, NIDCD), circa il 15% degli americani adulti ha qualche problema di udito, con conseguenze molto pesanti sulla vita quotidiana. Ma le persone aspettano in media 6 anni, dai primi segni di perdita dell’udito, prima di prendere provvedimenti. Ben il 67% degli over 70 , infatti, non usa e non ha mai usato un apparecchio acustico pur avendone bisogno, e solo il 16% degli adulti, di età compresa tra 20-69, che ne avrebbe bisogno, ha provato a utilizzarlo. Pesano, secondo lo studio, la negazione del problema, la mancanza di consapevolezza, ma anche motivi meramente estetici. A rimetterci tuttavia sono l’umore e la mente.


Effetti dei deficit dell’udito sull’umore, nella popolazione dai 18 ai 69 anni: lo studio del dottor Chuang-Ming Li. 

Dallo stesso studio –  quello, amplissimo, condotto dal dottor Chuan-Ming Li, ricercatore del National Institute on Deafness and Other Communication Disorders, NIDCD) – emergono le prove a favore dell’ipotesi che, più è significativa la perdita dell’udito, più è alta l’ incidenza della depressione, anche in pazienti di età inferiore ai 70 anni. Per questa ricerca, i ricercatori hanno esaminato i dati del National Health and Nutrition Examination Survey degli Stati Uniti, tra cui oltre 18.000 adulti, dai 18 anni in su. Tutti i 18.000 partecipanti hanno compilato sia un questionario progettato per rivelare la depressione che, suddivisi in gruppi di età,  una scala di valutazione del proprio udito. Il professor Li ha trovato che oltre l’11%, di quanti affermavano di avere un problema di udito, soffriva di depressione (da moderata a grave), a fronte di un 7% di quanti dichiaravano di avere un “buon” udito, fino a scivolare a uno scarso 5% di quelli auto-definitisi  individui con un udito “eccellente”. Lo studio ha inoltre rilevato che, mentre la perdita dell’udito è legata ad un aumentato rischio di depressione negli adulti di tutte le età, è tuttavia più pronunciata negli intervistati di età compresa tra 18 e 69 anni. Le donne poi hanno mostrato una percentuale di incidenza della depressione  più elevata rispetto agli uomini.

“Abbiamo trovato un’associazione significativa tra i disturbi dell’udito e la depressione da moderata a grave”, ha detto l’autore dello studio. “La relazione causa-effetto tuttavia è sconosciuta”, ha aggiunto il dottor Chuan-Ming Li, evidenziando la necessità di ulteriori studi.


Perdita dell’udito e depressione: lo studio del National Council of Aging 2015

Che l’inesorabile perdita dell’udito sia associata alla depressione, lo dice anche il recente studio condotto dal Consiglio Nazionale sull’ Invecchiamento (National Council on Aging), presentato presso l’American Psychological Association Convention nel 2015, a Toronto. Una ricerca che, coinvolgendo 2.304 persone affette da perdita dell’udito, ha trovato che, le persone con una sordità parziale, hanno il 50% di possibilità in più di sviluppare la depressione. Tuttavia è anche emerso che, la mancanza di udito, spesso non viene curata, perché non considerata malattia.

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Deficit uditivi e salute mentale

Il professore di Psicologia David Myers, docente presso lo Hope College del Michigan, riferisce che: “la rabbia, la frustrazione, la depressione e l’ansia sono comuni tra le persone che si ritrovano con problemi di sordità”.  Chi soffre di perdita di udito cioè è più incline a sviluppare una miriade di problemi mentali ed emotivi, come:

  • Rabbia
  • Depressione
  • Ansia
  • Solitudine
  • Frustrazione,
  • Deterioramento delle funzioni cognitive

Deficit uditivi, declino cognitivo e depressione

Il declino cognitivo è uno dei problemi più significativi collegati alla perdita dell’udito. In che modo il deterioramento delle capacità cognitive e la demenza siano connesse con la sordità non è ancora chiaro, tuttavia i ricercatori credono che sia un complesso intreccio multi-fattoriale a determinare, come “effetto collaterale”, il deficit cognitivo. Uno studio condotto dalla University of Colorado ha analizzato uno tra i più evidenti fattori corresponsabili: la riorganizzazione cerebrale che si verifica in caso di alterazioni sensoriali e percettive. In particolare, quando sono i centri dell’udito a rimpicciolirsi,  accade che anche le parti deputate alla memoria a breve termine o quelle implicate nella risoluzione dei problemi, si deteriorino.


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Deficit uditivi, isolamento sociale, declino cognitivo e depressione

Tra gli anziani, ma non solo, il ritiro e l’isolamento sociale sono quelle condizioni, frequentemente diffuse che, sfortunatamente, non fanno che esacerbare il disturbo della perdita dell’udito. Le persone con deficit uditivo, infatti, tendono spesso a provare frustrazione quando cercano di intercettare e comprendere i suoni del mondo, specie nei contesti particolarmente rumorosi. Di conseguenza, cercando di evitare le attività conviviali e i luoghi affollati, progressivamente possono arrivare a ridurre la propria vita sociale al minimo, fino all’isolamento. Un isolamento che, a lungo termine, arriva a compromettere il funzionamento cognitivo globale (declino cognitivo/demenza) della persona. Il cervello può essere paragonato, infatti, ad “un muscolo”: smettendo di utilizzare determinate aree cerebrali, a causa della mancanza di stimoli, queste si atrofizzano, causando danni e complicazioni più o meno estese e gravi.

Chi non utilizza apparecchi acustici, pur avendone bisogno, ha il 5% in più di probabilità di soffrire di depressione rispetto a chi ne fa uso, e l’isolamento sociale conseguente potrebbe aumentare anche il rischio di demenza.


Prevenzione e trattamento

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Sottoporsi a preventivi test dell’udito e diventare più consapevoli dell’importanza del buon udito nella comunicazione quotidiana, sono comportamenti che aiutano a preservare, a lungo termine, la socialità e la buona salute mentale delle persone con deficit uditivo. Usare apparecchi acustici può aiutare a riprendere il controllo della propria vita, a riconquistare la stabilità emotiva e a recuperare ottimamente il funzionamento cognitivo. Le moderne soluzioni protesiche inoltre fanno sì che gli apparecchi acustici non rappresentino più un ingombro antiestetico e stigmatizzante: grazie ad opzioni come la funzionalità wireless Bluetooth esistono infatti dispositivi al 100% invisibili.

L’ipoacusia è una malattia subdola e non visibile, capace di compromettere la vita sociale delle persone, che sono portate ad isolarsi proprio perché incapaci di comunicare come vorrebbero. Quando gli apparecchi acustici e la terapia medica si rivelano insufficienti nella riconquista della serenità, è fortemente raccomandato un percorso di riabilitazione/sostegno psicologico finalizzato primariamente all’ empowerment e all’accrescimento del senso di auto-efficacia della persona.


Dott.ssa Silvia Darecchio – Psicologa (contatti)

 

Benessere è assertività

La persona assertiva […] rifiuta di fare ciò che non desidera e persegue coerentemente i propri obiettivi. Sa aiutare gli altri, se gli viene richiesto. Entra in contatto con le sue emozioni, sa accettare le sconfitte. Tutto questo assicura maggiore consapevolezza e serenità nell’affrontare le situazioni quotidiane problematiche, facilità di relazione, soddisfazione e benessere personale.
Edoardo Giusti e Alberta Testi, L’assertività, 2006

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Il termine “assertività” viene attribuito ad Andrew Salter, studioso statunitense, che nel 1949 parlò per primo di “assertiveness” definendola uno stile di comportamento interpersonale, ma anche un modo di essere, capace di garantire uno stato di benessere emotivo nelle persone che lo adottano, per regolare le proprie relazioni. Ancora oggi la definizione che ne viene data è coerente con quella del 1949. Essere assertivi significa, in buona sostanza, comunicare in maniera flessibile, affermando il proprio punto di vista senza prevaricare né essere prevaricati.

L’assertività è il punto di equilibrio tra l’aggressività e la passività.

Viene concepita cioè come il punto medio ideale posto tra due estremi opposti: il polo aggressivo ed il polo passivo (poli anassertivi).

  • La persona che impiega uno stile interpersonale aggressivo è capace di esprimereangry-man-274175__340 ciò che pensa, ciò che sente ed è massimamente abile nell’ ottenere ciò che vuole, tuttavia lo fa senza tener conto della sensibilità e dei desideri dell’altro; tende cioè ad imporsi in modo intransigente, rigido ed inflessibile; conduce gli altri ad assecondare i propri bisogni. Chi adotta uno stile aggressivo spesso non è in grado di  tenere in considerazione le necessità, i sentimenti e le opinioni altrui; tende ad umiliare ed intimidire; può dimostrarsi, come un bullo, minaccioso e violento sul piano fisico. Ovviamente ottenere ciò che si vuole a scapito dell’altro ha un costo molto elevato, l’aggressività mina, infatti, il rispetto e la fiducia reciproca.  Le conseguenze negative, per chi adotta questo stile, sono spesso assai superiori a quelle positive: al progressivo isolamento sociale è associata un’alta percentuale di insorgenza di patologie fisiche e/o di origine psicosomatica.

  • La persona che utilizza uno stile interpersonale passivo è stata abituata adbully-3233568__340 assecondare prevalentemente i bisogni degli altri, per timore di essere “giudicata male” ; talvolta vorrebbe dire di “no”, ma alla fine risponde “sì”,  concedendo spazio alla paura di non essere accettata per quello che è. Le conseguenze negative di questa condotta sono diverse: anche se, infatti, il soggetto non viene solitamente attaccato né abbandonato,  tuttavia sente di non riuscire a dar voce ai propri bisogni (da qui l’insoddisfazione e/o i sintomi depressivi) e di essere sempre in balia delle decisioni altrui (da qui talvolta i sintomi ansiosi). Il conflitto interiore che facilmente nasce dal comportamento passivo può portare a stress, risentimento, rabbia, desiderio di rifarsi sul prossimo, vittimismo. Se lo stile di comunicazione interpersonale è passivo, la persona ha difficoltà a farsi ascoltare; spesso si trova a mettersi da parte; tende a tenere per sé il proprio parere;  si adegua alle decisioni prese da altri; cerca di evitare i conflitti. Così facendo manda il messaggio che i propri pensieri, punti di vista, opinioni, credenze ed emozioni non siano importanti.

  • Lo stile interpersonale passivo-aggressivo è un modo deliberato ma mascherato di esprimere sentimenti di rabbia nascosti (Long, Long & Whitson, 2008). L’aggressività passiva comprende tutta una serie di comportamenti volti, in modo celato, a “vendicarsi” nei confronti di un’altra persona; il bersaglio della vendetta, cioè, viene messo nella condizione di avere serie difficoltà a cogliere le reali intenzioni dell’altro e a riconoscere la rabbia sottesa a tali azioni. Tra i comportamenti passivo-aggressivi si hanno: fare promesse e non mantenerle, procrastinare, inventare scuse, lamentarsi ed assumere atteggiamenti vittimistici, ritirarsi dalla comunicazione, sabotare il successo degli altri, essere inefficienti intenzionalmente, ecc… Chi comunica secondo questa modalità, come nello stile passivo,  può dire “si” quando in realtà vorrebbe dire “no”; può essere sarcastico oppure lamentarsi degli altri alle loro spalle; può esprimere la rabbia e il disaccordo attraverso azioni/atteggiamenti negativi e controproducenti, invece di affrontare i problemi e i conflitti direttamente. Se la persona non riesce, perché non è abituata, a parlare apertamente dei propri bisogni e delle proprie emozioni frequentemente utilizzerà uno stile passivo-aggressivo. Nel lungo periodo tuttavia, questo tipo di comportamento è ancora più distruttivo di quello aggressivo. Infatti mentre nel breve termine, i comportamenti aggressivo-passivi risultano essere piuttosto convenienti, richiedendo scarso impegno, scarsa consapevolezza e scarse capacità assertive,  nel corso dei mesi e degli anni, portano i rapporti alla confusione, alla distruttività e alla disfunzionalità. Col tempo, il comportamento passivo aggressivo danneggia le relazioni, mina il rispetto reciproco, non permette di vivere le interazioni sociali con spontaneità e rende difficoltoso il raggiungimento degli scopi e il soddisfacimento dei bisogni di tutti gli attori coinvolti.

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Essere assertivi non vuol dire mandare a quel paese la gente, significa sostanzialmente esprimere le proprie opinioni, i propri sentimenti e far valere i propri diritti nel rispetto di quelli altrui.
Alessandra Faiella, Toglimi quel piede dalla testa, per favore, 2010

I VANTAGGI DELLO STILE ASSERTIVO
La comunicazione assertiva è diretta e rispettosa. La persona che comunica (verbalmente e non verbalmente) utilizzando lo stile interpersonale assertivo, con consapevolezza:

  • mette in atto un comportamento partecipe, attivo e non in contrapposizione con l’altro;
  • è responsabile;
  • ha piena fiducia in sé e negli altri;
  • manifesta pienamente il proprio sé affermando i propri diritti senza negare i diritti e l’identità dell’altro;
  • non giudica ed evita critiche non costruttive;
  • agisce senza pregiudizi;
  • ha la capacità di comunicare i propri sentimenti in maniera chiara, diretta e onesta senza prevaricare ne manifestare aggressività nei confronti dell’altro.

Imparare l’assertività permette alle persone di essere più sicure e competenti nella gestione della maggior parte delle situazioni sociali; permette inoltre una comunicazione efficace delle proprie emozioni e dei propri sentimenti. In generale, nella comunicazione umana, è maggiormente rilevante il modo con cui si esprime un pensiero piuttosto che il contenuto, del pensiero stesso. La comunicazione assertiva, in particolare, migliora la capacità di far arrivare all’altro il proprio messaggio aumentando notevolmente la probabilità che esso venga considerato. Se si comunica con una modalità aggressiva o passiva il messaggio può non arrivare, perché le persone rischiano di prestare più attenzione alle modalità espressive adottate (e reagire a queste modalità di comunicazione) più che al contenuto del messaggio. Ad esempio, una persona che ha commesso un errore può continuare a difendere la propria posizione pur sapendo che è sbagliata, piuttosto che dare ragione a qualcuno che si pone in modo agguerrito e quindi aggressivo. L’ assertività rappresenta un indispensabile strumento relazionale, perché permette di:

  • aumentare l’ autostima,  la fiducia in se stessi e il senso di autoefficacia;
  • capire, riconoscere e gestire le proprie emozioni;
  • ottenere il rispetto degli altri;
  • migliorare la qualità degli scambi comunicativi;
  • creare situazioni in cui tutti “siano vincitori”;
  • efficientare la capacità di prendere decisioni  (decision making);
  • creare relazioni oneste;
  • incrementare il senso di soddisfazione in tutti gli ambiti di vita.

Essere assertivi è una condizione dell’essere liberi, dove per essere liberi non si intende un affrancarsi dai condizionamenti, ma un poter scegliere responsabilmente.
Franco Nanetti, La forza di ritrovarsi, 2002

PENSARE ASSERTIVAMENTE
Sviluppare un comportamento assertivo tuttavia non vuol dire solo padroneggiare delle abilità sociali verbali e non verbali, imparare delle frasi o dei comportamenti, vuol dire soprattutto pensare assertivamente: avere uno sguardo assertivo su di sé, sugli altri, sul mondo e sulle relazioni.


UN CAMBIAMENTO POSSIBILE

Non esistono persone sempre assertive, ma solo comportamenti assertivi, che possono essere manifestati da tutti. Ciononostante, è vero che esistono persone che tendono ad essere aggressive, passive o assertive nella maggior parte delle situazioni.
Michele Giannantonio e Anna Boldorini, Autostima, assertività e atteggiamento positivo, 2002

Alcune persone hanno una tendenza prevalente (grazie all’interazione tra fattori genetici, ambientali e relazionali) a comportarsi in maniera assertiva, tuttavia per la maggior parte degli individui l’assertività rappresenta un’abilità che può essere appresa. Le persone sviluppano uno stile di comunicazione/comportamento, duraturo e stabile nel tempo, in funzione delle esperienze, positive e negative, che hanno vissuto. Questi stili interpersonali sono cosi radicati, trattandosi di “lenti” attraverso cui si interpreta la realtà delle relazioni, che può addirittura essere difficoltoso riconoscere il proprio. Nonostante questa difficoltà, capita che la persona semplicemente, dopo tante delusioni, tanta insoddisfazione, tanta amarezza, si senta stanca della qualità delle proprie relazioni e desideri cambiare: tale cambiamento è possibile.

Per imparare ad essere assertivi c’è bisogno di tempo e di pratica. Se, nonostante gli sforzi di consapevolezza, di crescita, di introspezione compiuti,   l’ assertività e le relazioni non migliorano, la persona può considerare di rivolgersi a professionisti qualificati per intraprendere un percorso centrato sull’apprendimento delle competenze  necessarie per l’assertività (training di assertività). Il gioco vale la candela. Diventando assertiva la persona riuscirà a vivere pienamente e con maggior spontaneità i rapporti con gli altri, ad esprimere finalmente i propri bisogni e le proprie emozioni, a mettere sé stessa al centro delle relazioni che vive, nel pieno rispetto di sé e degli altri.

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Dott.ssa Silvia Darecchio, San Polo (PR) –  contatti

 

Cambiare o non cambiare? La paura della dipendenza, del giudizio, dello stigma

I principali ostacoli al cambiamento: la paura della dipendenza

Meglio sofferenti ma “liberi” o meglio più sereni ma “dipendenti” da qualcuno, magari per anni? Questo dilemma, se davvero esistesse nella mente di qualcuno, sarebbe privo di fondamenta: come può essere, infatti, veramente libera una persona che soffre? Come può esserlo una persona che non riesce ad essere autentica perché incastrata in una situazione problematica? D’altro canto è possibile che la relazione di aiuto si connoti come un rapporto di dipendenza? E’ verosimile che tale relazione possa basarsi sulla perdita della libertà?

L’idea di affidare sé stessi (e le proprie fragilità) ad un professionista può generare diverse paure: si può temere ad esempio, non solo, di perdere l’autonomia, ma anche di essere manipolati, di venire annullati, di sentirsi schiavi della relazione. Questo pregiudizio tuttavia è molto lontano dalla realtà.  Una delle finalità principali di un percorso di sostegno psicologico infatti è proprio l’accrescimento dell’autostima del paziente, affinchè egli possa sentirsi forte per autodeterminarsi, sicuro per prendere decisioni in autonomia, capace per mettere in campo tutte le risorse che possiede.
L’ art. 3 del Codice Deontologico degli Psicologi Italiani afferma che: “lo psicologo è consapevole del fatto che, nell’esercizio della professione, può intervenire significativamente nella vita degli altri; proprio per questo ha il dovere di prestare particolare attenzione ai fattori personali, sociali, organizzativi, finanziari e politici del cliente/paziente, onde evitare di influenzarlo e di utilizzare indebitamente la sua fiducia e le eventuali situazioni di dipendenza e fragilità indotte dal disagio.”
L’ art. 4, dello stesso Codice, sottolinea, inoltre, che: “nell’esercizio della professione, lo psicologo rispetta la dignità, il diritto all’autodeterminazione e all’autonomia di coloro che si avvalgono delle sue prestazioni; ne rispetta opinioni e credenze, astenendosi dall’imporre il suo sistema di valori.”

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I principali ostacoli al cambiamento: la paura del giudizio

Una paura che può ostacolare il benessere psicologico, in generale, e la richiesta di aiuto, in particolare, è il timore di essere criticati. Oggi più che mai, in una società basata sull’apparenza e sulla perfezione psicofisica, essere se stessi comporta un’enorme fatica. Sentire il bisogno di essere approvati e avere paura di essere giudicati è una condizione che causa sofferenza e frustrazione e impedisce di essere felici. Chi si preoccupa eccessivamente del giudizio degli altri comincia a perdere se stesso, a indossare mille maschere, a comportarsi in maniera goffa e troppo rigida, sta bene solo quando riceve delle conferme positive dall’esterno ma appena queste vengono a mancare, crolla il mondo, le false certezze si sgretolano.

La paura del giudizio è una paura subdola, dal momento che rappresenta un “doppio ostacolo”, condiziona infatti non solo la vita di chi la sperimenta costantemente, ma anche i tentativi messi in atto per richiedere aiuto. Tuttavia, è giusto specificarlo, lo psicologo basa i propri interventi sulla “sospensione del giudizio”, cioè non giudica; la sua professionalità non contempla la possibilità di valutare il modo di vivere del paziente/cliente. Perché sa che ogni pensiero, ogni comportamento, ogni atteggiamento assunti da un individuo sono, in qualche maniera, utili, necessari e funzionali per la sua sopravvivenza.

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I principali ostacoli al cambiamento: la paura dello stigma

Infine, la paura di “essere matti”. Il disagio è presente nella nostra cultura e dobbiamo accettarlo. Vivere una difficoltà psicologica non significa “essere matti”. Significa che qualcosa nella vita non sta funzionando come dovrebbe, o come si vorrebbe, e che non si possiedono le risorse psicologiche e mentali per affrontare il problema. Nella storia della psicologia ci sono state grandi evoluzioni e si sono raggiunti importantissimi traguardi, primo tra tutti il considerare il disagio psicologico alla stregua di qualsiasi altra patologia organica: le problematiche psicologiche possono essere superate, le patologie psicologiche possono essere curate, le difficoltà psichiche hanno dimostrato di essere quanto mai democratiche, chiunque infatti  nel corso della propria esistenza può trovarsi ad affrontarle.  La consapevolezza di essere portatori di un disagio psicologico e la decisione di consultare uno psicologo sono il primo passo verso l’accettazione di se stessi e verso il proprio benessere psicofisico.

“Ma se si viene a sapere che ho dei problemi?” oppure “Se qualcuno scopre che vado dallo psicologo?” Queste domande sono rivelatrici della paura dell’ essere stigmatizzati, dell’essere etichettati, marchiati, bollati. È utile ricordare che sul disagio è possibile lavorare, che le paure possono essere superate, che il benessere può essere recuperato, correndo dei piccoli rischi.

A tutela dei pazienti/clienti ogni psicologo è strettamente tenuto al segreto professionale. L’ art. 11 del Codice Deontologico recita infatti: “Non può rivelare a nessuno notizie, fatti o informazioni apprese dal cliente/paziente nel rapporto professionale con lui, neanche può informare alcuno circa le prestazioni professionali effettuate o programmate” . Questo significa che lo psicologo non può rivelare alcuna informazione su ciò che gli viene riportato in seduta o sul fatto che quella persona sia (o sia stata) un suo paziente. Gli unici a poter decidere di parlare del proprio percorso psicologico, della propria esperienza, sono i pazienti stessi.

 

 

Cambiare o non cambiare? La paura delle emozioni

I principali ostacoli al cambiamento: la paura delle emozioni 

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Strettamente connessa con la paura del giudizio è la paura di esprimere le proprie emozioni. Parlare di come ci si sente, dare un nome a un’emozione che si sta provando, ci mette nella condizione di diventare consapevoli e di entrare in contatto con l’emozione stessa. E questo può generare un’enorme paura, perché le emozioni non sempre sono semplici da gestire.

Questa è una problematica quanto mai attuale e deriva dal fatto che il ventaglio di emozioni con cui si impara a convivere oggi sembra essere in qualche modo limitato. Limitato, ad esempio, dalla facilità con cui si reperiscono sostegni tecnologici per intrattenere i nostri bambini, perdendo così tutto un mondo di giochi, chiacchiere, condivisione… Limitato dall’incapacità di un adolescente di capire come mai i suoi genitori si mostrino così preoccupati per lui ma non facciano niente per comprenderlo emotivamente.

La povertà delle nostre emozioni dipende da ciò che socialmente e culturalmente viene accettato e condiviso, da ciò che è ritenuto giusto o sbagliato. La nostra intelligenza emotiva è erroneamente costruita sull’ormai obsoleta convinzione che soltanto i figli dovrebbero apprendere dai genitori. In realtà dovremmo essere noi adulti ad imparare ad accettare la rabbia, il disgusto, la disperazione: emozioni che vengono considerate scomode, inopportune, scorrette, malate. In un mondo così fortemente contraddittorio, dobbiamo diventare capaci di convivere con emozioni fortemente contrastanti tra loro. Ogni emozione è un segnale, una reazione della mente a uno stimolo e, in quanto tale, va ascoltata, va esperita, va compresa. E questo può fare tanta paura.

 

Cambiare o non cambiare? La paura del fallimento

I principali ostacoli al cambiamento: la paura del fallimento 

“HO PAURA DI FALLIRE”: il pessimismo potrebbe nascondere la convinzione di non avere diritto a ricevere aiuto. Questo pensiero rivela un grave deficit dell’autostima, che porta spesso il soggetto a ritenersi una nullità, una persona inutile e incapace, indegna di qualsiasi tipo di felicità. È come entrare in un  circolo vizioso in cui l’autopunizione mentale sembrerebbe essere l’unico rimedio al proprio senso di colpa.

“HO PAURA DI APPARIRE DEBOLE”: per altri, accettare di non potercela fare da soli e richiedere l’aiuto di un professionista può risultare irritante, offensivo. Anche queste persone, seppur in un’ottica diametralmente opposta, sentono la loro autostima fortemente sotto attacco.

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La paura che sottostà a questi due tipi di pensiero così diversi, in realtà, è la medesima: la paura del fallimento.

Per non correre questo rischio, spesso è più semplice pensare che i problemi si risolvano da soli, che il periodo passerà, che l’ansia se ne andrà… Il fatto di dover chiedere aiuto, per moltissime persone rappresenta un fallimento. In realtà, decidere di affrontare un percorso psicologico denota un grande coraggio, la voglia di mettersi alla prova e di ricominciare, il reale desiderio di stare meglio, e, soprattutto, la forza di credere in se stessi. E questo rappresenta una vittoria, già in partenza.

 

Indizi di tradimento… forse

Il manuale “180 Telltale signs mates are cheating and how to catch them”  (180 segnali che svelano il tradimento e come far uscire allo scoperto il traditore) di Raymond B. Green, ex investigatore, e di Marcella Bakur Weiner, psicoterapeuta e psicoanalista americana (docente presso l’Università di Fordham e presso il Manhattan Marymount College e scrittrice prolifica), pare offrire un aiuto concreto per scoprire i “fedifraghi”.

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Indizi di tradimento

Da qualche tempo il vostro partner si comporta in modo “strano”? Risponde al cellulare più veloce di un giaguaro, magari scomparendo in un’altra stanza? Rincasa più tardi del solito e, alle vostre lecite richieste di spiegazioni, farfuglia risposte oltremodo vaghe? Evita di guardarvi negli occhi? Oppure offre spiegazioni generose, talmente sciolte e plausibili, da sembrare la recita di un copione? Guardatevi dal sospettare di ogni cosa, ma se i dubbi paiono avere un fondamento concreto, siete autorizzate ad approfondire, per scoprire la verità.

Ecco 10 segnali che, secondo gli autori del manuale “180 Telltale signs mates are cheating and how to catch them”, potrebbero rivelare un tradimento. 

1. Le sue abitudini cambiano improvvisamente:

se da un giorno all’altro il vostro partner freme per portare fuori la spazzatura, il cane, il cane del vicino, ecc… o per farvi il piacere di andare al supermercato al posto vostro, o per andare a comprare le sigarette (pur non fumando!), allora il sospetto pare essere legittimo.

2. I regali:

può sembrare brutto diffidare di un presente ma, se in dieci anni non vi ha mai regalato nemmeno un gianduiotto, e ora più o meno ogni giorno si presenta con un dono, forse sta cercando di rimediare a qualcosa?

3. La freddezza:

il partner è freddo, disinteressato, distratto. Vi presta meno ascolto del solito. Che stia pensando ad un’altra persona?

4. Ipercriticità:

cerca continuamente pretesti per litigare, diventa ipercritico nei vostri confronti senza un motivo, niente di quello che fate gli sta bene. Attenzione, il partner potrebbe non essere in grado di assumersi la responsabilità di lasciarvi, se improvvisamente si  comporta così forse sta cercando un modo facile per farsi lasciare. Esistono tuttavia donne a cui piace il maltrattamento verbale, alcune  lo trovano perfino stimolante; potrebbe rivelarsi quindi una strategia fallimentare…

5. Smarrimento ed imbarazzo:

se il “vostro” uomo è incapace  di nascondere la colpa, fate qualcosa di molto tenero nei suoi confronti e gli leggerete in faccia lo smarrimento e l’imbarazzo. Scoprire un tradimento potrebbe essere più facile del previsto!

6. Tracce:

se il vostro partner è di solito distratto e disordinato, gestire una vita segreta gli lascerà addosso qualche traccia che voi troverete senza troppi sforzi. Mentre i sospetti logorano, la certezza di un tradimento vi autorizza a logorare lui.

7. “Non farmi il terzo grado”:

una risposta del genere a una qualunque innocente richiesta di spiegazione a un ritardo o telefonata sussurrata che sia, potrebbe equivalere ad una confessione firmata? Ai posteri…

8. Gli amici:

i vostri amici comuni possono essere molto preziosi. Se anche loro notano qualcosa di diverso nella coppia, o se vi accorgete che la sua cerchia più stretta ha cambiato atteggiamento verso di voi, è probabile che le vostre non siano solo paranoie: qualcuno potrebbe sapere qualcosa e tacere.

9. Il sesso:

attenzione anche ai cambiamenti nella sfera sessuale: più o meno fantasia a letto possono essere spie utili per intuire se non si stia esercitando altrove, o non arrivi al talamo coniugale già placidamente appagato.

10. Franchezza:

infine, indagare su qualcuno che vi fa sorgere un sospetto ragionevole può essere legittimo, tuttavia sfinire il compagno con accuse che nascono solo dall’ insicurezza personale, non è ammissibile e lo farà stancare molto in fretta. Cercate sempre di parlate in modo aperto e franco dei vostri dubbi con il diretto interessato. Dalla sua reazione potrà partire (o meno),  l’”indagine”.

 

Cambiare o non cambiare? La paura del cambiamento

I principali ostacoli al benessere psicologico: la paura del cambiamento 

  • IL DOLORE COME “COPERTA DI LINUS”: anche se riconosciamo l’inadeguatezza di certi nostri pensieri e comportamenti che, in definitiva, ci causano insoddisfazione, senso di fallimento e dolore, siamo sempre molto restii a modificarli. Essi infatti ci accompagnano da una vita intera, fanno parte di noi, ci fanno sentire al sicuro e rappresentano l’ “individualità” da portare nel mondo e per la quale il mondo ci riconosce. Il cambiamento, da questo punto di vista, prefigura una dolorosa separazione da qualcosa di familiare, da qualcosa che siamo capaci di gestire, anche se provoca disagio e sofferenza in noi e nelle persone che ci circondano.
  • IL DOLORE COME UNICA CERTEZZA: il timore è, per tante persone, quello di mettere in discussione un equilibrio faticosamente raggiunto, per altre è quello di andare verso l’ignoto, poiché non si ha la garanzia di cambiare in positivo: il cambiamento, di per sé, rappresenta un rischio. Altri pensano che sia meglio “non toccare alcuni tasti”, per paura che la situazione peggiori.
  • DOLORE E VITA COME SINONIMI: talvolta, la paura del cambiamento può essere celata dal pessimismo. Tante persone sono convinte che niente e nessuno potrebbero aiutarle a risolvere i loro problemi, ai quali non c’è soluzione.

Bisogna tener presente che la mente tende sempre a salvaguardare i pensieri che genera, anche se negativi, piuttosto che a confutarli. Questa trappola non ci consente di affrontare il disagio ma, al contrario, mantiene la situazione di difficoltà in un equilibrio fragile e precario.

 

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Lo psicologo fa in modo che possano essere elaborati anche i temi più complessi, in uno spazio privato, protetto e condiviso, accompagnando e sostenendo la Persona lungo questo percorso impegnativo ma necessario.