Indizi di tradimento… forse

Il manuale “180 Telltale signs mates are cheating and how to catch them”  (180 segnali che svelano il tradimento e come far uscire allo scoperto il traditore) di Raymond B. Green, ex investigatore, e di Marcella Bakur Weiner, psicoterapeuta e psicoanalista americana (docente presso l’Università di Fordham e presso il Manhattan Marymount College e scrittrice prolifica), pare offrire un aiuto concreto per scoprire i “fedifraghi”.

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Indizi di tradimento

Da qualche tempo il vostro partner si comporta in modo “strano”? Risponde al cellulare più veloce di un giaguaro, magari scomparendo in un’altra stanza? Rincasa più tardi del solito e, alle vostre lecite richieste di spiegazioni, farfuglia risposte oltremodo vaghe? Evita di guardarvi negli occhi? Oppure offre spiegazioni generose, talmente sciolte e plausibili, da sembrare la recita di un copione? Guardatevi dal sospettare di ogni cosa, ma se i dubbi paiono avere un fondamento concreto, siete autorizzate ad approfondire, per scoprire la verità.

Ecco 10 segnali che, secondo gli autori del manuale “180 Telltale signs mates are cheating and how to catch them”, potrebbero rivelare un tradimento. 

1. Le sue abitudini cambiano improvvisamente:

se da un giorno all’altro il vostro partner freme per portare fuori la spazzatura, il cane, il cane del vicino, ecc… o per farvi il piacere di andare al supermercato al posto vostro, o per andare a comprare le sigarette (pur non fumando!), allora il sospetto pare essere legittimo.

2. I regali:

può sembrare brutto diffidare di un presente ma, se in dieci anni non vi ha mai regalato nemmeno un gianduiotto, e ora più o meno ogni giorno si presenta con un dono, forse sta cercando di rimediare a qualcosa?

3. La freddezza:

il partner è freddo, disinteressato, distratto. Vi presta meno ascolto del solito. Che stia pensando ad un’altra persona?

4. Ipercriticità:

cerca continuamente pretesti per litigare, diventa ipercritico nei vostri confronti senza un motivo, niente di quello che fate gli sta bene. Attenzione, il partner potrebbe non essere in grado di assumersi la responsabilità di lasciarvi, se improvvisamente si  comporta così forse sta cercando un modo facile per farsi lasciare. Esistono tuttavia donne a cui piace il maltrattamento verbale, alcune  lo trovano perfino stimolante; potrebbe rivelarsi quindi una strategia fallimentare…

5. Smarrimento ed imbarazzo:

se il “vostro” uomo è incapace  di nascondere la colpa, fate qualcosa di molto tenero nei suoi confronti e gli leggerete in faccia lo smarrimento e l’imbarazzo. Scoprire un tradimento potrebbe essere più facile del previsto!

6. Tracce:

se il vostro partner è di solito distratto e disordinato, gestire una vita segreta gli lascerà addosso qualche traccia che voi troverete senza troppi sforzi. Mentre i sospetti logorano, la certezza di un tradimento vi autorizza a logorare lui.

7. “Non farmi il terzo grado”:

una risposta del genere a una qualunque innocente richiesta di spiegazione a un ritardo o telefonata sussurrata che sia, potrebbe equivalere ad una confessione firmata? Ai posteri…

8. Gli amici:

i vostri amici comuni possono essere molto preziosi. Se anche loro notano qualcosa di diverso nella coppia, o se vi accorgete che la sua cerchia più stretta ha cambiato atteggiamento verso di voi, è probabile che le vostre non siano solo paranoie: qualcuno potrebbe sapere qualcosa e tacere.

9. Il sesso:

attenzione anche ai cambiamenti nella sfera sessuale: più o meno fantasia a letto possono essere spie utili per intuire se non si stia esercitando altrove, o non arrivi al talamo coniugale già placidamente appagato.

10. Franchezza:

infine, indagare su qualcuno che vi fa sorgere un sospetto ragionevole può essere legittimo, tuttavia sfinire il compagno con accuse che nascono solo dall’ insicurezza personale, non è ammissibile e lo farà stancare molto in fretta. Cercate sempre di parlate in modo aperto e franco dei vostri dubbi con il diretto interessato. Dalla sua reazione potrà partire (o meno),  l’”indagine”.

 

Cambiare o non cambiare? La paura del cambiamento

I principali ostacoli al benessere psicologico: la paura del cambiamento 

  • IL DOLORE COME “COPERTA DI LINUS”: anche se riconosciamo l’inadeguatezza di certi nostri pensieri e comportamenti che, in definitiva, ci causano insoddisfazione, senso di fallimento e dolore, siamo sempre molto restii a modificarli. Essi infatti ci accompagnano da una vita intera, fanno parte di noi, ci fanno sentire al sicuro e rappresentano l’ “individualità” da portare nel mondo e per la quale il mondo ci riconosce. Il cambiamento, da questo punto di vista, prefigura una dolorosa separazione da qualcosa di familiare, da qualcosa che siamo capaci di gestire, anche se provoca disagio e sofferenza in noi e nelle persone che ci circondano.
  • IL DOLORE COME UNICA CERTEZZA: il timore è, per tante persone, quello di mettere in discussione un equilibrio faticosamente raggiunto, per altre è quello di andare verso l’ignoto, poiché non si ha la garanzia di cambiare in positivo: il cambiamento, di per sé, rappresenta un rischio. Altri pensano che sia meglio “non toccare alcuni tasti”, per paura che la situazione peggiori.
  • DOLORE E VITA COME SINONIMI: talvolta, la paura del cambiamento può essere celata dal pessimismo. Tante persone sono convinte che niente e nessuno potrebbero aiutarle a risolvere i loro problemi, ai quali non c’è soluzione.

Bisogna tener presente che la mente tende sempre a salvaguardare i pensieri che genera, anche se negativi, piuttosto che a confutarli. Questa trappola non ci consente di affrontare il disagio ma, al contrario, mantiene la situazione di difficoltà in un equilibrio fragile e precario.

 

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Lo psicologo fa in modo che possano essere elaborati anche i temi più complessi, in uno spazio privato, protetto e condiviso, accompagnando e sostenendo la Persona lungo questo percorso impegnativo ma necessario.

Psicologo: quando e perché

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Rivolgersi allo psicologo è un atto che, spesso, si realizza solo dopo estenuanti riflessioni, connotate da ansia, paura, apprensione, riluttanza, rabbia, frustrazionevergogna, ecc… Se a ciò si aggiungono:

  • la diffidenza verso la figura dello psicologo;
  • il sospetto nei confronti di un percorso basato sulla parola;
  • la convinzione che tutti siano o possano essere “un pò psicologi”;
  • il pregiudizio che andare dallo psicologo sia economicamente proibitivo;
  • la credenza, derivata principalmente dalla psicanalisi, che un percorso di sostegno (o consulenza) sia senza fine e debba durare anni…

Ecco che la tendenza ad affrontare da soli tutti i problemi  (accompagnata da pensieri del tipo: “I problemi della testa, si risolvono con la forza di volontà!”, “Domani andrà meglio…”, “E’ sufficiente parlarne col mio amico… che è tanto sensibile!”, “E poi sono fatto così, non posso cambiare!”, “Senza contare che ce l’ho sempre fatta da solo… sarà così anche questa volta…”, “Ma come fa un estraneo ad aiutarmi se non mi conosce?”, ecc… ) diventa la norma.


Quando andare dallo psicologo?

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Il momento decisivo è rappresentato dal comprendere che, per quel problema, l’aiuto dell’amico volenteroso ma impreparato, troppo coinvolto e parziale, non è più sufficiente; che è arrivato il momento di cambiare, che è arrivato il momento di chiedere aiuto perché le risorse sono esaurite;  che, proprio perché le risorse della mente non sono infinite,  è necessario, per ricominciare, che qualcuno ci porti a ritrovare quelle risorse. E che una persona competente, che non ci conosce, può aiutarci proprio perché ha una visione più oggettiva, più distaccata, più imparziale di noi e della situazione. 

In termini generali, l’aiuto di uno psicologo va cercato quando si attraversa un periodo di sofferenza psicologica che col tempo non passa, o forse peggiora, tanto da creare delle limitazioni, dei veri blocchi nella vita di ogni giorno, sul lavoro, con i familiari o con gli amici.

Brevemente, è opportuno andare dallo psicologo quando:

  • il malessere boicotta l’efficienza in ambito lavorativo;
  • lo stare male compromette le relazioni con le persone significative, causando ulteriore dolore;
  • nonostante l’aiuto di familiari ed amici,  i problemi non si sono risolti;
  • in presenza di patologie (soprattutto croniche), il medico o altri specialisti non hanno cambiato la situazione;
  • preoccupazione e tristezza sono sempre presenti;
  • si manifestano comportamenti o pensieri che non si riconoscono come propri e che non si riescono a controllare;
  • vengono evitate situazioni che prima non creavano alcun disagio;
  • il corpo è ostaggio di tensione, tachicardia, fiato corto, capogiri, insonnia, testa vuota (o pesante) e di altri sintomi fisici;
  • si è soliti ricorrere all’alcool o ad altre droghe per affrontare (o non affrontare) i momenti critici;
  • il malessere è così pervasivo da portare a pensare al suicidio come soluzione.

Perché andare dallo psicologo?

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Cercare un aiuto psicologico, a ben vedere, non è tanto diverso dal rivolgersi ad una persona competente rispetto a questioni specifiche, come accade quando si ha un guasto all’auto o si deve ristrutturare casa. Capire che la macchina ha bisogno del meccanico è decisamente semplice ed immediato!

Alcuni vanno dallo psicologo perché si sentono troppo spesso o da troppo tempo depressi o ansiosi. Alcuni perché tendono a reagire sempre con rabbia, ottenendo come risultato l’ allontanamento fisico ed emotivo delle persone care. Altri perché hanno bisogno di un sostegno per affrontare una malattia che piano piano li ha svuotati d’energia. Altri ancora perché sono in difficoltà a causa di una separazione, di un divorzio o di un lutto. Alcuni perché non possono fare a meno di usare violenza contro partner e figli; altri  perché non riescono ad allontanarsi dalle aggressioni, dai maltrattamenti e dalle umiliazioni subiti da un famigliare. Altri perché hanno così paura di essere criticati e di non essere all’altezza, che hanno rinunciato ad una vita sociale.

Rispetto a tutto questo, lo psicologo è il professionista che aiuta la persona ad aiutarsi. Agisce come un giardiniere: ripulisce il terreno dalle erbacce, fornisce acqua, luce e nutrimento alla pianta, posiziona un sostegno se la pianta è ripiegata su sé stessa… Tuttavia se la pianta cresce, dipende non solo dalle cure fornite, ma anche dal modo in cui la pianta reagisce. Mettere a frutto le risorse che si possiedono, trovare nuovi equilibri per soddisfare i propri bisogni e stare meglio sono obiettivi che si raggiungono in due. Recuperare il benessere è un obiettivo che poggia cioè tanto sulla competenza dello psicologo quanto sulla personalità di chi a lui si rivolge. Entrano in gioco nel processo, infatti, diverse caratteristiche personologiche del paziente: le modalità di elaborazione, la motivazione al cambiamento, la disponibilità ad abbandonare modi di pensare, di fare esperienza e di comportarsi che non sono (o non sono più) funzionali.


In cosa consiste un “percorso di sostegno psicologico”?

Vediamo ora, brevemente, in che cosa consiste un percorso di sostegno psicologico. L’obiettivo principale di questo tipo di percorso è quello di ottenere un sostegno per affrontare un periodo complesso o difficile della vita. Il disagio potrebbe essere rappresentato da un cambiamento personale necessario ma effettivamente molto complesso, come anche da una situazione di vita che è scomoda ma dalla quale proprio non si riesce a venire fuori.  Ancora, la sofferenza psicologica potrebbe derivare da difficoltà relazionali, o dall’incapacità di comprendere perché la vita, a volte, pone sfide così ardue.

Lo psicologo usa i propri strumenti (conoscenza, esperienza, empatia, comprensione, ascolto, ecc…) per accompagnare lungo un percorso impegnativo e difficile, ma di fondamentale importanza per il benessere, la crescita, il progredire personale e delle relazioni in cui la Persona è coinvolta. Nello studio dello psicologo si è liberi di dire e fare qualsiasi cosa si senta: parlare o stare in silenzio, ridere o piangere, esprimere tutte le emozioni o porre domande sulla vita. Qualsiasi cosa si porti in seduta è accolta serenamente e, alla luce di nuovi punti di vista, elaborata. Il percorso psicologico consente di acquisire consapevolezza rispetto al proprio sistema di interazioni al proprio funzionamento all’interno di queste dinamiche relazionali  e alle circostanze che causano sofferenza, disagio e blocco. Il cambiamento del proprio modo di vivere, la messa in discussione di alcuni aspetti di sé, la riconsiderazione di alcune scelte compiute,  richiedono impegno e fatica; tuttavia il beneficio che se ne trae è di un valore incommensurabilmente maggiore: trovare o ritrovare il proprio benessere.

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Principali ostacoli al benessere psicologico

  1. la paura del cambiamento
  2. la paura del fallimento
  3. la paura del giudizio
  4. la paura delle emozioni
  5. la paura della dipendenza
  6. la paura dello stigma

 


 

 

Quando si tradisce, quando si è traditi.

Il tradimento è un evento forte e traumatico che si abbatte pesantemente sulla coppia, compromettendone gli equilibri e la stabilità; tradire il partner significa distruggere il “noi” , paradigma della relazione.

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L’etimologia della parola “tradire” è latina, deriva da “tradĕre” che significa “consegnare (ai nemici). In origine, infatti, il tradimento era un “fatto militare”. Successivamente il termine si è esteso anche ad altri ambiti, fino ad assumere il senso odierno. Ha conservato tuttavia connotati fortemente negativi e dispregiativi: “tradire” significa, infatti, “mancare di fedeltà”, “abbandonare (il vecchio) per consegnarsi (al nuovo)”.


Le fasi dell’amore e il tradimento

Il rapporto di coppia è caratterizzato, a meno di accordi differenti tra le parti, da esclusività (sessuale e sentimentale) e da un certo grado di dipendenza. I partner,  cioè, stipulano tacitamente un contratto basato sulla fiducia e sulla fedeltà; una sorta di patto segreto che implica il soddisfacimento dei bisogni e delle aspettative di entrambi.

  • All’inizio di una relazione sentimentale, quando si è sopraffatti dall’ innamoramento, è raro tradire. L’innamoramento rappresenta, infatti, la fase in cui si attivano le nostre proiezioni sul partner: si trasferiscono sull’altro i nostri ideali e le nostre caratteristiche. Per questo il partner ci appare tanto unico e speciale ed essere infedeli, a quest’essere che incarna così perfettamente i nostri ideali, è un qualcosa che neppure ci sfiora. Tuttavia accade spesso che i desideri e le fantasie nascenti nell’innamoramento si trasformino in una prigione psichica per colui/colei che viene desiderato e “fantasticato”, e in una cocente delusione per colui/colei che ha fortemente idealizzato l’altro/a.
  • Quando si passa alla fase dell’amore adulto e maturo  l’altro viene visto per quello che è, con tutti i suoi difetti e le sue debolezze; crollano le proiezioni, le fantasie e la realtà dell’altro prende corpo. I bisogni e le aspettative disattesi, per alcuni individui, annullano il vincolo; pensare, cioè, che l’altro/a abbia fallito totalmente, nel renderli felici, significa la rottura del patto e la fine del progetto di vita insieme. In questa fase è elevatissima la probabilità di tradire, soprattutto in chi non sa affrontare la delusione della realtà, in chi ha troppo idealizzato il partner e non riesce a sostenere la maturità della costruzione di una coppia, meno idilliaca, ma più stabile, duratura ed appagante.

Le fasi della vita e il tradimento

  • ADOLESCENZA: nell’adolescenza il tradimento rappresenta il tentativo del soggetto
    di affermare la propria libertà, il proprio spazio di vita, i propri confini psicologici. L’adolescente manifesta con il tradimento del partner, inconsapevolmente, il rifiuto della dipendenza dai genitori. L’adolescenza, cioè, oltre ad essere una fase di sperimentazione sessuale, esprime, attraverso il tradimento, la volontà di affermare autonomia, a discapito di un’ unione che richiama quella simbiotica con i genitori. Attraverso l’infedeltà, inoltre, l’adolescente ricerca la conferma, narcisistica, del proprio valore e del proprio fascino, di cui ha disperato bisogno, in una fase delicata di costruzione dell’identità.

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  • “PRIMA” MATURITA’: per il giovane adulto (o comunque per il “giovane matrimonio”), che sta costruendo un nuovo nucleo familiare assumendosi impegni di convivenza e di costruzione di un progetto di coppia stabile, il tradimento esprime il bisogno interiore di rifuggire dagli impegni e dalle responsabilità che le decisioni assunte, comportano.
  • PIENA MATURITA‘: dopo anni di matrimonio, il tradimento rappresenta una gratificazione, narcisistica, nel confermare a se stessi il proprio fascino, nonostante l’età. L’uomo maturo tende a cercare avventure con donne più giovani per dimostrare a se stesso di essere ancora piacente e per poter vivere una seconda giovinezza. Similmente, per la donna matura il tradimento risponde al bisogno di veder confermata la propria femminilità, trasformata dai cambiamenti biologici ed ormonali.

Bisogni psicologici e tradimento.

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Le cause del tradimento sono sempre soggettive e specifiche, tuttavia, possono essere riconosciute delle macro-categorie di bisogni psicologici, generici e trans-generazionali, che portano i partner a scegliere il tradimento:

  • il BISOGNO DI CONFERMA: i soggetti, caratterizzati da un profilo psicologico insicuro e immaturo, tradiscono perché necessitano di costanti rassicurazioni e di  prove da superare. Vogliono cioè dimostrare a loro stessi di essere indiscutibilmente desiderabili e seducenti.
  • il BISOGNO DI PROVARE FORTI EMOZIONI SESSUALI: il bisogno di provare forti emozioni sessuali rispetto alla qualità dei rapporti sessuali vissuti con un partner di lunga data, magari poco soddisfacenti.
  • il BISOGNO DI INDIPENDENZA: l’infedeltà può rappresentare una difesa contro la paura di fusione che l’intimità di coppia evoca, oppure esprimere il rigetto della sensazione di essere dipendenti dal proprio partner.
  • il BISOGNO DI “DENUNCIARE” L’ INSUFFICIENZA DELLA RELAZIONE DI COPPIA, MANTENENDO UNA FACCIATA SOCIALE: il tradimento, spesso, è lo strumento attraverso cui si esternano all’altro tutti i problemi e le incomprensioni che sono rimasti celati, per non sconvolgere l’armonia della famiglia, nel tentativo disperato ed inconcludente di mantenere un’apparente facciata sociale. In questo caso l’infedele, che ha tenuto per sè i malcontenti rispetto alla relazione, non è stato in grado o non ha voluto instaurare un dialogo autentifico, atto risolvere le difficoltà di coppia.
  • il BISOGNO DI RIEMPIRE UN VUOTO ESISTENZIALE: alcune persone vivono il tradimento come un antidepressivo: una sorta di compensazione, funzionale a colmare dei vuoti profondi dettati dalla solitudine o da una perenne insoddisfazione interiore.
  • il BISOGNO DI CRESCITA: il tradimento può rappresentare anche una tappa del  percorso di maturazione e di evoluzione personale che può interessare  solo uno dei due partner. Se un membro della coppia ha affrontato un’esperienza prepotentemente trasformativa può accadere che anche lo schema di sé  sia cambiato e che siano emersi nuove priorità e nuovi bisogni che l’altro/a non è più in grado di soddisfare.
  • il BISOGNO DI TENERE SEPARATE LA SFERA AFFETTIVA DA QUELLA SESSUALE: esistono “traditori seriali”, individui per i quali essere infedeli rappresenta una costante. Spesso questi soggetti attuano una scissione tra sessualità e affettività, che diventano due dimensioni inconciliabili nella stessa relazione. Questo accade spesso negli uomini sposati che frequentano prostitute.

Vissuti psicologici del “tradito” e del “traditore”

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Certamente lo stato psicologico e i sentimenti provati dal partner infedele e da quello tradito sono molto diversi fra loroIl soggetto tradito, inizialmente, è fortemente sconvolto: il tradimento infatti rade al suolo le certezze e fa si che l’insicurezza e il senso di devastazione prevalgano. Può accadere anche che nella mente della persona tradita si creino pensieri ossessivi ed intrusivi circa il tradimento, morbosità rispetto ai dettagli dell’ “altra relazione”, urgenze di vario tipo. La ferita che lascia il tradimento è difficile che si rimargini completamente poichè resta, oltre alla  delusione, la consapevolezza che la fiducia sia stata compromessa. Permane la sensazione che nulla potrà essere come prima.  Se , tuttavia, sono presenti volontà e desiderio di continuare in entrambi, è possibile recuperare una “relazione tradita”. “Il tradito”, infatti, con il tempo e con un adeguato supporto, può trovare nel perdono dell’altro, quell’amore che aiuterà anche l’ “ex traditore”, a recuperare lo slancio per la continuazione del rapporto. Il “traditore”, che in un primo momento vive fortissimi sentimenti di colpa, da parte sua, grazie ad percorso di sostegno psicologico e forte di nuove consapevolezze, può trovare più di un motivo per riconquistare il  compagno/a e per ricominciare, da zero, a costruire la relazione.


In conclusione

L’ individuo, nella società del consumismo sessuale e sentimentale, è sempre più incline a salvaguardare i propri interessi personali rispetto a quelli della coppia. Se, nella relazione, qualche bisogno non viene corrisposto, pare che ognuno abbia il diritto di cercarne il soddisfacimento, in modo immediato e completo, con un altro partner, senza troppi pentimenti. Il sacrificio e l’impegno necessari per  la  realizzazione del progetto di coppia; la volontà di preservare il legame in crisi, attraverso il dialogo ed il compromesso, rappresentano aspetti di poco valore se rapportati all’ individualismo imperante, che oggi  tutto può. A seguito di un tradimento, tuttavia, non tutto è perduto, allorché ci sia l’intenzione di entrambi di proseguire e di valorizzare il rapporto, è possibile, non solo recuperare la relazione ma anche darle un senso nuovo.

Intraprendere un percorso psicologico di coppia (o individuale per entrambi) significa:

  • mettersi in gioco;
  • impegnarsi concretamente per dare alla relazione una chance, soprattutto se sono coinvolti dei bambini;
  • dare priorità al rapporto;
  • investire energie nella relazione;
  • acquisire delle competenze relazionali (atte a realizzare una comunicazione sincera,  costruttiva, in grado di esprimere in modo assertivo bisogni e insoddisfazioni);
  • imparare ad essere sinceri ed autentici con il partner;
  • imparare a realizzare un dialogo di coppia costante ed efficace (che consenta di ripartire insieme cresciuti, per vivere una nuova relazione, finalmente solida e soddisfacente).

 

Dott.ssa Silvia Darecchio  – Psicologa – San Polo di Torrile (Pr)  contatti

Psicosomatica: l’intestino

Secondo la teoria elaborata recentemente dallo scienziato americano Michael Gershon,     l’intestino  è  come  un  “secondo  cervello” .   In che senso?

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Intestino e cervello originano embriologicamente dalla stessa massa di tessuti: una parte diventa il sistema nervoso centrale, l’altra diventa il sistema nervoso enterico (deputato a governare le funzioni fondamentali dell’apparato digerente), collegati tra loro dal nervo vago. A differenza del resto del sistema nervoso periferico, quello enterico non esegue necessariamente i comandi che riceve dal cervello né rimanda sempre le informazioni ai distretti superiori, ma può elaborare i dati ricevuti dai propri recettori sensitivi e agire in modo indipendente nell’organizzazione nervosa del corpo. L’intestino contiene, cioè, neuroni in grado di essere autonomi, ossia che possono far funzionare l’organo senza ricevere istruzioni dal cervello o dal midollo spinale. Sembra infatti che il nervo vago, collegamento tra i due sistemi nervosi, costituisca solo una minima parte della comunicazione che avviene in entrambe le direzioni.  Dal momento in cui il cibo viene deglutito a quello in cui viene espulso l’intestino può regolare da solo tutte le fasi, il sistema nervoso centrale è assolutamente necessario solo per la deglutizione e per l’atto della defecazione. La presenza del cibo nell’apparato gastrointestinale è rilevato dal sistema nervoso enterico che avvia la secrezione di materiali digestivi e stimola l’intestino a mettere in atto le azioni appropriate per la digestione in quel determinato momento.

Le ricerche più recenti hanno scoperto che il cervello enterico produce il 95% della serotonina, uno dei principali neurotrasmettitori del sistema nervoso. L’intestino, inoltre, sarebbe in grado di memorizzare stress e ansie utilizzando le stesse sostanze chimiche (serotonina, dopamina, sostanze oppiacee e antidolorifiche) impiegate nel cervello (Lanza, 2009). Si può affermare che i due cervelli usano lo stesso linguaggio chimico e che, pur funzionando in modo autonomo e integrato, si influenzano grandemente a vicenda. Questo stretto  rapporto può essere sperimentato  quando si ha, ad esempio, mal di testa o insonnia da cattiva digestione o una stretta allo stomaco in situazioni di stress mentale (Lanza, 2009).

Alexander, negli anni ’30, mise in discussione che il principale fattore eziologico delle patologie psicosomatiche fosse di natura esclusivamente psicologica. Secondo l’autore il Sistema Neuro-Vegetativo, all’interno del quale si integrano soma e aspetti affettivo-relazionali, influenza sia il comportamento individuale sia l’attività dei sistemi enzimatici attraverso reti neuronali periferiche. La sua capacità, quindi, di regolare contemporaneamente la vita istintivo-affettiva e il metabolismo cellulare dimostra come esso rappresenti il legame tra sfera psichica e somatica così da permettere all’organismo di reagire in maniera unitaria agli stimoli interni ed esterni.

Secondo la neuro-gastroenterologia odierna il cervello responsabile della componente psico-emotiva è addirittura quello enterico, per cui non esisterebbe più un solo percorso eziologico a senso unico, ossia conflitto emotivo → cervello → organo, ma un’ambivalenza di ruoli (Lanza, 2009).

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Lavorando sul sistema intestinale, quindi, si possono ottenere:

  • un rafforzamento del sistema immunitario;
  • un innalzamento del quadro energetico in quanto viene aiutato il metabolismo dei cibi;
  • un beneficio a livello umorale, questo perchè il corretto smaltimento dei rifiuti del nostro organismo, garantisce un importante ricambio tossinico che altrimenti ristagnerebbe nel nostro corpo, producendo sintomi quali stanchezza, nervosismo e irritabilità.

 


 

Dott.ssa Silvia Darecchio  – Psicologa – San Polo di Torrile (Pr)  contatti

“Non piangere salame…”

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Ovvero “Le canzoni dell’amore tossico”

Ci sono canzoni che, come dei monumenti, appartengono al patrimonio socio-culturale e identitario del nostro Paese; parlo di quei brani nazional-popolari che anche oggi, se passano alla radio, ci fanno cantare a squarciagola. Ma… ne avete mai analizzato attentamente i testi? Ce ne sono alcune che sono dei veri e propri manifesti “dell’amore mai avuto”, dell’amore malato, del “troppo amore”.  Il fatto di essere state accettate acriticamente, di essere state promosse dai media e il fatto, semplicemente, di esistere, hanno favorito la legittimazione di certi comportamenti, se non abusanti, poco rispettosi della dignità del partner? Queste canzoni, in vari modi, propongono un modello d’amore patologico e disfunzionale che molti considerano l’unico tipo di amore possibile: l’amore “oscuro” che fa soffrire…

Vediamone alcune:

“MINUETTO” di I. Fossati, cantata da Mia Martini

“E’ un’incognita ogni sera mia… Un’ attesa, pari a un’agonia. Troppe volte vorrei dirti: no, e poi ti vedo e tanta forza non ce l’ho. E vieni a casa mia, quando vuoi, […] sono sempre fatti tuoi. Tanto sai che quassù male che ti vada avrai tutta me, se ti andrà per una notte… E cresce sempre più la solitudine […] Rinnegare una passione no, ma non posso dirti sempre si’ e sentirmi piccola cosi’ […] Continuo ad aspettarti nelle sere per elemosinare amore… […] E la vita sta passando su noi, di orizzonti non ne vedo mai! […] Io non so l’amore vero che sorriso ha... […].” 

Che dire? Questa canzone è sicuramente uno dei manifesti più significativi dell’amore “troppo”: abbiamo una donna che si annulla per un uomo che la sta trattando da oggetto, che non la rispetta, che la sta usando. Pare esserne in qualche modo consapevole “Io non so l’amore vero che sorriso ha...” ma non riesce a spezzare questo legame disfunzionale di dipendenza.

“GRANDE GRANDE GRANDE” di A. Testa, cantata da Mina

Con te dovrò combattere non ti si può pigliare come sei… i tuoi difetti son talmente tanti che nemmeno tu li sai… sei peggio di un bambino capriccioso la vuoi sempre vinta tu… sei l’uomo più egoista e prepotente che abbia conosciuto mai. In un attimo tu sei grande e le mie pene non me le ricordo più. Io vedo tutte quante le mie amiche son tranquille più di me non devono discutere ogni cosa come tu fai fare a me… ricevono regali e rose rosse per il loro compleanno dicon sempre di sì non han mai problemi e son convinte che la vita e’ tutta lì… invece no, invece no la vita e’ quella che tu dai a me in guerra tutti i giorni sono viva sono come piace a te… ti odio e poi ti amo e poi ti amo e poi ti odio e poi ti amo… non lasciarmi mai più.

Vediamo questo testo: qui abbiamo una donna che urla ai quattro venti il suo “aver capito tutto dell’amore”. Ci consiglia, per essere felici, di vivere una relazione d'”amore” problematica con un uomo immaturo egoista e prepotente, che la fa penare, discutere, che la tratta a pesci in faccia, che non le fa regali, e che magari nemmeno ricorda la data del suo compleanno… Ma vale la pena vivere una storia d’amore così, se poi, quell’uomo butta ogni tanto, come un osso, un minuscolo pezzettino di sé.

“ALMENO TU NELL’UNIVERSO” di B. Lauzi e M. Fabrizio, cantata da Mia Martini

Tu, tu che sei diverso, almeno tu nell’universo… Un punto sei, che non ruota mai intorno a me  un sole che splende per me soltanto  come un diamante in mezzo al cuore. 

In questa canzone il riferimento, sicuramente più insidioso, all’amore poco sano sta in questa frase: “Un punto sei, che non ruota mai intorno a me un sole che splende per me”. Che c’è di male? Se l’altro è punto fermo che non ruota attorno a noi, significa che siamo noi a ruotare attorno a lui? Anche no, grazie. Ognuno stia al posto suo, e  magari troviamoci a metà strada…

“LA BAMBOLA” di R. Cini, F. Migliacci, B. Zambrini, cantata da Patty Pravo

Tu mi fai girar come fossi una bambola Poi mi butti giù Come fossi una bambola Non ti accorgi quando piango Quando sono triste e stanca tu Pensi solo per te Del mio amore non ridere Sai far male da piangere, Tu non mi metterai Tra le dieci bambole Che non ti piacciono più…

Beh… cosa vogliamo aggiungere?

“VEDRAI VEDRAI” di Luigi Tenco

Quando la sera me ne torno a casa… Non ho neanche voglia di parlare… Tu non guardarmi con quella tenerezza Come fossi un bambino che ritorna deluso… Vedrai che cambierà. Preferirei sapere che piangi… Che mi rimproveri di averti delusa… E non vederti sempre così dolce Accettare da me tutto quello che viene… Mi fa disperare il pensiero di te E di me che non so darti di più.

Questo testo è interessante, perché il punto di vista riportato, per una volta, è quello dell’uomo. Ma la sostanza non cambia: una donna, con un’ autostima molto bassa, sta amando “troppo” un uomo che, anche se consapevole di certe dinamiche, non è emotivamente disponibile. E’ una relazione squilibrata, dove la donna si comporta più da madre che da partner alla pari.

“BLUNOTTE” di Carmen consoli

Forse non riuscirò A darti il meglio Più volte hai trovato I miei sforzi inutili, Più volte hai trovato I miei gesti ridicoli Come se non bastasse L’aver rinunciato a me stessa Come se non bastasse tutta la forza Del mio amore E non ho fatto altro Che sentirmi sbagliata Ed ho cambiato tutto di me Perché non ero abbastanza Ed ho capito soltanto Adesso Che avevi paura.

La signora Consoli pare possedere davvero una ricca collezione di amori tossici! Rinunciare a sé, cambiare, sentirsi sbagliate… se un amore ci richiede questo, non è amore.

“PER ELISA” di Alice e F. Battiato, cantata da Alice

Vivere non è più vivere,  lei ti ha plagiato, ti ha preso anche la dignità. fingere non sai più fingerE senza di lei ti manca l’aria.  Senza Elisa, non esci neanche a prendere il giornale  con me riesci solo a dire due parole  ma noi, un tempo ci amavamo. 

Questa canzone racchiude un senso terrificante: qui una donna si lamenta con il partner, lo rimprovera di preferire l’eroina a lei… Questa donna vede la sostanza come una rivale… e rimpiange i bei tempi andati, quando lui era dipendente da lei e non da Elisa (l’eroina, appunto). La dipendenza non è amore. Rimanere in una relazione con una persona tossicodipendente dimostra quanta scarsa stima di sé abbia chi resta.

“STORIA D’AMORE” di A. Celentano, L. Beretta e M. Del Prete, cantata da Adriano Celentano

Lei mi amava, mi odiava era contro di me,  io non ero ancora il suo ragazzo  e già soffriva per me  se non ero stato il suo ragazzo  era colpa di lei.  E uno schiaffo all’improvviso  le mollai sul suo bel viso  rimandandola da te. 

“io non ero ancora il suo ragazzo e già soffriva per me”, quest’uomo, in una sola frase, delinea una cornice di senso: ci dice che è normale che l’uomo faccia patire una donna e che la donna stia lì a subire. Ma non pago aggiunge: “E uno schiaffo all’improvviso  le mollai sul suo bel viso rimandandola da te.” Letta oggi questa cosa fa inorridire: l’ uomo ci racconta di aver fieramente schiaffeggiato una donna, perché era quello che lei meritava… Credo che non ci sia bisogno di rimarcare che “nessuno picchia nessuno”, che una donna non è un pacco da “rimandare” al mittente e che una narrazione di questo tipo, con un uomo che vede l’esercizio della violenza come “una risposta possibile” e una donna che si fa fare di tutto per “amore”, sia da rigettare fortemente.

“AMORE DI PLASTICA” di Carmen Consoli

tu che mi offrivi un amore di plastica Ricorda tu sei quello che non c’è¨ quando io piango tu sei quello che non sa quando è¨ il mio compleanno quando vago nel buio… volevo essere più forte di ogni tua perplessità ma io non posso accontentarmi se tutto quello che sai darmi è¨ un amore di plastica

Ecco di nuovo l’amica Carmen Consoli. Ci auguriamo per lei che il signore in questione sia lo stesso di “Blunotte”, l’altra canzone. La situazione e le dinamiche sottese paiono essere le stesse.

“L’ ABITUDINE DI TORNARE” di Carmen Consoli

Tornare è un’abitudine Per quelli come te Sommersi e annoiati dai ritmi di sempre, Confesserai mai a tua moglie Che sabato dormi con me Da circa dieci anni tra alti e bassi… Ma io non posso chiedere, Io non devo chiedere Sarai tu a rispondere se vorrai… Ma io non posso piangere, Io non devo piangere Sarai tu a decidere se vorrai, Tornare è un’abitudine Per quelli come te Fedeli ancorati, all’ovile di sempre,  Come dirai a tua moglie Che hai un figlio identico a me Ha grandi occhi neri Ha compiuto tre anni E’ piccolo e non può chiedere Lui non deve chiedere Sarai tu a rispondere se vorrai Ma lui non deve piangere, E’ vergogna piangere, Sarai tu a rispondere Se saprai…

Come dicevamo, la “cantantessa” Consoli ha nel suo repertorio brani capaci di insegnamenti notevoli, in ambito “relazional-amoroso”: accettare una relazione a metà, essere l’amante, aspettare le briciole senza poter chiedere di più, quanto sono rivelatori di uno scarso amore di sé?

“SEI TUTTI I MIEI SBAGLI” di Subsonica

Tu sai difendermi e farmi male  ammazzarmi e ricominciare  a prendermi vivo  sei tutti i miei sbagli  a caduta libera  e in cerca di uno schianto  ma fin tanto che sei qui  posso dirmi vivo. Tu affogando per respirare imparando anche a sanguinare.

Si ok, si capisce poco… Ma “sta roba”, qualsiasi cosa sia, è troppo. Nessuno deve poterci  accendere o spegnere,  e noi non dovremmo funzionare come degli interruttori.

“CENERE” di Marlene Kuntz

Ciao Divina, io sono il mozzo…Guarda che ballo, mi trovi bello? Che te ne pare di come striscio? … Io sarò fuoco se scaglierai quel dardo contro di me. Io sarò cenere su cenere..

Questo testo, piuttosto oscuro in realtà, ci fa immaginare una situazione in cui un uomo si rende ridicolo, si umilia, si annulla, pur di ottenere l’amore di lei… per cui è pronto anche a morire… Troppo?

“LASCIARSI UN GIORNO A ROMA” di Niccolò Fabi

Non ho visto nessuno andare incontro a un calcio in faccia con la tua calma, indifferenza sembra quasi che ti piaccia camminare nella pioggia ti fa sentire più importante perché stare male è più nobile per te ricordati che c’è differenza tra l’amore e il pianto... cerca un modo per difenderti una ragione per pensare a te… e qual è il grado di dolore che riesci a sopportare prima di fermare l’esecuzione e chiedere soccorso a me che non ti do un motivo ancora per restare nella storia di una storia che non c’è.

Questa canzone usa parole durissime per raccontarci la fine, a senso unico, di una relazione. Lui grida in faccia a lei di smetterla di umiliarsi, di riprendersi la sua vita, di trovare il coraggio di pensare a sé stessa… lui non riesce a capire come lei possa accettare di vivere ormai di “una relazione che non c’è” connotata solo da dolore e sofferenza: “ricordati che c’è differenza tra l’amore e il pianto”… Anche il modo in cui finisce una relazione è rivelatore dell’essenza “poco sana” della relazione stessa…

“LA BALLATA DELL’AMORE CIECO” di Fabrizio De Andrè

Un uomo onesto, un uomo probo, s’innamorò perdutamente d’una che non lo amava niente. Gli disse portami domani il cuore di tua madre per i miei cani. Lui dalla madre andò e l’uccise, dal petto il cuore le strappò e dal suo amore ritornò… Non le bastava quell’orrore, voleva un’altra prova del suo cieco amore. Gli disse amor se mi vuoi bene, tagliati dei polsi le quattro vene. Le vene ai polsi lui si tagliò, e come il sangue ne sgorgò, correndo come un pazzo da lei tornò. Gli disse lei ridendo forte, l’ultima tua prova sarà la morte. E mentre il sangue lento usciva, e ormai cambiava il suo colore, la vanità fredda gioiva, un uomo s’era ucciso per il suo amore. Fuori soffiava dolce il vento ma lei fu presa da sgomento, quando lo vide morir contento. Morir contento e innamorato, quando a lei niente era restato, non il suo amore, non il suo bene, ma solo il sangue secco delle sue vene.

Si deve aggiungere qualcosa? Chi è più malato tra i due? Non serve morire per l’altro, ma vivere per stare bene insieme. Inoltre, “l’amore è cieco”… solo per chi non lo conosce veramente.

“TANTA VOGLIA DI LEI” di Pooh 

Mi dispiace di svegliarti, forse un uomo non sarò ma d’un tratto so che devo lasciarti, fra un minuto me ne andrò. Mi dispiace devo andare il mio posto è là, il mio amore si potrebbe svegliare chi la scalderà.

Qui abbiamo un lui che tradisce la fiducia di due donne… però è dispiaciuto. Accettare o non accettare un tradimento? Accettare o non accettare di giocare il ruolo dell’amante? Se fosse cantata da una donna, una donna che tradisce e che vuol correre a casa a scaldare il partner ignaro che dorme, che effetto farebbe?

“EPPUR MI SON SCORDATO DI TE” di Mogol e L. Battisti

Eppur mi son scordato di te come ho fatto non so. Una ragione vera non c’è lei era bella però. Un tuffo dove l’acqua è più blu niente di più. Ma che disperazione nasce da una distrazione era un gioco non era un fuoco. Non piangere salame: dei capelli verde rame è solo un gioco e non un fuoco lo sai che t’amo io ti amo veramente.

Anche in questo testo si parla di tradimento, ma, mentre nella canzone precedente la partner dormiva e non sapeva, qui l’uomo (scoperto o progressista) cerca di spiegare il perché del tradimento. E non trovando niente di meglio da dire, dice: “Un tuffo dove l’acqua è più blu niente di più.” Ecco, una “giustificazione” così potrebbe andar bene per dei tredicenni… Per non uscire dalla metafora: il globo terracqueo è composto prevalentemente d’acqua… che si fa? Si prova tutta?

“SE SAPESSI COME FAI” di Luigi Tenco

Vorrei che per me un giorno solo le parti si potessero invertire… quel giorno ti farei soffrire come adesso soffro io… Se sapessi come fai a fregartene così di me… a sapere così Bene sino a che punto ho bisogno di te… A saperlo così Bene ancor meglio di me.

Un altro manifesto dell’amore che fa soffrire? Eccolo. Qui è un uomo a disperarsi, ma la dinamica è la stessa.

“UN’ EMOZIONE DA POCO” di I. Fossati, cantata da Anna Oxa

dimmi che senso ha dare amore a un uomo senza pietà uno che non si è mai sentito finito che non ha mai perduto… per me, più che normale che un’emozione da poco mi faccia stare male, una parola detta piano basta già… ed io non vedo più la realtà non vedo più a che punto sta la netta differenza fra il più cieco amore e la più stupida pazienza no, io non vedo più la realtà nè quanta tenerezza ti da la mia incoerenza pensare che vivresti benissimo anche senza.

“non vedo più a che punto sta la netta differenza fra il più cieco amore e la più stupida pazienza”… Un’ altra donna che si accontenta di pochissimo, di una parola detta piano…

AMANDOTI di CCCP

Amarti m’affatica mi svuota dentro qualcosa che assomiglia a ridere nel pianto… Amarti m’affatica mi dà malinconia che vuoi farci è la vita la mia.

L’amore che affatica… Tutto sommato questa immagine, rispetto alle altre, non è poi tanto male: se, come abbiamo detto, amore non è sinonimo di sofferenza, possiamo affermare che è il compagno ideale di fatica, impegno, responsabilità e lavoro. Una coppia intelligente poi sa come dividere tutto questo in modo che i punti di forza di ciascuno risplendanoCi auguriamo che nella situazione raccontata, la fatica sia doppia e non a senso unico, anche se “il sentirsi vuoti” e “il ridere per disperazione” non sono certo “sintomi” d’amore.

Considerando che tutte queste, sono ritenute canzoni “d’ amore, credo valga la pena ricordare come dovrebbe essere l’”amore sano”. L’amore è un fatto di qualità più che di quantità. Amare molto non significa amare bene. Amare bene comporta rispetto, fiducia, onestà, sostegno reciproco, vivere una relazione di equilibrio tra dare e ricevere, mantenere identità separate e una buona comunicazione.

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Dott.ssa Silvia Darecchio  – Psicologa – San Polo di Torrile (Pr)  contatti

Dimmi di che segno sei…

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Alzi la mano chi non ha almeno un amico patito di oroscopi, chi non ne ha mai letto uno o chi non ha mai sentito pronunciare una frase del tipo: “ah, sei sagittario?! Ti facevo cancro… comunque toro e sagittario vanno molto d’accordo!”

La caratteristica degli oroscopi (ma anche di molti test di “psicologia popolare”), è quello di presentare una serie di caratteristiche che il lettore trova sorprendentemente adatte alla propria personalità. Peccato che queste descrizioni siano applicabili a molte altre persone!

Perché crediamo all’astrologia, agli oroscopi e simili “pseudo-scienze” anche se esse forniscono descrizioni o previsioni della nostra personalità assolutamente infondate?

Parliamo dell’ “effetto Forer” (chiamato anche effetto di convalida soggettiva, o effetto Barnum) ovvero di quel fenomeno per il quale ogni individuo, posto di fronte a un profilo psicologico che crede a lui riferito, tende a immedesimarsi in esso ritenendolo preciso e accurato, senza accorgersi che quel profilo è abbastanza vago e generico da adattarsi a un numero molto ampio di persone. L’effetto Forer fornisce una parziale spiegazione della grande diffusione di alcune pseudoscienze come l’astrologia appunto, la divinazione e di molti test di personalità “da rivista”.

Correva l’anno 1948 quando Bertram R. Forer, psicologo e docente universitario, mise a punto un interessante studio. Convinto che la diagnosi clinica dovesse fondarsi su principi scientifici validati, decise di esplorare in che modo affermazioni molto generiche potessero essere accolte come vere dalle persone a cui si riferivano.

astrology-1244769__340Il professor Forer (1914-2000) per studiare il fenomeno dell’ oroscopo, decise di utilizzare come “cavie” i propri studenti ai quali somministrò il Diagnostic Interest Blank, un test di personalità. Il test avrebbe dovuto produrre dei profili personalizzati. Tuttavia gli studenti furono  ingannati poiché, al posto dei propri risultati al test, ricevettero, senza saperlo, tutti lo stesso profilo, composto da affermazioni prese pedissequamente da una rivista di astrologia. Successivamente chiese agli stessi studenti di valutare l’ accuratezza del profilo ricevuto con un voto da 0 a 5. La media dei voti fu di 4.26 (dove 5 significava perfetta aderenza tra il profilo restituito e la propria personalità). Ciò significa che gli studenti valutarono la descrizione come molto convincente. Solo al termine Forer rivelò agli studenti che era stato consegnato a tutti uno stesso profilo psicologico, del tutto indipendente dai risultati del test. Il giudizio così recitava:.  

« Hai molto bisogno che gli altri ti apprezzino e ti stimino eppure hai una tendenza a essere critico nei confronti di te stesso. Pur avendo alcune debolezze nel carattere, sei generalmente in grado di porvi rimedio. Hai molte capacità inutilizzate che non hai volto a tuo vantaggio. Disciplinato e controllato all’esterno, tendi a essere preoccupato e insicuro dentro di te. A volte dubiti seriamente di aver preso la giusta decisione o di aver fatto la cosa giusta. Preferisci una certa dose di cambiamento e varietà e ti senti insoddisfatto se obbligato a restrizioni e limitazioni. Ti vanti di essere indipendente nelle tue idee e di non accettare le opinioni degli altri senza una prova che ti soddisfi. Ma hai scoperto che è imprudente essere troppo sinceri nel rivelarsi agli altri. A volte sei estroverso, affabile, socievole, mentre altre volte sei introverso, diffidente e riservato. Alcune delle tue aspirazioni tendono a essere davvero irrealistiche. »

La genericità della affermazioni, caratteristica di qualunque oroscopo, è uno dei principi fondamentali di quello che da allora viene definito “effetto Forer” : tutti possono riconoscersi facilmente in simili frasi specie se presentate non singolarmente, ma insieme ad altre a comporre un profilo globale

Variabili che influenzano l’effetto Forer: recenti studi hanno dimostrato che viene dato un voto di accuratezza più alto se:

  • Il soggetto crede che l’analisi sia personalizzata
  • Il soggetto è sensibile all’autorità dell’esaminatore
  • L’analisi elenca tratti generici e comuni
  • L’analisi elenca principalmente tratti positivi

Ovvero: chi è esente da autocritiche o non ha mai avuto aspirazioni irrealistiche? Chi di noi non ritiene importante la sicurezza? Inoltre, la credibilità di un profilo personologico aumenterà ulteriormente se le affermazioni avranno un tono positivo, saranno recepite come personalizzate sul soggetto e l’esaminatore/astrologo sarà ritenuto una fonte autorevole.

L’effetto Forer ha il suo fondamento nel funzionamento cognitivo della mente umana. zodiac-sign-832478__340

Molte delle affermazioni generiche e vaghe in cui ci riconosciamo ben si prestano a fornire scorciatoie cognitive (scorciatoie per prendere decisioni, dare giudizi, risolvere problemi e in definitiva rapportarci col mondo) che consentano alla mente di risolvere, con “risparmio di energie”, il disagio di dover scegliere tra tendenze caratteriali opposte, evitando un ragionamento più complesso. Ad esempio, scrivere “a volte sei estroverso mentre in altre occasioni ti comporti da persona timida” permette alla mente di rimanere in superficie, dando per buona l’intera frase. E’ un trucco semplice ma efficace. Un effetto analogo lo si ottiene usando affermazioni che possono applicarsi alla maggioranza della popolazione, come: “vuoi piacere agli altri”. O includere frasi nelle quali si afferma che abbiamo alcune potenzialità non ancora sviluppate: “hai un potenziale considerevole tutto da sviluppare”; alla fine, a tutti noi ci fa piacere essere adulati e questo causa in noi una certa cecità di fronte alla realtà. Certo è che tendiamo ad accettare quelle affermazioni nella stessa misura in cui desideriamo che queste siano reali e ci risultano sufficientemente positive e lusinghiere.

Un fattore che sicuramente incide nell’ Effetto Forer è che oggi dobbiamo gestire troppe informazioni, la maggioranza delle stesse in contraddizione, e questo in un certo modo ci causa un vuoto psicologico che ci vediamo tentati a riempire con delle informazioni semplici, positive che generano speranze a volte palesemente false.

Insomma oroscopi, falsi test psicologici, social network… dimostrano che non smetteremo mai di usare scorciatoie cognitive che ci sollevino dall’esercitare un pensiero critico. Credere, anche solo per i pochi minuti in cui leggiamo l’oroscopo, che il mondo possa essere una realtà semplice, banale e prevedibile è in sé decisamente rassicurante, ma anche tristemente ingenuo.

Come imparano i nostri bambini?

EMOZIONI E APPRENDIMENTO

Non è solo “cognitivamente” (cioè attraverso percezione, comprensione e memoria) che si impara. Un ruolo altrettanto importante, infatti, nel processo di apprendimento, lo giocano le emozioni. Nel passato le emozioni sono state, per lo più, bandite dalle scuole, perché non misurabili oggettivamente e perché potenzialmente di intralcio all’attività didattica, condotta con procedure rigide, rigorose e intransigenti. Oggi, grazie alle prove raccolte sul campo, è stato dimostrato quanto l’aspetto emotivo/affettivo sia importante non solo nell’apprendimento ma anche nella comunicazione, nell’interazione sociale e in ogni altro comportamento umano; si è, cioè, finalmente adottato un punto di vista unitario, che considera l’Uomo una totalità di razionalità ed emotività. E’ in questa cornice (olistica) che ogni bambino deve essere educato e deve imparare ad apprendere.


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Non solo, oggi finalmente, il ruolo delle emozioni nei processi di apprendimento è suffragato anche dalle scoperte delle neuroscienze, che non molto tempo fa hanno dimostrato l’esistenza di una connessione neurale tra sistemi emotivi e sistemi cognitiviL’ippocampo, l’organo responsabile dei ricordi (a lungo termine), ha forti connessioni con l’amigdala e altri moduli della regione limbica coinvolti nella genesi delle emozioni. Tale organizzazione neuroanatomica spiega un fenomeno che tutti in realtà abbiamo sperimentato: poiché i ricordi hanno una dimensione emotiva, gli allievi apprendono ciò che interessa loro (apprendono cioè quello che ha procurato loro piacere mentre lo stavano imparando). 

Ovviamente non tutte le emozioni sono uguali. Tra le emozioni c’è uno squilibrio a vantaggio di quelle negative, specialmente verso la paura. Le risposte di paura hanno sempre la meglio: occupano la nostra attenzione e la nostra coscienza ogni volta che possono. Da qui gli effetti deleteri per l’apprendimento di un ambiente angoscioso, ansiogeno, caratterizzato da trascuratezza o peggio da abusi. Gli ambienti avversi o minacciosi possono innalzare i livelli di cortisolo all’interno del corpo. È ben dimostrato che l’eccesso di cortisolo influisce negativamente sul funzionamento della corteccia frontale, il che a sua volta si ripercuote sull’attenzione, sulla memoria di lavoro eccetera. La percezione e il ricordo delle minacce terranno occupata la memoria di lavoro che dovrebbe invece prestare attenzione alle esperienze di apprendimento e al contenuto della lezione.

icon-3154240__340La dimensione emotiva dell’apprendimento ha, quindi, forti implicazioni educative per quanto riguarda la pedagogia dell’insegnamento, per questo non può essere, in alcun modo, ignorata.

Cosa si può fare per ridurre la paura degli allievi? Esistono degli approcci rivolti agli insegnanti, che vanno diffondendosi sempre più nelle scuole, basati sull’intelligenza emotiva, ovvero la capacità di percepire, esprimere, comprendere e gestire adeguatamente le emozioni in maniera preparata ed efficace. Tali approcci indicano, in varia misura, quali fattori devono essere utilizzati per misurare l’intelligenza emotiva. Essi comprendono:

  •  la capacità di identificare i propri stati emotivi, insieme alla capacità di esprimerli agli altri;
  • la capacità di riconoscere e comprendere le emozioni degli altri e quelle che si manifestano in risposta ai diversi tipi di stimoli ed ambienti;
  • la misura in cui le emozioni e la conoscenza emozionale partecipano ai processi di decisione e/o soluzione di problemi;
  • la capacità di gestire le emozioni positive e negative proprie e altrui;
  • il controllo efficace dei forti stati emotivi sperimentati al lavoro, come la rabbia, lo stress, l’ansia e la frustrazione.

Una scuola che fa entrare le emozioni in classe, che “approfitta” della loro naturale presenza, diventa inoltre un’istituzione che si impegna su un fronte ampio, in cui gli obiettivi diventano di tipo generale perché non riguardano solo l’istruzione in senso classico, ma la formazione umana. Trasformare le emozioni in risorsa consente all’insegnante/docente una serie di vantaggi preziosi in termini di stimolo per l’apprendimento (ma anche per l’insegnamento), tra questi:

  • sintonia nella relazione formatore-allievo;
  • comunicazione più profonda;
  • lavoro più significativo;
  • potenziamento del coinvolgimento dell’alunno/studente;
  • creazione di una partecipazione attiva e collaborativa;
  • generazione di un efficace apprendimento personale e condiviso;
  • creazione di un clima di gruppo favorevole all’apprendimento e allo sviluppo di relazioni.

PADRI E FIGLIE: papà ricordatevi che…

I “MUST BE” DELLA RELAZIONE PADRE – FIGLIA

dad-2010511__340-e1521464205883.pngSe essere padre è difficile, essere un buon padre lo è molto di più. Potrebbe essere utile allora ricordare cosa non dovrebbe mai mancare nella relazione padre-figlia, per fare di questa relazione un luogo in cui una figlia possa sentirsi sempre accolta.

  • AMORE E AFFETTO: quello che conta è amarla. Le cose che una figlia desidera di più,  infatti, sono l’amore e l’affetto dei propri genitori, molto più degli oggetti che voi padri potete comprarle o degli insegnamenti che potete darle. Vostra figlia vi deluderà diverse volte e commetterà tanti errori, tuttavia non lasciate mai che dubiti del vostro amore: ditele spesso che le volete bene.

  • BUONI ESEMPI: più delle parole contano i fatti. Vostra figlia osserva come trattate sua madre. Se dovete salvare un solo punto di tutta questa lista, fate che sia questo. Una delle cose migliori che potete fare per vostra figlia è amare e rispettare sua madre. Il rispetto verso la madre deve essere una priorità.  Amate la vostra compagna, prendetevi il tempo per uscire insieme, viaggiare e dimostrate a vostra figlia che è una vostra priorità, anche rispetto a lei.

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  • UN MODELLO MASCHILE POSITIVO: poiché ne influenzerete la futura scelta del partner, cercate di essere un buon modello di riferimento maschile per vostra figlia, un giorno sposerà qualcuno che vi assomiglia.

  • PROFONDITA’ VS SUPERFICIALITA’: insegnatele che quello che ha dentro è più importante del suo aspetto esteriore. Crescere delle ragazze oggi, mentre la cultura dominante è totalmente centrata su sensualità e apparenza, non è facile. Per questo dovete impegnarvi a insegnare loro che essere belle non vuol dire rispettare i canoni imposti dai media, ma avere forza d’animo, amore di sé, disponibilità verso gli altri. È quello che hanno dentro che farà fare strada alle vostre figlie, non il loro aspetto.

  • PARTECIPAZIONE: cercate di essere presenti nei suoi momenti importanti. Anche se siete impegnati cercate di esserci il più possibile. E quando potete essere presenti siateci davvero, non basta la vicinanza: quando siete con lei spegnete lo smartphone e lasciate andare le preoccupazioni. In un’epoca come la nostra è fin troppo facile esserci fisicamente, ma non con la testa. Quello che conta davvero è giocare, parlare, condividere attività che vi permettano di essere il più possibile con lei.

  • MEMORIA EMOTIVA: create momenti memorabili. Fate un viaggio importante per festeggiare vostra figlia che compie gli anni, che riesce in una grande impresa (per lei) o semplicemente per stare con lei. Celebrate dei piccoli riti: il venerdì sera cinema e pizza, le colazioni della domenica mattina, la camminata del sabato… Non necessariamente qualcosa di costoso o impegnativo, ma con un senso. Riempite il diario emotivo di vostra figlia di bei ricordi in vostra compagnia. 

  • INTERESSE: ascoltate la stessa musica, ma più in generale abbiate voglia di conoscere ciò che vostra figlia ama e lasciatevi entusiasmare dalle sue passioni. 

  • CONSAPEVOLEZZA: dimostratele che gli uomini sono gentili e che non temono emozioni e sentimenti. Fatele vedere che siete consapevoli di voi stessi e che non credete negli stereotipi di genere. Uscite con vostra figlia, potrete mostrarle come un uomo deve trattare una donna.

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  • VISIONE ALLARGATA VS EGOISMO: insegnatele a non essere al centro del mondo, a decentrarsi, a guardarsi attorno in cerca di un orizzonte più esteso. Insegnate a vostra figlia che la vita migliore è quella in cui umilmente ci doniamo agli altri. 

  • FORZA: insegnate a vostra figlia ad essere forte. Educatela ad essere resiliente e “tosta”, sia fisicamente, impegnandosi ad esempio nello sport, sia mentalmente, crescendola autonoma, capace di fare da sola e con una salda autostima.

people-2585733__340         LEGGI ANCHE   “PADRI E FIGLIE “


  • PRESENZA: non scomparite quando vostra figlia diventa adolescente. Alcuni papà vivono un disagio talmente grande da eclissarsi quando la figlia da bambina diventa una ragazza. Ma poi rimpiangono di aver perso una fase così importante come quella dell’adolescenza. Mestruazioni, fidanzati, ascelle da depilare, Snapchat, qualunque cosa sia… Non scomparite quando i suoi sentimenti e il suo corpo iniziano a cambiare, è un momento come un altro e non implica che lei abbia meno bisogno di voi.

  • MATURITA’: imparate a chiederle scusa. E’ del tutto umano sbagliare e anche un papà armato delle migliori intenzioni può farlo. Un padre maturo, tuttavia, è quello che sa che non è possibile avere tutto sotto controllo e che sa riconoscere e ammettere le proprie defaillances. Se avete commesso un errore con vostra figlia, chiedetele sinceramente perdono. E lei vi perdonerà.

  • IMPEGNO: il vostro ruolo è preziosissimo. Cercate di amare vostra figlia al meglio, spingendovi oltre i vostri limiti. 

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Dott.ssa Silvia Darecchio  – Psicologa – San Polo di Torrile (Pr)  contatti