Cambiare o non cambiare? La paura della dipendenza, del giudizio, dello stigma

I principali ostacoli al cambiamento: la paura della dipendenza

Meglio sofferenti ma “liberi” o meglio più sereni ma “dipendenti” da qualcuno, magari per anni? Questo dilemma, se davvero esistesse nella mente di qualcuno, sarebbe privo di fondamenta: come può essere, infatti, veramente libera una persona che soffre? Come può esserlo una persona che non riesce ad essere autentica perché incastrata in una situazione problematica? D’altro canto è possibile che la relazione di aiuto si connoti come un rapporto di dipendenza? E’ verosimile che tale relazione possa basarsi sulla perdita della libertà?

L’idea di affidare sé stessi (e le proprie fragilità) ad un professionista può generare diverse paure: si può temere ad esempio, non solo, di perdere l’autonomia, ma anche di essere manipolati, di venire annullati, di sentirsi schiavi della relazione. Questo pregiudizio tuttavia è molto lontano dalla realtà.  Una delle finalità principali di un percorso di sostegno psicologico infatti è proprio l’accrescimento dell’autostima del paziente, affinchè egli possa sentirsi forte per autodeterminarsi, sicuro per prendere decisioni in autonomia, capace per mettere in campo tutte le risorse che possiede.
L’ art. 3 del Codice Deontologico degli Psicologi Italiani afferma che: “lo psicologo è consapevole del fatto che, nell’esercizio della professione, può intervenire significativamente nella vita degli altri; proprio per questo ha il dovere di prestare particolare attenzione ai fattori personali, sociali, organizzativi, finanziari e politici del cliente/paziente, onde evitare di influenzarlo e di utilizzare indebitamente la sua fiducia e le eventuali situazioni di dipendenza e fragilità indotte dal disagio.”
L’ art. 4, dello stesso Codice, sottolinea, inoltre, che: “nell’esercizio della professione, lo psicologo rispetta la dignità, il diritto all’autodeterminazione e all’autonomia di coloro che si avvalgono delle sue prestazioni; ne rispetta opinioni e credenze, astenendosi dall’imporre il suo sistema di valori.”

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I principali ostacoli al cambiamento: la paura del giudizio

Una paura che può ostacolare il benessere psicologico, in generale, e la richiesta di aiuto, in particolare, è il timore di essere criticati. Oggi più che mai, in una società basata sull’apparenza e sulla perfezione psicofisica, essere se stessi comporta un’enorme fatica. Sentire il bisogno di essere approvati e avere paura di essere giudicati è una condizione che causa sofferenza e frustrazione e impedisce di essere felici. Chi si preoccupa eccessivamente del giudizio degli altri comincia a perdere se stesso, a indossare mille maschere, a comportarsi in maniera goffa e troppo rigida, sta bene solo quando riceve delle conferme positive dall’esterno ma appena queste vengono a mancare, crolla il mondo, le false certezze si sgretolano.

La paura del giudizio è una paura subdola, dal momento che rappresenta un “doppio ostacolo”, condiziona infatti non solo la vita di chi la sperimenta costantemente, ma anche i tentativi messi in atto per richiedere aiuto. Tuttavia, è giusto specificarlo, lo psicologo basa i propri interventi sulla “sospensione del giudizio”, cioè non giudica; la sua professionalità non contempla la possibilità di valutare il modo di vivere del paziente/cliente. Perché sa che ogni pensiero, ogni comportamento, ogni atteggiamento assunti da un individuo sono, in qualche maniera, utili, necessari e funzionali per la sua sopravvivenza.

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I principali ostacoli al cambiamento: la paura dello stigma

Infine, la paura di “essere matti”. Il disagio è presente nella nostra cultura e dobbiamo accettarlo. Vivere una difficoltà psicologica non significa “essere matti”. Significa che qualcosa nella vita non sta funzionando come dovrebbe, o come si vorrebbe, e che non si possiedono le risorse psicologiche e mentali per affrontare il problema. Nella storia della psicologia ci sono state grandi evoluzioni e si sono raggiunti importantissimi traguardi, primo tra tutti il considerare il disagio psicologico alla stregua di qualsiasi altra patologia organica: le problematiche psicologiche possono essere superate, le patologie psicologiche possono essere curate, le difficoltà psichiche hanno dimostrato di essere quanto mai democratiche, chiunque infatti  nel corso della propria esistenza può trovarsi ad affrontarle.  La consapevolezza di essere portatori di un disagio psicologico e la decisione di consultare uno psicologo sono il primo passo verso l’accettazione di se stessi e verso il proprio benessere psicofisico.

“Ma se si viene a sapere che ho dei problemi?” oppure “Se qualcuno scopre che vado dallo psicologo?” Queste domande sono rivelatrici della paura dell’ essere stigmatizzati, dell’essere etichettati, marchiati, bollati. È utile ricordare che sul disagio è possibile lavorare, che le paure possono essere superate, che il benessere può essere recuperato, correndo dei piccoli rischi.

A tutela dei pazienti/clienti ogni psicologo è strettamente tenuto al segreto professionale. L’ art. 11 del Codice Deontologico recita infatti: “Non può rivelare a nessuno notizie, fatti o informazioni apprese dal cliente/paziente nel rapporto professionale con lui, neanche può informare alcuno circa le prestazioni professionali effettuate o programmate” . Questo significa che lo psicologo non può rivelare alcuna informazione su ciò che gli viene riportato in seduta o sul fatto che quella persona sia (o sia stata) un suo paziente. Gli unici a poter decidere di parlare del proprio percorso psicologico, della propria esperienza, sono i pazienti stessi.

 

 

Cambiare o non cambiare? La paura delle emozioni

I principali ostacoli al cambiamento: la paura delle emozioni 

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Strettamente connessa con la paura del giudizio è la paura di esprimere le proprie emozioni. Parlare di come ci si sente, dare un nome a un’emozione che si sta provando, ci mette nella condizione di diventare consapevoli e di entrare in contatto con l’emozione stessa. E questo può generare un’enorme paura, perché le emozioni non sempre sono semplici da gestire.

Questa è una problematica quanto mai attuale e deriva dal fatto che il ventaglio di emozioni con cui si impara a convivere oggi sembra essere in qualche modo limitato. Limitato, ad esempio, dalla facilità con cui si reperiscono sostegni tecnologici per intrattenere i nostri bambini, perdendo così tutto un mondo di giochi, chiacchiere, condivisione… Limitato dall’incapacità di un adolescente di capire come mai i suoi genitori si mostrino così preoccupati per lui ma non facciano niente per comprenderlo emotivamente.

La povertà delle nostre emozioni dipende da ciò che socialmente e culturalmente viene accettato e condiviso, da ciò che è ritenuto giusto o sbagliato. La nostra intelligenza emotiva è erroneamente costruita sull’ormai obsoleta convinzione che soltanto i figli dovrebbero apprendere dai genitori. In realtà dovremmo essere noi adulti ad imparare ad accettare la rabbia, il disgusto, la disperazione: emozioni che vengono considerate scomode, inopportune, scorrette, malate. In un mondo così fortemente contraddittorio, dobbiamo diventare capaci di convivere con emozioni fortemente contrastanti tra loro. Ogni emozione è un segnale, una reazione della mente a uno stimolo e, in quanto tale, va ascoltata, va esperita, va compresa. E questo può fare tanta paura.

Come psicologa, oltre al servizio di consulenza online, ricevo in studio a San Polo di Torrile (Parma). Da oltre 10 anni ascolto ed aiuto le persone, concretamente, ad uscire dalle situazioni difficili, a fronteggiare le sfide esistenziali e a riprogettare il futuro.

In condizioni di stallo motivazionale e sofferenza psicologica posso aiutarti a superare le tue difficoltà, accompagnandoti verso una consapevolezza rinnovata di te, dei tuoi bisogni, delle tue priorità e del tuo modo di “funzionare”. Posso aiutarti a ritrovare la serenità e  il benessere.

Dott.ssa Silvia Darecchio – contatti

Cambiare o non cambiare? La paura del fallimento

I principali ostacoli al cambiamento: la paura del fallimento 

“HO PAURA DI FALLIRE”: il pessimismo potrebbe nascondere la convinzione di non avere diritto a ricevere aiuto. Questo pensiero rivela un grave deficit dell’autostima, che porta spesso il soggetto a ritenersi una nullità, una persona inutile e incapace, indegna di qualsiasi tipo di felicità. È come entrare in un  circolo vizioso in cui l’autopunizione mentale sembrerebbe essere l’unico rimedio al proprio senso di colpa.

“HO PAURA DI APPARIRE DEBOLE”: per altri, accettare di non potercela fare da soli e richiedere l’aiuto di un professionista può risultare irritante, offensivo. Anche queste persone, seppur in un’ottica diametralmente opposta, sentono la loro autostima fortemente sotto attacco.

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La paura che sottostà a questi due tipi di pensiero così diversi, in realtà, è la medesima: la paura del fallimento.

Per non correre questo rischio, spesso è più semplice pensare che i problemi si risolvano da soli, che il periodo passerà, che l’ansia se ne andrà… Il fatto di dover chiedere aiuto, per moltissime persone rappresenta un fallimento. In realtà, decidere di affrontare un percorso psicologico denota un grande coraggio, la voglia di mettersi alla prova e di ricominciare, il reale desiderio di stare meglio, e, soprattutto, la forza di credere in se stessi. E questo rappresenta una vittoria, già in partenza.

 

Indizi di tradimento… forse

Il manuale “180 Telltale signs mates are cheating and how to catch them”  (180 segnali che svelano il tradimento e come far uscire allo scoperto il traditore) di Raymond B. Green, ex investigatore, e di Marcella Bakur Weiner, psicoterapeuta e psicoanalista americana (docente presso l’Università di Fordham e presso il Manhattan Marymount College e scrittrice prolifica), pare offrire un aiuto concreto per scoprire i “fedifraghi”.

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Indizi di tradimento

Da qualche tempo il vostro partner si comporta in modo “strano”? Risponde al cellulare più veloce di un giaguaro, magari scomparendo in un’altra stanza? Rincasa più tardi del solito e, alle vostre lecite richieste di spiegazioni, farfuglia risposte oltremodo vaghe? Evita di guardarvi negli occhi? Oppure offre spiegazioni generose, talmente sciolte e plausibili, da sembrare la recita di un copione? Guardatevi dal sospettare di ogni cosa, ma se i dubbi paiono avere un fondamento concreto, siete autorizzate ad approfondire, per scoprire la verità.

Ecco 10 segnali che, secondo gli autori del manuale “180 Telltale signs mates are cheating and how to catch them”, potrebbero rivelare un tradimento. 

1. Le sue abitudini cambiano improvvisamente:

se da un giorno all’altro il vostro partner freme per portare fuori la spazzatura, il cane, il cane del vicino, ecc… o per farvi il piacere di andare al supermercato al posto vostro, o per andare a comprare le sigarette (pur non fumando!), allora il sospetto pare essere legittimo.

2. I regali:

può sembrare brutto diffidare di un presente ma, se in dieci anni non vi ha mai regalato nemmeno un gianduiotto, e ora più o meno ogni giorno si presenta con un dono, forse sta cercando di rimediare a qualcosa?

3. La freddezza:

il partner è freddo, disinteressato, distratto. Vi presta meno ascolto del solito. Che stia pensando ad un’altra persona?

4. Ipercriticità:

cerca continuamente pretesti per litigare, diventa ipercritico nei vostri confronti senza un motivo, niente di quello che fate gli sta bene. Attenzione, il partner potrebbe non essere in grado di assumersi la responsabilità di lasciarvi, se improvvisamente si  comporta così forse sta cercando un modo facile per farsi lasciare. Esistono tuttavia donne a cui piace il maltrattamento verbale, alcune  lo trovano perfino stimolante; potrebbe rivelarsi quindi una strategia fallimentare…

5. Smarrimento ed imbarazzo:

se il “vostro” uomo è incapace  di nascondere la colpa, fate qualcosa di molto tenero nei suoi confronti e gli leggerete in faccia lo smarrimento e l’imbarazzo. Scoprire un tradimento potrebbe essere più facile del previsto!

6. Tracce:

se il vostro partner è di solito distratto e disordinato, gestire una vita segreta gli lascerà addosso qualche traccia che voi troverete senza troppi sforzi. Mentre i sospetti logorano, la certezza di un tradimento vi autorizza a logorare lui.

7. “Non farmi il terzo grado”:

una risposta del genere a una qualunque innocente richiesta di spiegazione a un ritardo o telefonata sussurrata che sia, potrebbe equivalere ad una confessione firmata? Ai posteri…

8. Gli amici:

i vostri amici comuni possono essere molto preziosi. Se anche loro notano qualcosa di diverso nella coppia, o se vi accorgete che la sua cerchia più stretta ha cambiato atteggiamento verso di voi, è probabile che le vostre non siano solo paranoie: qualcuno potrebbe sapere qualcosa e tacere.

9. Il sesso:

attenzione anche ai cambiamenti nella sfera sessuale: più o meno fantasia a letto possono essere spie utili per intuire se non si stia esercitando altrove, o non arrivi al talamo coniugale già placidamente appagato.

10. Franchezza:

infine, indagare su qualcuno che vi fa sorgere un sospetto ragionevole può essere legittimo, tuttavia sfinire il compagno con accuse che nascono solo dall’ insicurezza personale, non è ammissibile e lo farà stancare molto in fretta. Cercate sempre di parlate in modo aperto e franco dei vostri dubbi con il diretto interessato. Dalla sua reazione potrà partire (o meno),  l’”indagine”.

 

Come psicologa, oltre al servizio di consulenza online, ricevo in studio a San Polo di Torrile (Parma). Da oltre 10 anni ascolto ed aiuto le persone, concretamente, ad uscire dalle situazioni difficili, a fronteggiare le sfide esistenziali e a riprogettare il futuro.

In condizioni di stallo motivazionale e sofferenza psicologica posso aiutarti a superare le tue difficoltà, accompagnandoti verso una consapevolezza rinnovata di te, dei tuoi bisogni, delle tue priorità e del tuo modo di “funzionare”. Posso aiutarti a ritrovare la serenità e  il benessere.

Dott.ssa Silvia Darecchio – contatti

 

 

Cambiare o non cambiare? La paura del cambiamento

I principali ostacoli al benessere psicologico: la paura del cambiamento 

  • IL DOLORE COME “COPERTA DI LINUS”: anche se riconosciamo l’inadeguatezza di certi nostri pensieri e comportamenti che, in definitiva, ci causano insoddisfazione, senso di fallimento e dolore, siamo sempre molto restii a modificarli. Essi infatti ci accompagnano da una vita intera, fanno parte di noi, ci fanno sentire al sicuro e rappresentano l’ “individualità” da portare nel mondo e per la quale il mondo ci riconosce. Il cambiamento, da questo punto di vista, prefigura una dolorosa separazione da qualcosa di familiare, da qualcosa che siamo capaci di gestire, anche se provoca disagio e sofferenza in noi e nelle persone che ci circondano.
  • IL DOLORE COME UNICA CERTEZZA: il timore è, per tante persone, quello di mettere in discussione un equilibrio faticosamente raggiunto, per altre è quello di andare verso l’ignoto, poiché non si ha la garanzia di cambiare in positivo: il cambiamento, di per sé, rappresenta un rischio. Altri pensano che sia meglio “non toccare alcuni tasti”, per paura che la situazione peggiori.
  • DOLORE E VITA COME SINONIMI: talvolta, la paura del cambiamento può essere celata dal pessimismo. Tante persone sono convinte che niente e nessuno potrebbero aiutarle a risolvere i loro problemi, ai quali non c’è soluzione.

Bisogna tener presente che la mente tende sempre a salvaguardare i pensieri che genera, anche se negativi, piuttosto che a confutarli. Questa trappola non ci consente di affrontare il disagio ma, al contrario, mantiene la situazione di difficoltà in un equilibrio fragile e precario.

 

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Lo psicologo fa in modo che possano essere elaborati anche i temi più complessi, in uno spazio privato, protetto e condiviso, accompagnando e sostenendo la Persona lungo questo percorso impegnativo ma necessario.

Psicologo: quando e perché

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Rivolgersi allo psicologo è un atto che, spesso, si realizza solo dopo estenuanti riflessioni, connotate da ansia, paura, apprensione, riluttanza, rabbia, frustrazionevergogna, ecc… Se a ciò si aggiungono:

  • la diffidenza verso la figura dello psicologo;
  • il sospetto nei confronti di un percorso basato sulla parola;
  • la convinzione che tutti siano o possano essere “un pò psicologi”;
  • il pregiudizio che andare dallo psicologo sia economicamente proibitivo;
  • la credenza, derivata principalmente dalla psicanalisi, che un percorso di sostegno (o consulenza) sia senza fine e debba durare anni…

Ecco che la tendenza ad affrontare da soli tutti i problemi  (accompagnata da pensieri del tipo: “I problemi della testa, si risolvono con la forza di volontà!”, “Domani andrà meglio…”, “E’ sufficiente parlarne col mio amico… che è tanto sensibile!”, “E poi sono fatto così, non posso cambiare!”, “Senza contare che ce l’ho sempre fatta da solo… sarà così anche questa volta…”, “Ma come fa un estraneo ad aiutarmi se non mi conosce?”, ecc… ) diventa la norma.


Quando andare dallo psicologo?

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Il momento decisivo è rappresentato dal comprendere che, per quel problema, l’aiuto dell’amico volenteroso ma impreparato, troppo coinvolto e parziale, non è più sufficiente; che è arrivato il momento di cambiare, che è arrivato il momento di chiedere aiuto perché le risorse sono esaurite;  che, proprio perché le risorse della mente non sono infinite,  è necessario, per ricominciare, che qualcuno ci porti a ritrovare quelle risorse. E che una persona competente, che non ci conosce, può aiutarci proprio perché ha una visione più oggettiva, più distaccata, più imparziale di noi e della situazione. 

In termini generali, l’aiuto di uno psicologo va cercato quando si attraversa un periodo di sofferenza psicologica che col tempo non passa, o forse peggiora, tanto da creare delle limitazioni, dei veri blocchi nella vita di ogni giorno, sul lavoro, con i familiari o con gli amici.

Brevemente, è opportuno andare dallo psicologo quando:

  • il malessere boicotta l’efficienza in ambito lavorativo;
  • lo stare male compromette le relazioni con le persone significative, causando ulteriore dolore;
  • nonostante l’aiuto di familiari ed amici,  i problemi non si sono risolti;
  • in presenza di patologie (soprattutto croniche), il medico o altri specialisti non hanno cambiato la situazione;
  • preoccupazione e tristezza sono sempre presenti;
  • si manifestano comportamenti o pensieri che non si riconoscono come propri e che non si riescono a controllare;
  • vengono evitate situazioni che prima non creavano alcun disagio;
  • il corpo è ostaggio di tensione, tachicardia, fiato corto, capogiri, insonnia, testa vuota (o pesante) e di altri sintomi fisici;
  • si è soliti ricorrere all’alcool o ad altre droghe per affrontare (o non affrontare) i momenti critici;
  • il malessere è così pervasivo da portare a pensare al suicidio come soluzione.

Perché andare dallo psicologo?

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Cercare un aiuto psicologico, a ben vedere, non è tanto diverso dal rivolgersi ad una persona competente rispetto a questioni specifiche, come accade quando si ha un guasto all’auto o si deve ristrutturare casa. Capire che la macchina ha bisogno del meccanico è decisamente semplice ed immediato!

Alcuni vanno dallo psicologo perché si sentono troppo spesso o da troppo tempo depressi o ansiosi. Alcuni perché tendono a reagire sempre con rabbia, ottenendo come risultato l’ allontanamento fisico ed emotivo delle persone care. Altri perché hanno bisogno di un sostegno per affrontare una malattia che piano piano li ha svuotati d’energia. Altri ancora perché sono in difficoltà a causa di una separazione, di un divorzio o di un lutto. Alcuni perché non possono fare a meno di usare violenza contro partner e figli; altri  perché non riescono ad allontanarsi dalle aggressioni, dai maltrattamenti e dalle umiliazioni subiti da un famigliare. Altri perché hanno così paura di essere criticati e di non essere all’altezza, che hanno rinunciato ad una vita sociale.

Rispetto a tutto questo, lo psicologo è il professionista che aiuta la persona ad aiutarsi. Agisce come un giardiniere: ripulisce il terreno dalle erbacce, fornisce acqua, luce e nutrimento alla pianta, posiziona un sostegno se la pianta è ripiegata su sé stessa… Tuttavia se la pianta cresce, dipende non solo dalle cure fornite, ma anche dal modo in cui la pianta reagisce. Mettere a frutto le risorse che si possiedono, trovare nuovi equilibri per soddisfare i propri bisogni e stare meglio sono obiettivi che si raggiungono in due. Recuperare il benessere è un obiettivo che poggia cioè tanto sulla competenza dello psicologo quanto sulla personalità di chi a lui si rivolge. Entrano in gioco nel processo, infatti, diverse caratteristiche personologiche del paziente: le modalità di elaborazione, la motivazione al cambiamento, la disponibilità ad abbandonare modi di pensare, di fare esperienza e di comportarsi che non sono (o non sono più) funzionali.


In cosa consiste un “percorso di sostegno psicologico”?

Vediamo ora, brevemente, in che cosa consiste un percorso di sostegno psicologico. L’obiettivo principale di questo tipo di percorso è quello di ottenere un sostegno per affrontare un periodo complesso o difficile della vita. Il disagio potrebbe essere rappresentato da un cambiamento personale necessario ma effettivamente molto complesso, come anche da una situazione di vita che è scomoda ma dalla quale proprio non si riesce a venire fuori.  Ancora, la sofferenza psicologica potrebbe derivare da difficoltà relazionali, o dall’incapacità di comprendere perché la vita, a volte, pone sfide così ardue.

Lo psicologo usa i propri strumenti (conoscenza, esperienza, empatia, comprensione, ascolto, ecc…) per accompagnare lungo un percorso impegnativo e difficile, ma di fondamentale importanza per il benessere, la crescita, il progredire personale e delle relazioni in cui la Persona è coinvolta. Nello studio dello psicologo si è liberi di dire e fare qualsiasi cosa si senta: parlare o stare in silenzio, ridere o piangere, esprimere tutte le emozioni o porre domande sulla vita. Qualsiasi cosa si porti in seduta è accolta serenamente e, alla luce di nuovi punti di vista, elaborata. Il percorso psicologico consente di acquisire consapevolezza rispetto al proprio sistema di interazioni al proprio funzionamento all’interno di queste dinamiche relazionali  e alle circostanze che causano sofferenza, disagio e blocco. Il cambiamento del proprio modo di vivere, la messa in discussione di alcuni aspetti di sé, la riconsiderazione di alcune scelte compiute,  richiedono impegno e fatica; tuttavia il beneficio che se ne trae è di un valore incommensurabilmente maggiore: trovare o ritrovare il proprio benessere.

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Principali ostacoli al benessere psicologico

  1. la paura del cambiamento
  2. la paura del fallimento
  3. la paura del giudizio
  4. la paura delle emozioni
  5. la paura della dipendenza
  6. la paura dello stigma

 


 

 

Quando si tradisce, quando si è traditi.

Il tradimento è un evento forte e traumatico che si abbatte pesantemente sulla coppia, compromettendone gli equilibri e la stabilità; tradire il partner significa distruggere il “noi” , paradigma della relazione.

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L’etimologia della parola “tradire” è latina, deriva da “tradĕre” che significa “consegnare (ai nemici). In origine, infatti, il tradimento era un “fatto militare”. Successivamente il termine si è esteso anche ad altri ambiti, fino ad assumere il senso odierno. Ha conservato tuttavia connotati fortemente negativi e dispregiativi: “tradire” significa, infatti, “mancare di fedeltà”, “abbandonare (il vecchio) per consegnarsi (al nuovo)”.


Le fasi dell’amore e il tradimento

Il rapporto di coppia è caratterizzato, a meno di accordi differenti tra le parti, da esclusività (sessuale e sentimentale) e da un certo grado di dipendenza. I partner,  cioè, stipulano tacitamente un contratto basato sulla fiducia e sulla fedeltà; una sorta di patto segreto che implica il soddisfacimento dei bisogni e delle aspettative di entrambi.

  • All’inizio di una relazione sentimentale, quando si è sopraffatti dall’ innamoramento, è raro tradire. L’innamoramento rappresenta, infatti, la fase in cui si attivano le nostre proiezioni sul partner: si trasferiscono sull’altro i nostri ideali e le nostre caratteristiche. Per questo il partner ci appare tanto unico e speciale ed essere infedeli, a quest’essere che incarna così perfettamente i nostri ideali, è un qualcosa che neppure ci sfiora. Tuttavia accade spesso che i desideri e le fantasie nascenti nell’innamoramento si trasformino in una prigione psichica per colui/colei che viene desiderato e “fantasticato”, e in una cocente delusione per colui/colei che ha fortemente idealizzato l’altro/a.
  • Quando si passa alla fase dell’amore adulto e maturo  l’altro viene visto per quello che è, con tutti i suoi difetti e le sue debolezze; crollano le proiezioni, le fantasie e la realtà dell’altro prende corpo. I bisogni e le aspettative disattesi, per alcuni individui, annullano il vincolo; pensare, cioè, che l’altro/a abbia fallito totalmente, nel renderli felici, significa la rottura del patto e la fine del progetto di vita insieme. In questa fase è elevatissima la probabilità di tradire, soprattutto in chi non sa affrontare la delusione della realtà, in chi ha troppo idealizzato il partner e non riesce a sostenere la maturità della costruzione di una coppia, meno idilliaca, ma più stabile, duratura ed appagante.

Le fasi della vita e il tradimento

  • ADOLESCENZA: nell’adolescenza il tradimento rappresenta il tentativo del soggetto
    di affermare la propria libertà, il proprio spazio di vita, i propri confini psicologici. L’adolescente manifesta con il tradimento del partner, inconsapevolmente, il rifiuto della dipendenza dai genitori. L’adolescenza, cioè, oltre ad essere una fase di sperimentazione sessuale, esprime, attraverso il tradimento, la volontà di affermare autonomia, a discapito di un’ unione che richiama quella simbiotica con i genitori. Attraverso l’infedeltà, inoltre, l’adolescente ricerca la conferma, narcisistica, del proprio valore e del proprio fascino, di cui ha disperato bisogno, in una fase delicata di costruzione dell’identità.

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  • “PRIMA” MATURITA’: per il giovane adulto (o comunque per il “giovane matrimonio”), che sta costruendo un nuovo nucleo familiare assumendosi impegni di convivenza e di costruzione di un progetto di coppia stabile, il tradimento esprime il bisogno interiore di rifuggire dagli impegni e dalle responsabilità che le decisioni assunte, comportano.
  • PIENA MATURITA‘: dopo anni di matrimonio, il tradimento rappresenta una gratificazione, narcisistica, nel confermare a se stessi il proprio fascino, nonostante l’età. L’uomo maturo tende a cercare avventure con donne più giovani per dimostrare a se stesso di essere ancora piacente e per poter vivere una seconda giovinezza. Similmente, per la donna matura il tradimento risponde al bisogno di veder confermata la propria femminilità, trasformata dai cambiamenti biologici ed ormonali.

Bisogni psicologici e tradimento.

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Le cause del tradimento sono sempre soggettive e specifiche, tuttavia, possono essere riconosciute delle macro-categorie di bisogni psicologici, generici e trans-generazionali, che portano i partner a scegliere il tradimento:

  • il BISOGNO DI CONFERMA: i soggetti, caratterizzati da un profilo psicologico insicuro e immaturo, tradiscono perché necessitano di costanti rassicurazioni e di  prove da superare. Vogliono cioè dimostrare a loro stessi di essere indiscutibilmente desiderabili e seducenti.
  • il BISOGNO DI PROVARE FORTI EMOZIONI SESSUALI: il bisogno di provare forti emozioni sessuali rispetto alla qualità dei rapporti sessuali vissuti con un partner di lunga data, magari poco soddisfacenti.
  • il BISOGNO DI INDIPENDENZA: l’infedeltà può rappresentare una difesa contro la paura di fusione che l’intimità di coppia evoca, oppure esprimere il rigetto della sensazione di essere dipendenti dal proprio partner.
  • il BISOGNO DI “DENUNCIARE” L’ INSUFFICIENZA DELLA RELAZIONE DI COPPIA, MANTENENDO UNA FACCIATA SOCIALE: il tradimento, spesso, è lo strumento attraverso cui si esternano all’altro tutti i problemi e le incomprensioni che sono rimasti celati, per non sconvolgere l’armonia della famiglia, nel tentativo disperato ed inconcludente di mantenere un’apparente facciata sociale. In questo caso l’infedele, che ha tenuto per sè i malcontenti rispetto alla relazione, non è stato in grado o non ha voluto instaurare un dialogo autentifico, atto risolvere le difficoltà di coppia.
  • il BISOGNO DI RIEMPIRE UN VUOTO ESISTENZIALE: alcune persone vivono il tradimento come un antidepressivo: una sorta di compensazione, funzionale a colmare dei vuoti profondi dettati dalla solitudine o da una perenne insoddisfazione interiore.
  • il BISOGNO DI CRESCITA: il tradimento può rappresentare anche una tappa del  percorso di maturazione e di evoluzione personale che può interessare  solo uno dei due partner. Se un membro della coppia ha affrontato un’esperienza prepotentemente trasformativa può accadere che anche lo schema di sé  sia cambiato e che siano emersi nuove priorità e nuovi bisogni che l’altro/a non è più in grado di soddisfare.
  • il BISOGNO DI TENERE SEPARATE LA SFERA AFFETTIVA DA QUELLA SESSUALE: esistono “traditori seriali”, individui per i quali essere infedeli rappresenta una costante. Spesso questi soggetti attuano una scissione tra sessualità e affettività, che diventano due dimensioni inconciliabili nella stessa relazione. Questo accade spesso negli uomini sposati che frequentano prostitute.

Vissuti psicologici del “tradito” e del “traditore”

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Certamente lo stato psicologico e i sentimenti provati dal partner infedele e da quello tradito sono molto diversi fra loroIl soggetto tradito, inizialmente, è fortemente sconvolto: il tradimento infatti rade al suolo le certezze e fa si che l’insicurezza e il senso di devastazione prevalgano. Può accadere anche che nella mente della persona tradita si creino pensieri ossessivi ed intrusivi circa il tradimento, morbosità rispetto ai dettagli dell’ “altra relazione”, urgenze di vario tipo. La ferita che lascia il tradimento è difficile che si rimargini completamente poichè resta, oltre alla  delusione, la consapevolezza che la fiducia sia stata compromessa. Permane la sensazione che nulla potrà essere come prima.  Se , tuttavia, sono presenti volontà e desiderio di continuare in entrambi, è possibile recuperare una “relazione tradita”. “Il tradito”, infatti, con il tempo e con un adeguato supporto, può trovare nel perdono dell’altro, quell’amore che aiuterà anche l’ “ex traditore”, a recuperare lo slancio per la continuazione del rapporto. Il “traditore”, che in un primo momento vive fortissimi sentimenti di colpa, da parte sua, grazie ad percorso di sostegno psicologico e forte di nuove consapevolezze, può trovare più di un motivo per riconquistare il  compagno/a e per ricominciare, da zero, a costruire la relazione.


In conclusione

L’ individuo, nella società del consumismo sessuale e sentimentale, è sempre più incline a salvaguardare i propri interessi personali rispetto a quelli della coppia. Se, nella relazione, qualche bisogno non viene corrisposto, pare che ognuno abbia il diritto di cercarne il soddisfacimento, in modo immediato e completo, con un altro partner, senza troppi pentimenti. Il sacrificio e l’impegno necessari per  la  realizzazione del progetto di coppia; la volontà di preservare il legame in crisi, attraverso il dialogo ed il compromesso, rappresentano aspetti di poco valore se rapportati all’ individualismo imperante, che oggi  tutto può. A seguito di un tradimento, tuttavia, non tutto è perduto, allorché ci sia l’intenzione di entrambi di proseguire e di valorizzare il rapporto, è possibile, non solo recuperare la relazione ma anche darle un senso nuovo.

Intraprendere un percorso psicologico di coppia (o individuale per entrambi) significa:

  • mettersi in gioco;
  • impegnarsi concretamente per dare alla relazione una chance, soprattutto se sono coinvolti dei bambini;
  • dare priorità al rapporto;
  • investire energie nella relazione;
  • acquisire delle competenze relazionali (atte a realizzare una comunicazione sincera,  costruttiva, in grado di esprimere in modo assertivo bisogni e insoddisfazioni);
  • imparare ad essere sinceri ed autentici con il partner;
  • imparare a realizzare un dialogo di coppia costante ed efficace (che consenta di ripartire insieme cresciuti, per vivere una nuova relazione, finalmente solida e soddisfacente).

 

Come psicologa, oltre al servizio di consulenza online, ricevo in studio a San Polo di Torrile (Parma). Da oltre 10 anni ascolto ed aiuto le persone, concretamente, ad uscire dalle situazioni difficili, a fronteggiare le sfide esistenziali e a riprogettare il futuro.

In condizioni di stallo motivazionale e sofferenza psicologica posso aiutarti a superare le tue difficoltà, accompagnandoti verso una consapevolezza rinnovata di te, dei tuoi bisogni, delle tue priorità e del tuo modo di “funzionare”. Posso aiutarti a ritrovare la serenità e  il benessere.

Dott.ssa Silvia Darecchio – contatti

 

Psicosomatica: l’intestino

Secondo la teoria elaborata recentemente dallo scienziato americano Michael Gershon,     l’intestino  è  come  un  “secondo  cervello” .   In che senso?

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Intestino e cervello originano embriologicamente dalla stessa massa di tessuti: una parte diventa il sistema nervoso centrale, l’altra diventa il sistema nervoso enterico (deputato a governare le funzioni fondamentali dell’apparato digerente), collegati tra loro dal nervo vago. A differenza del resto del sistema nervoso periferico, quello enterico non esegue necessariamente i comandi che riceve dal cervello né rimanda sempre le informazioni ai distretti superiori, ma può elaborare i dati ricevuti dai propri recettori sensitivi e agire in modo indipendente nell’organizzazione nervosa del corpo. L’intestino contiene, cioè, neuroni in grado di essere autonomi, ossia che possono far funzionare l’organo senza ricevere istruzioni dal cervello o dal midollo spinale. Sembra infatti che il nervo vago, collegamento tra i due sistemi nervosi, costituisca solo una minima parte della comunicazione che avviene in entrambe le direzioni.  Dal momento in cui il cibo viene deglutito a quello in cui viene espulso l’intestino può regolare da solo tutte le fasi, il sistema nervoso centrale è assolutamente necessario solo per la deglutizione e per l’atto della defecazione. La presenza del cibo nell’apparato gastrointestinale è rilevato dal sistema nervoso enterico che avvia la secrezione di materiali digestivi e stimola l’intestino a mettere in atto le azioni appropriate per la digestione in quel determinato momento.

Le ricerche più recenti hanno scoperto che il cervello enterico produce il 95% della serotonina, uno dei principali neurotrasmettitori del sistema nervoso. L’intestino, inoltre, sarebbe in grado di memorizzare stress e ansie utilizzando le stesse sostanze chimiche (serotonina, dopamina, sostanze oppiacee e antidolorifiche) impiegate nel cervello (Lanza, 2009). Si può affermare che i due cervelli usano lo stesso linguaggio chimico e che, pur funzionando in modo autonomo e integrato, si influenzano grandemente a vicenda. Questo stretto  rapporto può essere sperimentato  quando si ha, ad esempio, mal di testa o insonnia da cattiva digestione o una stretta allo stomaco in situazioni di stress mentale (Lanza, 2009).

Alexander, negli anni ’30, mise in discussione che il principale fattore eziologico delle patologie psicosomatiche fosse di natura esclusivamente psicologica. Secondo l’autore il Sistema Neuro-Vegetativo, all’interno del quale si integrano soma e aspetti affettivo-relazionali, influenza sia il comportamento individuale sia l’attività dei sistemi enzimatici attraverso reti neuronali periferiche. La sua capacità, quindi, di regolare contemporaneamente la vita istintivo-affettiva e il metabolismo cellulare dimostra come esso rappresenti il legame tra sfera psichica e somatica così da permettere all’organismo di reagire in maniera unitaria agli stimoli interni ed esterni.

Secondo la neuro-gastroenterologia odierna il cervello responsabile della componente psico-emotiva è addirittura quello enterico, per cui non esisterebbe più un solo percorso eziologico a senso unico, ossia conflitto emotivo → cervello → organo, ma un’ambivalenza di ruoli (Lanza, 2009).

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Lavorando sul sistema intestinale, quindi, si possono ottenere:

  • un rafforzamento del sistema immunitario;
  • un innalzamento del quadro energetico in quanto viene aiutato il metabolismo dei cibi;
  • un beneficio a livello umorale, questo perchè il corretto smaltimento dei rifiuti del nostro organismo, garantisce un importante ricambio tossinico che altrimenti ristagnerebbe nel nostro corpo, producendo sintomi quali stanchezza, nervosismo e irritabilità.

 


 

Dott.ssa Silvia Darecchio  – Psicologa – San Polo di Torrile (Pr)  contatti

“Non piangere salame…”

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Ovvero “Le canzoni dell’amore tossico”

Ci sono canzoni che, come dei monumenti, appartengono al patrimonio socio-culturale e identitario del nostro Paese; parlo di quei brani nazional-popolari che anche oggi, se passano alla radio, ci fanno cantare a squarciagola. Ma… ne avete mai analizzato attentamente i testi? Ce ne sono alcune che sono dei veri e propri manifesti “dell’amore mai avuto”, dell’amore malato, del “troppo amore”.  Il fatto di essere state accettate acriticamente, di essere state promosse dai media e il fatto, semplicemente, di esistere, hanno favorito la legittimazione di certi comportamenti, se non abusanti, poco rispettosi della dignità del partner? Queste canzoni, in vari modi, propongono un modello d’amore patologico e disfunzionale che molti considerano l’unico tipo di amore possibile: l’amore “oscuro” che fa soffrire…

Vediamone alcune:

“MINUETTO” di I. Fossati, cantata da Mia Martini

“E’ un’incognita ogni sera mia… Un’ attesa, pari a un’agonia. Troppe volte vorrei dirti: no, e poi ti vedo e tanta forza non ce l’ho. E vieni a casa mia, quando vuoi, […] sono sempre fatti tuoi. Tanto sai che quassù male che ti vada avrai tutta me, se ti andrà per una notte… E cresce sempre più la solitudine […] Rinnegare una passione no, ma non posso dirti sempre si’ e sentirmi piccola cosi’ […] Continuo ad aspettarti nelle sere per elemosinare amore… […] E la vita sta passando su noi, di orizzonti non ne vedo mai! […] Io non so l’amore vero che sorriso ha... […].” 

Che dire? Questa canzone è sicuramente uno dei manifesti più significativi dell’amore “troppo”: abbiamo una donna che si annulla per un uomo che la sta trattando da oggetto, che non la rispetta, che la sta usando. Pare esserne in qualche modo consapevole “Io non so l’amore vero che sorriso ha...” ma non riesce a spezzare questo legame disfunzionale di dipendenza.

“GRANDE GRANDE GRANDE” di A. Testa, cantata da Mina

Con te dovrò combattere non ti si può pigliare come sei… i tuoi difetti son talmente tanti che nemmeno tu li sai… sei peggio di un bambino capriccioso la vuoi sempre vinta tu… sei l’uomo più egoista e prepotente che abbia conosciuto mai. In un attimo tu sei grande e le mie pene non me le ricordo più. Io vedo tutte quante le mie amiche son tranquille più di me non devono discutere ogni cosa come tu fai fare a me… ricevono regali e rose rosse per il loro compleanno dicon sempre di sì non han mai problemi e son convinte che la vita e’ tutta lì… invece no, invece no la vita e’ quella che tu dai a me in guerra tutti i giorni sono viva sono come piace a te… ti odio e poi ti amo e poi ti amo e poi ti odio e poi ti amo… non lasciarmi mai più.

Vediamo questo testo: qui abbiamo una donna che urla ai quattro venti il suo “aver capito tutto dell’amore”. Ci consiglia, per essere felici, di vivere una relazione d'”amore” problematica con un uomo immaturo egoista e prepotente, che la fa penare, discutere, che la tratta a pesci in faccia, che non le fa regali, e che magari nemmeno ricorda la data del suo compleanno… Ma vale la pena vivere una storia d’amore così, se poi, quell’uomo butta ogni tanto, come un osso, un minuscolo pezzettino di sé.

“ALMENO TU NELL’UNIVERSO” di B. Lauzi e M. Fabrizio, cantata da Mia Martini

Tu, tu che sei diverso, almeno tu nell’universo… Un punto sei, che non ruota mai intorno a me  un sole che splende per me soltanto  come un diamante in mezzo al cuore. 

In questa canzone il riferimento, sicuramente più insidioso, all’amore poco sano sta in questa frase: “Un punto sei, che non ruota mai intorno a me un sole che splende per me”. Che c’è di male? Se l’altro è punto fermo che non ruota attorno a noi, significa che siamo noi a ruotare attorno a lui? Anche no, grazie. Ognuno stia al posto suo, e  magari troviamoci a metà strada…

“LA BAMBOLA” di R. Cini, F. Migliacci, B. Zambrini, cantata da Patty Pravo

Tu mi fai girar come fossi una bambola Poi mi butti giù Come fossi una bambola Non ti accorgi quando piango Quando sono triste e stanca tu Pensi solo per te Del mio amore non ridere Sai far male da piangere, Tu non mi metterai Tra le dieci bambole Che non ti piacciono più…

Beh… cosa vogliamo aggiungere?

“VEDRAI VEDRAI” di Luigi Tenco

Quando la sera me ne torno a casa… Non ho neanche voglia di parlare… Tu non guardarmi con quella tenerezza Come fossi un bambino che ritorna deluso… Vedrai che cambierà. Preferirei sapere che piangi… Che mi rimproveri di averti delusa… E non vederti sempre così dolce Accettare da me tutto quello che viene… Mi fa disperare il pensiero di te E di me che non so darti di più.

Questo testo è interessante, perché il punto di vista riportato, per una volta, è quello dell’uomo. Ma la sostanza non cambia: una donna, con un’ autostima molto bassa, sta amando “troppo” un uomo che, anche se consapevole di certe dinamiche, non è emotivamente disponibile. E’ una relazione squilibrata, dove la donna si comporta più da madre che da partner alla pari.

“BLUNOTTE” di Carmen consoli

Forse non riuscirò A darti il meglio Più volte hai trovato I miei sforzi inutili, Più volte hai trovato I miei gesti ridicoli Come se non bastasse L’aver rinunciato a me stessa Come se non bastasse tutta la forza Del mio amore E non ho fatto altro Che sentirmi sbagliata Ed ho cambiato tutto di me Perché non ero abbastanza Ed ho capito soltanto Adesso Che avevi paura.

La signora Consoli pare possedere davvero una ricca collezione di amori tossici! Rinunciare a sé, cambiare, sentirsi sbagliate… se un amore ci richiede questo, non è amore.

“PER ELISA” di Alice e F. Battiato, cantata da Alice

Vivere non è più vivere,  lei ti ha plagiato, ti ha preso anche la dignità. fingere non sai più fingerE senza di lei ti manca l’aria.  Senza Elisa, non esci neanche a prendere il giornale  con me riesci solo a dire due parole  ma noi, un tempo ci amavamo. 

Questa canzone racchiude un senso terrificante: qui una donna si lamenta con il partner, lo rimprovera di preferire l’eroina a lei… Questa donna vede la sostanza come una rivale… e rimpiange i bei tempi andati, quando lui era dipendente da lei e non da Elisa (l’eroina, appunto). La dipendenza non è amore. Rimanere in una relazione con una persona tossicodipendente dimostra quanta scarsa stima di sé abbia chi resta.

“STORIA D’AMORE” di A. Celentano, L. Beretta e M. Del Prete, cantata da Adriano Celentano

Lei mi amava, mi odiava era contro di me,  io non ero ancora il suo ragazzo  e già soffriva per me  se non ero stato il suo ragazzo  era colpa di lei.  E uno schiaffo all’improvviso  le mollai sul suo bel viso  rimandandola da te. 

“io non ero ancora il suo ragazzo e già soffriva per me”, quest’uomo, in una sola frase, delinea una cornice di senso: ci dice che è normale che l’uomo faccia patire una donna e che la donna stia lì a subire. Ma non pago aggiunge: “E uno schiaffo all’improvviso  le mollai sul suo bel viso rimandandola da te.” Letta oggi questa cosa fa inorridire: l’ uomo ci racconta di aver fieramente schiaffeggiato una donna, perché era quello che lei meritava… Credo che non ci sia bisogno di rimarcare che “nessuno picchia nessuno”, che una donna non è un pacco da “rimandare” al mittente e che una narrazione di questo tipo, con un uomo che vede l’esercizio della violenza come “una risposta possibile” e una donna che si fa fare di tutto per “amore”, sia da rigettare fortemente.

“AMORE DI PLASTICA” di Carmen Consoli

tu che mi offrivi un amore di plastica Ricorda tu sei quello che non c’è¨ quando io piango tu sei quello che non sa quando è¨ il mio compleanno quando vago nel buio… volevo essere più forte di ogni tua perplessità ma io non posso accontentarmi se tutto quello che sai darmi è¨ un amore di plastica

Ecco di nuovo l’amica Carmen Consoli. Ci auguriamo per lei che il signore in questione sia lo stesso di “Blunotte”, l’altra canzone. La situazione e le dinamiche sottese paiono essere le stesse.

“L’ ABITUDINE DI TORNARE” di Carmen Consoli

Tornare è un’abitudine Per quelli come te Sommersi e annoiati dai ritmi di sempre, Confesserai mai a tua moglie Che sabato dormi con me Da circa dieci anni tra alti e bassi… Ma io non posso chiedere, Io non devo chiedere Sarai tu a rispondere se vorrai… Ma io non posso piangere, Io non devo piangere Sarai tu a decidere se vorrai, Tornare è un’abitudine Per quelli come te Fedeli ancorati, all’ovile di sempre,  Come dirai a tua moglie Che hai un figlio identico a me Ha grandi occhi neri Ha compiuto tre anni E’ piccolo e non può chiedere Lui non deve chiedere Sarai tu a rispondere se vorrai Ma lui non deve piangere, E’ vergogna piangere, Sarai tu a rispondere Se saprai…

Come dicevamo, la “cantantessa” Consoli ha nel suo repertorio brani capaci di insegnamenti notevoli, in ambito “relazional-amoroso”: accettare una relazione a metà, essere l’amante, aspettare le briciole senza poter chiedere di più, quanto sono rivelatori di uno scarso amore di sé?

“SEI TUTTI I MIEI SBAGLI” di Subsonica

Tu sai difendermi e farmi male  ammazzarmi e ricominciare  a prendermi vivo  sei tutti i miei sbagli  a caduta libera  e in cerca di uno schianto  ma fin tanto che sei qui  posso dirmi vivo. Tu affogando per respirare imparando anche a sanguinare.

Si ok, si capisce poco… Ma “sta roba”, qualsiasi cosa sia, è troppo. Nessuno deve poterci  accendere o spegnere,  e noi non dovremmo funzionare come degli interruttori.

“CENERE” di Marlene Kuntz

Ciao Divina, io sono il mozzo…Guarda che ballo, mi trovi bello? Che te ne pare di come striscio? … Io sarò fuoco se scaglierai quel dardo contro di me. Io sarò cenere su cenere..

Questo testo, piuttosto oscuro in realtà, ci fa immaginare una situazione in cui un uomo si rende ridicolo, si umilia, si annulla, pur di ottenere l’amore di lei… per cui è pronto anche a morire… Troppo?

“LASCIARSI UN GIORNO A ROMA” di Niccolò Fabi

Non ho visto nessuno andare incontro a un calcio in faccia con la tua calma, indifferenza sembra quasi che ti piaccia camminare nella pioggia ti fa sentire più importante perché stare male è più nobile per te ricordati che c’è differenza tra l’amore e il pianto... cerca un modo per difenderti una ragione per pensare a te… e qual è il grado di dolore che riesci a sopportare prima di fermare l’esecuzione e chiedere soccorso a me che non ti do un motivo ancora per restare nella storia di una storia che non c’è.

Questa canzone usa parole durissime per raccontarci la fine, a senso unico, di una relazione. Lui grida in faccia a lei di smetterla di umiliarsi, di riprendersi la sua vita, di trovare il coraggio di pensare a sé stessa… lui non riesce a capire come lei possa accettare di vivere ormai di “una relazione che non c’è” connotata solo da dolore e sofferenza: “ricordati che c’è differenza tra l’amore e il pianto”… Anche il modo in cui finisce una relazione è rivelatore dell’essenza “poco sana” della relazione stessa…

“LA BALLATA DELL’AMORE CIECO” di Fabrizio De Andrè

Un uomo onesto, un uomo probo, s’innamorò perdutamente d’una che non lo amava niente. Gli disse portami domani il cuore di tua madre per i miei cani. Lui dalla madre andò e l’uccise, dal petto il cuore le strappò e dal suo amore ritornò… Non le bastava quell’orrore, voleva un’altra prova del suo cieco amore. Gli disse amor se mi vuoi bene, tagliati dei polsi le quattro vene. Le vene ai polsi lui si tagliò, e come il sangue ne sgorgò, correndo come un pazzo da lei tornò. Gli disse lei ridendo forte, l’ultima tua prova sarà la morte. E mentre il sangue lento usciva, e ormai cambiava il suo colore, la vanità fredda gioiva, un uomo s’era ucciso per il suo amore. Fuori soffiava dolce il vento ma lei fu presa da sgomento, quando lo vide morir contento. Morir contento e innamorato, quando a lei niente era restato, non il suo amore, non il suo bene, ma solo il sangue secco delle sue vene.

Si deve aggiungere qualcosa? Chi è più malato tra i due? Non serve morire per l’altro, ma vivere per stare bene insieme. Inoltre, “l’amore è cieco”… solo per chi non lo conosce veramente.

“TANTA VOGLIA DI LEI” di Pooh 

Mi dispiace di svegliarti, forse un uomo non sarò ma d’un tratto so che devo lasciarti, fra un minuto me ne andrò. Mi dispiace devo andare il mio posto è là, il mio amore si potrebbe svegliare chi la scalderà.

Qui abbiamo un lui che tradisce la fiducia di due donne… però è dispiaciuto. Accettare o non accettare un tradimento? Accettare o non accettare di giocare il ruolo dell’amante? Se fosse cantata da una donna, una donna che tradisce e che vuol correre a casa a scaldare il partner ignaro che dorme, che effetto farebbe?

“EPPUR MI SON SCORDATO DI TE” di Mogol e L. Battisti

Eppur mi son scordato di te come ho fatto non so. Una ragione vera non c’è lei era bella però. Un tuffo dove l’acqua è più blu niente di più. Ma che disperazione nasce da una distrazione era un gioco non era un fuoco. Non piangere salame: dei capelli verde rame è solo un gioco e non un fuoco lo sai che t’amo io ti amo veramente.

Anche in questo testo si parla di tradimento, ma, mentre nella canzone precedente la partner dormiva e non sapeva, qui l’uomo (scoperto o progressista) cerca di spiegare il perché del tradimento. E non trovando niente di meglio da dire, dice: “Un tuffo dove l’acqua è più blu niente di più.” Ecco, una “giustificazione” così potrebbe andar bene per dei tredicenni… Per non uscire dalla metafora: il globo terracqueo è composto prevalentemente d’acqua… che si fa? Si prova tutta?

“SE SAPESSI COME FAI” di Luigi Tenco

Vorrei che per me un giorno solo le parti si potessero invertire… quel giorno ti farei soffrire come adesso soffro io… Se sapessi come fai a fregartene così di me… a sapere così Bene sino a che punto ho bisogno di te… A saperlo così Bene ancor meglio di me.

Un altro manifesto dell’amore che fa soffrire? Eccolo. Qui è un uomo a disperarsi, ma la dinamica è la stessa.

“UN’ EMOZIONE DA POCO” di I. Fossati, cantata da Anna Oxa

dimmi che senso ha dare amore a un uomo senza pietà uno che non si è mai sentito finito che non ha mai perduto… per me, più che normale che un’emozione da poco mi faccia stare male, una parola detta piano basta già… ed io non vedo più la realtà non vedo più a che punto sta la netta differenza fra il più cieco amore e la più stupida pazienza no, io non vedo più la realtà nè quanta tenerezza ti da la mia incoerenza pensare che vivresti benissimo anche senza.

“non vedo più a che punto sta la netta differenza fra il più cieco amore e la più stupida pazienza”… Un’ altra donna che si accontenta di pochissimo, di una parola detta piano…

AMANDOTI di CCCP

Amarti m’affatica mi svuota dentro qualcosa che assomiglia a ridere nel pianto… Amarti m’affatica mi dà malinconia che vuoi farci è la vita la mia.

L’amore che affatica… Tutto sommato questa immagine, rispetto alle altre, non è poi tanto male: se, come abbiamo detto, amore non è sinonimo di sofferenza, possiamo affermare che è il compagno ideale di fatica, impegno, responsabilità e lavoro. Una coppia intelligente poi sa come dividere tutto questo in modo che i punti di forza di ciascuno risplendanoCi auguriamo che nella situazione raccontata, la fatica sia doppia e non a senso unico, anche se “il sentirsi vuoti” e “il ridere per disperazione” non sono certo “sintomi” d’amore.

Considerando che tutte queste, sono ritenute canzoni “d’ amore, credo valga la pena ricordare come dovrebbe essere l’”amore sano”. L’amore è un fatto di qualità più che di quantità. Amare molto non significa amare bene. Amare bene comporta rispetto, fiducia, onestà, sostegno reciproco, vivere una relazione di equilibrio tra dare e ricevere, mantenere identità separate e una buona comunicazione.

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Dott.ssa Silvia Darecchio  – Psicologa – San Polo di Torrile (Pr)  contatti