
“Forse avrei dovuto venire prima.”
È una frase che uno psicologo può sentirsi dire al termine di un primo colloquio. Non perché chiedere aiuto prima avrebbe necessariamente risolto tutto più facilmente, ma perché molte persone arrivano dopo aver trascorso mesi, a volte anni, cercando di capire se il proprio malessere sia “abbastanza grave” da giustificare una richiesta di aiuto.
Prima si prova a resistere. Si aspetta che passi. Si cerca di ragionare, di distrarsi, di essere più forti. Si parla con un amico. Si promette a se stessi che da lunedì cambierà qualcosa.
A volte funziona. Le persone possiedono risorse straordinarie e molte difficoltà della vita possono essere affrontate autonomamente o grazie al sostegno delle persone che abbiamo accanto.
Altre volte, però, qualcosa non cambia.
L’ansia continua a presentarsi. Una relazione continua a farci soffrire. Prendiamo sempre le stesse decisioni e ci ritroviamo negli stessi punti. Un evento che pensavamo di avere superato continua a condizionare il presente. Oppure, semplicemente, ci accorgiamo che stiamo vivendo una vita nella quale non stiamo più bene, anche se facciamo fatica a spiegare esattamente perché.
È spesso in questo momento che nasce la domanda:
“Forse dovrei andare da uno psicologo?”
Perché è così difficile chiedere aiuto?
Decidere di rivolgersi a uno psicologo può essere molto meno semplice di quanto sembri.
Per alcune persone significa ammettere di non essere riuscite a risolvere un problema da sole. Per altre significa entrare in contatto con emozioni che hanno cercato a lungo di evitare. Altre ancora temono di essere giudicate, di sentirsi dire qualcosa che non vogliono sentire o di scoprire che il proprio problema è più serio di quanto pensassero.
Ci sono poi convinzioni che continuano a pesare:
“Dovrei riuscire a farcela da solo.”
“In fondo c’è chi sta molto peggio di me.”
“Sono sempre stato così, ormai non posso cambiare.”
“Che cosa può capire di me una persona che non mi conosce?”
“Posso parlarne con un amico, è la stessa cosa.”
E ancora: la paura che iniziare un percorso psicologico significhi necessariamente intraprendere qualcosa che durerà anni.
In realtà, non esiste una soglia universale di sofferenza che bisogna superare per avere il diritto di chiedere un aiuto psicologico.
Non occorre aspettare di non riuscire più ad alzarsi dal letto, di avere compromesso una relazione o di essere arrivati al limite delle proprie risorse.
Si può chiedere aiuto anche prima.
Quando può essere utile andare dallo psicologo?
Una delle indicazioni più importanti è la persistenza del malessere.
Tutti attraversiamo periodi difficili. Possiamo sentirci tristi dopo una perdita, ansiosi davanti a un cambiamento, disorientati durante una crisi personale o profondamente arrabbiati dopo una delusione. Provare emozioni dolorose non significa automaticamente avere un problema psicologico.
La domanda da porsi è piuttosto: che cosa sta succedendo alla mia vita a causa di questo malessere?
Per esempio, l’ansia sta iniziando a decidere al posto mio?
Evito situazioni che prima affrontavo tranquillamente? Rinuncio a viaggiare, guidare, uscire, parlare in pubblico o incontrare persone perché temo come potrei sentirmi?
La tristezza sta occupando progressivamente ogni spazio?
Le difficoltà nella relazione di coppia sono diventate il centro delle mie giornate?
Continuo a ripetere comportamenti che mi fanno soffrire, pur sapendo che mi fanno soffrire?
Il mio corpo è costantemente in tensione e gli accertamenti medici non spiegano completamente ciò che sento?
Sto attraversando una separazione, un lutto, una malattia o un cambiamento importante e sento che le mie risorse abituali non sono sufficienti?
Questi sono alcuni esempi di situazioni nelle quali un confronto psicologico può essere utile.
Ma esiste anche una situazione molto meno evidente: quando apparentemente va tutto bene, ma noi non stiamo bene.
Si lavora, si portano avanti gli impegni, si gestisce la famiglia, si incontrano gli amici. Dall’esterno non sembra esserci alcun problema particolare. Eppure qualcosa si è spento, oppure si avverte una sensazione persistente di insoddisfazione, di immobilità, di distanza dalla propria vita.
Anche questo può essere un motivo sufficiente per fermarsi e cercare di capire che cosa sta accadendo.
Non serve avere una diagnosi per rivolgersi a uno psicologo
Un altro equivoco frequente è pensare che lo psicologo serva esclusivamente quando è presente un disturbo psicologico.
Non è così.
Ci si può rivolgere a uno psicologo perché si sta attraversando una fase critica, perché una relazione è diventata difficile, perché bisogna prendere una decisione importante o perché un cambiamento mette in discussione equilibri costruiti nel tempo.
Una persona può chiedere aiuto dopo una separazione che non riesce ad accettare. Un genitore può sentirsi in difficoltà nella relazione con un figlio adolescente. Qualcuno può accorgersi di non riuscire mai a dire di no e di vivere costantemente in funzione delle esigenze degli altri. Un’altra persona può ritrovarsi, relazione dopo relazione, dentro dinamiche molto simili e chiedersi perché.
In questi casi non è necessario partire da una diagnosi.
Si parte da una domanda.
“Perché continuo a stare così?”
“Perché mi succede sempre la stessa cosa?”
“Perché so perfettamente cosa dovrei fare, ma non riesco a farlo?”
“Come posso affrontare quello che mi sta succedendo?”

Parlare con un amico e parlare con uno psicologo non sono la stessa cosa
Il lavoro psicologico può iniziare proprio da lì.
Gli amici possono essere una risorsa fondamentale. Ci conoscono, ci vogliono bene, condividono la nostra storia e possono sostenerci nei momenti più difficili.
Ma un amico e uno psicologo svolgono funzioni diverse.
Un amico è coinvolto nella nostra vita. Può avere un’opinione sul nostro partner, conoscere la nostra famiglia, essere arrabbiato con qualcuno che ci ha ferito o desiderare semplicemente di vederci stare meglio il prima possibile.
Per questo può dirci:
“Lascialo.”
“Non pensarci più.”
“Devi reagire.”
“Io al posto tuo farei così.”
Sono risposte comprensibili, spesso dettate dall’affetto. Ma non sempre ciò di cui abbiamo bisogno è sapere che cosa farebbe un’altra persona al posto nostro.
Lo psicologo non dovrebbe decidere al nostro posto.
Il suo lavoro è aiutarci a comprendere meglio che cosa accade dentro di noi, quali significati attribuiamo alle esperienze, quali modalità tendiamo a ripetere e quali risorse possiamo utilizzare per affrontare ciò che stiamo vivendo.
Proprio il fatto che lo psicologo sia inizialmente un estraneo, che a molte persone sembra un limite, può diventare una risorsa: non appartiene alla nostra famiglia, non è coinvolto nelle nostre relazioni e non ha bisogno che scegliamo una soluzione piuttosto che un’altra.
Può quindi aiutarci a osservare la situazione da una prospettiva diversa.
Perché, qualche volta, il problema non è che non abbiamo pensato abbastanza.
È che continuiamo a pensare alla stessa cosa sempre dallo stesso punto di vista.
In cosa consiste un percorso di sostegno psicologico?
Una delle ragioni per cui si può esitare a rivolgersi a uno psicologo è non sapere esattamente che cosa accadrà una volta entrati nel suo studio.
Di che cosa dovrò parlare? Dovrò raccontare tutta la mia vita? Sarà lo psicologo a farmi domande? Mi dirà che cosa devo fare?
Un percorso di sostegno psicologico può avere caratteristiche diverse a seconda della persona, della situazione che sta vivendo e degli obiettivi individuati insieme. Si può partire da un problema molto preciso oppure da una sensazione più difficile da definire.
“Non riesco a superare questa separazione.”
“Da quando è successa questa cosa non mi sento più la stessa persona.”
“Continuo ad avere problemi nelle relazioni e vorrei capire perché.”
“Non c’è niente di particolare che non va. So soltanto che non sto bene.”
Il primo passo è cercare di comprendere insieme che cosa sta accadendo.
A volte il problema che una persona porta inizialmente è esattamente quello sul quale sarà utile lavorare. Altre volte, procedendo nei colloqui, emergono collegamenti che prima erano difficili da vedere: modalità relazionali che tendono a ripetersi, bisogni che non trovano spazio, emozioni che vengono sistematicamente evitate, esperienze del passato che continuano a influenzare il modo di vivere il presente.
Il percorso psicologico diventa allora uno spazio nel quale fermarsi e osservare con maggiore chiarezza il proprio modo di funzionare, comprendere ciò che mantiene una situazione di sofferenza e individuare possibilità nuove per affrontarla.
Lo psicologo non decide al posto tuo
Chiedere aiuto non significa consegnare a qualcun altro le decisioni sulla propria vita.
Lo psicologo non dovrebbe stabilire se devi lasciare il tuo partner, cambiare lavoro, perdonare qualcuno o prendere una determinata decisione. Può aiutarti, invece, a comprendere che cosa desideri, che cosa temi, quali bisogni stai cercando di proteggere e che cosa ti impedisce di scegliere.
Questo aspetto può risultare inizialmente frustrante per chi arriva sperando di ricevere una risposta precisa.
“Mi dica lei che cosa devo fare.”
È una richiesta comprensibile, soprattutto quando ci si sente confusi e stanchi. Ma una soluzione suggerita dall’esterno difficilmente può sostituire un processo attraverso il quale la persona arriva a comprendere quale scelta sia realmente coerente con sé.
In questo senso, lo psicologo aiuta la persona ad aiutarsi.
Non perché debba lasciare il cliente nuovamente solo davanti al problema, ma perché il lavoro consiste anche nel permettergli di acquisire strumenti, consapevolezza e competenze che possano rimanere disponibili nella sua vita, anche quando il percorso sarà terminato.
Il cambiamento si costruisce insieme
Un percorso psicologico non è qualcosa che lo psicologo “fa” alla persona.
È un lavoro che si costruisce nella relazione tra due persone che hanno ruoli e competenze differenti.
Lo psicologo mette a disposizione le proprie conoscenze, l’esperienza professionale, gli strumenti psicologici, l’ascolto e una prospettiva esterna alla vita del cliente. La persona porta la propria storia, il proprio modo di sentire, le proprie risorse, le proprie difficoltà e, soprattutto, la propria conoscenza di sé e della propria esperienza.
Anche per questo non esistono percorsi identici.
Nel lavoro con le persone capita di vedere come lo stesso problema possa avere significati completamente diversi. Due persone possono arrivare entrambe dopo una separazione: una può avere bisogno di elaborare la perdita, un’altra di comprendere perché continua a sperare nel ritorno dell’ex partner, un’altra ancora può scoprire che la difficoltà più grande non riguarda la persona perduta, ma la paura di ritrovarsi sola.
Il punto di partenza può sembrare lo stesso.
Il percorso, invece, appartiene sempre a quella specifica persona.
Quanto dura un percorso psicologico?
Non esiste una durata valida per tutti.
L’idea che rivolgersi a uno psicologo significhi necessariamente iniziare un percorso destinato a durare per anni appartiene anche a una rappresentazione della psicologia legata soprattutto ad alcuni modelli di intervento.
La durata dipende dal tipo di difficoltà, dagli obiettivi, dalla storia della persona e dal lavoro che si decide di intraprendere.
Un percorso centrato sull’affrontare una fase specifica della vita può avere caratteristiche diverse da un lavoro rivolto a modalità di funzionamento e relazionali consolidate da molti anni.
Ciò che è importante è che il percorso abbia un senso e una direzione comprensibili per la persona che lo sta facendo. Gli obiettivi possono essere definiti, verificati e, quando necessario, modificati nel tempo.
Andare dallo psicologo non significa quindi entrare in un percorso senza fine. Significa iniziare un lavoro che dovrebbe aiutare la persona a stare progressivamente meglio e ad acquisire maggiori possibilità di affrontare autonomamente la propria vita.
Chiedere aiuto prima di arrivare al limite
Forse uno dei pregiudizi più difficili da superare è l’idea che chiedere aiuto significhi non essere stati abbastanza forti.
Eppure possiamo guardare la questione da una prospettiva completamente diversa.
Riconoscere che una situazione ci sta mettendo in difficoltà significa essere capaci di osservare ciò che ci sta accadendo. Decidere di occuparsene significa assumersi una responsabilità nei confronti del proprio benessere.
Non è necessario aspettare che il malessere diventi insostenibile.
Possiamo rivolgerci a uno psicologo quando qualcosa ci fa soffrire, ma anche quando ci accorgiamo che un nostro modo di vivere, pensare o stare nelle relazioni non ci corrisponde più.
A volte il cambiamento nasce proprio da una domanda apparentemente semplice:
“Voglio continuare a vivere questa situazione nello stesso modo?”
Se la risposta è no, può essere arrivato il momento di capire che cosa possiamo fare di diverso.
Competenze di benessere
Un percorso psicologico può aiutare a sviluppare competenze importanti per affrontare le difficoltà e i cambiamenti della vita:
- riconoscere e comprendere le proprie emozioni, senza esserne completamente sopraffatti;
- individuare i propri bisogni e trovare modalità più efficaci per esprimerli;
- comprendere i propri schemi ricorrenti, soprattutto quando producono sofferenza;
- affrontare i cambiamenti, anche quando comportano incertezza e paura;
- prendere decisioni più consapevoli, riconoscendo ciò che è importante per sé;
- chiedere aiuto quando serve, senza interpretarlo necessariamente come un segno di debolezza;
- utilizzare le proprie risorse e svilupparne di nuove quando quelle abituali non sono più sufficienti.

Principali ostacoli al benessere psicologico
- la paura del cambiamento
- la paura del fallimento
- la paura del giudizio
- la paura delle emozioni
- la paura della dipendenza
- la paura dello stigma
Hai bisogno di un confronto?
Alcune difficoltà possono essere affrontate autonomamente, attraverso il tempo, l’esperienza e le risorse personali. Altre richiedono un confronto, perché quando siamo immersi in una situazione può essere difficile comprenderla e individuare possibilità diverse da quelle che abbiamo già provato.
Se stai attraversando un periodo di sofferenza, senti che qualcosa nella tua vita si è bloccato oppure continui a chiederti se il tuo problema sia “abbastanza importante” per rivolgerti a uno psicologo, puoi partire proprio da questa domanda.
Puoi contattarmi compilando il modulo qui sotto oppure telefonicamente.

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