Uno psicologo per l’acufene?

“Fischiava per la mia tensione un po’ come si fa con i taxi
Senza una tregua una continuazione ma come si fa a coricarsi
Da solo nel letto a dannarmi, nella stanza cori urlanti”…

“Uno squillo ossessivo, come un pugno sul clacson
Primo pensiero al mattino
L’ultimo prima di buttarmi giù dal terrazzo”…

“Sentivo fischi pure se il locale carico applaudiva
Calo d’autostima
Non potevo ascoltare la musica come l’ascoltavo prima
[…] una pressione continua
La depressione poi l’ira”…

“Credevano che fossi matto
Volevano portarmi dentro
Ho visto più medici in un anno
Che Firenze nel Rinascimento
Stress
Iniziano a dire non sanno che pesci pigliare
A parte quello d’aprile
Vorrei vederlo sparire”…

“Solo chi ce l’ha comprende quello che sento, nel senso letterale
E poi non mi concentro, mi stanca
Sto invocando pietà, […]
Il suono del silenzio a me manca
Più che a Simon e Garfunkel”…

Caparezza, “Larsen” (capitolo: la tortura)

DEFINIZIONE DI TINNITO/ACUFENE

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Ma in cosa consiste questo fastidioso disturbo? La parola “tinnito” deriva dal latino tinnire, tintinnare, e indica la percezione di suono in assenza di uno stimolo acustico. Mentre “acufene” viene dal greco: acuo ascolto e fainomai ovvero suono, fenomeno acustico. Può essere avvertito sotto forma di ronzio, tintinnio, scroscio, fischio o sibilo oppure può presentarsi come un complesso di più suoni che varia nel tempo. Il tinnito può essere intermittente o continuo, può essere quasi impercettibile o avere un volume fastidiosamente alto e solo in rari casi può essere completamente eliminato. Quando è continuo e molto alto può dar luogo a molteplici effetti concomitanti, quali:

  • sofferenze emotive;
  • stress;
  • abbassamento del senso di auto-efficacia;
  • calo dell’autostima;
  • isolamento;
  • solitudine;
  • disturbi del sonno;
  • dolore;
  • difficoltà di concentrazione;
  • spossatezza;
  • difficoltà di comunicazione;
  • veri e propri stati depressivi.

“Percezione acustica non organizzata, non realmente prodotta da alcuna sorgente sonora, né all’interno né all’esterno del nostro corpo”. Più semplicemente: l’acufene. La definizione corretta di acufene esclude cioè quei fenomeni percettivi che riguardano rumori e vibrazioni  (il battito cardiaco, il respiro, i crepitii, gli scricchiolii, i soffi, ecc…) che hanno un’origine meccanica essendo realmente prodotti da una sorgente sonora e include solo quei rumori che il corpo non può produrre in maniera continuativa (quali ronzii, fischi, sibili), indipendentemente dalla loro frequenza o dalla loro durata. In questo caso ronzii, fischi e sibili sono prodotti solo all’interno delle vie uditive neuro-sensoriali, il cui punto di partenza è l’orecchio interno e il cui punto di arrivo è la corteccia temporale “uditiva” (e viceversa).


CLASSIFICAZIONE DEGLI ACUFENI

Esistono due tipi di classificazione degli acufeni:

1.ACUFENI OGGETTVI/SOGGETTIVI

  • OGGETTIVI: il suono è generato dall’attività biologica del corpo. Il rumore che il paziente percepisce esiste davvero ed è avvertibile anche dagli altri, trattandosi di rumori prodotti da strutture vicine all’orecchio che, a causa di un’alterazione dei rapporti vascolari o a causa di un aumento della pressione sanguigna possono trasmettere alle strutture ricettive il rumore del battito cardiaco.
  • SOGGETTIVI: è la forma più comune di acufene ed interessa circa il 20% della popolazione. In questo caso il suono è generato da un’anomala attività nervosa: il paziente sente cioè manifestazioni di impulsi elettrici “parassiti”, generati in qualche punto del sistema nervoso centrale. La condizione è spesso valutata clinicamente attraverso una semplice scala da “lieve” a “catastrofica” in base agli effetti che essa comporta, quali l’interferenza con il sonno e con le normali attività quotidiane. La ricerca recente ha anche proposto due categorie distinte di acufene soggettivo: l’acufene otico, causato dai disordini dell’orecchio interno o del nervo acustico e l’acufene somatico, causato da disordini che non riguardano l’orecchio o il nervo, pur trovandosi all’interno della testa o del collo. Si ipotizza inoltre che l’acufene somatico possa essere dovuto a un “central crosstalk” con il cervello, come se certi nervi del collo e della testa entrassero nel cervello vicino alla regione coinvolta nell’udito.

2. ACUFENI AUDIOGENI/NON AUDIOGENI

La classificazione più frequentemente proposta fra acufeni oggettivi e soggettivi, in base alla possibilità di registrarne con strumenti la presenza, non appare sufficientemente realistica, in quanto ad oggi non esiste (tranne che in rarissimi casi) questa possibilità. Altri propongono, poiché più rispondente alle differenti strategie terapeutiche, la suddivisione degli acufeni in:

  • audiogeni (o endogeni): sono quelli ad alta probabilità di insorgenza da un danno o una disfunzione dell’apparato uditivo a livello della chiocciola (coclea) o delle vie nervose uditive: in questi casi l’orecchio registra e trasmette rumori provenienti patologicamente dal proprio interno. Nella coclea ci sono infatti 12.000 “microfoni” per trasformare i suoni in segnali elettrici. Essendoci tanta corrente elettrica nell’orecchio interno è evidente che, se qualche struttura subisce anche un piccolissimo danno, aumenta notevolmente quel “rumore elettrico” di fondo che può dare luogo all’acufene;
  • non audiogeni (o esogeni): sono quelli che originano in patologie e disfunzioni situate al di fuori dell’apparato uditivo, in altri organi o apparati, come quello vascolare, muscolare, articolare, che vengono solo percepiti dall’orecchio e quindi trasmessi al sistema nervoso. Anche gli acufeni provenienti dall’orecchio ma causati da presenza e movimento di secrezioni catarrali fra tromba di Eustachio e cassa timpanica dovrebbero essere considerati non audiogeni,  in quanto la loro origine è al di fuori del complesso chiocciola-vie nervose uditive.

LE CAUSE

L’acufene non è classificabile come una malattia, ma come un sintomo aspecifico; come una condizione che deriva da una vasta pluralità di cause e situazioni. Vediamone alcune:

  • danni neurologici (ad esempio dovuti a sclerosi multipla),
  • infezioni dell’orecchio,
  • stress ossidativo,
  • stress emotivo,
  • depressione,
  • presenza di corpi estranei nell’orecchio,
  • allergie nasali che impediscono (o inducono) il drenaggio dei fluidi,
  • accumulo di cerume,
  • l’esposizione a suoni di elevato volume,
  • la sospensione dell’assunzione di benzodiazepine,
  • può essere anche un effetto collaterale di alcuni farmaci (acufene ototossico),
  • accompagnamento della perdita dell’udito neurosensoriale o una conseguenza della perdita dell’udito congenita.

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ASPETTI PSICOLOGICI LEGATI ALL’ACUFENE

Da tempo l’acufene è riconosciuto come uno dei principali sintomi tra i disturbi fisici collegati allo stress e agli stati ansiosi  e negli ultimi è uno tra i più diffusi nella popolazione. Anche se colpisce le persone in modo diverso, è possibile che insieme agli acufeni nel paziente si presentino: problemi del sonno, affaticamento, stress, depressione, difficoltà di concentrazione, problemi di memoria, ansia e irritabilità, dove il trattamento di queste condizioni  non  influisce direttamente sull’acufene, ma può aiutare ad alleviarlo. In chi soffre di acufene è infatti comunemente riscontrabile una situazione di generico stress: stress che potrebbe esserne sia la causa (ad esempio in concomitanza di un momento della vita particolarmente pesante e difficile)  sia, comprensibilmente, l’effetto. La comparsa del disturbo tende ad accentuare nel paziente irritabilità, nervosismo e ansia. E’ possibile affermare quindi che nell’acufene la componente neuro-psicologica è prevalente, la componente psicologica, cioè, gioca un ruolo fondamentale nel generare, affrontare, mantenere, alleviare e risolvere il problema; e se è vero che un sistema nervoso efficiente è essenziale per dominare l’acufene, è altrettanto vero che stress e nervosismo sottraggono al cervello le risorse necessarie a tenere sotto controllo il disturbo.

Il nostro sistema nervoso è in grado di affrontare la comparsa dell’acufene in modo ottimale: se il sistema nervoso funziona correttamente, impara a identificarlo, tra tutti gli  stimoli in arrivo e, gradualmente (da alcune settimane ad alcuni mesi), riesce a costruire un “filtro” per impedirgli di arrivare al livello della coscienza (meccanismo di “percezione selettiva”). Una condizione di ansia, invece, è uno dei più grossi ostacoli alla guarigione: i pazienti con un basso livello di ansia, riuscendo a creare una condizione di distacco emotivo dal disturbo, guariscono prima, mentre quelli molto ansiosi tendono a fare più fatica, a causa dell’interferenza negativa che l’agitazione ha su tutte le attività cerebrali e, quindi, anche su quelle necessarie a sopprimere l’acufene. Una cosa analoga accade con la stanchezza mentale checausando un diminuzione delle performance cerebrali, può portare ad un calo di prestazione del “filtro” e favorire il riapparire dell’acufene, anche a distanza di anni dalla guarigione.

L’acufene può provocare depressione, ma accade anche il contrario (come per ansia e stress): può essere cioè uno stato depressivo a ridurre l’efficacia dei suddetti sistemi di controllo (il “filtro”) rivelando l’acufene. L’acufene infatti ce l’abbiamo tutti, anche chi normalmente non lo sente. Il non sentirlo dipende dal controllo della “centralina” neuronale del sistema limbico, posta a metà strada tra la periferica audio (chiocciola) e lo schermo della coscienza uditiva (corteccia temporale). Ricordiamo che i circuiti coinvolti maggiormente nella depressione sono due: la corteccia prefrontale (e.g., Samara et al, 2018), che è la sede delle nostre funzioni superiori, dei nostri pensieri e del controllo degli impulsi, e, appunto, il sistema limbico (e.g., Redlich et al., 2018), che invece è collegato all’affettività e alle emozioni (tra le altre cose, filtra gli stimoli esterni attraverso lo stato emotivo).

Alcuni ricercatori del NIHR (National Institute for Health Research) Nottingham Biomedical Research Center, attraverso uno studio compiuto su 500.000 persone tra i 40 e i 69 anni, sostengono di aver trovato una correlazione tra determinati tratti di personalità e acufene. I risultati della ricerca, pubblicati su Science Direct, mostrano come alcune caratteristiche personologiche siano maggiormente associate alla comparsa e al perdurare dell’acufene. Eccole:

  • tendenza ad isolarsi e a vivere in modo solitario,
  • tendenza a preoccuparsi per la maggior parte del tempo,
  • livello di attivazione nervosa elevato,  
  • umore basso o sbalzi di umore.  

La personalità e, forse ancor di più, i meccanismi di coping (strategie usate per fronteggiare lo stress), quindi, sembrano essere correlati alla percezione dell’ acufene. L’acufene perciò può, in buona sostanza, essere considerato un disturbo soggettivo: lo stesso livello di acufene può essere descritto da un paziente come intollerabile e da un altro appena percettibile (anche a causa del livello di stress, ecc…). Non tutti reagiscono allo stesso modo, ad esempio, anche se gli uomini ne sono risultati più colpiti, sono le donne che mostrano una propensione a ritenerlo più fastidioso. Molti pazienti con acufene infatti tendono a concentrarsi sul problema, intensificando in questo modo il disturbo. Un trattamento per la gestione dello stress può avere successo nella terapia  dell’acufene, è necessario poi promuovere il sollievo attraverso uno spostamento dell’attenzione, il riposo da uno stato di tensione e il supporto alle difese funzionali a scapito di quelle disfunzionali.


DALLO PSICOLOGO PER L’ACUFENE

La maggior parte dei pazienti con acufene può essere aiutata da un intervento psicologico. Questo disturbo, solo apparentemente banale, può creare un vero e proprio stato invalidante, coinvolgendo l’assetto emozionale del malato, la sua vita di relazione, il ritmo sonno-veglia, le attitudini lavorative, il livello di attenzione e concentrazione, inducendo o, molto più spesso, potenziando stati ansioso-depressivi preesistenti, interferendo pertanto sulla qualità della vita. Gli effetti sulla vita delle persone colpite dal disturbo, così come dichiarato da loro stesse, sono spesso molto drammatici.

Quali soluzioni? Se viene individuata una causa di fondo, il trattamento medico dell’acufene può portare a miglioramenti. In caso contrario, se l’acufene è “da stress” , in genere si ricorre al sostegno psicologico.

Il sostegno psicologico

Chi è affetto da acufene ha subìto un cambiamento nella sua vita. Ha un disagio persistente ed ecco che lo psicologo è importante per migliorare la qualità della vita.
Lo psicologo interpreta i problemi del paziente con acufene da un punto di vista diverso rispetto all’otorinolaringoiatra. Con l’approccio psicologico non si cerca di eliminare l’acufene, bensì si vuole migliorare l’esistenza del paziente superando quei momenti di incertezza che gli impediscono di convivere con l’acufene. vale la pena ricordare che le reazioni emotive che si hanno di fronte ad un evento imprevisto dipendono strettamente dal significato che si attribuisce a quell’evento.
Una situazione tipica di chi soffre di acufene (in particolare per quegli acufeni che non sono localizzabili con precisione ad un orecchio, ma che vengono percepiti come rumori all’interno della testa) è quella in cui il pensiero del paziente corre ad un tumore cerebrale o ad altra patologia grave endocranica. Ecco che il sostegno di uno psicologo, ovviamente previo un consulto con l’otorinolaringoiatra curante, che dovrà escludere una patologia importante, si rivelerà fondamentale nel sostegno al paziente.

Mindfullness

L’obiettivo della Mindfullness è favorire il cambiamento e il benessere psicologico cercando di stimolare l’accettazione del “disturbo acufene” e contrastare la concentrazione dei pensieri su questo disturbo. Per accettazione si deve intendere uno sforzo mentale rivolto a convivere con la realtà e non a subirla. Il decentramento dei pensieri è un’altra azione cognitiva importante dove il soggetto non dovrà essere sopraffatto dal pensiero acufene. Il concetto di mindfullness deriva dagli studi di meditazione buddista, Zen e Yoga. La mindfullness si è rivelata importante per imparare a vivere l’esperienza dell’acufene in modo differente da come siamo abituati a fare. Si deve imparare a valutare l’acufene come un fenomeno che accade dentro di noi, accettandolo per ciò che è, senza poterlo modificare. Nel paziente con acufene si crea un circolo vizioso tra attenzione selettiva, poi pensieri rivolti al disturbo acufene e aumento del disagio. Questa meditazione si pone l’obiettivo di interrompere questo ciclo. La finalità è quella di arrivare a decentrare i pensieri e scoprire di poter convivere con l’acufene.

In conclusione con il sostegno psicologico si fanno emergere i pensieri disfunzionali che sono spesso presenti nella mente di chi è affetto da acufene. Il fine è superare lo stato di stress, l’ansia ed eccessiva attivazione. La mindfullness agisce migliorando le capacità soggettive di accettare il sintomo.


Dott.ssa Silvia Darecchio – contatti 

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PROBLEMI CON IL “MODULO DI CONTATTO”

AVVISO IMPORTANTE: A CAUSA DI UN DISSERVIZIO DELLA FUNZIONE  “MODULO DI CONTATTO” , SCUSANDOMI, CHIEDO CORTESEMENTE ALLE PERSONE CHE IN QUESTI GIORNI MI HANNO CONTATTATO USANDO QUESTA MODALITA’, DI RE-INVIARMI I LORO MESSAGGI VIA E-MAIL/SMS, ecc…

GRAZIE

Burnout: sindrome da stress lavoro-correlata riconosciuta dall’OMS

LA NOTIZIA: BURNOUT E OMS

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E’ notizia di quest’ultima settimana che l’Organizzazione Mondiale della Sanità, dopo decenni di studi, ha riconosciuto il burnout come una sindrome diagnosticabile, caratterizzata da una costellazione di sintomi e segni variabili, non riconducibili ad una causa comune. Inizialmente l’agenzia speciale delle Nazioni Unite aveva lasciato intendere che si trattasse di una malattia (con sintomi ripetitivi ed una causa certa) dopo averla inserita erroneamente per la prima volta nel relativo elenco. Poi, con più dati a disposizione, ha specificato che resta un fenomeno occupazionale (stress da lavoro) per il quale è possibile, oltre ad una diagnosi, una cura. 

MA COSA E’ IL BURNOUT?

Il termine inglese burnout (in italiano “scoppiato”, “crollato”, “spento”, “esaurito”) viene utilizzato per descrivere una sindrome caratterizzata da progressiva perdita di ideali, energia, propositi e scopi che si determina sui luoghi di lavoro.

Il primo ad occuparsi di burnout è stato lo psicologo Herbert Freudenberger nel 1974.

IL BURNOUT E’ UNO “STATO DI FRUSTRAZIONE NATO DALLA DEVOZIONE AD UNA CAUSA, AD UNO STILE DI VITA, AD UNA RELAZIONE CHE HA MANCATO DI PRODURRE LA RICOMPENSA ATTESA.”  H.J. FREUDENBERGER

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La sindrome del burnout, inizialmente associata solo alle professioni sanitarie e assistenziali, è oggi riconosciuta come associata a qualsiasi contesto lavorativo con alte condizioni stressanti. Secondo l’Istituto Nazionale della Salute Americano, chiunque può soffrirne, dalla celebrità alla casalinga, passando per le persone in carriera, agli impiegati sovraccaricati di lavoro. Molti studiosi considerano questa sindrome non solo come una condizione di sofferenza individuale legata al lavoro (stress lavorativo), ma anche come un problema di natura sociale provocato da dinamiche sociali, politiche ed economiche; la sindrome può infatti interessare il singolo lavoratore, lo staff nel suo insieme, l’azienda ma anche le istituzioni (per esempio i Vigili del Fuoco, i Militari, le Forze dell’Ordine ecc.).

IL BURNOUT COME SINDROME DA STRESS LAVORO-CORRELATA

Sappiamo che lo stress agisce a livello globale sul funzionamento dell’organismo danneggiando e incidendo negativamente sulla salute.  Nella situazione di burnout, il lavoratore, oltre a sperimentare un forte stress (concausa del disturbo), arriva a rinnegare le motivazioni emotive che lo avevano portato a scegliere quel lavoro. Maslach e Leiter (1997) hanno definito il burnout come una erosione dell’impegno nel lavoro, laddove l’impegno è caratterizzato da fattori quali: l’ energia, il coinvolgimento e l’ efficacia. Impegno e burnout allora, possono essere immaginati come le due estremità opposte di un continuum.

Le dimensioni tipiche del burnout sono:

  • Esaurimento: è la prima reazione ad una condizione di stress estremo. La persona sente di essere “esaurita” quando si accorge di aver oltrepassato il proprio limite emozionale e fisico: si sente incapace di rilassarsi, di recuperare, prosciugata, manca dell’ energia necessaria per affrontare novità e sfide.
  • Cinismo: tale atteggiamento rappresenta il tentativo di proteggere se stessi dall’esaurimento e dalla delusione. La persona assume un atteggiamento freddo e distaccato nei confronti del lavoro e delle persone (colleghi, utenti, ecc…), per mettersi “al riparo”. Questo atteggiamento di indifferenza viene adottato per ridurre al minimo il proprio coinvolgimento emotivo nel lavoro e per mettere da parte (fino a rinnegare) i propri ideali e valori. Un atteggiamento così negativo può compromettere seriamente il  benessere di una persona, il suo equilibrio psico-fisico e la sua capacità di lavorare.
  • Inefficienza: è la conseguenza ultima del processo e si realizza quando la persona perde fiducia nelle proprie capacità e in sé stessa. Quando in una persona cresce la sensazione di inadeguatezza, qualsiasi progetto nuovo viene vissuto come opprimente. Il lavoratore ha l’impressione che il mondo trami contro ogni suo tentativo di fare progressi, e quel poco che riesce a realizzare, appare insignificante. Inutile e troppo difficoltoso diventa allora impegnarsi ulteriormente.

SINTOMI

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La sindrome si distingue dallo stress, così come si distingue dalla nevrosi, in quanto disturbo non della personalità ma del ruolo lavorativo. E’ caratterizzata da manifestazioni quali:

  • nervosismo,
  • irrequietezza,
  • apatia,
  • indifferenza,
  • cinismo,
  • ostilità.

Dal punto di vista clinico (psicopatologico) i sintomi del burnout sono molteplici, richiamano i disturbi dello spettro ansioso-depressivo, sottolineano la particolare tendenza alla somatizzazione e allo sviluppo di disturbi comportamentali.  Il soggetto colpito da burnout manifesta:

  • Sintomi aspecifici: insonnia, stanchezza, apatia, nervosismo, irrequietezza, esaurimento ;
  • Sintomi somatici: insorgenza di varie patologie (ulcera, cefalea, disturbi cardiovascolari, difficoltà sessuali ecc.)
  • Sintomi psicologici: irritabilità, aggressività, rabbia, risentimento, estrema difficoltà ad andare al lavoro ogni giorno, indifferenza, depressione, bassa stima di sé, senso di colpa, sensazione di fallimento, negativismo, sospetto e paranoia, rigidità di pensiero e resistenza al cambiamento, isolamento, sensazione di immobilismo, difficoltà nelle relazioni, cinismo, atteggiamento colpevolizzante e critico nei confronti dei colleghi e degli eventuali utenti.

Inoltre il burnout, molto spesso, porta il soggetto ad abuso di alcool, di psicofarmaci o fumo.

LE CAUSE INDIVIDUALI ED AMBIENTALI 

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Superficialmente si ritiene che il burnout sia esclusivamente un problema dell’individuo: le persone manifesterebbero tale disturbo a causa di “difetti” della loro personalità, dei loro comportamenti o delle loro competenze. In base a questo punto di vista, gli individui rappresentano il problema, e la soluzione sta nel lavorare su di loro o nel sostituirli. Vari studi hanno invece dimostrato come il burnout sia un problema sistemico: delle interazioni multidimensionali tra il lavoratore e il contesto sociale e organizzativo in cui il lavoratore stesso opera. Il lavoro (contesto, contenuto, struttura, ecc) infatti modella il modo in cui le persone interagiscono tra di loro e il modo in cui ricoprono la propria mansione. Quando l’ambiente di lavoro non riconosce l’aspetto umano, il rischio di burnout aumenta.

Alcune delle cause specifiche sono:

  • gratificazioni insufficienti;
  • scarsa remunerazione;
  • assenza di equità;
  • sovraccarico di lavoro;
  • mancanza di controllo;
  • crollo del senso di appartenenza;
  • valori contrastanti.

Fattori che possono determinare la sindrome

  1. Fattori del contesto e della struttura organizzativa

Esistono delle specifiche condizioni, legate all’ambiente di lavoro e all’organizzazione interna della struttura lavorativa, che aumentano il rischio di burnout, intensificando tensioni, stress e demotivazione. Tra queste troviamo:

  • il conflitto di ruolo:  si ha quando il lavoratore ritiene che le richieste che gli vengono rivolte siano incompatibili con il proprio ruolo professionale;
  • l’ ambiguità circa il proprio ruolo: si ha quando il lavoratore ha ricevuto/riceve insufficienti informazioni rispetto alla propria posizione/mansione;
  • la struttura di potere: riguarda il modo in cui vengono prese le decisioni nell’ambito lavorativo e la possibilità che ha l’individuo di parteciparvi;
  • il sovraccarico:  si ha quando all’individuo viene assegnato un eccessivo carico di lavoro/responsabilità, che non gli permette di svolgere serenamente e con soddisfazione la propria mansione;
  • la mancanza di stimolazione: si riferisce alla monotonia dell’attività lavorativa;
  • la turnazione lavorativa: la turnazione e l’orario lavorativo possono favorire l’insorgenza della sindrome; questo avviene più frequentemente nel personale che lavora secondo turni che non permettono di recuperare le energie necessarie;
  • retribuzione inadeguata.
  • 2. Fattori individuali 

Esistono dei tratti di personalità che rendono alcune persone più vulnerabili allo stress lavoro-correlato e quindi al burnout. Queste caratteristiche individuali interagendo con situazioni lavorative poco sensibili al “fattore umano”, possono portare con maggior frequenza al manifestarsi della sindrome. Tra queste abbiamo:

  • l’ introversione;
  • l’autoritarismo;
  • la tendenza a porsi obiettivi irrealistici;
  • uno stile di vita iperattivo;
  • l’abnegazione al lavoro (che arriva a sostituire la vita sociale);
  • il pensarsi indispensabili;
  • le motivazione e le aspettative professionali.

Esiste poi un tratto di personalità che è correlato alla sindrome, e cioè il tipo A: competitivo, ambizioso, aggressivo, puntuale, frettoloso, esigente con se stesso e con gli altri.

3. Fattori socio-demografici

  • differenza di genere: le donne sono più predisposte degli uomini;
  • età: nei primi anni di carriera si è più predisposti allo sviluppo della sindrome;
  • stato civile: le persone senza un compagno stabile sono più predisposte.

Per evitare che tale sindrome deteriori sia la vita lavorativa, sia la vita privata, bisogna intervenire velocemente e con efficacia.


Dott.ssa Silvia Darecchio – San Polo Parma (contatti)

 

 


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Separazione, perdita, lutto

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Il lutto fa parte della vita; ognuno di noi senza eccezioni prima o dopo, si confronta, durante la propria esistenza, con l’esperienza della perdita. Le teorie psicodinamiche hanno fornito importanti contributi anche rispetto a questo complesso nucleo tematico analizzando, profondamente, le dinamiche legate (cioè sottese) alla perdita dell’ “oggetto”: l’oggetto della relazione, l’oggetto d’amore, l’oggetto delle pulsioni a cui eravamo legati e su cui  “abbiamo investito”, addirittura, parti di noi. Tanto è vero che, quando subiamo un lutto, è come se perdessimo un pezzo. Quindi, tutto il lavoro di elaborazione del lutto, ovvero il lavoro per “digerirlo”, affrontarlo e uscirne, oltrepassando la soglia di questa esperienza, sta proprio nel poter ritirare a sé, progressivamente, la parte di noi che avevamo investito su quella persona (o su quel progetto, o su quella relazione o su quel lavoro) e riportarla dentro di noi. Certamente, mentre a livello teorico, può essere semplice comprendere cosa ci accada quando perdiamo per sempre qualcuno o qualcosa, nella pratica e nella realtà, tutti sappiamo quanto questa esperienza possa condizionare la vita di un individuo, anche per anni. Come psicologa mi trovo spesso di fronte a persone che, pur arrivando da me per un “sintomo altro” (di tipo somatico o legato all’ ansia ad esempio), dopo un certo lavoro fatto insieme sulle emozioni provate nel qui ed ora, facciano col tempo emergere un lutto, o più genericamente una perdita, magari accaduta dal punto di vista della loro biografia, anche molti anni prima (anche 30 anni prima) ma mai completamente elaborata.


Il tempo del lutto: oggi e nel passato

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La mancata o la parziale elaborazione di un lutto può essere causata anche da un’epoca, la nostra, che lo rifugge. Diverso era ciò che accedeva nell’antichità: la vita e la morte erano scandite da rituali, da atti simbolici, da procedure, da gesti privati o condivisi con l’ intera comunità. Non che oggi non ci siano in assoluto, tuttavia, appare evidente come siano stati svuotati di significato; come tranne in rari casi, siano frettolosi, siano vissuti come delle pratiche da sbrigare, piuttosto che come delle esperienze da vivere pienamente. Può essere di aiuto pensare a come fosse preparato un funerale nell’antica Grecia e, in particolare, pensare all’uso dei “lacrimatoi”: quelle ampolle di vetro finissimo e delicatissimo in cui venivano raccolte e custodite le lacrime. Esiste, a questo proposito, una famosa frase di Cicerone che dice: “Niente più di una lacrima si asciuga velocemente”, che sottolinea come le lacrime versate debbano avere un tempo, che non è neanche così lungo in verità, per potersi asciugare. Tant’è che l’utilizzo dei lacrimatoi segnava il tempo del lutto: le lacrime venivano raccolte come qualcosa di prezioso, come “il luogo” in cui era racchiuso effettivamente, il senso profondo di quella relazione, di cui bisognava vivere la perdita fino in fondo. Poi, quando le lacrime si asciugavano, quando il lacrimatoio tornava ad essere asciutto per evaporazione delle lacrime, il tempo del lutto era cambiato. Perché il lutto è un processo e, come tale, ha delle fasi.


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Il lutto è un processo: le fasi

Le fasi del processo luttuoso sono oggi ben conosciute. La prima fase è una fase di negazione, di difesa profonda, di dissociazione da quanto è accaduto: “Non mi sembra vero”, “Un attimo mi sembra che sia ancora tutto come prima e l’attimo dopo mi rendo conto che tutto è finito…”. Vale la pena precisare che il lutto non è una conseguenza solo di una perdita decisa da altri, o decisa da una malattia o da una morte improvvisa; la persona lo vive anche quando lei stessa sceglie di lasciare andare qualcosa o qualcuno (con tutte le difficoltà che questo comporta, nonostante la consapevolezza della necessità del gesto). Accade quindi che durante la prima fase del processo si sperimenti una sorta di alternanza tra quello che è in essere e quello che era prima, un’ alternanza rapida tra presente e passato che lascia letteralmente sbigottiti. Subentrano poi altre fasi: il contatto con il dolore, con la sensazione di essere vuoti e mancanti si associa alla rabbia: rabbia perché si è stati lasciati, rabbia perché quella persona se n’è andata troppo presto, rabbia per l’impotenza di non averla potuta aiutare, nel caso di una grave malattia. Il processo del lutto di per sé, con tutte le sue sfumature e le sue fasi, è del tutto normale.

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Il DSM (il manuale statistico diagnostico dei disturbi mentali) riconosce infatti che non si possa parlare di un disturbo, cioè di qualcosa che sia al di fuori della fisiologia, prima che sia passato almeno un anno (altri studi dicono due anni) dall’evento luttuoso. E’ perciò del tutto errato parlare di patologia per la persona che soffre e patisce per una perdita se si trova all’interno di quel tempo – cosiddetto – “fisiologico” che è perfettamente naturale e proprio della specie uomo. Anche questo ci dice che il tempo del lutto è un tempo da vivere. In passato gli antichi lo sapevano bene e lo celebravano con rituali e atti di commiato catartici; in passato esisteva il tempo per soffrire, per stare nel vuoto e per stare nella mancanza. Oggi è molto più difficile vivere pienamente il tempo della perdita perché si corre sempre, perché dopo il funerale c’è un altro impegno o perché, già durante il funerale, dobbiamo mettere una foto su facebook dove, in maniera grottesca, gli altri, per manifestarci la loro vicinanza, cliccano “mi piace”; tuttavia si capisce immediatamente come tutto questo non risponda affatto ai nostri bisogni profondi e anzi, rispetto all’emozione che proviamo in quel momento, risuoni in modo stonato, dissintono, appunto.


La dimensione rituale del lutto: come superarlo

Genericamente è possibile affermare che, in realtà, non esiste un’esperienza positiva o negativa del lutto, ma che esiste il modo in cui la viviamo. Per chiarire: un lutto può sicuramente essere connotato come un esperienza negativa perché produce delle emozioni che noi non vorremmo sentire: la tristezza, la rabbia, il senso di smarrimento, il senso di vuoto, anche la paura. Tuttavia nel momento in cui viviamo tutte queste emozioni, nel momento in cui entriamo in esse e ci diamo il tempo e il permesso  di sentirle (e se non ce lo danno, ce lo prendiamo), allora tutto cambia. Perché il lutto è anche un’ iniziazione. Diceva Tiziano Terzani, poco prima di morire, al figlio: “Ricordati che ci si parla anche nel silenzio”. Il lutto può diventare, allora, anche l’occasione di entrare in quei “territori” dove nella vita quotidiana non entriamo, là dove non ci si parla più con le parole, là dove si toccano gli “strati invisibili”: i posti segreti del cuore. In realtà è tutto dentro al nostro cuore. Le persone che noi amiamo, le esperienze che abbiamo fatto, le emozioni che abbiamo provato sono custodite nell’archivio del cuore, costantemente. Dobbiamo soltanto prenderci il tempo di stare lì.

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Quando è possibile, è importante anche vivere il tempo dell’ addio: è importante, ad esempio, che i famigliari di una persona, portatrice di una malattia con diagnosi infausta, stiano con lei emotivamente, fino alla fine. Mi riferisco in particolare ad una paziente che si è rivolta a me in concomitanza della malattia del padre, a cui lei era molto legata, proprio nell’ultimo mese in cui il padre era ancora in vita. Lei mi diceva: “vorrei fuggire, vorrei non stare in quella camera, di fianco a lui che soffre… so che se ne andrà”. Tuttavia l’ho spinta a restare li e a vivere, momento per momento, quello che stava accadendo; a superare la paura di sentire che noi essere umani abbiamo costantemente, essendo sempre così spaventati dal sentire e così timorosi di essere invasi dall’intensità di qualcosa. Dopo diversi mesi che il padre era mancato e dopo tutto il dolore provato, la paziente, durante una seduta mi ha detto: “le sembrerà incredibile che io lo dica, ma quel mese, passato al capezzale di mio padre, è stato una delle più belle esperienze della mia vita; non perché io abbia gioito ovviamente, ma perché io e mio padre, in quei momenti, eravamo veramente vicini, uniti come non lo siamo mai stati.”

Possiamo pensare al lutto allora come ad un’ esperienza dell’ Essere umani, di grande peso e profondamente rivelatrice, per la nostra esistenza: noi non siamo qui per essere persone tiepide e non siamo qui per galleggiare sulla superficie delle cose o per abitare solo la dimensione del fare, probabilmente siamo qui per essere innanzitutto degli esseri senzienti (nati cioè per sentire) e per essere intensi. Il lutto, in quest’ottica, può essere vissuto come un rito, doloroso certamente, ma un rito profondissimo di iniziazione a degli strati più sottili della nostra esistenza che come ben sappiamo, non sarebbe tale, se non esistesse la morte. Ritengo, in base alla mia esperienza professionale e di vita, che l’aiuto che uno specialista può fornire, nel vivere un lutto, debba seguire questa direzione: aiutare la persona a sentirsi parte di un rito di iniziazione che permette all’essere umano di sentire qualcosa di autenticamente umano, qualcosa che è molto profondo dentro di noi e che rappresenta paradossalmente una grande ricchezza anche se, o meglio, proprio perché, in quel momento si versano delle lacrime.

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Dott.ssa Silvia Darecchio – Psicologa  (contatticonsulenza)

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Preadolescenti e adolescenti: dal diario segreto ai social network

Nell’ epoca in cui le immagini, le parole, i pensieri, le emozioni, i comportamenti sono implacabilmente condivisi; in un momento storico in cui tutto è social, tutto è pubblico, tutto è esibito, il vecchio caro diario segreto rappresenta ancora uno strumento utile per crescere?

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La risposta è: ” SI” e vediamo perchè… Scrivere il diario segreto aiuta i ragazzi a:

  1. avere uno spazio di sperimentazione, differenziazione e di emancipazione rispetto ai genitori e alla famiglia;
  2. mettere una distanza tra sé e le proprie emozioni;
  3. dare sfogo alle proprie pulsioni aggressive e distruttive;
  4. incontrare la propria intimità, indagando in profondità i propri sentimenti;
  5. abitare il luogo/non luogo dei propri confini, dove si rivendica il diritto ad avere dei segreti, di possedere e difendere una parte di sé totalmente privata, non- condivisibile;
  6. sviluppare nella scrittura creatività e fantasia.

Tenere un diario segreto è un segno del desiderio di crescere

Il pre-adolescente/adolescente, che scrive un diario segreto, comunica la sua volontà di crescere e il desiderio di fissare su carta qualcosa che gli altri non devono conoscere, nemmeno i genitori, quegli stessi genitori che fino a pochi mesi prima erano gli interlocutori privilegiati, quelli che si sentivano raccontare tutto nei minimi dettagli, anche i più intimi. Infatti, mentre il bambino ha la necessità di condividere tutto con il genitore, perché tutto ha un senso solo attraverso il confronto con la mamma o con il papà, l’adolescente, al contrario, teme che rendere i genitori partecipi di certi vissuti, possa quasi sminuirne il valore. Tenere un segreto tutto per sé porta un ragazzo a sentirsi più grande, a riconoscersi come individuo unico, diverso e dotato di pensiero autonomo, soprattutto rispetto agli adulti. Scrivere un diario è un incontro con la propria intimità, dalla quale gli altri devono, legittimamente, restare fuori.


Scrivere è pensare

Scrivere è mettere i propri pensieri in una scatola. Scrivere è avere un luogo in cui andare a re-incontrare quelli che eravamo, ogni volta che avremo il desiderio di rivivere certe esperienze, relazioni ed emozioni. Nel momento in cui i ragazzi scrivono, è come se racchiudessero i propri pensieri in un forziere, che anche a distanza di anni potranno tornare ad aprire per rievocare quel periodo magico e complesso che è stata la loro adolescenza. Consegnare queste parti di sé ad un oggetto materiale, quale è il diario segreto, ha anche la fondamentale funzione, rassicurante e liberatoria, di “buttare fuori da sé” (esteriorizzare) tutti i pensieri, gli eventi, le emozioni forti e dirompenti tipici di questa delicata fase della vita.

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Leggerlo o non leggerlo?

Sbirciare o no nel diario segreto? No. No, perché:

  • verrebbe meno il rapporto di rispetto reciproco e di lealtà tra genitori e figli;
  • la relazione con il figlio ne sarebbe inevitabilmente condizionata;
  • il ragazzo, di fronte ad un tale comportamento genitoriale, potrebbe sentirsi ancor meno compreso, con il risultato di  ottenere proprio quella chiusura emotiva e quell’allontanamento relazionale che i genitori massimamente temevano;
  • il genitore leggendo certe riflessioni, a volte dettate solo da reazioni “calde” ed  estemporanee,  potrebbe spaventarsi, preoccuparsi o scandalizzarsi ed assumere un atteggiamento diverso, condizionato e in alcuni casi, anche sprezzante, nei confronti dei propri figli pre-adolescenti/adolescenti.

Se il timore, comprensibile e condivisibile, del genitore è quello che possano esserci pensieri o circostanze che turbano la serenità dei propri figli, esistono modi altri per sondarlo:

  • essere e dimostrarsi disponibili al confronto;
  • essere attenti ed empatici;
  • essere profondamente “in ascolto”.  

Frasi come:  “Mi sembri triste, qualcosa non va? Qualcosa ti preoccupa?”; “Se hai voglia di parlare io ci sono”, sono esempi della volontà di esserci, in modo accogliente e disponibile. E’ necessario anche saper aspettare: se i ragazzi non si sentono braccati, spiati o giudicati, arriverà il momento in cui vorranno aprirsi, di loro spontanea volontà, senza che sia violata con prepotenza la loro privacy.


Dott.ssa Silvia Darecchio – contatti consulenza

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Il Disturbo Dipendente di Personalità

“Meglio soli che mal accompagnati…”

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Secondo il criterio 5 del DSM: “il soggetto con Disturbo Dipendente di Personalità (DDP) può giungere a qualsiasi cosa pur di ottenere accudimento e supporto da altri, fino al punto di offrirsi per compiti spiacevoli”.

Il Disturbo Dipendente di Personalità (DDP) è un Disturbo di Personalità caratterizzato da una pervasiva dipendenza psicologica dalle altre persone, da cui si ricerca protezione o approvazione. Questo disturbo è una condizione a lungo termine in cui la persona dipende dagli altri per soddisfare i propri bisogni emotivi e fisici; è caratterizzato da eccessiva paura e ansia; ha un’esordio nella prima età adulta; è presente in contesti molto diversificati tra loro ed è associato ad un funzionamento globale inadeguato. 

Come capire se una persona soffre del Disturbo Dipendente di Personalità? 

Per capire se una persona soffre di Disturbo Dipendente di Personalità devono essere  presenti almeno cinque tra questi sintomi (comparsi nella prima età adulta):

sintomi della personalità dipendente:

  • sentirsi vulnerabili, persi e indifesi quando soli;
  • avvertire l’impellente necessità di essere accuditi;
  • manifestare comportamenti sottomessi e dipendenti e un eccessivo timore della separazione;
  • considerarsi inferiori con la tendenza a sminuire le proprie capacità;
  • valutare ogni critica o disapprovazione come prove della propria incompetenza (con il risultato di compromettere ancor di più la fiducia in sé stessi);
  • cercare rapidamente, con la forza della disperazione, una qualsiasi nuova relazione intima se quella “vecchia” (di amore o di amicizia) per caso si è conclusa;
  • avere la preoccupazione irrealistica di essere lasciati soli e di non saper né bastare né badare a sé stessi;
  • avvertire un bisogno eccessivo di protezione, rassicurazione e supporto da parte degli altri (anche a costo di sottomettersi alla loro volontà per non rischiare disapprovazione e quindi rifiuto);
  • avere paura di essere (e di mostrare di essere) in disaccordo con gli altri temendone la disapprovazione e il rifiuto. Non arrabbiarsi, anche quando la rabbia sarebbe opportuna, con amici e colleghi di lavoro, per paura di perdere il loro sostegno;
  • mostrare una tendenza al “sacrificio”: offrirsi per mansioni e compiti sgradevoli e/o faticosi, pur di ottenere dagli altri supporto e accudimento;
  • tendere alla de-responsabilizzazione: richiedere spesso agli altri di assumersi le responsabilità che sarebbero proprie;
  • tollerare l’abuso fisico, sessuale o emotivo;
  • manifestare la difficoltà a prendere decisioni quotidiane da soli, cioè senza il ricorso a suggerimenti, rassicurazioni e consigli da parte degli altri;
  • avere difficoltà a iniziare progetti senza il supporto di altri;
  • non voler apparire troppo competenti per timore di essere abbandonati.

Le parole chiave per questo disturbo sono “appiccicoso” e “arrendevole”.

Caratteristiche psicologiche del Disturbo Dipendente di Personalità

Attraverso la valutazione di queste 6 macro-aree (1. la visione di sé stessi; 2. la visione degli altri; 3. le credenze intermedie e profonde possedute; 4. le minacce percepite; 5. le strategie di coping – di affrontamento –  utilizzate; 6. le emozioni principalmente esperite), possono essere descritte, con maggior facilità, le caratteristiche psicologiche più rilevanti della persona che soffre di Disturbo Dipendente di Personalità.

  1. Visione di se stessi: si considerano deboli, bisognosi, impotenti e incapaci.
  2. Visione degli altri: vedono gli altri, attraverso il filtro dell’idealizzazione, come fonti di nutrimento, supporto, calore, competenza e cura.
  3. Credenze intermedie e profonde: “per  riuscire a sopravvivere ho bisogno degli altri (specialmente di una figura forte)”, “è la mia fine senza di lui/lei”, “sono e sarò sempre infelice a meno che io non sia amato/a”, “riesco ad andare avanti solo se qualcuno di competente mi accompagna”, “per me l’abbandono è come la morte”, “se mi amano, sarò sempre felice”, “non devo offendere chi si prende cura di me”, “stammi vicino”, “le relazioni intime vanno coltivate il più possibile”, “devo essere servizievole con gli altri”, “sono impotente”, “sono completamente solo/a.”
  4. Minacce percepite: la minaccia maggiormente percepita riguarda il rifiuto e l’abbandono, non sentendosi in grado di affrontare la vita con autonomia.
  5. Strategie di coping: come fronteggiano le minacce percepite alla loro incolumità esistenziale? Coltivando una relazione di aiuto/dipendente. Tendono a fare questo subordinando loro stessi a una figura che considerano forte, cercando di placarla o lusingarla (per piacerle).
  6. Emozioni principali: l’emozione principalmente esperita dalle persone con questo disturbo è l’ansia, causata soprattutto dalla preoccupazione di una possibile fine della loro relazione dipendente. Sperimentano ansia elevata quando pensano che la relazione si potrebbe incrinare o logorare. Se la figura da cui dipendono invece viene meno, possono sprofondare nella depressione. All’opposto sperimentano gratificazione o euforia quando i loro desideri dipendenti vengono soddisfatti dall’altro.

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Quali sono le cause del Disturbo Dipendente di Personalità?

Le cause del Disturbo Dipendente non si conoscono ancora del tutto. Tuttavia i professionisti ipotizzano che, contribuisca allo sviluppo dello stesso, l’interazione di fattori genetico-temperamentali e ambientali. Questi fattori in particolare possono essere ritenuti co-responsabili dell’insorgenza di questa problematica di personalità:

  • una particolare sensibilità all’ansia;
  • un attaccamento insicuro;
  • una visione pessimista.

Fattori causali ambientali quali specifiche esperienze vissute in età infantile (o, al più tardi, adolescenziale) hanno una notevole rilevanza nello sviluppo del disturbo. Le ricerche hanno dimostrato infatti un’alta correlazione fra il comportamento dipendente in bambini di 7-8 anni e la personalità dipendente in età adulta. La tendenza, nelle famiglie con soggetti eccessivamente dipendenti, pare essere quella di controllare eccessivamente i propri membri, scoraggiandone l’indipendenza. Le persone con questo disturbo cioè, anche da adulte, si aspettano, ad esempio, di essere criticate, più o meno velatamente, quando prendono o tentano di prendere decisioni in autonomia. Altre caratteristiche familiari come la sottomissione, l’insicurezza, e il comportamento schivo possono contribuire. Anche le condizioni di disabilità o malattia durante l’infanzia e/o la giovinezza possono contribuire a sviluppare l’ immaturità psico-affettiva, il senso di  insicurezza e di rimpianto (rivivere il periodo delle cure assidue) tipici del DDP.


DEPRESSIONE E ANSIA

Uno dei più comuni problemi presenti nelle persone che soffrono di DDP è la depressione che si manifesta:

  • con una generale mancanza d’iniziativa;
  • con un sentimento che li porta a sentirsi indifesi;
  • con una difficoltà di problem solving e decision making.

Anche i disturbi d’ansia sono spesso associati al DDP.  Le persone che ne soffrono, facendo affidamento solo sulle altre persone, senza le quali ritengono di non poter vivere, sono molto predisposte all’ansia da separazione, sono cioè, più o meno consapevolmente, sempre preoccupate di essere abbandonate, lasciate da sole e senza protezione. Gli attacchi di panico possono invece verificarsi nel momento in cui prevedono o temono nuove responsabilità che non credono di poter affrontare; mentre la presenza di fobie pur assicurando loro le cure e la protezione che patologicamente “desiderano” (vantaggi secondari) non fanno altro che confermare la loro credenza: l’ incapacità a fare da soli, senza l’intervento di un altro.


Dott.ssa Silvia Darecchio – contatticonsulenza

Disturbi di Personalità

«La personalità è la più o meno stabile e durevole organizzazione del carattere, del temperamento, dell’intelletto e del fisico di una persona: organizzazione che determina il suo adattamento totale all’ambiente.»

Hans Eysenck “The structure of Human Personality”

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Cos’è la personalità?

Con il termine personalità si intende l’insieme delle caratteristiche psichiche e delle modalità comportamentali che definiscono il nucleo delle differenze individuali è, cioè, la combinazione di quei pensieri, di quelle emozioni e di quei comportamenti che rendono ogni individuo unico. Cicerone definì la personalità come “quella parte che si recita nella vita”; non a caso la “persona” rappresentava, nella tradizione latina, la maschera indossata dagli attori, usata per semplificare il tipo umano rappresentato. La personalità, in questo senso, può essere definita come quel “filtro” che permette (insieme al proprio “viso”, da visus, cioè “visto”) agli individui di entrare in relazione con gli altri e quindi di essere, dagli altri, conosciuti e riconosciuti;  è la lente attraverso cui la persona vede se stessa, comprende la realtà e dialoga con il mondo esterno; è l’organizzazione interna di sistemi psicologici che organizzano il suo particolare adattamento all’ambiente.

La personalità è un concetto tipicamente dinamico e gli esseri umani affrontano, durante tutto l’arco della loro vita, alcuni nodi cruciali di passaggio necessari (prima infanzia, svezzamento, “fase dei no”, pubertà, adolescenza, conflitti, ecc…) per evolvere una maturazione psicofisica adeguata al contesto sociale. La personalità inizia a formarsi durante l’infanzia, attraverso l’interazione tra fattori ereditari e ambientali. Nello sviluppo normale, i bambini imparano con il tempo a interpretare con precisione i segnali sociali e a rispondere in modo appropriato. Diversamente è possibile che si generi un disturbo della personalità.


Quanti e quali disturbi di personalità

I disturbi di personalità condividono quattro principali caratteristiche:

  1. Pensiero distorto
  2. Risposte emotive problematiche
  3. Eccessiva o ridotta regolazione degli impulsi
  4. Difficoltà interpersonali

Secondo il DSM-5 (APA 2013) queste caratteristiche combinate possono dare origine a 10 disturbi di personalità organizzati in 3 cluster (insiemi).

Cluster A dei disturbi di personalità

Condotte di comportamento bizzarre o eccentriche. Questi disturbi condividono un significativo disagio negli ambienti socialiritiro sociale e pensiero distorto.

I disturbi di personalità del Cluster A sono:

  • Disturbo Paranoide di Personalità
  • Disturbo Schizoide di Personalità
  • Disturbo Schizotipico di Personalità

Il paranoide pensa che gli altri lo danneggino, lo schizotipico pensa che gli altri non si curino o non apprezzino la sua unicità, lo schizoide che gli altri siano crudeli e rifiutanti.

Cluster B dei disturbi di personalità

Condotte di comportamento drammatiche, emotive o dis-regolate. Questi disturbi condividono difficoltà nel controllo degli impulsi e nella regolazione emotiva.

I disturbi di personalità del Cluster B sono:

Cluster C dei disturbi di personalità

Condotte di comportamento ansioso o inibito. Questi disturbi si caratterizzano soprattutto per gli alti livelli di ansia e di inibizione sociale; per i sentimenti d’inadeguatezza e per l’ipersensibilità alle valutazioni negative.

I disturbi di personalità del Cluster C sono:

 


Dott.ssa Silvia Darecchio (contatti)

Deficit uditivo, sordità e depressione

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Meno senti e più facilmente ti ammali di depressione e non solo. Lo affermano, con precise statistiche, diversi studi.

Precedenti ricerche si erano concentrate prevalentemente sugli anziani: già dalla metà degli anni ’90, diversi studi in ambito medico avevano mostrato una significativa correlazione tra la salute mentale e la perdita dell’udito, nella popolazione anziana. Oggi, grazie ai nuovi dati a disponibili, è possibile delineare un quadro più completo della relazione tra sordità e disturbi della sfera emotivo/relazione, anche in riferimento ai giovani e agli adulti.


Mancanza di consapevolezza, negazione del problema, vanità. E intanto la mente si ammala.

Secondo l’Istituto Nazionale Americano sulla Sordità e altri Disturbi della Comunicazione (National Institute on Deafness and Other Communication Disorders, NIDCD), circa il 15% degli americani adulti ha qualche problema di udito, con conseguenze molto pesanti sulla vita quotidiana. Ma le persone aspettano in media 6 anni, dai primi segni di perdita dell’udito, prima di prendere provvedimenti. Ben il 67% degli over 70 , infatti, non usa e non ha mai usato un apparecchio acustico pur avendone bisogno, e solo il 16% degli adulti, di età compresa tra 20-69, che ne avrebbe bisogno, ha provato a utilizzarlo. Pesano, secondo lo studio, la negazione del problema, la mancanza di consapevolezza, ma anche motivi meramente estetici. A rimetterci tuttavia sono l’umore e la mente.


Effetti dei deficit dell’udito sull’umore, nella popolazione dai 18 ai 69 anni: lo studio del dottor Chuang-Ming Li. 

Dallo stesso studio –  quello, amplissimo, condotto dal dottor Chuan-Ming Li, ricercatore del National Institute on Deafness and Other Communication Disorders, NIDCD) – emergono le prove a favore dell’ipotesi che, più è significativa la perdita dell’udito, più è alta l’ incidenza della depressione, anche in pazienti di età inferiore ai 70 anni. Per questa ricerca, i ricercatori hanno esaminato i dati del National Health and Nutrition Examination Survey degli Stati Uniti, tra cui oltre 18.000 adulti, dai 18 anni in su. Tutti i 18.000 partecipanti hanno compilato sia un questionario progettato per rivelare la depressione che, suddivisi in gruppi di età,  una scala di valutazione del proprio udito. Il professor Li ha trovato che oltre l’11%, di quanti affermavano di avere un problema di udito, soffriva di depressione (da moderata a grave), a fronte di un 7% di quanti dichiaravano di avere un “buon” udito, fino a scivolare a uno scarso 5% di quelli auto-definitisi  individui con un udito “eccellente”. Lo studio ha inoltre rilevato che, mentre la perdita dell’udito è legata ad un aumentato rischio di depressione negli adulti di tutte le età, è tuttavia più pronunciata negli intervistati di età compresa tra 18 e 69 anni. Le donne poi hanno mostrato una percentuale di incidenza della depressione  più elevata rispetto agli uomini.

“Abbiamo trovato un’associazione significativa tra i disturbi dell’udito e la depressione da moderata a grave”, ha detto l’autore dello studio. “La relazione causa-effetto tuttavia è sconosciuta”, ha aggiunto il dottor Chuan-Ming Li, evidenziando la necessità di ulteriori studi.


Perdita dell’udito e depressione: lo studio del National Council of Aging 2015

Che l’inesorabile perdita dell’udito sia associata alla depressione, lo dice anche il recente studio condotto dal Consiglio Nazionale sull’ Invecchiamento (National Council on Aging), presentato presso l’American Psychological Association Convention nel 2015, a Toronto. Una ricerca che, coinvolgendo 2.304 persone affette da perdita dell’udito, ha trovato che, le persone con una sordità parziale, hanno il 50% di possibilità in più di sviluppare la depressione. Tuttavia è anche emerso che, la mancanza di udito, spesso non viene curata, perché non considerata malattia.

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Deficit uditivi e salute mentale

Il professore di Psicologia David Myers, docente presso lo Hope College del Michigan, riferisce che: “la rabbia, la frustrazione, la depressione e l’ansia sono comuni tra le persone che si ritrovano con problemi di sordità”.  Chi soffre di perdita di udito cioè è più incline a sviluppare una miriade di problemi mentali ed emotivi, come:

  • Rabbia
  • Depressione
  • Ansia
  • Solitudine
  • Frustrazione,
  • Deterioramento delle funzioni cognitive

Deficit uditivi, declino cognitivo e depressione

Il declino cognitivo è uno dei problemi più significativi collegati alla perdita dell’udito. In che modo il deterioramento delle capacità cognitive e la demenza siano connesse con la sordità non è ancora chiaro, tuttavia i ricercatori credono che sia un complesso intreccio multi-fattoriale a determinare, come “effetto collaterale”, il deficit cognitivo. Uno studio condotto dalla University of Colorado ha analizzato uno tra i più evidenti fattori corresponsabili: la riorganizzazione cerebrale che si verifica in caso di alterazioni sensoriali e percettive. In particolare, quando sono i centri dell’udito a rimpicciolirsi,  accade che anche le parti deputate alla memoria a breve termine o quelle implicate nella risoluzione dei problemi, si deteriorino.


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Deficit uditivi, isolamento sociale, declino cognitivo e depressione

Tra gli anziani, ma non solo, il ritiro e l’isolamento sociale sono quelle condizioni, frequentemente diffuse che, sfortunatamente, non fanno che esacerbare il disturbo della perdita dell’udito. Le persone con deficit uditivo, infatti, tendono spesso a provare frustrazione quando cercano di intercettare e comprendere i suoni del mondo, specie nei contesti particolarmente rumorosi. Di conseguenza, cercando di evitare le attività conviviali e i luoghi affollati, progressivamente possono arrivare a ridurre la propria vita sociale al minimo, fino all’isolamento. Un isolamento che, a lungo termine, arriva a compromettere il funzionamento cognitivo globale (declino cognitivo/demenza) della persona. Il cervello può essere paragonato, infatti, ad “un muscolo”: smettendo di utilizzare determinate aree cerebrali, a causa della mancanza di stimoli, queste si atrofizzano, causando danni e complicazioni più o meno estese e gravi.

Chi non utilizza apparecchi acustici, pur avendone bisogno, ha il 5% in più di probabilità di soffrire di depressione rispetto a chi ne fa uso, e l’isolamento sociale conseguente potrebbe aumentare anche il rischio di demenza.


Prevenzione e trattamento

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Sottoporsi a preventivi test dell’udito e diventare più consapevoli dell’importanza del buon udito nella comunicazione quotidiana, sono comportamenti che aiutano a preservare, a lungo termine, la socialità e la buona salute mentale delle persone con deficit uditivo. Usare apparecchi acustici può aiutare a riprendere il controllo della propria vita, a riconquistare la stabilità emotiva e a recuperare ottimamente il funzionamento cognitivo. Le moderne soluzioni protesiche inoltre fanno sì che gli apparecchi acustici non rappresentino più un ingombro antiestetico e stigmatizzante: grazie ad opzioni come la funzionalità wireless Bluetooth esistono infatti dispositivi al 100% invisibili.

L’ipoacusia è una malattia subdola e non visibile, capace di compromettere la vita sociale delle persone, che sono portate ad isolarsi proprio perché incapaci di comunicare come vorrebbero. Quando gli apparecchi acustici e la terapia medica si rivelano insufficienti nella riconquista della serenità, è fortemente raccomandato un percorso di riabilitazione/sostegno psicologico finalizzato primariamente all’ empowerment e all’accrescimento del senso di auto-efficacia della persona.


Dott.ssa Silvia Darecchio – Psicologa (contatti)

 

Benessere è assertività

La persona assertiva […] rifiuta di fare ciò che non desidera e persegue coerentemente i propri obiettivi. Sa aiutare gli altri, se gli viene richiesto. Entra in contatto con le sue emozioni, sa accettare le sconfitte. Tutto questo assicura maggiore consapevolezza e serenità nell’affrontare le situazioni quotidiane problematiche, facilità di relazione, soddisfazione e benessere personale.
Edoardo Giusti e Alberta Testi, L’assertività, 2006

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Il termine “assertività” viene attribuito ad Andrew Salter, studioso statunitense, che nel 1949 parlò per primo di “assertiveness” definendola uno stile di comportamento interpersonale, ma anche un modo di essere, capace di garantire uno stato di benessere emotivo nelle persone che lo adottano, per regolare le proprie relazioni. Ancora oggi la definizione che ne viene data è coerente con quella del 1949. Essere assertivi significa, in buona sostanza, comunicare in maniera flessibile, affermando il proprio punto di vista senza prevaricare né essere prevaricati.

L’assertività è il punto di equilibrio tra l’aggressività e la passività.

Viene concepita cioè come il punto medio ideale posto tra due estremi opposti: il polo aggressivo ed il polo passivo (poli anassertivi).

  • La persona che impiega uno stile interpersonale aggressivo è capace di esprimereangry-man-274175__340 ciò che pensa, ciò che sente ed è massimamente abile nell’ ottenere ciò che vuole, tuttavia lo fa senza tener conto della sensibilità e dei desideri dell’altro; tende cioè ad imporsi in modo intransigente, rigido ed inflessibile; conduce gli altri ad assecondare i propri bisogni. Chi adotta uno stile aggressivo spesso non è in grado di  tenere in considerazione le necessità, i sentimenti e le opinioni altrui; tende ad umiliare ed intimidire; può dimostrarsi, come un bullo, minaccioso e violento sul piano fisico. Ovviamente ottenere ciò che si vuole a scapito dell’altro ha un costo molto elevato, l’aggressività mina, infatti, il rispetto e la fiducia reciproca.  Le conseguenze negative, per chi adotta questo stile, sono spesso assai superiori a quelle positive: al progressivo isolamento sociale è associata un’alta percentuale di insorgenza di patologie fisiche e/o di origine psicosomatica.

  • La persona che utilizza uno stile interpersonale passivo è stata abituata adbully-3233568__340 assecondare prevalentemente i bisogni degli altri, per timore di essere “giudicata male” ; talvolta vorrebbe dire di “no”, ma alla fine risponde “sì”,  concedendo spazio alla paura di non essere accettata per quello che è. Le conseguenze negative di questa condotta sono diverse: anche se, infatti, il soggetto non viene solitamente attaccato né abbandonato,  tuttavia sente di non riuscire a dar voce ai propri bisogni (da qui l’insoddisfazione e/o i sintomi depressivi) e di essere sempre in balia delle decisioni altrui (da qui talvolta i sintomi ansiosi). Il conflitto interiore che facilmente nasce dal comportamento passivo può portare a stress, risentimento, rabbia, desiderio di rifarsi sul prossimo, vittimismo. Se lo stile di comunicazione interpersonale è passivo, la persona ha difficoltà a farsi ascoltare; spesso si trova a mettersi da parte; tende a tenere per sé il proprio parere;  si adegua alle decisioni prese da altri; cerca di evitare i conflitti. Così facendo manda il messaggio che i propri pensieri, punti di vista, opinioni, credenze ed emozioni non siano importanti.

  • Lo stile interpersonale passivo-aggressivo è un modo deliberato ma mascherato di esprimere sentimenti di rabbia nascosti (Long, Long & Whitson, 2008). L’aggressività passiva comprende tutta una serie di comportamenti volti, in modo celato, a “vendicarsi” nei confronti di un’altra persona; il bersaglio della vendetta, cioè, viene messo nella condizione di avere serie difficoltà a cogliere le reali intenzioni dell’altro e a riconoscere la rabbia sottesa a tali azioni. Tra i comportamenti passivo-aggressivi si hanno: fare promesse e non mantenerle, procrastinare, inventare scuse, lamentarsi ed assumere atteggiamenti vittimistici, ritirarsi dalla comunicazione, sabotare il successo degli altri, essere inefficienti intenzionalmente, ecc… Chi comunica secondo questa modalità, come nello stile passivo,  può dire “si” quando in realtà vorrebbe dire “no”; può essere sarcastico oppure lamentarsi degli altri alle loro spalle; può esprimere la rabbia e il disaccordo attraverso azioni/atteggiamenti negativi e controproducenti, invece di affrontare i problemi e i conflitti direttamente. Se la persona non riesce, perché non è abituata, a parlare apertamente dei propri bisogni e delle proprie emozioni frequentemente utilizzerà uno stile passivo-aggressivo. Nel lungo periodo tuttavia, questo tipo di comportamento è ancora più distruttivo di quello aggressivo. Infatti mentre nel breve termine, i comportamenti aggressivo-passivi risultano essere piuttosto convenienti, richiedendo scarso impegno, scarsa consapevolezza e scarse capacità assertive,  nel corso dei mesi e degli anni, portano i rapporti alla confusione, alla distruttività e alla disfunzionalità. Col tempo, il comportamento passivo aggressivo danneggia le relazioni, mina il rispetto reciproco, non permette di vivere le interazioni sociali con spontaneità e rende difficoltoso il raggiungimento degli scopi e il soddisfacimento dei bisogni di tutti gli attori coinvolti.

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Essere assertivi non vuol dire mandare a quel paese la gente, significa sostanzialmente esprimere le proprie opinioni, i propri sentimenti e far valere i propri diritti nel rispetto di quelli altrui.
Alessandra Faiella, Toglimi quel piede dalla testa, per favore, 2010

I VANTAGGI DELLO STILE ASSERTIVO
La comunicazione assertiva è diretta e rispettosa. La persona che comunica (verbalmente e non verbalmente) utilizzando lo stile interpersonale assertivo, con consapevolezza:

  • mette in atto un comportamento partecipe, attivo e non in contrapposizione con l’altro;
  • è responsabile;
  • ha piena fiducia in sé e negli altri;
  • manifesta pienamente il proprio sé affermando i propri diritti senza negare i diritti e l’identità dell’altro;
  • non giudica ed evita critiche non costruttive;
  • agisce senza pregiudizi;
  • ha la capacità di comunicare i propri sentimenti in maniera chiara, diretta e onesta senza prevaricare ne manifestare aggressività nei confronti dell’altro.

Imparare l’assertività permette alle persone di essere più sicure e competenti nella gestione della maggior parte delle situazioni sociali; permette inoltre una comunicazione efficace delle proprie emozioni e dei propri sentimenti. In generale, nella comunicazione umana, è maggiormente rilevante il modo con cui si esprime un pensiero piuttosto che il contenuto, del pensiero stesso. La comunicazione assertiva, in particolare, migliora la capacità di far arrivare all’altro il proprio messaggio aumentando notevolmente la probabilità che esso venga considerato. Se si comunica con una modalità aggressiva o passiva il messaggio può non arrivare, perché le persone rischiano di prestare più attenzione alle modalità espressive adottate (e reagire a queste modalità di comunicazione) più che al contenuto del messaggio. Ad esempio, una persona che ha commesso un errore può continuare a difendere la propria posizione pur sapendo che è sbagliata, piuttosto che dare ragione a qualcuno che si pone in modo agguerrito e quindi aggressivo. L’ assertività rappresenta un indispensabile strumento relazionale, perché permette di:

  • aumentare l’ autostima,  la fiducia in se stessi e il senso di autoefficacia;
  • capire, riconoscere e gestire le proprie emozioni;
  • ottenere il rispetto degli altri;
  • migliorare la qualità degli scambi comunicativi;
  • creare situazioni in cui tutti “siano vincitori”;
  • efficientare la capacità di prendere decisioni  (decision making);
  • creare relazioni oneste;
  • incrementare il senso di soddisfazione in tutti gli ambiti di vita.

Essere assertivi è una condizione dell’essere liberi, dove per essere liberi non si intende un affrancarsi dai condizionamenti, ma un poter scegliere responsabilmente.
Franco Nanetti, La forza di ritrovarsi, 2002

PENSARE ASSERTIVAMENTE
Sviluppare un comportamento assertivo tuttavia non vuol dire solo padroneggiare delle abilità sociali verbali e non verbali, imparare delle frasi o dei comportamenti, vuol dire soprattutto pensare assertivamente: avere uno sguardo assertivo su di sé, sugli altri, sul mondo e sulle relazioni.


UN CAMBIAMENTO POSSIBILE

Non esistono persone sempre assertive, ma solo comportamenti assertivi, che possono essere manifestati da tutti. Ciononostante, è vero che esistono persone che tendono ad essere aggressive, passive o assertive nella maggior parte delle situazioni.
Michele Giannantonio e Anna Boldorini, Autostima, assertività e atteggiamento positivo, 2002

Alcune persone hanno una tendenza prevalente (grazie all’interazione tra fattori genetici, ambientali e relazionali) a comportarsi in maniera assertiva, tuttavia per la maggior parte degli individui l’assertività rappresenta un’abilità che può essere appresa. Le persone sviluppano uno stile di comunicazione/comportamento, duraturo e stabile nel tempo, in funzione delle esperienze, positive e negative, che hanno vissuto. Questi stili interpersonali sono cosi radicati, trattandosi di “lenti” attraverso cui si interpreta la realtà delle relazioni, che può addirittura essere difficoltoso riconoscere il proprio. Nonostante questa difficoltà, capita che la persona semplicemente, dopo tante delusioni, tanta insoddisfazione, tanta amarezza, si senta stanca della qualità delle proprie relazioni e desideri cambiare: tale cambiamento è possibile.

Per imparare ad essere assertivi c’è bisogno di tempo e di pratica. Se, nonostante gli sforzi di consapevolezza, di crescita, di introspezione compiuti,   l’ assertività e le relazioni non migliorano, la persona può considerare di rivolgersi a professionisti qualificati per intraprendere un percorso centrato sull’apprendimento delle competenze  necessarie per l’assertività (training di assertività). Il gioco vale la candela. Diventando assertiva la persona riuscirà a vivere pienamente e con maggior spontaneità i rapporti con gli altri, ad esprimere finalmente i propri bisogni e le proprie emozioni, a mettere sé stessa al centro delle relazioni che vive, nel pieno rispetto di sé e degli altri.

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Dott.ssa Silvia Darecchio, San Polo (PR) –  contatti

 

10 ottobre Giornata Nazionale della Psicologia: studi aperti

La GIORNATA NAZIONALE DELLA PSICOLOGIA, giunta quest’anno alla terza edizione, è promossa dal Consiglio Nazionale dell’Ordine degli Psicologi e patrocinata dal Ministero della Salute.
Nasce con lo scopo di informare sulle più rilevanti tematiche di interesse psicologico, far conoscere maggiormente ai cittadini e alla comunità le potenzialità della Psicologia come scienza e come professione.
La Giornata si celebra il 10 ottobre, coincidente con la Giornata Mondiale della Salute Mentale e sono previste iniziative su tutto il territorio nazionale per tutta la settimana che include tale data.
Il tema della campagna 2018 è “ASCOLTARSI ED ASCOLTARE: LA PERSONA AL CENTRO DELLA PROPRIA VITA”, andare oltre i mille “rumori” che ci bombardano dall’esterno o ci assillano dall’interno per realizzare l’importanza della dimensione dell’ascolto. Di chi ci circonda, così come delle nostre reali esigenze: solo un ascolto vero consente di ritrovare l’altro e noi stessi, di rimettere la persona al centro della vita.
Lo Psicologo è un professionista che utilizza l’ascolto come fondamentale strumento di aiuto e di sviluppo umano e sociale, promuovendo nei suoi interventi la capacità di ascolto della persona, delle comunità e delle organizzazioni.
L’edizione 2018 comincerà ufficialmente con la Conferenza Stampa di presentazione in programma a Roma giovedì 4 ottobre alle ore 11.30 presso la Camera dei Deputati e culminerà con un Convegno conclusivo che si terrà a Roma il 12 ottobre, oltre a video, materiali informativi ed attività organizzate in tutte le regioni italiane.

Fulcro della Giornata è l’iniziativa “STUDI APERTI“, incontri di informazione e consulenza gratuiti, che rappresentano una occasione per favorire l’incontro tra i professionisti e gli utenti.

Il mio studio aderisce all’iniziativa e garantisce sedute informative e di counseling gratuite della durata di 45 minuti nei seguenti giorni ed orari:

MERCOLEDI 10 : dalle 10 alle 14 

GIOVEDI 11 : dalle 11 alle 14

VENERDI 12 : dalle 17 alle 20

Per informazioni ed appuntamenti:  contatti