Asma bronchiale e psicosomatica

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L’asma bronchiale, così come altre malattie particolarmente complesse per quanto concerne cause ed effetti, è stata considerata un prototipo di malattia psicosomatica,  in cui i cambiamenti di umore e le emozioni giocano un ruolo importante nell’esacerbazione del sintomo. In particolare i fattori psicologici sembrano influenzare l’espressione dei sintomi ed il management dell’ asma mentre lo stress viene riconosciuto quale fattore causale nelle riacutizzazioni asmatiche.  Tuttavia, un numero considerevole di ricerche dimostra quanto l’idea che vi sia un rapporto codificato e prevedibile tra emozioni ed asma  non possa essere considerato un dato certo. E’ possibile affermare, come principio generale della psicosomatica,  che molte situazioni, caratterizzate da un generico disagio psicologico possono esprimersi sul piano clinico con difficoltà respiratoria ed alterazione della normale percezione del ciclo respiratorio, che smette di essere sentito come silenzioso ed automatico per divenire, invece, problematico. E’ altresì noto come molte malattie del corpo che manifestino sintomi respiratori, siano in grado di accentuare la percezione del disagio legato alla malattia stessa.


Definizione 

L’asma bronchiale è una delle patologie più diffuse al mondo. Secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) gli asmatici sono in tutto il mondo tra 100 e 150 milioni. Secondo la Global Initiative for Asthma (G.I.N.A.) le persone con asma sono addirittura 300 milioni, una ogni 20. In Europa, sempre secondo G.I.N.A., gli asmatici sono più di 30 milioni. In Italia si stima esistano circa tre milioni di pazienti asmatici, anche qui in costante aumento, e la patologia ha un impatto economico considerevole sul Servizio Sanitario Nazionale. 


Caratteristiche e Sintomi

Per la Global Initiative for Asthma l’asma è definita come un disturbo infiammatorio cronico delle vie aeree caratterizzato da:

  • iper-reattività bronchiale;

  • ostruzione bronchiale reversibile (spontaneamente o dopo idonea terapia);

  • flogosi cronica delle vie aeree.

L’asma è una patologia cronica dei bronchi. L’ iper-reattività bronchiale provoca una costrizione delle vie aeree – un restringimento dei bronchi (spasmo) –  che porta ad una mancanza o difficoltà di respiro; questi episodi, di crisi respiratoria, sono definiti comunemente “attacchi d’asma”.

I tipici sintomi dell’asma sono:

  • respiro sibilante;
  • mancanza di fiato;
  • senso di costrizione toracica;
  • difficoltà respiratoria (dispnea);
  • tosse.

Questi sintomi si esprimono perché, come si diceva,  le vie aeree sono particolarmente sensibili e vanno incontro ad uno spasmo appena si respira un allergene (nel caso dell’asma allergica). I sintomi dell’asma possono comparire gradualmente o all’improvviso, e la loro intensità può variare da una crisi all’altra. L’asma bronchiale cronica, se non trattata in modo adeguato, può condizionare gravemente la qualità della vita di chi ne è affetto, causando altre manifestazioni cliniche associate, quali:

  • disturbi del sonno,

  • limitazioni delle attività quotidiane,
  • intolleranza all’esercizio fisico,
  • maggiore predisposizione allo sviluppo di infezioni polmonari ricorrenti (bronchiti, polmoniti).

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Queste severe manifestazioni cliniche associate all’asma solitamente portano ad assenze frequenti dal lavoro o dalla scuola, nei casi più gravi a numerosi ricoveri in ospedale e, talvolta, nelle crisi più acute e intense, al rischio di mettere a repentaglio la vita stessa dei pazienti.


Forme di asma 

Su base eminentemente clinica è possibile distinguere le seguenti forme di asma bronchiale: 

  • Asma bronchiale atopica (asma allergica). Per atopìa si intende la predisposizione del soggetto, quando entra in contatto, ingerisce o inala un dato allergene, a manifestare reazioni anomale del sistema immunitario (tendenza a produrre immunoglobuline della classe E). Nell’asma bronchiale atopica è presente una predisposizione su base genetica (l’asma è il risultato dell’interazione fra fattori ambientali e genetici. La componente genetica incide però solo per il 30% circa), tuttavia la precocità e il livello di esposizione all’ allergene sono i fattori che condizionano maggiormente il manifestarsi della sensibilizzazione. L’esposizione a uno o più fattori ambientali (allergeni, variazioni di temperatura ed umidità, inquinamento, ecc…) è infatti, nella maggior parte dei casi, la causa dell’iperreattività e dell’infiammazione bronchiale alla base dei sintomi. L’asma bronchiale allergica si manifesta in genere già nell‘infanzia, si associa spesso ad altre malattie allergiche (rinite, eczema, orticaria) ed è correlata con la positività dei test allergologici. Questo tipo di asma ha un andamento tipicamente stagionale nel caso di allergeni legati alla fioritura (pollini), mentre nel caso di allergeni quali polvere di casa (acari), peli o piume di animali può avere carattere perenne. Importante è la prevenzione che si può ottenere innanzitutto con l’allontanamento del fattore di rischio, con assunzione di farmaci a scopo preventivo o, ove possibile, con procedure di desensibilizzazione all’allergene specifico.
  • Asma bronchiale professionale. L’esposizione a fumi, polveri e in generale ad inalanti sul posto di lavoro è responsabile di una percentuale di asma variabile tra il 2 e il 15 % nelle diverse casistiche. Tali sostanze possono agire con diversi meccanismi: irritativo; farmacologico; infiammatorio aspecifico; immunologico.
  • Asma bronchiale non atopica (asma non allergica, intrinseca). In un’ampia parte della popolazione asmatica non è possibile riconoscere alcuna sensibilizzazione allergica (in questi pazienti il rilascio di mediatori è analogo a soggetti allergici ma spesso sono implicati i polimorfonucleati neutrofili anziché gli eosinofili), non sempre cioè è possibile individuare un allergene responsabile della patologia. In questo caso si parla di asma non allergica (intrinseca).  L’asma non allergica sembrerebbe essere provocata da innumerevoli fattori più o meno subdoli come ad esempio le infezioni delle vie respiratorie, i fattori chimico-fisici e pare, particolari condizioni psicologiche, come lo stress. In generale, nell’asma non allergica, appare necessaria una predisposizione di base, ove i fattori scatenanti non fanno altro che precipitare il quadro clinico. Questa forma della malattia esordisce prevalentemente in età adulta.
    Nell’ asma non allergica il soggetto che ne è affetto spesso presenta altre condizioni cliniche concomitanti quali polipi nasali o sinusite; inoltre, pare che abbiano un peso, nel manifestarsi del disturbo, anche le condizioni climatiche (troppo freddo o troppo caldo o particolarmente umido). Poiché i fattori che causano l’instabilità del quadro clinico, di questo tipo d’asma, sono tanti e aspecifici, è sempre utile migliorare le difese naturali dell’organismo e le condizioni generali di questi pazienti che comunque, dovranno imparare e mettere in atto strategie comportamentali, volte a ridurre il contatto con potenziali fattori irritanti o scatenanti.

ASPETTI PSICOLOGICI DELL’ASMA

La letteratura e i vari studi compiuti globalmente ad oggi, considerano le persone che soffrono di asma persone “normali” che vivono una situazione “anormale”. Numerosi autori hanno tuttavia sottolineato quanto i pazienti con malattie croniche, fra cui l’asma, presentino, con maggior frequenza, pattern di problemi concomitanti .

IMPATTO EMOTIVO
Il fatto di non poter respirare in maniera libera ha un forte impatto emotivo sulla qualità di vita dell’ “asmatico”: basti pensare che “il respiro è vita”.  Di contro il quadro clinico può peggiorare, se la persona si scoraggia e si sente impotente, non sapendo come risolvere il problema, in un circolo vizioso. Possiamo quindi affermare che è comune che i pazienti asmatici siano soggetti a qualche forma di disagio emotivo. Questi pazienti, soprattutto in corrispondenza dei periodi in cui la malattia si manifesta in modo grave, possono essere più a rischio di depressione maggiore e di ansia. Ciò però non stabilisce una correlazione causale fra ansia e asma, nondimeno è stata ipotizzata una causalità bidirezionale: secondo tale prospettiva, l’asma può causare ansia, ma anche l’ansia potrebbe aumentare la probabilità delle crisi. Inoltre, uno stato d’ansia o di depressione, potrebbero indurre il paziente a non seguire il regime terapeutico prescritto dal medico, aumentando in questo modo il rischio di futuri attacchi d’asma. Alcuni stati emotivi potrebbero anche perturbare l’auto-percezione dei sintomi e dei segni che precedono ogni attacco d’asma. Rispetto alla depressione Dudley e Sitzman (1988) hanno rintracciato quattro aree significative da valutare, utili ai fini diagnostici:

1) costellazioni di sintomi fisici non associabili direttamente all’asma (mal di stomaco, dolori articolari, cefalee, ecc…);
2) reazioni emotive connotate da senso di mancata speranza, mancato aiuto, impotenza e rassegnazione;
3) processi cognitivi condizionati dalla bassa autostima e dal senso di incertezza
4) quasi totale assenza di fattori motivazionali positivi, prevalenza di passività e dipendenza.

IMPATTO SUL FUNZIONAMENTO COGNITIVO
Sufficienti dati hanno portato Grant, Heaton e altri a concludere che il disturbo ha delle conseguenze sul cervello (così come sui polmoni e sul cuore). Grant e Prigatano (1988) hanno suggerito che l’asma provoca dei danni neuropsicologici, soprattutto per quanto riguarda il pensiero astratto, la velocità del processo di elaborazione delle informazioni e danni generali nell’accuratezza e nella velocità psicomotoria. Le ricerche si sono occupate anche dell’impatto delle cure sul funzionamento cognitivo. Bender ha rilevato che i risultati degli studi sono inconsistenti: alcune cure sembravano causare danni alla memoria, tremori, iperattività nei bambini, ansia, migliore attenzione o psicosi. Alcuni studi tendono ad esagerare tali effetti, nonostante ciò occorre che vengano tenuti in considerazione, soprattutto quando i pazienti sono in età pediatrica.

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IMPATTO SUL COMPORTAMENTO
L’impatto sull’aspetto comportamentale è stato messo in relazione con altri dati epidemiologici. Persone asmatiche perdono più lavori e giorni di scuola di altri, e fra le malattie croniche l’asma è quella che causa maggiormente l’abbandono degli studi. L’allontanamento dalla scuola fa sì che questi giovani siano isolati anche da altre attività sociali che li aiuterebbero a divenire persone adulte adeguate.
Anche perdere il lavoro è deleterio; molti asmatici si rifiutano di curarsi al lavoro per paura che ciò possa compromettere un loro eventuale avanzamento. Oltre a ciò, pazienti asmatici suscitano varie emozioni nelle persone e suscitano immagini negative: i professori potrebbero ritenere che i bambini asmatici richiedano un trattamento educativo particolare, come l’ingresso in una classe che non fa ginnastica, mentre questi bambini avrebbero anzi bisogno di essere in ottima forma per fronteggiare i loro attacchi.

IMPATTO SULLA FAMIGLIA 
L’ asma ha il potere di mettere a dura prova l’unità di molte famiglie, e questo per varie ragioni, solo a titolo d esempio: il carico emotivo dei caregivers; le spese per le cure (è stato rilevato che pazienti asmatici potrebbero usufruire dal 2 al 30% delle entrate della famiglia); le difficoltà economiche determinate dalla perdita delle entrate, se il paziente non è in grado di lavorare; i limiti organizzativi (le vacanze possono diventare assai rare, non solo per il costo, ma anche per il rischio di esporre la persona malata a rischi). Il supporto sociale (più della gravità della malattia), come accade per buona parte delle condizioni patologiche, è predittore della capacità che la famiglia e il contesto allargato hanno di riuscire a  fronteggiare lo stress e la malattia stessa.


Non solo farmaci

Nonostante l’assenza di un unanime punto di vista sull’eventuale correlazione asma-stress, è tuttavia fortemente auspicabile che i pazienti imparino a gestire le proprie emozioni (questo vale anche per i famigliari, soprattutto per i genitori del bambino gravemente asmatico, che dovendo gestire emozioni complesse possono sentirsi travolti e sopraffatti dalla situazione).  In questo senso sono consigliabili tutti gli approcci generalmente adottati per mitigare le condizioni di stress o di ansia, che vanno da una costante leggera attività fisica a percorsi più mirati e professionali (yoga, respirazione, sostegno psicologico, ecc…). In caso di asma è molto utile, oltre ad un lavoro di desensibilizzazione, anche e soprattutto l’acquisizione di tecniche di rilassamento: il rilassamento infatti durante un attacco può prevenirne il peggioramento e, nel corso della terapia, può aiutare le persone a eseguire ogni passo richiesto per il controllo dell’asma.

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Dott.ssa Silvia Darecchio – contatti consulenza

 

 

Uomini che uccidono donne

L’amore o la passione non c’entrano nulla. E nemmeno i “raptus”, che implicano una totale o parziale incapacità di intendere dell’assassino. Gli omicidi di donne non hanno a che fare con la follia, ma con l’aggressività, con la rabbia, con la violenza, in un escalation che termina solo con l’eliminazione fisica della partner (reale o fantasticata, ex o attuale). Queste morti sono premeditate. Quando un uomo arriva a uccidere una donna spesso l’ha minacciata per lungo tempo. E spesso l’esplosione della violenza è preceduta da episodi di stalking, di persecuzione, di caccia sfacciata alla luce del sole, di annientamento psicologico, di dominio. Il femminicidio è “un’invenzione”, però esistono uomini che uccidono donne.

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Gli assassini di femmine sono maschi, perché?

Da tempo si assiste alla crisi psicologica e sociologica del maschio. Cresciuto nella maggior parte dei casi da figure materne, con padri assenti e una società che pensava che ciò sarebbe servito ad interrompere la trasmissione dell’aggressività maschile e la guerra. Il maschio in realtà non sa più come affrontare la morte, e la sua prima manifestazione durante la vita: l’abbandono.

Psicologia del carnefice

man-515518__340Ovvero quando la “fragilità di genere” si traduce in violenza: comportamento di chi non possiede altri strumenti per fronteggiare la realtà.

Il comportamento violento nasce quando un sentimento di profonda fragilità, che non si riesce a gestire, si trasforma in azione: rappresenta un modo per contrastare emozioni complesse, minacce di abbandono, comportamenti “inaccettabili” che non possono essere vissuti, osservati, riconosciuti come propri e quindi, elaborati. Il rifiuto, la paura di non essere amati o che la propria donna possa preferire un altro uomo, riattivano sentimenti di abbandono, di inadeguatezza, di solitudine che hanno radici profonde (le radici ontogenetiche sprofondano nelle storie famigliari di ognuno). La violenza diventa, allora, un tentativo di controllare, attraverso l’azione, la complessità delle emozioni vissute e quindi di non entrare in contatto con esse. Questi uomini che, limitati dalle loro fragilità inascoltate, usano violenza contro le compagne, spesso sono uomini insicuri, insoddisfatti, irrisolti, con scarsa fiducia in sé stessi, terrorizzati dall’abbandono. Sono uomini che piuttosto che lavorare su di sé e sui propri limiti, si ritrovano a riversare sulle donne, ritenute responsabili dei loro fallimenti,  tutta la loro rabbia.

Nel fenomeno della violenza sulle donne, alla fragilità, con quel che comporta, , si aggiunge un altro meccanismo psicologico, non meno rilevante: la difficoltà ad accettare la propria partner come “altro rispetto a sé”.  Questa incapacità può essere esemplificata con pensieri di questo tipo: “tu sei mia, devi stare con me e non mi interessa quali siano i tuoi bisogni, specialmente se contrastano con i miei. Tu sei mia, devo controllare la tua vita e non accetto che tu mi contraddica o addirittura ti allontani da me, non funziona così! “

guy-2617866__340Dutton (Dutton, 1981), uno dei più autorevoli conoscitori del fenomeno,  studiando la personalità degli uomini usi alla violenza domestica, è arrivato ad individuare, nei diversi profili emersi, la presenza di strutture personologiche improntate a fattori quali: la prepotenza, la possessività, la protervia magari compensatoria, dettata dal panico di fronte alla prospettiva dell’abbandono, ma in ogni caso fondata sulla mancata considerazione dell’altro con i suoi diritti e le sue esigenze. Tuttavia, ci mette in guardia l’Autore, la tentazione di trovare un “profilo psicologico e psicopatologico” degli uomini abusanti, può renderci  vittime di pregiudizi. Dutton infatti afferma, dopo 20 anni di lavoro con questi uomini: “tutti noi abbiamo lo stereotipo dell’uomo violento: volgare, incolto, un vero e proprio animale. Quando ho cominciato a mettere su gruppi di terapia per uomini violenti sono rimasto sorpreso dalla “normalità” dei partecipanti, che ci erano stati mandati dall’autorità giudiziaria.”

Allo stesso tempo le classificazioni possono essere utili per valutare il tipo di intervento da intraprendere. Elbow (Elbow, 1977) descrive l’aggressore domestico secondo quattro tipologie:

  1. Il controllore: colui che teme che il proprio dominio e la propria autorità siano messi in discussione e che pretende un controllo totale sui familiari;
  2. Il difensore: colui che vive l’altrui autonomia come una minaccia di abbandono e che per questo sceglie donne in condizione di dipendenza;
  3. Colui che cerca approvazione: questo tipo di uomo è costantemente alla ricerca di conferme esterne per la propria autostima, mentre qualsiasi critica scatena una reazione aggressiva;
  4. L’incorporatore: colui che tende ad un rapporto totalizzante e fusionale con la partner, e la cui violenza è proporzionale alla minaccia reale o alla sensazione di perdita dell’oggetto d’amore vissuta come catastrofica perdita di sé.

Le quattro tipologie elencate rendono ragione dell’ erompere dell’aggressività di fronte ad una separazione, o anche davanti alla sola minaccia di essa. Ciò che emerge in questo lavoro è l’idea, in questi uomini,  di non riuscire a sostenere una separazione, soprattutto in presenza di vissuti abbandonici nel passato (madre/padre fredd* e rifiutante).

Isabella Betsos (Betsos, 2009) riferendosi ai “Disturbi di Personalità” utilizza un altro modo per individuare diverse tipologie di uomo abusante:

1. I soggetti con “Disturbo Narcisistico di Personalità“:

  • necessitano di continua ammirazione: si nutrono dello sguardo altrui;
  • più che di amore necessitano di ammirazione e di attenzione continua;
  • insofferenti alle critiche;
  • indifferenti alle esigenze altrui;
  • inclini a sfruttare gli altri;
  • tendono ad attribuire agli altri la responsabilità di quanto di negativo capita loro;
  • nella coppia sono dominatori, attraenti, cercano di sottomettere e isolare la compagna, cercano la fusione e hanno bisogno di fagocitare l’altro.

2. I soggetti con “Disturbo Antisociale di Personalità” (in passato denominati psicopatici e sociopatici):

  • non osservano e violano i diritti degli altri;
  • mettono in atto azioni etero-aggressive;
  • non riescono a conformarsi né alla legge, compiendo atti illegali (ad esempio distruggere proprietà, truffare, rubare, ecc…) né alle norme sociali, mettendo in atto comportamenti immorali e manipolativi (ad esempio mentire, simulare, usare false identità, ecc…), traendone profitto o piacere personale;
  • provano scarso rimorso per le conseguenze delle proprie azioni (dopo aver danneggiato qualcuno, possono restare emotivamente indifferenti o fornire spiegazioni superficiali);
  • sono impulsivi ed aggressivi.

3. I soggetti con “Disturbo Borderline di Personalità” (DBP): 

  • cambiano umore repentinamente;
  • sono instabili nei comportamenti e nelle relazioni con gli altri che possono essere tumultuose, intense e coinvolgenti, ma estremamente instabili e caotiche;
  • sono fortemente impulsivi;
  • hanno difficoltà ad organizzare in modo coerente i propri pensieri;
  • possono esperire sensazioni di vuoto interiore, elevata irritabilità e attacchi di collera;
  • possono ricorrere ad alcol e droghe o a comportamenti autolesivi per ridurre la tensione emotiva;
  • nelle relazioni non hanno vie di mezzo, per cui oscillano rapidamente tra l’idealizzazione dell’altro e la sua svalutazione: possono, ad esempio, dividere il genere umano in “totalmente buoni” e “totalmente cattivi”. I rapporti iniziano generalmente con l’idea che l’altro (partner o amico), sia perfetto, protettivo, affidabile, disponibile, buono. Ma è sufficiente un “errore”, che l’altro venga catalogato repentinamente nel modo opposto. In molti casi le due immagini dell’altro, “buona” e “cattiva,” sono presenti contemporaneamente nella mente del soggetto borderline.

4. I soggetti con “Disturbo Paranoide di Personalità“:

  • in generale hanno una visione rigida del mondo;
  • hanno una visione rigida dei ruoli dell’uomo e della donna, fino ad essere veri e propri tiranni domestici: la donna dev’essere sottomessa, non deve prendere decisioni, né essere autonoma, coltivare interessi, tanto meno frequentare altre persone, magari neppure i familiari;
  • sono costantemente sospettosi e diffidenti;
  • temono complotti ai loro danni anche da parte del coniuge;
  • la loro gelosia talora sfocia nella patologia vera e propria;
  • il loro atteggiamento allontana la partner, cosicché essi si sentono autorizzati a ritenersi nel giusto lamentando il disamore di questa;
  • se minacciati di abbandono o abbandonati, nella migliore delle ipotesi, metteranno in atto comportamenti di stalking senza però giungere all’uxoricidio.

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Aspetti sociologici

Poiché il fenomeno è complesso, differenti elementi entrano in gioco, non solo di natura psicologica, ma anche sociale.

  • LA FAMIGLIA: le madri che permettono ai figli di assistere a episodi di violenza familiare, involontariamente trasferiscono ai loro figli l’idea che tutto sommato i comportamenti violenti siano normali o comunque accettabili. Sempre più studi evidenziano quanto le violenze subite o osservate nella  famiglia d’origine e l’instabilità delle figure genitoriali rappresentino fattori in grado di influenzare la formazione di un comportamento violento in età adulta. E’ più facile cioè che questi figli, una volta cresciuti, siano portati ad utilizzare le stesse modalità violente in condizioni di disagio, sofferenza o stress.
  • LE LEGGI: solo nel 1975 è stata abolita, in Italia, la potestà maritale che legittimava il ruolo predominante del marito rispetto a quello della moglie. Questa legge permetteva agli uomini sposati di impartire ordini e divieti alla moglie, addirittura di punirla laddove lei non lo avesse assecondato. Le donne erano chiamate ad accettare quello che gli uomini decidevano per loro, sottomettendosi al volere del pater familias, per il bene proprio e della famiglia.
  • LA TRADIZIONE: aderire rigidamente ad un modello, in questo caso al modello maschile tradizionale, tipico della cultura patriarcale, appreso ed interiorizzato attraverso l’educazione ed il contesto socio-culturale di appartenenza,  influenza (ed ha influenzato) notevolmente lo sviluppo dell’identità – maschile –  e delle modalità di relazionarsi – al mondo femminile – .
  • LA CULTURA: nonostante oggi molte cose siano cambiate sono ancora numerosi i contesti in cui un uomo è ritenuto virile, forte, vincente se in grado di “tenere a bada” la propria donna, di controllarne il comportamento e di dettar legge. Fenomeni sociali quali la negazione dell’uguaglianza tra i generi, del libero arbitrio e del valore della figura femminile sono anch’essi alla base dei “femminicidi”. kaputze-1171625__340
  • LA TRASVERSALITA’ DEL FENOMENO: l’uomo violento può essere di buona famiglia, può avere un buon livello di istruzione ed un lavoro rispettabile. E’ relativa l’importanza del ceto sociale anche se è innegabile che in contesti più “all’antica” possa esser più diffusa una visione patriarcale. La violenza sulle donne è un fenomeno diffuso trasversalmente in differenti paesi e all’interno di tutte le classi sociali. Ciò che accomuna membri appartenenti a differenti estrazioni sociali è il non accettare l’autonomia femminile ed il desiderio di sottomettere la donna al proprio potere. L’attuale fase di mutamento dell’identità femminile, che va verso l’ emancipazione e la libertà, è vissuta dagli uomini problematici ed estremamente arretrati come una minaccia al proprio dominio.

Cosa fare

  • LE DONNE:  richiedere un sostegno psicologico/sociale può essere un primo passo per spezzare la ripetitività degli eventi ed affrontare un percorso di “rottura” del circolo vizioso. C’è bisogno di un supporto per identificare delle vie di uscita e reggere le varie tappe dell’allontanamento, per salvaguardare sé e, se presenti, i propri figli. In molte occasioni accade che le donne, pur raccontando le violenze subite ai propri familiari, vengano scoraggiate dal lasciare il proprio uomo “perché ogni tanto perde la testa ma ti vuole bene” o perché “in quei momenti non è in sé ma non è sempre così”, fino al punto da essere colpevolizzate per l’intenzione di denunciare il marito ed andar via. E’ importante che la donna abbia una buona autostima, che sappia riconoscere di avere un rapporto patologico con il proprio uomo e che si tuteli allontanandosene. Proprio per questo è necessario un percorso psicologico che permetta una crescita personale della donna, che ne migliori l’autostima e che l’aiuti a cogliere le risorse, personali e sociali, necessarie per una nuova vita. Si perde il controllo della situazione perché si tende a giustificare o minimizzare le condotte aggressive del partner e a prendersene, in parte, la responsabilità. Può sembrare assurdo ma a volte è più semplice sopportare quello che già si conosce che affrontare il cambiamento che deriverebbe dalla rottura.
  • GLI UOMINI: nonostante siano sempre più presenti centri anti-violenza e figure professionali che si dedicano alle donne abusate, purtroppo in Italia attualmente i programmi di lavoro finalizzati al cambiamento dei partners violenti sono davvero rari e questo senz’altro non facilita la remissione del fenomeno. Anche gli uomini violenti devono entrare in percorsi paralleli di sostegno perché possano essere guidati verso una crescita personale, che comprenda una diversa gestione delle emozioni.

Chi chiede aiuto si sente meno solo e può iniziare a spezzare il pericoloso circolo vizioso in cui è invischiato.
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dott.ssa  Silvia Darecchio

 

L’enuresi notturna

L’enuresi notturna è un disturbo, più che una malattia, e consiste nella perdita involontaria e completa di urina durante il sonno in un’età in cui la maggior parte dei bambini ha ormai acquisito il controllo degli sfinteri.

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E’ un problema frequente che interessa circa il 27% dei bambini dell’età di 4 anni, il 15% di 5-6 anni, il 6-7% di 9-10 anni, il 3% di 12 anni e l’1% di 18 anni. Alcuni ricercatori hanno osservato che si tratta di gran lunga del disturbo più diffuso tra i bambini, soprattutto maschi.  Per diagnosticare un disturbo da enuresi, tale comportamento deve presentarsi frequentemente e non dipendere da alcuna condizione medica generale, né dall’assunzione di sostanze; per enuresi notturna non si intende, infatti, la saltuaria e sporadica emissione di urine durante la notte, ma si parla di un problema che deve presentarsi con una certa frequenza: secondo alcuni autori è necessario un periodo di osservazione di almeno 2 settimane durante le quali il bimbo deve bagnare il letto per almeno 3 volte alla settimana, secondo altri autori l’osservazione va protratta per 3 mesi con almeno 2 notti bagnate alla settimana.


Esistono diversi tipi di enuresi:

  1. PRIMARIA/SECONDARIA. Primaria: quando i bambini non hanno mai acquisito  la continenza oltre il quinto anno di età. L’enuresi primaria ha cause prevalentemente fisiologico/organiche. Secondaria: si parla di enuresi secondaria quando, bambini con una adeguata continenza urinaria, la perdono successivamente. Tale condizione si manifesta soprattutto in bambini tra i 5 e gli 8 anni d’età e ha tra le cause fattori di tipo prevalentemente psicologico ed emotivo. Sintomatica: in questo caso l’enuresi compare come conseguenza di una malattia, ad esempio un’infezione urinaria o in casi molto più rari diabete mellito, epilessia ecc.
  2. NOTTURNA/DIURNA. Notturna: si tratta della condizione più comune, è la classica pipì a letto, dove il sintomo compare solo durante il sonno. Tipicamente il bambino bagna il letto durante il primo terzo della notte e l’atto di urinare è spesso accompagnato da un sogno evocativo. L’ enuresi diurna: si presenta al contrario quando la perdita di urine riguarda le ore di veglia. Questo sottotipo, molto meno frequente del precedente, raggiunge la sua massima frequenza intorno ai 9 anni di età, ed in media è più presente nelle femmine. Esiste poi una condizione mista definita enuresi notturna e diurna.
  3. CONTINUATIVA/A INTERMITTENZA. Un’ulteriore distinzione può essere fatta tra i bambini che sono enuretici continuativamente (enuresi continuativa) e quelli che lo sono a intermittenza (enuresi a intermittenza).
  4. MONOSINOTOMATICA/NON MONOSINTOMATICA. “Monosintomatica”: quando l’enuresi è l’unico sintomo e si manifesta solo durante il sonno. “Non-monosintomatica”: quando sono presenti anche sintomi vescicali durante il giorno. Ci possono essere altri problemi, soprattutto legati alla vescica, che vanno trattati prima di affrontare l’enuresi notturna. Un problema vescicale può dipendere da una incompleta o ritardata maturazione della vescica, che riesce a riempirsi meno di quanto ci si deve aspettare per l’età. Tra i sintomi vescicali diurni: andare in bagno troppo di frequente, o troppe poche volte, o con grande urgenza; fare pipì di volume molto basso, bagnare le mutandine o addirittura bagnare gli indumenti.

 


L’enuresi può essere anche associata a:

  • encopresi (ripetuta evacuazione di feci in luoghi inappropriati);
  • stipsi;
  • disturbo da sonnambulismo;
  • disturbo da terrore del sonno;
  • infezioni del tratto urinario (causate proprio dalle condizioni igienico-sanitarie dovute al disturbo).

Enuresi notturna, le cause del disturbo:

  • possono essere genetiche: l’enuresi è indubbiamente un disturbo ereditario e in circa il 70% dei casi almeno un familiare ha o ha avuto lo stesso problema da piccolo. Non è stato ancora identificato un gene specifico che la provoca, ma la ricerca si sta muovendo anche in questa direzione.
  • Possono essere fisiologiche: nella maggior parte dei casi, l’enuresi è causata da una sovrapproduzione di urina durante la notte (la cosiddetta poliuria notturna) o da una capacità insufficiente della vescica (come se fosse più piccola) e dalla difficoltà a svegliarsi dietro lo stimolo di vescica piena (si tratta, non di un problema di sonno eccessivamente profondo, ma di difficoltà nel risveglio. Se la vescica è piena si ha uno stimolo al risveglio, stimolo che è meno forte, o meno recepito, per il bambino enuretico). Quest’ultimo fenomeno aggrava la condizione, ed è proprio il problema da risolvere per arrivare alla guarigione dell’enuresi. 
  • Possono essere anche psicologiche. L’enuresi primaria non è causata da disturbi psicologici, ma chi ne soffre può certamente svilupparne come conseguenza. Soprattutto per quanto riguarda l’autostima, la fiducia in sé stessi e nelle proprie capacità. Queste problematiche cessano in genere, una volta che l’enuresi è stata trattata con successo. Solamente l’enuresi secondaria (un’enuresi che si manifesta dopo che il bambino ha raggiunto il controllo della vescica) è associata, oltre a possibili problemi fisici da ricercare attentamente, ad un maggior rischio di problemi comportamentali, quale la Sindrome da deficit di attenzione e iperattività. Tendenzialmente quando si manifestano tali episodi di pipì notturna, questi si associano ad un disturbo comportamentale o emozionale. Questi fenomeni possono essere transitori e legati ad eventi che hanno disturbato il piccolo, andando ad intaccare la stabilità e la sicurezza del suo apparato, come lo stress o fattori ansiogeni. Anche i cambiamenti possono interferire, come la nascita di un fratello, un lutto, un trasferimento di abitazione o di città oppure la separazione dei genitori ed anche le richieste eccessive delle prestazioni scolastiche. I bambini che soffrono di tali disturbi, anche se variano da soggetto a soggetto, sono sensibili e possono manifestare delle difficoltà a gestire i propri impulsi, come l’aggressività che simboleggia la capacità di esprime appieno se stessi, di affermarsi in qualsiasi ambito e di essere capaci a difendersi dai conflitti tra coetanei. Al disturbo si accompagna spesso un forte senso di disagio nello stare con gli altri, soprattutto a scuola, quando il bambino con enuresi si confronta coi coetanei.

Cosa deve e non deve fare il genitore

Deve essere ben chiarito che se un bambino bagna il letto non è colpa di nessuno: né del bambino né dei genitori. Il ‘senso di colpa’ dei bambini, anche se non manifesto, contribuisce molto a peggiorare il senso di malessere e di imbarazzo che il bambino prova, causando perdita dell’autostima e l’acuirsi delle insicurezze, anche in altri ambiti di vita. A loro volta, i genitori possono sentirsi colpevoli e incapaci di affrontare una situazione difficile e poco chiara. Se c’è qualcosa di sbagliato è rinunciare o attendere senza agire aspettando la risoluzione con la crescita, magari facendosi prendere dal nervosismo, con reazioni negative nei confronti del bambino. E’ importante sapere che si può fare qualcosa. Nessun bambino dovrebbe svegliarsi in un letto bagnato, quando ci sono soluzioni semplici che spesso migliorano o risolvono la situazione. Ecco qualche suggerimento per gestire al meglio la situazione:

  • dare al bambino consapevolezza e ottimismo: è la prima fondamentale terapia;
  • aiutare il bambino a non sentirsi solo, spiegargli che ci sono altri bambini nella sua scuola, e forse nella sua classe con lo stesso problema;
  • aiutare il bambino a combattere un naturale ma pericoloso senso di colpa;
  • dare spiegazioni complete e corrette per rimuovere la vergogna e il senso di colpa, per coinvolgere il bambino e motivarlo ad affrontare la cura;
  • non sgridare mai il bambino: è dimostrato che il rimprovero aggrava la situazione, mentre un atteggiamento comprensivo la migliora;
  • condividere: nel caso che anche i genitori abbiano sofferto di enuresi, comunicarlo al bambino può avere per lui un effetto rassicurante. Infatti il sapere che anche il papà o la mamma hanno avuto lo stesso problema e lo hanno superato è per lui di conforto e aiuta nel processo di guarigione;
  • non svegliare il bambino di notte: svegliare il bambino per farlo urinare non solo non serve a nulla ma può essere controproducente ed avere una valenza punitiva, meglio mettere un pannolino;
  • adottare qualche strategia di tipo comportamentale: sapere riconoscere gli eventuali sintomi diurni associati e riferirli al medico; attuare eventualmente con attenzione la rieducazione minzionale; abituare il bambino a bere poco la sera per non aumentare il volume di urina nella vescica; controllare che prima di andare a letto il bambino abbia svuotato completamente la vescica.

QUALI SONO LE CURE PER L’ENURESI?

Una volta verificato che il bambino vuole affrontare il problema, si può iniziare il trattamento, innanzi tutto con una visita pediatrica che escluda altre patologie. Se il quadro clinico non è compromesso, i primi presidi di cura sono il trattamento comportamentale e di sostegno al bambino, e le buone abitudini di bere al mattino, evitare bevande gassate e caffeina il pomeriggio e mantenere regolare lo svuotamento intestinale. A seguire, le cure sono sostanzialmente due:

  • per l’enuresi monosintomatica: l’allarme notturno e un farmaco, la desmopressina, che riduce la produzione di urine la notte (anti-diuretico). Il primo serve a facilitare il risveglio quando la vescica è piena, consentendo al bambino di andare a svuotarla in bagno;
  • per l’enuresi “non-monosintomatica” (cioè se ci sono sintomi vescicali di giorno) può essere necessario associare al farmaco antidiuretico farmaci diversi se la vescica si comporta come se fosse più piccola o con eccessivo stimolo anche a basso riempimento (vescica iperattiva). Se possibile, si può ricorrere a sedute di fisioterapia per la vescica (uroterapia) allo scopo di insegnare come si controllano gli stimoli e come si rilassano i muscoli per una minzione completa.
  • Gli eventuali problemi psicologici o comportamentali devono essere affrontati separatamente e indipendentemente dai sintomi dell’enuresi, grazie al sostegno di professionisti.

 

Dott.ssa Silvia Darecchio  – Psicologa – San Polo di Torrile (Pr)  contatti

 

Il genitore narcisista

people-3166794__340Il genitore narcisista è un genitore che tende ad avere, con il figlio, un legame prevalentemente di tipo possessivo. Il senso di possesso (di estensione) porta il genitore a rispondere, più o meno consapevolmente, con invidia e/o rabbia ai tentativi del figlio di guadagnare un maggior grado di autonomia e di affrancamento psicologico. Queste legittime spinte verso l’ autodeterminazione verranno, quindi, sabotate a scapito della serenità e del benessere del figlio. Negli scambi relazionali i genitori narcisisti usano soprattutto la critica e la svalutazione: strategie manipolative attuate in nome di una presunta “forma di amore” (la manipolazione mentale e ogni altro atto abusante, messi in pratica per minare la fiducia e la capacità di giudizio della vittima sono puniti dall’ art. 571 del codice penale).

Mentre un genitore “sufficientemente buono” ha una sicurezza in sé tale da consentirgli di riconoscere ai figli una ragionevole autonomia psicologica, un genitore, che soffre del Disturbo Narcisistico di Personalità, tende ad aver bisogno di indirizzare il figlio verso obiettivi (successo, bellezza, fama, prestigio sociale, ricchezza, ecc…) che lui stesso ha a cuore, senza considerare se questi soddisfino, o meno, le necessità e la personalità del figlio. Questa etero-direzione può portare il bambino prima e l’adolescente poi a considerare le esigenze emotive altrui più importanti delle proprie, fino a negare di avere dei bisogni o a confondere le priorità altrui con le proprie, perdendo inevitabilmente, in questo modo, le energie per una sana e serena affermazione di sé.

Lo psicologo americano Alan Rappoport nel suo articolo “Co-Narcissism: How We Accommodate to Narcissistic Parents”, oltre a definire le caratteristiche di personalità dei genitori narcisisti, introduce anche il termine “co- narcissism” (co-narcisismo) per riferirsi al modo con cui i figli si adattano ai loro genitori narcisisti.

portrait-3265605__340Alan Rappoport usa il termine “narcisismo” per riferirsi ad uno stato psicologico che affonda le proprie radici in un’ autostima estremamente bassa. Le persone narcisiste hanno molta paura di non essere ben considerate dagli altri, e quindi cercano di controllare il comportamento e i punti di vista degli altri, per proteggere la loro autostima. Sono persone rigide nelle relazioni interpersonali, si offendono facilmente, sono assorbite da loro stesse e hanno serie difficoltà ad empatizzare con il prossimo. La dinamica soggiacente del narcisismo è un senso di sé (spesso inconsapevolmente) come pericolosamente inadeguato e fortemente vulnerabile al rifiuto. L’uso comune del termine si riferisce ad alcuni dei modi con cui i narcisisti difendono la propria autostima:  

  • preoccupandosi costantemente della propria immagine fisica e sociale;
  • preoccupandosi di dare priorità ai propri pensieri e sentimenti;
  • preoccupandosi di esaltare la propria grandiosità;
  • immergendosi nei propri affari fino all’esclusione di tutto il resto (anche delle persone care);
  • insistendo sul fatto che le proprie opinioni e valori siano giusti; 
  • sentendosi facilmente offesi e prendendo le cose “sul personale”.

Nella misura in cui i genitori sono narcisisti, controllano, incolpano, sono assorbiti da loro stessi, non tollerano le opinioni degli altri, ignorano i bisogni e gli effetti dei loro comportamenti sui figli, richiedono che i bambini li vedano come vogliono essere visti. Possono inoltre esigere un certo comportamento dai loro figli perché li vedono come estensioni di loro stessi, atti a soddisfare i loro bisogni emotivi. I genitori narcisisti sono molto intrusivi in alcuni aspetti della vita privata dei loro figli e molto disinteressati ad altri, in modo totalmente arbitrario. In ogni caso i figli vengono puniti se non si conformano alle richieste più o meno esplicite: la punizione può andare dall’atto fisico, agli abusi verbali (insultare, ridicolizzare, generare senso di colpa, criticare), ai ricatti emotivi (far percepire al figlio che a causa della delusione bruciante, l’affetto viene meno). Quale che sia il modo con cui viene espressa la punizione ha lo scopo di forzare il comportamento del figlio nella direzione voluta e di soddisfare i bisogni narcisistici dei genitori.

grandparents-1956838__340Le persone che si sono adattate alla vita con genitori narcisisti, da adulte, mostrano di  non essere state in grado di sviluppare mezzi sani di auto-espressione e auto-indirizzamento. Alan Rappoport per definire questo tipo di adattamento ha coniato il termine “co-narcisismo”,  una parola che, non a caso, crea un ‘analogia con i rapporti tra “alcolista e  co-alcolista” e tra “dipendente e co-dipendente“. I co-alcolisti infatti collaborano in modo non consapevole con gli alcolisti, creando scuse per la dipendenza dell’altro, assecondandolo se necessario e non affrontando i problemi con assertività.  Lo stesso vale per la persona co-dipendente. La moglie di un marito violento che si prende la colpa per il comportamento del suo partner è un esempio di assunzione di responsabilità per i problemi di qualcun altro. Sia il narcisismo che il co-narcisismo sono strategie di adattamento che i figli hanno usato per far fronte alle realtà create dai loro genitori narcisisti. I figli dei narcisisti:

  • tendono a sentirsi eccessivamente responsabili per le altre persone;
  • tendono a presumere che i bisogni degli altri siano simili a quelli dei loro genitori, quindi si sentono in dovere di soddisfare tali bisogni, rispondendo nel modo richiesto;
  • tendono ad essere inconsapevoli dei propri sentimenti, bisogni ed esigenze e svaniscono in sottofondo nelle relazioni;
  • sono tipicamente insicuri perché non sono stati valutati per se stessi ma solo nella misura in cui hanno soddisfatto i bisogni dei loro genitori;
  • avendo sviluppato un concetto di sé sulla base del trattamento ricevuto dai genitori, spesso hanno idee molto imprecise su chi sono (ad esempio: possono temere di essere intrinsecamente insensibili, egoisti, difettosi, timorosi, non amorosi, eccessivamente esigenti, difficili da soddisfare, inibiti e / o privi di valore).

Le persone che si comportano co-narcisisticamente (tra queste i figli dei narcisisti) condividono una serie dei seguenti tratti:

  • avere bassa autostima;
  • lavorare duramente per compiacere gli altri;
  • rimandare alle opinioni altrui;
  • concentrarsi sulle visioni del mondo altrui e ignorare i propri orientamenti,
  • manifestare spesso depressione o ansia;
  • avere difficoltà nel riconoscere cosa pensano e sentono riguardo ad un argomento;
  • dubitare della validità delle proprie opinioni (specialmente quando queste sono in conflitto con le opinioni altrui); 
  • assumersi la responsabilità degli eventuali problemi nelle relazioni con gli altri.

people-3265058__340Spesso, la stessa persona mostra comportamenti sia narcisistici che co-narcisistici, a seconda delle circostanze. Una persona che è stata cresciuta da un genitore narcisista o co-narcisista tende a credere che, in ogni interazione interpersonale, una persona sia narcisista e l’altra co-narcisista, e spesso può interpretare una parte o l’altra. Comunemente, se nella coppia vi è un genitore narcisista e l’altro è co-narcisista, ecco che entrambi gli orientamenti sono modellanti per il bambino. Entrambe le condizioni sono radicate in una bassa autostima ed entrambe rappresentano modalità per difendersi dalle paure derivanti da critiche interiorizzate e di far fronte a persone che evocano queste critiche. Coloro che sono principalmente co-narcisisti possono comportarsi in modo narcisistico quando la loro autostima è minacciata o quando i loro partner assumono il ruolo di co-narcisista; le persone che si comportano principalmente in modo narcisistico possono agire co-narcisisticamente quando temono di essere ritenute responsabili e punite al posto di un altro.

Il narcisista ha bisogno di essere sotto i riflettori, e il co-narcisista serve da pubblico. Il narcisista è sul palco, si esibisce e richiede attenzione, apprezzamento, sostegno, lode, rassicurazione e incoraggiamento, e il ruolo del co-narcisista è quello di fornire queste cose. I co-narcisisti sono approvati e premiati quando si comportano bene nel loro ruolo, ma, diversamente, vengono corretti e puniti.

man-3029703__340Uno degli aspetti critici della situazione interpersonale di co-dipendenza è che non si tratta di una vera relazione. La relazione può essere definita infatti come una interazione interpersonale in cui ognuno è in grado di considerare e agire in base ai propri bisogni, esperienze e punti di vista, e dove i partecipanti sanno considerare e rispondere all’esperienza dell’altra persona. Entrambe le persone sono importanti. In un incontro narcisistico, c’è, psicologicamente, solo una persona. Il co-narcisista scompare e solo l’esperienza della persona narcisistica è importante. I bambini cresciuti da genitori narcisistici arrivano a credere che tutte le altre persone siano narcisiste in una certa misura. Di conseguenza, nelle loro relazioni, si orientano intorno all’altra persona, perdono un chiaro senso di se stessi e non possono esprimersi facilmente né essere pienamente nelle loro vite. La loro tendenza a non esprimere i propri pensieri, sentimenti e bisogni e l’abitudine a sostenere e incoraggiare i bisogni degli altri, creano uno squilibrio nelle loro relazioni: i loro partner, comportandosi narcisisticamente possono prendere e pretendere sempre più spazio per sé stessi; i co-narcisisti, in buona sostanza, nella relazione temono di esistere.

Le persone co-narcisiste temono spesso di essere considerate egoistiche e insensibili se agiscono in modo più assertivo. Hanno imparato a pensare in questo modo perché sono stati etichettati come egoisti o insensibili quando non si sono adattati ai bisogni emotivi dei loro genitori. Dice Alan Rappoport che le preoccupazioni dei pazienti circa il loro egoismo sono un indicatore del narcisismo dei genitori, perché la motivazione dell’egoismo predomina nelle menti delle persone narcisiste. È una componente importante del loro stile difensivo, ed è quindi una motivazione che tendono ad attribuire prontamente agli altri.

Ci sono tre tipi comuni di risposte da parte dei bambini ai problemi interpersonali presentati loro dai loro genitori: identificazione, conformità e ribellione (vedi Gootnick, 1997).images.jpeg

  • L’identificazione è l’imitazione di uno o entrambi i genitori. L’identificazione  può essere richiesta dai genitori per mantenere un senso di connessione con il bambino: il bambino, cioè, deve esibire le stesse qualità, valori, sentimenti e comportamenti che il genitore impiega per difendere la sua autostima. Ad esempio, un genitore che è un bullo può non solo intimidire suo figlio, ma può richiedere che anche il bambino diventi un bullo. Un genitore la cui autostima dipende dalla sua carriera accademica può richiedere che anche il bambino sia orientato verso il mondo accademico e valuti (o svaluti) il bambino in relazione alle sue realizzazioni in questo settore. L’identificazione è una risposta al genitore che vede il bambino come un rappresentante di se stesso, ed è il prezzo della connessione con il genitore. Il bambino diventa narcisista.
  • La conformità si riferisce all’adattamento co-narcisistico descritto in precedenza, in cui il bambino diventa il pubblico “approvante” cercato dal genitore. Il bambino è conforme ai bisogni del genitore essendo la controparte che il genitore cerca. Tutte e tre le forme di adattamento (identificazione, conformità e ribellione) possono essere considerate come conformità in un senso più ampio, poiché, in ogni caso, il bambino rispetta in qualche modo i bisogni del genitore ed è definito dal genitore. Ciò che definisce la conformità in questo senso è che il bambino diventa la controparte di cui il genitore ha bisogno per gestire le minacce alla sua autostima.
  • La ribellione si riferisce allo stato di combattimento per non accettare i dettami del genitore comportandosi in opposizione ad essi. Un esempio di questo comportamento è quello di un bambino intelligente che fa male a scuola in risposta al bisogno dei suoi genitori di ottenere prestigio. Il problema critico qui è che il bambino sta inconsciamente tentando di non sottostare alla definizione del genitore di lui, nonostante la sua costrizione interiore a soddisfare i bisogni dei genitori. Quindi agisce in modo autodistruttivo per cercare di mantenere un senso di indipendenza (se la pressione per la conformità non fosse stata interiorizzata, il bambino sarebbe libero di avere successo, nonostante la tendenza dei genitori a cooptare i suoi risultati.)

I narcisisti incolpano gli altri per i loro problemi; tendono a non cercare un aiuto psicologico perché temono di essere visti carenti e questo li costringe a granitici atteggiamenti difensivi. Non si sentono liberi o abbastanza al sicuri da esaminare il proprio comportamento, e tipicamente evitano la situazione terapeutica. I co-narcisisti, invece, sono pronti ad accettare la colpa e la responsabilità dei problemi, e sono molto più propensi a cercare aiuto, perché spesso sentono di aver bisogno di cambiare la loro situazione.   Non è azzardato dire, afferma l’autore, che ogni narcisista ha avuto genitori narcisisti e che i genitori dei loro genitori lo erano ancora di più. Genitori narcisisti creano figli che, se questa dinamica intergenerazionale non viene spezzata, saranno portati a diventare a loro volta dei genitori narcisisti.

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Dott.ssa Silvia Darecchio  – Psicologa – San Polo di Torrile (Pr)  contatti

Padri e Figlie

 

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La figura paterna vive dentro la figlia per tutta la vita ed ha un ruolo decisivo nel suo percorso di crescita. Il padre dal punto di vista evolutivo consente alla figlia di uscire dal puro e semplice rispecchiamento della madre e di rompere il guscio del nido materno.


La relazione padre-figlia

A rendere così particolare e speciale la relazione tra padre e figlia vi è un mix di complicità, ammirazione reciproca, scoperta, incoraggiamento, affettività espressa e complessità. Una complessità che esplode nell’adolescenza, quando “lo sguardo del padre” diventa per la ragazza un ponte per la conquista della vita e della sessualità o viceversa una gabbia dove finiscono per chiudersi i propri sogni.

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Il padre, di fatto, rappresenta il primo incontro con il “maschile”. A partire dal comportamento del padre, la figlia, acquisisce elementi conoscitivi sull’”uomo” e costruisce idee, che resteranno radicate, circa cosa pensare, sentire e aspettarsi dagli uomini. In altre parole la relazione con il padre condizionerà i rapporti che la figlia avrà con tutte le figure maschili che incontrerà: tutti gli uomini con cui, la ragazza prima e la donna poi, instaurerà un rapporto, di qualsiasi tipo, riattiveranno le tracce di questo forte legame primario. Le dinamiche della relazione padre-figlia sono, quindi, di massima importanza per l’impatto che hanno sulle scelte esistenziali ed in particolare su quelle sentimentali di una donna e stabiliscono, per la figlia, un modello che condizionerà anche il proprio elemento maschile interno, presente in ogni donna.

Sulla relazione col padre é anche fondata buona parte dell’autostima delle figlie, il padre cioè é chiamato a coltivare idee e comportamenti che ne conservino e ne accrescano l’autostima. Il padre aiuta la figlia ad “essere sé stessa” e la incoraggia a far uscire la propria personalità nella sua interezza.

Inoltre il padre è colui che rimanda al “senso”, al significato dell’esistenza, al suo scopo, alle domande più impegnative circa la vita. Dalla figura paterna dipendono in modo significativo anche la costruzione del sistema di valori, dei fondamenti ideologici e della dimensione sociale di ogni donna, prevalentemente spendibile nei rapporti sociali e lavorativi. Il padre è il ponte tra la famiglia e la società. 


L’INFANZIA
father-656734__340Durante l’infanzia, mentre il bambino vive con il genitore dello stesso sesso un rapporto ambivalente (essere come lui o contro di lui), la bambina desidera, univocamente, essere amata incondizionatamente dal padre, che occupa la posizione di un oggetto d’amore ideale e irraggiungibile. Questo è l’ aspetto che maggiormente causa le difficoltà dei padri ad accettare la separazione e la libertà (intellettuale e sessuale) delle loro figlie: la separazione è più contrastata, rispetto a quella dei figli maschi, perché implica una perdita amorosa senza ritorno. Il padre, quando la figlia è piccola, ne rappresenta il principale rapporto affettivo: un rapporto esclusivo, diretto, spontaneo, prevalentemente fisico e ludico ma anche profondamente investito dal punto di vista sentimentale ed erotico. Il padre è il Principe Azzurro delle fiabe, fonte e meta del desiderio, è l ‘eroe “senza macchia e senza paura”. Il ruolo paterno si declina fondamentalmente in due funzioni: una protettiva (è una guida, un consigliere, un rifugio emotivo) e l’altra normativa (è il garante delle regole, del rispetto, dei diritti/doveri). Nello sviluppo psico-affettivo delle bambine, la relazione con il padre, ricopre un ruolo fondamentale nella costruzione della propria identità di genere poiché determina un passaggio cruciale nello sviluppo psicologico della figlia: l’accettazione della femminilità e l’orientamento delle scelte sessuali e affettive.


LA PRE-ADOLESCENZA
tree-2601756__340La preadolescenza è il momento, tra i 10 e i 14 anni, che segna il passaggio dalla fanciullezza all’adolescenza. In questa fase, pur restando valida la duplice funzione paterna affettivo/normativa, il rapporto padre-figlia evolve e si caratterizza per un graduale e significativo processo di disillusione. È questo il periodo della separazione, della scoperta dei limiti genitoriali, del riconoscimento, accanto alla figura idealizzata del padre (del principe e dell’eroe), della persona per come è realmente, con punti deboli e di forza. Questo vissuto, si associa alla richiesta, da parte della figlia, di una maggiore autonomia e di spazi più ampi di responsabilità: per sperimentare e sperimentarsi, per esprimere i nuovi interessi e progetti emergenti, per investire la propria vitalità, per iniziare a giocarsi l’ emancipazione, a distanza dallo sguardo paterno. Attraverso lo svago e l’uscita con gli amici la figlia sottrae direttamente le sue esperienze alla tutela del proprio padre, pur rimanendo sotto le sue ali protettive. Nascono i bisticci, la difficoltà di dialogo, l’allontanamento fisico. Questa autonomia, ricercata in modo emotivamente disorganizzato ed impulsivo in età preadolescenziale diventa poi, in adolescenza, il risultato di un processo maturativo più complesso e consapevole. Dal punto di vista emotivo, le figlie chiedono che venga rispettata la loro privacy.


L’ADOLESCENZA
pa-3092926__340Questa fase è caratterizzata da sentimenti e comportamenti di ribellione verso regole e doveri, e da sempre maggiore autonomia fattuale ed emotiva, che ora è il risultato di un processo maturativo più consapevole. La figlia adolescente, a causa della propria maturazione sessuale, sperimenta un senso di disagio relazionale nei confronti della figura paterna e conseguentemente vive un allontanamento emotivo e fisico da lui (allontanamento biunivoco in realtà: agito sia dal padre che della figlia). I padri potrebbero sentirsi tagliati fuori improvvisamente dalla vita della figlia, soffrendo molto di questa nuova condizione. Invece, è importante che un padre impari a rispettare questa distanza, considerandola indispensabile per l’affrancamento dalle figure genitoriali e l’individuazione. Durante l’adolescenza, le ragazze, come si diceva, hanno un “rapporto conflittuale” con i genitori ed in particolare con il padre, vissuto come portatore di autorità e difensore dei confini, intesi come limiti alla propria libertà personale. Se crescendo questa conflittualità non viene elaborata e il padre non viene visto come un interlocutore attivo e disponibile, le ragazze tenderanno a preferire partner con cui possono instaurare dei rapporti di tipo conflittuale, ritenendo che è bello soltanto un “amore litigarello”. I padri pericolosi, quelli impediti da problematiche personali irrisolte, sono quelli troppo fragili o troppo innamorati delle figlie. Quelli troppo fragili perché finiscono col consegnare la figlia a un’infanzia estremamente prolungata fra le braccia della madre. Quelli troppo innamorati perché diventano possessivi e morbosi, tenendo letteralmente in ostaggio le figlie, segregandole nell’adorazione del padre; e poi guai a quei padri idoli che rendono impossibile un altro amore; guai a quei padri così assillanti da impedire di vivere una vita propria; guai, infine, a quei padri assenti che costringono la figlia a una ricerca lunga tutta una vita. Se la fase dell’adolescenza viene superata con successo, grazie ad una figura paterna equilibrata e matura, arriva un periodo di relativa calma, serenità e stabilità nella relazione, associata, in età adulta, a sentimenti positivi e di tipo riparatorio riguardo a quegli atteggiamenti aggressivi e di rifiuto, manifestati durante l’adolescenza.


book-1945499__340LEGGI ANCHE “PRE-ADOLESCENTI E ADOLESCENTI : DAL DIARIO SEGRETO AI SOCIAL NETWORK”


Esistono, nei rapporti padre – figlia, alcune caratteristiche e stili prevalenti. La dott.ssa Adelia Lucattini, psichiatra, psicoterapeuta e psicoanalista, ne delinea alcuni:

IL PADRE PRESENTE: ha una significativa relazione emotiva e affettiva con la propria figlia. È una presenza anche con una funzione genitoriale normativa positiva, dà cioè regole e limiti. Una persona interessata, comprensiva, comunicativa, disponibile, che funge da guida nello sviluppo della propria figlia.

IL PADRE “PRINCIPE AZZURRO”: “tutte le bambine” afferma Lucattini, “vedono il padre come il proprio fidanzato o come il “principe azzurro”: se questo elemento però rimane nella vita adulta può creare dei problemi nei rapporti con l’altro sesso, perché qualunque ragazzo o fidanzato verrà sempre paragonato al padre, e non sempre uscirà dal confronto vincente. “

IL PADRE PERDUTO E IDEALIZZATO: ci sono poi situazioni in cui la figlia ha a che fare con un “padre idealizzato”. Parliamo di un padre che non è realmente riconosciuto per ciò che è, ma sul quale la figlia proietta l’immagine fantasiosa che ha di lui. Gli aggettivi utilizzati per qualificarlo sono sempre positivi, la sua figura è avvolgente, onnicomprensiva, totalizzante. “In questo caso la figura paterna rifletterà tutti i desideri e i bisogni della ragazza, in modo non realistico e difficilmente realizzabile ma ostinatamente ricercato e darà origine ad un rapporto in cui il compagno è percepito come perfetto e inattaccabile, a scapito di una percezione realistica di sé e di una realizzazione personale al di là delle proprie abilità e competenze”.

IL PADRE “MAMMO”: negli ultimi decenni si è affermato un nuovo tipo di paternità, in cui i padri spesso si sostituiscono alle madri diventando quasi dei “mammi”. “Se però il padre non riesce a recuperare con la propria figlia un rapporto più squisitamente virile, assertivo, che indirizza e consiglia, facendo tesoro del punto di vista maschile, il rischio è che, crescendo, la ragazza cerchi un “compagno-mammo” su cui appoggiarsi e dipendere totalmente”.

IL PADRE INAFFIDABILE: se invece il padre risulta difficilmente comprensibile, se fin da piccola la figlia non riesce a capire se il padre le voglia bene oppure no, se sia interessato a lei oppure distratto dai propri impegni, da questa difficoltà possono nascere rapporti di tipo “amore-odio” in cui il padre è al tempo stesso amato e odiato, desiderato e respinto, cercato e allontanato, un padre di cui è in definitiva difficile fidarsi. “Questo non potrà che avere delle ripercussioni nel rapporto con il partner che verrà desiderato e temuto, sedotto e abbandonato, voluto e lasciato”.

IL PADRE AGGRESSIVO: esistono infine anche dei casi limite in cui, se il padre ha avuto dei comportamenti aggressivi svalutanti nei confronti della propria figlia, questa instaurerà col genitore e col partner un rapporto di tipo “persecutore-vittima” con inevitabili conseguenze negative sia sulla sua vita di figlia che in futuro nella sua vita di compagna, fidanzata o moglie.

IL PADRE ASSENTE: non è presente in alcun modo nella vita della figlia, né dal punto di vista fisico né dal punto di vista affettivo. Una persona totalmente disinteressata alla vita della figlia, un mondo a sé, a parte.

IL PADRE NORMATIVO: invece intrattiene con la propria figlia un rapporto infantile, teso alla negazione della parte “matura” della stessa a favore di quella ideale. Un rapporto positivo finché rimane nella dimensione ludica del gioco o del divertimento, in cui la figlia accetta, più o meno consapevolmente e in modo passivo, il ruolo di bambina. Più precisamente è possibile distinguere tra le due sotto-tipologie del padre normativo: il normativo- protettivo e il normativo rigido. Il padre normativo protettivo è un buon consigliere ma a patto che la figlia incondizionatamente giuri a lui “amore eterno”; il padre normativo rigido è una persona estremamente autoritaria, rigida, chiusa, introversa, che richiede alla figlia di meritarsi il suo affetto, sotto condizione.


Quando parliamo di relazioni (e di tutto ciò che c’è di umano) vale la pena ribadire che la perfezione non esiste, che non esistono genitori perfetti, che non esiste una “universale ricetta magica” in grado di portare i processi di crescita al successo. Tuttavia è possibile, sempre, fare del proprio meglio: attraverso l’ impegno, il senso di responsabilità, la maturità, l’interesse, la lungimiranza. In ultima analisi i padri hanno il compito di aiutare le figlie a diventare autentiche, a capire quello che realmente sono, abbandonando ogni tipo di idealità e condizionamento (sociale, culturale e/o personale). Potrà sembrare complicato, primariamente perché difficile è sovvertire il proprio sistema famigliare di dinamiche relazionali che, come un circolo vizioso, si tramanda di generazione in generazione; tuttavia questo tipo di cambiamento, per la salute e il benessere psicologico dei figli, è auspicabile. In questo senso può essere necessario l’aiuto di professionisti dei processi di crescita e delle relazioni.


Dott.ssa Silvia Darecchio – Psicologa Clinica (CONTATTI)


 




 

Madri e Figlie

LA RELAZIONE MADRE – FIGLIA

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La figura materna è,  per ogni figlia,  un modello, un punto di riferimento, il tramite per entrare in relazione col mondo.

Il rapporto fra una madre e la propria figlia è indissolubile; è un rapporto complesso, ricco di sfumature, di significati, di emozioni ma anche di criticità. Parliamo di una relazione che, pur affondando le proprie radici nell’archetipo della grande madre amorevole e onnipotente (la grande madre archetipica è tutto ciò che è benevolo, protettivo, tollerante; ciò che favorisce la crescita, la fecondità, la nutrizione), è caratterizzata anche da rivalità, conflitti, incomprensioni, amore e odio.

mother-and-daughter-2078075__340L’INFANZIA : dal punto di vista ontogenetico la relazione  madre-figlia parte da una condizione di fusione, passa attraverso l’identificazione (che garantisce il radicamento del senso di identità nella figlia femmina) e arriva all’individuazione.  L’identificazione è quel processo che porta all’ interiorizzazione di un modello; sta alla base della costruzione dell’identità personale. Si tratta di un processo prevalentemente non consapevole che, nella sua forma primaria, è finalizzato alla capacità di distinguere la propria identità da quella degli altri (distinzione Io – Tu). Questo tipo di identificazione caratterizza, appunto, la prima infanzia e, come si diceva, prevalentemente la relazione con la madre. bond-3224236__340Per una bambina proprio a causa dell’ identificazione, percorrere la strada verso l’ individuazione risulta essere più difficile: il distacco dal primo oggetto d’amore, che è la madre, e la costruzione dell’identità,  ne possono risultare ostacolate.

Com’è in questa fase una “buona” madre?

Donald Winnicott ha definito le caratteristiche di una madre sana. L’autore si riferisce alla madre “sufficientemente buona” come ad una “madre normalmente devota”, ovvero di una madre capace di:

  • preoccupazione materna primaria” cioè capace di alimentare nel neonato l’illusione di essere onnipotente e un tutt’uno con lei. Questo può avvenire grazie ad una totale dedizione;

  • “holding” cioè capace di fungere da contenitore delle angosce del bambino, intervenendo per soddisfare i suoi bisogni emotivi e riuscendo a mettersi da parte, nel momento in cui il bambino non ha bisogno di lei;

  • “adattarsi alle necessità del bambino che cresce” cioè capace di portare il bambino a tollerare la frustrazione, che compare quando viene meno la totale corresponsione materna ai suoi bisogni emotivi.

Quando però viene a mancare questo “tipo” di madre, questo calore, possono esserci delle ripercussioni sulle figlie. Non solo, esistono “tipologie di madri” che, a causa dei loro tratti disfunzionali, ostacolano una crescita sana. Quali sono?

  • la madre sacrificale: rinuncia a tutto (femminilità compresa) per il “bene” della figlia ma in buona sostanza le impedisce di crescere, perché se perde il ruolo di madre deve confrontarsi con il suo fagocitante senso di vuoto; il progressivo annullamento di sé stessa in funzione dei bisogni dei figli può portare nel tempo a stati d’ansia e a depressione;
  • la madre adolescente: è  una madre immatura, molto concentrata su di sé, che non può vedere crescere la figlia perché la percepisce come una rivale;
  • la madre opprimente : è la madre perennemente in ansia e ansiogena che ostacola la crescita mostrandosi fragile (malori, drammi, ecc…) e dipingendo scenari apocalittici;
  • la madre depressa: è la madre dominante e invadente che esprime il suo potere nel modo più prepotente: il rifiuto della separazione. Tutto ciò che può “minacciare” il rapporto madre-figlia viene sistematicamente attaccato (usando soprattutto il senso di colpa).

LA PRE-ADOLESCENZA: nel rapporto madre-figlia i conflitti e le incomprensioni tendono ad acuirsi soprattutto quando, con l’ affacciarsi dell’adolescenza, la figlia gradualmente si stacca dalla propria madre. La fanciulla-preadolescente comincia ad allentare i legami tipici della fanciullezza, utilissimi fino a quel  momento, ma pericolosi da questo punto in avanti. Il legame materno deve allentarsi per far posto alle relazioni con le altre figure femminili (le coetanee, le insegnanti, le zie, le amiche della madre, ecc…) utili per favorire lo sviluppo di modelli diversificati, necessari per arricchire il quadro della femminilità della ragazza e per sviluppare un’ autonomia più completa e più libera.

mother-1599653__340L’ ADOLESCENZA: la madre, in questa fase, rappresenta il pericolo  più significativo in quanto ostacolo al “diventare grandi”. Gli adolescenti sentono, a causa della maggiore dipendenza affettiva dalla madre, che la relazione con lei è un grosso freno al raggiungimento dell’autonomia. La madre, infatti, riveste un ruolo ambivalente poiché, se da un lato, garantisce la sicurezza, dall’altro rende dipendenti; non consapevolmente tiene legati i figli al passato; con la sua onnipotenza invischia, frena l’ autodeterminazione e pone l’adolescente nella necessità di svincolarsi dal legame con lei per poter affermare la propria individualità. Se questo è valido per tutti i figli, per le femmine, a causa dell’identità di genere che fa essere la relazione maggiormente intima, ancora di più. L’adolescente femmina avverte che la madre rappresenta un pericolo per la conquista del bene più prezioso: la propria femminilità.  Accade allora che l’ostracismo e le aggressioni verbali siano all’ordine del giorno e che, per questo, le madri si lamentino e si rattristino, compiendo di fatto un errore di valutazione: questi atteggiamenti infatti spesso sono segnali di ‘trasformazione’ che, oltre ad essere inevitabili, sono un segno di crescita, di maturazione, di evoluzione, di distacco e di affrancamento, cioè di un processo a cui ogni madre dovrebbe aspirare (compito che vede il fallimento di tante madri).

family-2641586__340Le madri dovrebbero favorire questa separazione, prima di tutto realizzando sé stesse, poiché una donna soddisfatta è una madre migliore, e poi usando il conflitto come strumento di  distacco,  molte tuttavia temono fortemente questo scenario (autorealizzazione, separazione, conflitto) a causa di problematiche personali irrisolte (vedi  “tipologie di madri”).  Una figlia che obbedisce, che non contesta, che aderisce pedissequamente all’unico modello femminile proposto, rappresenta forse un ‘guaio’ in meno per genitori, non causando aperti contrasti, ma dimostra di agire una “tranquillità” preoccupante, manifestazione di un attaccamento “artificiale” in grado di distorcere il “normale” processo di crescita. Oggi molto più che in passato, i cambiamenti socio-culturali hanno alterato ciò che è “naturale” nel rapporto madre – figlia adolescente. Basti pensare, per esempio, a quelle mamme che si vestono e si atteggiano come le figlie adolescenti e che impediscono loro, di fatto, il distacco (vedi “madri adolescenti”).  Parliamo di mamme che giocano ruoli caratterizzati da egocentrismo e narcisismo, che fanno sempre più le amiche, che vivono e pensano come le figlie. Queste madri usano la carta della somiglianza: vogliono cioè fermare il tempo, rifiutano di invecchiare, amano, nei casi più estremi, essere scambiate per le sorelle delle figlie, tuttavia non fanno altro che ostacolarne lo sviluppo poiché favoriscono il processo  identificativo a discapito dell’ autonomia.

Se si lascia alla propria bambina il tempo di crescere e diventare una donna, rispettando la tappa della separazione/individuazione, aumentano le possibilità di una riconciliazione futura. Una volta che la figlia avrà consolidato la propria individualità, le sarà più facile riavvicinarsi alla madre. Ovviamente la ricetta, quando parliamo di relazioni (e di tutto ciò che c’è di umano),  non esiste. Tuttavia è possibile fare del proprio meglio per accompagnare le figlie lungo il percorso di  crescita, aiutandole a diventare quello che realmente sono, e non quello che si vorrebbe che fossero. Forse potrà essere complicato, perché difficile è interrompere il circolo vizioso che si tramanda da madre in figlia, ma di certo è possibile, magari, se occorre, anche rivolgendosi a professionisti della relazione di aiuto.

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Dott.ssa Silvia Darecchio  – Psicologa – San Polo di Torrile (Pr)  contatti

Generazione “touch”

I bambini piccoli e la rivoluzione digitale

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I nuovi media touchscreen (smartphone, tablet, notebook) hanno aumentato le possibilità di accesso dei bambini al di sotto dei 3 anni alle tecnologie digitali, poiché il loro uso è immediato e intuitivo. La «rivoluzione digitale» influisce sugli scenari educativi costringendo i genitori e gli educatori ad interrogarsi in merito al proprio ruolo, rispetto al fenomeno. Mentre l’uso del computer richiedeva alcune competenze di base indispensabili (usare in modo adeguato il mouse e la tastiera), tablet, smartphone, ecc.. consentono, anche ai più piccoli, di superare le barriere (linguistiche e di interazione), accedendo direttamente ai contenuti digitali e vivendo esperienze che, soltanto alcuni anni fa, erano impensabili (vedere video, giocare, leggere storie, ecc…). Per comprendere meglio quali siano i processi cognitivi coinvolti nell’utilizzo dei new media e per ridefinire i ruoli educativi, i contesti e le prassi che possano rendere i bambini autori e costruttori del proprio sapere, educatori e ricercatori sono obbligati a porre al centro delle loro valutazioni le modalità con le quali i bambini più piccoli si accostano e fruiscono delle “tecnologie touch”. 

La nascita delle tecnologie touch risale all’inizio degli anni Novanta, ma è a partire dal 2007 che inizia la vera «rivoluzione», quando Apple lancia sul mercato la prima versione dell’iPhone. Grazie allo schermo tattile, viene ripristinata  la corporeità nell’interazione con la tecnologia, elemento che permette anche ai bambini più piccoli (che non sanno leggere e scrivere e non hanno raggiunto determinati livelli di coordinazione oculo-manuale), di interagire con le tecnologie molto prima, rispetto al passato.  Sono diverse oramai le indagini che confermano questa tendenza. Di seguito qualche esempio:

STATI UNITI:  studio effettuato dall’Einstein Medical Centre di Filadelfia (Kabali et al., 2015).

2015

bambini < 1 anno che interagiscono spesso con smartphone o tablet

36,00%

Risultati pubblicati dalla fondazione Common Sense Media.

2011

2014

bambini più piccoli: accesso ai media digitali

52,00%

75,00%

bambini < 2 anni: uso dispositivo mobile

10,00%

28,00%

bambini: uso media digitali almeno 1 volta al giorno

8,00%

17,00%

bambini: tempo dedicato alle tecnologie digitali

X

3X (triplicato)

Si evince da questi dati, dunque,  che è ampliato l’accesso dei più piccoli alle tecnologie digitali e che è aumentato il tempo ad esse dedicato. Collegati a questi dati ve ne sono altri altrettanto interessanti:

  • il tempo trascorso dai bambini in compagnia dei media più tradizionali (tv, dvd, videogames e computer) è diminuito;
  • esiste un gap tra bambini ricchi e bambini poveri: permane una disparità, ma l’accesso ai dispositivi mobili, da parte dei bambini appartenenti alle fasce meno abbienti della popolazione, è aumentato

La medesima tendenza è confermata anche da studi condotti in diversi Paesi europei.

REGNO UNITO: dati contenuti nel rapporto pubblicato da Ofcom nel 2014.

2011

2014

Famiglie in possesso di dispositivi touch (tablet, smartphone, ecc…)

7,00%

71,00%

2013

2014

Bambini di 3-4 anni in possesso di un tablet

3,00%

11,00%

FRANCIA – da a uno studio effettuato da Cristia e Seidl . 

2015

bambini tra 5-24 mesi che hanno usato un dispositivo touchscreen

58,00%

MONDO:  dati relativi alle app scaricate dall’Apple Store.

2009

2011

2012

2013

2014

app scaricate

1 miliardo

10 miliardi

25 miliardi

50 miliardi

75 miliardi

ITALIA:  rilevazioni Eurispes (2016).

2015

2016

italiani che possiedono 1 smartphone

67,00%

75,70%

Gli italiani e lo smartphone: attività più diffuse

Chiamare ed essere chiamati

99,30%

Inviare / ricevere sms

85,10%

Usare Whatsapp / altre applicazioni di messaggistica

75,20%

Fare Foto / filmati

69,00%

Ricevere foto / filmati

68,00%

Navigare su internet

66,80%

Usare applicazioni

54,20%

Usare social network

51,10%

2015

2016

italiani che possiedono 1 tablet/ipad

36,80%

43,30%

Navigare su Internet è ormai un dato di fatto per la maggior parte della popolazione italiana (81,5%) . Nel mondo i numeri, relativi alla relazione tra bambini e internet, confermano il fatto che, negli ultimi anni, si è verificato un boom delle connessioni anche da parte dei bambini al di sotto degli 8 anni, pur con differenze tra i diversi contesti nazionali.  Gli italiani usano la Rete per:

Cercare informazioni di loro interesse

97,80%

Inviare/ricevere e-mail

85,80%

Navigare sui social network

68,90%

Guardare filmati su youtube

66,80%

Controllare il proprio conto bancario

65,10%

Fare acquisti

55,00%

Per ottenere dati specifici relativi ai più piccoli è necessario, però, fare riferimento all’ultima indagine conoscitiva condotta in Italia da Eurispes e Telefono Azzurro (2012), sulla condizione dell’infanzia e dell’adolescenza.

2012

Bambini <2 anni che usano dispositivi mobili per giocare/guardare video

38,00%

Anche nel nostro Paese, quindi, l’avvicinamento dei bambini, anche dei più piccoli, alle tecnologie digitali sembra essere inevitabile e precoce. La questione più urgente, allora, è comprendere se e in che modo, questi cambiamenti, coinvolgono anche in profondità il modo dei bambini di pensare, di apprendere, di percepire la propria identità e di vivere le relazioni e come deve cambiare, di conseguenza, il ruolo degli adulti. Alcune delle domande più ricorrenti a tale proposito sono:

  • I “nativi digitali” sviluppano una “mente diversa”?
  • Gli schemi cognitivi possono essere modificati dalla “tecnologia touch”?
  • Le “tecnologie touch” possono alterare la capacità di percepire e di esprimere emozioni?
  • In tale fase di “rivoluzione digitale” qual è il ruolo dei servizi educativi?

Non sembra possibile dare risposte definitive a queste domande, sia perché la nascita del fenomeno è piuttosto recente, sia perché, purtroppo, il numero di ricerche effettuate sull’argomento è ancora esiguo. Tuttavia qui di seguito sono sinteticamente illustrati gli studi più rilevanti, dai quali evincere spunti interessanti di riflessione.

  1. La ricerca condotta da Eugene A. Geist (2012) fatta allo scopo di studiare le interazioni spontanee tra bambini di 2-3 anni e il tablet, in contesti sia familiari che educativi. Dallo studio emerge che: 
  • i bambini interagiscono con la “tecnologia touch” in modo naturale ricorrendo a modalità simili a quelle usate con gli altri giocattoli;
  • i bambini esplorano ed usano di più e in modo più indipendente il tablet rispetto al computer tradizionale, infatti con i dispositivi touch l’intervento dell’adulto, per fornire indicazioni, è minimo;
  • i bambini imparano ad utilizzare le app sia osservando coetanei ed adulti,  che attraverso “tentativi ed errori”;
  • l’uso creativo dei dispositivi touch screen può contribuire a sviluppare il potenziale cognitivo dei bambini. Provare a limitare l’accesso e l’uso di queste tecnologie ai bambini equivale a “nuotare contro corrente”. Questo non significa, tuttavia, che tutte le esperienze dei bambini devono essere mediate da  questo tipo di tecnologie.

Telefono, In Bianco, Mobile, Moderno2. La ricerca condotta da Gilbert e Yelland (2014) fatta allo scopo di: a) descrivere le strategie con le quali i bambini utilizzano il tablet; b) esplorare le modalità con cui le tecnologie digitali, integrate nei curricula delle scuole, possono supportare l’apprendimento; c) riflettere sul ruolo di educatori e insegnanti rispetto a tale integrazione. La ricerca ha coinvolto bambini di età compresa tra 2 e 6 anni. Dalle osservazioni effettuate su 10 bambini di 2-3 anni si è rilevato che il tablet ha contribuito a creare contesti di apprendimento che hanno incoraggiato interazioni e collaborazione tra i bambini, opportunità per conversare con gli adulti per migliorare il loro linguaggio, arricchire il loro vocabolario e costruire le loro competenze di base (ordinare, stabilire corrispondenze, classificare, ecc.). Secondo le ricercatrici è importante che gli educatori si prendano del tempo per acquisire familiarità con le app destinate ai bambini, in modo da essere consapevoli degli usi, delle potenzialità e dei limiti delle tecnologie touch e così da essere in grado di supportare i bambini nelle loro scoperte. Secondo Gilbert e Yelland i dispositivi touch dovrebbero essere integrati anche nei contesti educativi e scolastici in quanto rappresentano una risorsa utile per supportare l’apprendimento, ma il loro impiego dovrebbe andare oltre un approccio incentrato esclusivamente sulla trasmissione di conoscenze e competenze.

3. La ricerca della studiosa Karmiloff-Smith (2015) fatta per valutare gli effetti dell’uso dei dispositivi touch screen su un gruppo di piccoli di età compresa tra i 6 e i 10 mesi di età, ha rilevato che  giocare con lo schermo stimola il  cervello dei bambini piccolissimi molto di più rispetto a quanto potrebbe fare un libro e non danneggia le loro  abilità sociali..

4. Lo studio di Bedford et al., (2016) fatto per trovare prove di un’associazione negativa tra l’età del primo approccio ai dispositivi touch e le tappe dello sviluppo del linguaggio e della motricità grossolana, non solo non ha trovato le evidenze negative che cercava ma anzi, ha suggerito una correlazione tra l’uso precoce del touchscreen (in particolare lo scroll dello schermo) e il precoce sviluppo della motricità fine. Secondo i ricercatori questa sarebbe la prima indicazione di come le nuove generazioni si stiano adattando all’ambiente mediale in cui nascono e stiano impostando le basi per una vita spesa interagendo con tali dispositivi.

5. Il rapporto L’Enfant et les écrans (Bach et al., 2013) pubblicato dall’Accademia delle Scienze francese. Dal rapporto (ottenuto integrando i dati più recenti di neurobiologia, psicologia, scienze cognitive, psichiatria e medicina con la realtà delle tecnologie digitali) emerge un quadro in generale positivo rispetto all’uso dei dispositivi touch dal punto di vista dello sviluppo cognitivo e sensoriale. Gli autori, tuttavia, non nascondono i pericoli che i bambini possono correre nel caso in cui abusino di tablet e smartphone (isolamento, ridotta attività fisica, crisi del ragionamento di tipo induttivo, ecc.) e sottolineano il fatto che i nuovi oggetti tecnologici non dovrebbero diventare alternativi ai giochi e ai giocattoli tradizionali, ma aggiungersi ad essi. I dispositivi touch avvicinano precocemente i bambini più piccoli agli schermi, perché hanno caratteristiche molto vicine alla loro intelligenza. L’importante è che, nella scoperta di tali strumenti, siano accompagnati dagli adulti. Per i bambini tra i 2 e i 3 anni, in particolare, si sconsiglia l’esposizione passiva e prolungata (per più di 30 minuti) alla Tv e alle tecnologie touch in assenza di adulti che possano svolgere un ruolo interattivo e educativo. Secondo i ricercatori dell’Accademia francese utilizzare smartphone e tablet può essere positivo, anche a partire dai 12 mesi di età, purché si usino app esplorative e interattive, che possano favorire connessioni fra le diverse parti del cervello. Dagli studi condotti, infatti, risulta che la dimensione multimediale delle app può facilitare l’integrazione cognitiva.

Si tratterebbe, a questo punto, di individuare i criteri che possano guidare nella scelta delle app più adatte.

App, Software, Contorno, ImpostazioniQuali app per i bambini? All’inizio del 2015 negli Apple Store si potevano trovare circa 80.000 app «educative».  Tuttavia, anche se la sconfinata quantità di prodotti disponibili sul mercato rende difficoltosa l’analisi puntuale dell’offerta, esistono, all’interno della letteratura, diversi studi che cercano, da un lato, di catalogare le applicazioni «educational», dall’altro, di individuare le caratteristiche che fanno di un’app per bambini un’app di qualità, per offrire a genitori e insegnanti un aiuto nella scelta.

  • Cohen (2011) ha suddiviso le app in 3 gruppi: app per giocare, app per creare eBooks. Nel suo studio, l’analisi delle applicazioni è stata effettuata a partire da una serie di osservazioni e interviste a 60 bambini  (principianti ed esperti) divisi per fasce d’età (2-3 anni, 4-5 anni e 6-8 anni). Cohen ha concluso che i bambini preferiscono app per creare e giocare ad accesso immediato e giochi interattivi avvincenti e facili da imparare. Tra le app proposte, quelle risultate più “attraenti” sono state messe in relazione con: 1. ambienti «not-fail»; 2. possibilità e risultati infiniti; 3. l’ imparare facendo (learning by doing); 4. le competenze acquisite; 5.  la motivazione (derivante dagli interessi personali). Secondo Cohen l’esperienza interattiva della tecnologia touch screen rispecchia l’apprendimento costruttivista naturale del bambino.
  • Goodwin e Highfield (2012) hanno invece effettuato un’analisi sistematica di app «educational» classificandole secondo tre categorie: instructional, manipulable e constructive. Hanno definito «instructional» quelle app che richiedono l’esecuzione di attività che non si discostano dallo scopo per cui sono state progettate, che pretendono una risposta «giusta» e che richiedono un investimento cognitivo minimo da parte di chi apprende. Le app «manipulable» consentono la scoperta guidata e la sperimentazione, però limitatamente. Le app «constructive» sono più «aperte» e permettono agli utenti di creare i propri contenuti. Il 75% delle app analizzate è stato classificato come «instructional», il 23% «manipulable», mentre solo il 2% «constructive». Solo un numero esiguo di app, quindi,  può essere usato nei contesti educativi prescolastici (dove prevalgono proposte basate sul gioco libero). Goodwin e Highfield sottolineano che la definizione «educational» può essere fuorviante, dato che molte app, catalogate come tali,  semplicemente propongono attività per rafforzare conoscenze e competenze di base, con l’uso della ripetizione.
  • Bruschi e Carbotti (2012; 2015), in Italia, hanno indagato potenzialità e criticità dei dispositivi mobili. Le autrici mettono in luce i rischi legati al fatto che ogni giorno vengono immesse sul mercato, anche  per i più piccoli, decine di applicazioni “accattivanti” che spingono gli utenti ad un utilizzo acritico. Le studiose pongono l’attenzione sui criteri che consentono agli adulti di scegliere una buona app per bambini. Eccone alcuni: l’uso dei personaggi, l’interattività, le gestures, il design (che comprende l’uso di metafore, forme, colori, icone), il testo, la navigazione e l’audio (speakeraggio, musica, effetti sonori).
  • Gardner e Davis (2014), nel loro libro, analizzano e sviluppano la tesi secondo la quale, con il passare del tempo, le generazioni potrebbero essere definite sulla base delle tecnologie dominanti.  Secondo gli autori i giovani oggi non solo sono immersi nelle app, ma tendono vedere il mondo come un insieme di app e le loro stesse vite come una serie ordinata di app o forse come un’unica app. Gli autori svelano quali siano gli inconvenienti delle app: possono ipotecare il senso d’identità, incoraggiare relazioni superficiali e ostacolare l’immaginazione. D’altra parte, però, le opportunità offerte dalle app sono altrettanto impressionanti: possono promuovere una forte identità, consentire relazioni profonde e stimolare la creatività. Possono essere un freno o uno stimolo. «Il dilemma», scrivono, «è se diventeremo sempre più app-dipendenti — alla ricerca di un’app per ogni situazione, evitando quelle per cui un’app non è disponibile; oppure se diventeremo più app-attivi, utilizzando/creando app per ampliare l’assortimento delle nostre possibilità; o ancora, se in rare occasioni, liberandoci temporaneamente della tecnologia, sapremo essere app-trascendenti».
  • Hirsh-Pasek et al., (2015), hanno condotto una ricerca, pubblicata negli Stati Uniti, sull’importanza di mettere a disposizione dei bambini app che favoriscano l’apprendimento e la crescita. Gli autori si sono chiesti come aiutare concretamente educatori e genitori ad individuare l’effettiva valenza educativa delle app. Hanno cercato innanzitutto di rispondere alla domanda «come apprendono i bambini?» I bambini apprendono quando sono cognitivamente attivi, quando le esperienze di apprendimento sono significative e socialmente interattive e quando l’apprendimento è guidato da un obiettivo specifico. Alla luce di queste riflessioni: sono educative le app che attivano la modalità «mind-on» incoraggiando il pensiero e il problem solving, coinvolgono e non distraggono, collocano le informazioni nel loro contesto di utilizzo e di senso e stimolano le interazioni sociali.

 

APPROFONDIMENTI POSSIBILI

Le prime evidenze che stanno emergendo dalla letteratura suggeriscono:   children-1931189__340

  • La necessità di effettuare ricerche nella direzione di un’analisi (attenta, sistematica e indipendente da interessi di mercato) della relazione tra bambini di età compresa fra 0 e 3 anni e le tecnologie touch,  per comprendere quali siano le modalità più adeguate per sostenere l’ incontro con i nuovi media,  per monitorare le reali ricadute che, l’utilizzo dei dispositivi touch screen, avranno sul modo di pensare e di apprendere dei “baby nativi digitali”.  
  • L’approfondimento del tema della fruizione della letteratura da parte dei bambini. Numerose ricerche hanno dimostrato che un incontro con libri e lettura precoce, positivo e che coinvolge tutti i sensi ha importanti implicazioni con la nascita e lo sviluppo dell’amore per libri e lettura e per lo sviluppo cognitivo, emotivo e sociale dei bambini (Detti, 1987; Blezza Picherle, 2004). Risulta quindi urgente studiare e comprendere se e in che modo le nuove tecnologie cambieranno il modo in cui leggiamo e ci appassioniamo alla lettura.  
  • L’approfondimento del tema: la «dieta digitale».  Quale sia la “dieta digitale” più equilibrata con cui «nutrire» i nativi digitali, ovvero la qualità e la quantità dei «cibi mediatici» che vengono offerti ai più piccoli, in modo da costruire “mappe di contenuti”  e da fornire indicazioni sulla “giusta misura” del tempo che può essere trascorso davanti agli schermi, allo scopo di supportare genitori ed educatori nel ruolo di accompagnatori nel mondo digitale.
  • Approfondire quale dovrebbe essere, alla luce della rivoluzione digitale, il ruolo dei servizi educativi per l’infanzia. Le scuole, in quanto contesti privilegiati di osservazione, devono continuare ad esercitare il loro importante ruolo di laboratori «naturali» di ricerca e monitoraggio dell’esperienza della crescita (Mantovani, 2003), devono essere ambienti in cui i bambini possano agire come costruttori del proprio sapere e fare esperienze che impegnino la mente e il corpo, dovrebbero diventare ambienti che favoriscano un’idea di tecnologia che arricchisce e potenzia i modi di conoscere, a discapito di un’idea di tecnologia che isola, anestetizza e accentra. 

 

 

 

“Sono in crisi…”

lonely-1510265__340La “crisi psicologica” è un processo fondante la personalità degli esseri umani e, come tale, riguarda la vita e il funzionamento psicologico di ogni individuo. Gli “eventi critici” sono quelli in cui, genericamente, vengono a mancare le certezze e le sicurezze personali; sono critici i momenti di passaggio, di cambiamento e di transizione che comportano, più di ogni altra cosa, una significativa riorganizzazione psicologica interna (a volte difficile e dolorosa). Pensiamo, ad esempio, alla fine di una relazione, alla morte di una persona cara, alla perdita del lavoro, alla malattia o, più semplicemente, alla presenza di un ostacolo pregiudicante la realizzazione del progetto di vita… Si attraversano “crisi” quando si è toccati da eventi evolutivamente rilevanti ma anche quando nuove “consapevolezze” provocano una trasformazione interna.

APPROFONDIAMO

Dal punto di vista etimologico, il termine “Krisis” deriva dal verbo greco “krino” che significa “separare”, in senso più lato, “valutare”. Comunemente ha assunto un’ accezione negativa, in realtà, è facile riconoscerne la duplice natura: crisi come agente separatore tra quello che era e quello che sarà. Nella medicina ippocratica indicava il punto decisivo della malattia da cui dipendeva un decorso favorevole o sfavorevole, similmente in ambito psicologico, Hoff (1984, 1989, 1995, 2001) nel “paradigma della crisi”, la definiva un punto di svolta decisivo e mai neutro, in grado di condurre ad una “risoluzione positiva” (crescita) o “negativa”. Con Erickson (1968), invece, la crisi è “normalizzata”, venendo considerata l’ elemento fondamentale del processo di costruzione dell’identità. Egli parla di “crisi evolutive” riferendosi alle problematiche ed ai conflitti tipici di ogni fase della vita, concepite come fasi necessarie da attraversare, affinché possano esserci anche crescita e sviluppo.

LO SGUARDO DELLA “PSICOLOGIA DELLA SALUTE”

Nella prospettiva adottata dalla Psicologia della Salute (o Psicologia del Benessere), non sono gli eventi ad essere “patogenetici” quanto, invece, il modo in cui la persona li affronta, attivando risorse più o meno efficaci. I cosiddetti “eventi critici” vengono concepiti come potenziali attivatori di risorse, come stimoli per la ricerca di nuove forme relazionali più congruenti ed adattive. Tuttavia l’ evento è “critico” perché in grado di destabilizzare l’individuo e il suo sistema, che potrebbero non essere capaci di affrontare alcuni compiti, rischiando di cristallizzare schemi mentali e modalità relazionali e comportamentali. L’ esito può definirsi patologico se il “processo di crisi” anziché esprimere il suo potenziale positivo, si blocca. La persona per esempio può trovare soluzioni solo esteriori e solo apparenti, può sviluppare dipendenze, nevroticismo o rifugiarsi in situazioni lenitive che allontanano ed ostacolano la soluzione reale. Se nel fronteggiare gli eventi critici, la persona è sostenuta, può riuscire però, più agevolmente, ad attingere alle risorse (interne ed esterne) di cui dispone, affinché riesca a creare modalità e schemi nuovi, più funzionali. Nella Psicologia della Salute l’individuo è ritenuto competente nello scegliere e nel mettere in campo le soluzioni che ritiene esser più adatte, cioè dotato di “resilienza”.

E’ LA RESILIENZA CHE FA LA DIFFERENZA

Si chiama resilienza l’insieme delle capacità che un individuo utilizza per far fronte agli eventi. La resilienza, letteralmente, è l’ elasticità di un materiale sottoposto ad urti improvvisi; trasponendo questo concetto in psicologia, Putton e Fortugno (2006) ne hanno individuato le sette componenti principali:

  1. INSIGHT: sapere esaminarsi, farsi domande “scomode” e rispondersi con sincerità;
  2. INDIPENDENZA: saper mantenere una certa distanza emotiva dai problemi;
  3. INTERAZIONE: saper stabilire rapporti intimi con gli altri;
  4. INIZIATIVA: saper gestire i problemi;
  5. CREATIVITA: saper creare ordine e bellezza a partire dal caos;
  6. ALLEGRIA: saper relativizzare gli eventi vedendone aspetti positivi;
  7. MORALE: saper fare riferimento a dei valori .

Coloro che possiedono un alto livello di resilienza riescono a fronteggiare efficacemente le contrarietà, a dare nuovo slancio alla propria esistenza e a raggiungere risultati importanti. Si tratta di persone ottimiste, flessibili e creative, che sanno lavorare in gruppo e attingere alle proprie e altrui esperienze. La persona resiliente affronta i dolori e le difficoltà senza disperarsi, ha il coraggio di intraprendere vie che sa non essere le più facili, ama la vita per quello che è nel presente, e coltiva proprie virtù (più o meno spirituali) che moderano i timori di morte, ricorda di essere esposta al pericolo in quanto mortale ma affronta i rischi con saggezza e audacia.

FATTORI DI RISCHIO CHE COMPROMETTONO LA RESILIENZA

Secondo Werner e Smith (1982) tra i fattori di rischio capaci di compromettere lo sviluppo della resilienza, rendendo l’individuo più vulnerabile nel fronteggiare le “crisi”, (1982), vi sono:

  • i fattori emozionali: bassa autostima, scarso controllo emozionale, abuso;
  • i fattori interpersonali: rifiuto dei pari, isolamento, chiusura;
  • i fattori familiari: bassa classe sociale, conflitti, scarso legame con i genitori, i disturbi nella comunicazione;
  • i fattori di sviluppo: disabilità nella lettura, deficit attentivi, incompetenza sociale, ritardo mentale.
FATTORI PROTETTIVI CHE FAVORISCONO LA RESILIENZA

Tra i fattori protettivi, che favoriscono lo sviluppo della resilienza, Werner e Smith (1982) ne individuano di individuali e di famigliari.

  • Fattori protettivi individuali: l’essere primogenito; un buon temperamento; la sensibilità; l’autonomia; la competenza sociale e comunicativa; l’autocontrollo; locus of control interno: la consapevolezza e la fiducia che le proprie conquiste dipendono dai propri sforzi; il comportamento seduttivo: consente di essere benvoluti e di riconoscere e accettare gli aiuti dall’esterno.
  • Fattori protettivi famigliari: l’elevata attenzione riservata al bambino nel primo anno di vita; la qualità delle relazioni tra genitori; il sostegno alla madre nell’accudimento del piccolo; la coerenza nelle regole; il supporto di figure di riferimento affettive.
CONCLUDENDO

In quanto momento di crescita e di trasformazione, la crisi psicologica non è una condizione da temere o evitare. E’ invece una opportunità da cogliere ed utilizzare nel migliore dei modi, in tutto il suo potenziale e senza “intoppi”, per una “riorganizzazione interna” più funzionale e più soddisfacente. La resilienza ci viene in soccorso, trattandosi, come abbiamo visto, di un dono inestimabile, che tuttavia non rende invincibili, e non è neppure presente sempre e comunque: possono infatti verificarsi momenti in cui le situazioni sono davvero troppo pesanti da sopportare. Non esistono i supereroi, e non si è indistruttibili per il solo fatto di essere stati resilienti in passato. Fortunatamente la resilienza può essere riconquistata, infatti, la piena fiducia nelle potenzialità e nelle risorse degli individui (e dei loro sistemi) è una delle premesse fondamentali di tutti gli interventi psicologici.

 


Dott.ssa Silvia Darecchio  – Psicologa – San Polo di Torrile (Pr)  contatti