Uomini che uccidono donne

L’amore o la passione non c’entrano nulla. E nemmeno i “raptus”, che implicano una totale o parziale incapacità di intendere dell’assassino. Gli omicidi di donne non hanno a che fare con la follia, ma con l’aggressività, con la rabbia, con la violenza, in un escalation che termina solo con l’eliminazione fisica della partner (reale o fantasticata, ex o attuale). Queste morti sono premeditate. Quando un uomo arriva a uccidere una donna spesso l’ha minacciata per lungo tempo. E spesso l’esplosione della violenza è preceduta da episodi di stalking, di persecuzione, di caccia sfacciata alla luce del sole, di annientamento psicologico, di dominio. Il femminicidio è “un’invenzione”, però esistono uomini che uccidono donne.

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Gli assassini di femmine sono maschi, perché?

Da tempo si assiste alla crisi psicologica e sociologica del maschio. Cresciuto nella maggior parte dei casi da figure materne, con padri assenti e una società che pensava che ciò sarebbe servito ad interrompere la trasmissione dell’aggressività maschile e la guerra. Il maschio in realtà non sa più come affrontare la morte, e la sua prima manifestazione durante la vita: l’abbandono.

Psicologia del carnefice

man-515518__340Ovvero quando la “fragilità di genere” si traduce in violenza: comportamento di chi non possiede altri strumenti per fronteggiare la realtà.

Il comportamento violento nasce quando un sentimento di profonda fragilità, che non si riesce a gestire, si trasforma in azione: rappresenta un modo per contrastare emozioni complesse, minacce di abbandono, comportamenti “inaccettabili” che non possono essere vissuti, osservati, riconosciuti come propri e quindi, elaborati. Il rifiuto, la paura di non essere amati o che la propria donna possa preferire un altro uomo, riattivano sentimenti di abbandono, di inadeguatezza, di solitudine che hanno radici profonde (le radici ontogenetiche sprofondano nelle storie famigliari di ognuno). La violenza diventa, allora, un tentativo di controllare, attraverso l’azione, la complessità delle emozioni vissute e quindi di non entrare in contatto con esse. Questi uomini che, limitati dalle loro fragilità inascoltate, usano violenza contro le compagne, spesso sono uomini insicuri, insoddisfatti, irrisolti, con scarsa fiducia in sé stessi, terrorizzati dall’abbandono. Sono uomini che piuttosto che lavorare su di sé e sui propri limiti, si ritrovano a riversare sulle donne, ritenute responsabili dei loro fallimenti,  tutta la loro rabbia.

Nel fenomeno della violenza sulle donne, alla fragilità, con quel che comporta, , si aggiunge un altro meccanismo psicologico, non meno rilevante: la difficoltà ad accettare la propria partner come “altro rispetto a sé”.  Questa incapacità può essere esemplificata con pensieri di questo tipo: “tu sei mia, devi stare con me e non mi interessa quali siano i tuoi bisogni, specialmente se contrastano con i miei. Tu sei mia, devo controllare la tua vita e non accetto che tu mi contraddica o addirittura ti allontani da me, non funziona così! “

guy-2617866__340Dutton (Dutton, 1981), uno dei più autorevoli conoscitori del fenomeno,  studiando la personalità degli uomini usi alla violenza domestica, è arrivato ad individuare, nei diversi profili emersi, la presenza di strutture personologiche improntate a fattori quali: la prepotenza, la possessività, la protervia magari compensatoria, dettata dal panico di fronte alla prospettiva dell’abbandono, ma in ogni caso fondata sulla mancata considerazione dell’altro con i suoi diritti e le sue esigenze. Tuttavia, ci mette in guardia l’Autore, la tentazione di trovare un “profilo psicologico e psicopatologico” degli uomini abusanti, può renderci  vittime di pregiudizi. Dutton infatti afferma, dopo 20 anni di lavoro con questi uomini: “tutti noi abbiamo lo stereotipo dell’uomo violento: volgare, incolto, un vero e proprio animale. Quando ho cominciato a mettere su gruppi di terapia per uomini violenti sono rimasto sorpreso dalla “normalità” dei partecipanti, che ci erano stati mandati dall’autorità giudiziaria.”

Allo stesso tempo le classificazioni possono essere utili per valutare il tipo di intervento da intraprendere. Elbow (Elbow, 1977) descrive l’aggressore domestico secondo quattro tipologie:

  1. Il controllore: colui che teme che il proprio dominio e la propria autorità siano messi in discussione e che pretende un controllo totale sui familiari;
  2. Il difensore: colui che vive l’altrui autonomia come una minaccia di abbandono e che per questo sceglie donne in condizione di dipendenza;
  3. Colui che cerca approvazione: questo tipo di uomo è costantemente alla ricerca di conferme esterne per la propria autostima, mentre qualsiasi critica scatena una reazione aggressiva;
  4. L’incorporatore: colui che tende ad un rapporto totalizzante e fusionale con la partner, e la cui violenza è proporzionale alla minaccia reale o alla sensazione di perdita dell’oggetto d’amore vissuta come catastrofica perdita di sé.

Le quattro tipologie elencate rendono ragione dell’ erompere dell’aggressività di fronte ad una separazione, o anche davanti alla sola minaccia di essa. Ciò che emerge in questo lavoro è l’idea, in questi uomini,  di non riuscire a sostenere una separazione, soprattutto in presenza di vissuti abbandonici nel passato (madre/padre fredd* e rifiutante).

Isabella Betsos (Betsos, 2009) riferendosi ai “Disturbi di Personalità” utilizza un altro modo per individuare diverse tipologie di uomo abusante:

1. I soggetti con “Disturbo Narcisistico di Personalità“:

  • necessitano di continua ammirazione: si nutrono dello sguardo altrui;
  • più che di amore necessitano di ammirazione e di attenzione continua;
  • insofferenti alle critiche;
  • indifferenti alle esigenze altrui;
  • inclini a sfruttare gli altri;
  • tendono ad attribuire agli altri la responsabilità di quanto di negativo capita loro;
  • nella coppia sono dominatori, attraenti, cercano di sottomettere e isolare la compagna, cercano la fusione e hanno bisogno di fagocitare l’altro.

2. I soggetti con “Disturbo Antisociale di Personalità” (in passato denominati psicopatici e sociopatici):

  • non osservano e violano i diritti degli altri;
  • mettono in atto azioni etero-aggressive;
  • non riescono a conformarsi né alla legge, compiendo atti illegali (ad esempio distruggere proprietà, truffare, rubare, ecc…) né alle norme sociali, mettendo in atto comportamenti immorali e manipolativi (ad esempio mentire, simulare, usare false identità, ecc…), traendone profitto o piacere personale;
  • provano scarso rimorso per le conseguenze delle proprie azioni (dopo aver danneggiato qualcuno, possono restare emotivamente indifferenti o fornire spiegazioni superficiali);
  • sono impulsivi ed aggressivi.

3. I soggetti con “Disturbo Borderline di Personalità” (DBP): 

  • cambiano umore repentinamente;
  • sono instabili nei comportamenti e nelle relazioni con gli altri che possono essere tumultuose, intense e coinvolgenti, ma estremamente instabili e caotiche;
  • sono fortemente impulsivi;
  • hanno difficoltà ad organizzare in modo coerente i propri pensieri;
  • possono esperire sensazioni di vuoto interiore, elevata irritabilità e attacchi di collera;
  • possono ricorrere ad alcol e droghe o a comportamenti autolesivi per ridurre la tensione emotiva;
  • nelle relazioni non hanno vie di mezzo, per cui oscillano rapidamente tra l’idealizzazione dell’altro e la sua svalutazione: possono, ad esempio, dividere il genere umano in “totalmente buoni” e “totalmente cattivi”. I rapporti iniziano generalmente con l’idea che l’altro (partner o amico), sia perfetto, protettivo, affidabile, disponibile, buono. Ma è sufficiente un “errore”, che l’altro venga catalogato repentinamente nel modo opposto. In molti casi le due immagini dell’altro, “buona” e “cattiva,” sono presenti contemporaneamente nella mente del soggetto borderline.

4. I soggetti con “Disturbo Paranoide di Personalità“:

  • in generale hanno una visione rigida del mondo;
  • hanno una visione rigida dei ruoli dell’uomo e della donna, fino ad essere veri e propri tiranni domestici: la donna dev’essere sottomessa, non deve prendere decisioni, né essere autonoma, coltivare interessi, tanto meno frequentare altre persone, magari neppure i familiari;
  • sono costantemente sospettosi e diffidenti;
  • temono complotti ai loro danni anche da parte del coniuge;
  • la loro gelosia talora sfocia nella patologia vera e propria;
  • il loro atteggiamento allontana la partner, cosicché essi si sentono autorizzati a ritenersi nel giusto lamentando il disamore di questa;
  • se minacciati di abbandono o abbandonati, nella migliore delle ipotesi, metteranno in atto comportamenti di stalking senza però giungere all’uxoricidio.

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Aspetti sociologici

Poiché il fenomeno è complesso, differenti elementi entrano in gioco, non solo di natura psicologica, ma anche sociale.

  • LA FAMIGLIA: le madri che permettono ai figli di assistere a episodi di violenza familiare, involontariamente trasferiscono ai loro figli l’idea che tutto sommato i comportamenti violenti siano normali o comunque accettabili. Sempre più studi evidenziano quanto le violenze subite o osservate nella  famiglia d’origine e l’instabilità delle figure genitoriali rappresentino fattori in grado di influenzare la formazione di un comportamento violento in età adulta. E’ più facile cioè che questi figli, una volta cresciuti, siano portati ad utilizzare le stesse modalità violente in condizioni di disagio, sofferenza o stress.
  • LE LEGGI: solo nel 1975 è stata abolita, in Italia, la potestà maritale che legittimava il ruolo predominante del marito rispetto a quello della moglie. Questa legge permetteva agli uomini sposati di impartire ordini e divieti alla moglie, addirittura di punirla laddove lei non lo avesse assecondato. Le donne erano chiamate ad accettare quello che gli uomini decidevano per loro, sottomettendosi al volere del pater familias, per il bene proprio e della famiglia.
  • LA TRADIZIONE: aderire rigidamente ad un modello, in questo caso al modello maschile tradizionale, tipico della cultura patriarcale, appreso ed interiorizzato attraverso l’educazione ed il contesto socio-culturale di appartenenza,  influenza (ed ha influenzato) notevolmente lo sviluppo dell’identità – maschile –  e delle modalità di relazionarsi – al mondo femminile – .
  • LA CULTURA: nonostante oggi molte cose siano cambiate sono ancora numerosi i contesti in cui un uomo è ritenuto virile, forte, vincente se in grado di “tenere a bada” la propria donna, di controllarne il comportamento e di dettar legge. Fenomeni sociali quali la negazione dell’uguaglianza tra i generi, del libero arbitrio e del valore della figura femminile sono anch’essi alla base dei “femminicidi”. kaputze-1171625__340
  • LA TRASVERSALITA’ DEL FENOMENO: l’uomo violento può essere di buona famiglia, può avere un buon livello di istruzione ed un lavoro rispettabile. E’ relativa l’importanza del ceto sociale anche se è innegabile che in contesti più “all’antica” possa esser più diffusa una visione patriarcale. La violenza sulle donne è un fenomeno diffuso trasversalmente in differenti paesi e all’interno di tutte le classi sociali. Ciò che accomuna membri appartenenti a differenti estrazioni sociali è il non accettare l’autonomia femminile ed il desiderio di sottomettere la donna al proprio potere. L’attuale fase di mutamento dell’identità femminile, che va verso l’ emancipazione e la libertà, è vissuta dagli uomini problematici ed estremamente arretrati come una minaccia al proprio dominio.

Cosa fare

  • LE DONNE:  richiedere un sostegno psicologico/sociale può essere un primo passo per spezzare la ripetitività degli eventi ed affrontare un percorso di “rottura” del circolo vizioso. C’è bisogno di un supporto per identificare delle vie di uscita e reggere le varie tappe dell’allontanamento, per salvaguardare sé e, se presenti, i propri figli. In molte occasioni accade che le donne, pur raccontando le violenze subite ai propri familiari, vengano scoraggiate dal lasciare il proprio uomo “perché ogni tanto perde la testa ma ti vuole bene” o perché “in quei momenti non è in sé ma non è sempre così”, fino al punto da essere colpevolizzate per l’intenzione di denunciare il marito ed andar via. E’ importante che la donna abbia una buona autostima, che sappia riconoscere di avere un rapporto patologico con il proprio uomo e che si tuteli allontanandosene. Proprio per questo è necessario un percorso psicologico che permetta una crescita personale della donna, che ne migliori l’autostima e che l’aiuti a cogliere le risorse, personali e sociali, necessarie per una nuova vita. Si perde il controllo della situazione perché si tende a giustificare o minimizzare le condotte aggressive del partner e a prendersene, in parte, la responsabilità. Può sembrare assurdo ma a volte è più semplice sopportare quello che già si conosce che affrontare il cambiamento che deriverebbe dalla rottura.
  • GLI UOMINI: nonostante siano sempre più presenti centri anti-violenza e figure professionali che si dedicano alle donne abusate, purtroppo in Italia attualmente i programmi di lavoro finalizzati al cambiamento dei partners violenti sono davvero rari e questo senz’altro non facilita la remissione del fenomeno. Anche gli uomini violenti devono entrare in percorsi paralleli di sostegno perché possano essere guidati verso una crescita personale, che comprenda una diversa gestione delle emozioni.

Chi chiede aiuto si sente meno solo e può iniziare a spezzare il pericoloso circolo vizioso in cui è invischiato.
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dott.ssa  Silvia Darecchio

 

Quando si tradisce, quando si è traditi.

Il tradimento è un evento forte e traumatico che si abbatte pesantemente sulla coppia, compromettendone gli equilibri e la stabilità; tradire il partner significa distruggere il “noi” , paradigma della relazione.

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L’etimologia della parola “tradire” è latina, deriva da “tradĕre” che significa “consegnare (ai nemici). In origine, infatti, il tradimento era un “fatto militare”. Successivamente il termine si è esteso anche ad altri ambiti, fino ad assumere il senso odierno. Ha conservato tuttavia connotati fortemente negativi e dispregiativi: “tradire” significa, infatti, “mancare di fedeltà”, “abbandonare (il vecchio) per consegnarsi (al nuovo)”.


Le fasi dell’amore e il tradimento

Il rapporto di coppia è caratterizzato, a meno di accordi differenti tra le parti, da esclusività (sessuale e sentimentale) e da un certo grado di dipendenza. I partner,  cioè, stipulano tacitamente un contratto basato sulla fiducia e sulla fedeltà; una sorta di patto segreto che implica il soddisfacimento dei bisogni e delle aspettative di entrambi.

  • All’inizio di una relazione sentimentale, quando si è sopraffatti dall’ innamoramento, è raro tradire. L’innamoramento rappresenta, infatti, la fase in cui si attivano le nostre proiezioni sul partner: si trasferiscono sull’altro i nostri ideali e le nostre caratteristiche. Per questo il partner ci appare tanto unico e speciale ed essere infedeli, a quest’essere che incarna così perfettamente i nostri ideali, è un qualcosa che neppure ci sfiora. Tuttavia accade spesso che i desideri e le fantasie nascenti nell’innamoramento si trasformino in una prigione psichica per colui/colei che viene desiderato e “fantasticato”, e in una cocente delusione per colui/colei che ha fortemente idealizzato l’altro/a.
  • Quando si passa alla fase dell’amore adulto e maturo  l’altro viene visto per quello che è, con tutti i suoi difetti e le sue debolezze; crollano le proiezioni, le fantasie e la realtà dell’altro prende corpo. I bisogni e le aspettative disattesi, per alcuni individui, annullano il vincolo; pensare, cioè, che l’altro/a abbia fallito totalmente, nel renderli felici, significa la rottura del patto e la fine del progetto di vita insieme. In questa fase è elevatissima la probabilità di tradire, soprattutto in chi non sa affrontare la delusione della realtà, in chi ha troppo idealizzato il partner e non riesce a sostenere la maturità della costruzione di una coppia, meno idilliaca, ma più stabile, duratura ed appagante.

Le fasi della vita e il tradimento

  • ADOLESCENZA: nell’adolescenza il tradimento rappresenta il tentativo del soggetto
    di affermare la propria libertà, il proprio spazio di vita, i propri confini psicologici. L’adolescente manifesta con il tradimento del partner, inconsapevolmente, il rifiuto della dipendenza dai genitori. L’adolescenza, cioè, oltre ad essere una fase di sperimentazione sessuale, esprime, attraverso il tradimento, la volontà di affermare autonomia, a discapito di un’ unione che richiama quella simbiotica con i genitori. Attraverso l’infedeltà, inoltre, l’adolescente ricerca la conferma, narcisistica, del proprio valore e del proprio fascino, di cui ha disperato bisogno, in una fase delicata di costruzione dell’identità.

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  • “PRIMA” MATURITA’: per il giovane adulto (o comunque per il “giovane matrimonio”), che sta costruendo un nuovo nucleo familiare assumendosi impegni di convivenza e di costruzione di un progetto di coppia stabile, il tradimento esprime il bisogno interiore di rifuggire dagli impegni e dalle responsabilità che le decisioni assunte, comportano.
  • PIENA MATURITA‘: dopo anni di matrimonio, il tradimento rappresenta una gratificazione, narcisistica, nel confermare a se stessi il proprio fascino, nonostante l’età. L’uomo maturo tende a cercare avventure con donne più giovani per dimostrare a se stesso di essere ancora piacente e per poter vivere una seconda giovinezza. Similmente, per la donna matura il tradimento risponde al bisogno di veder confermata la propria femminilità, trasformata dai cambiamenti biologici ed ormonali.

Bisogni psicologici e tradimento.

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Le cause del tradimento sono sempre soggettive e specifiche, tuttavia, possono essere riconosciute delle macro-categorie di bisogni psicologici, generici e trans-generazionali, che portano i partner a scegliere il tradimento:

  • il BISOGNO DI CONFERMA: i soggetti, caratterizzati da un profilo psicologico insicuro e immaturo, tradiscono perché necessitano di costanti rassicurazioni e di  prove da superare. Vogliono cioè dimostrare a loro stessi di essere indiscutibilmente desiderabili e seducenti.
  • il BISOGNO DI PROVARE FORTI EMOZIONI SESSUALI: il bisogno di provare forti emozioni sessuali rispetto alla qualità dei rapporti sessuali vissuti con un partner di lunga data, magari poco soddisfacenti.
  • il BISOGNO DI INDIPENDENZA: l’infedeltà può rappresentare una difesa contro la paura di fusione che l’intimità di coppia evoca, oppure esprimere il rigetto della sensazione di essere dipendenti dal proprio partner.
  • il BISOGNO DI “DENUNCIARE” L’ INSUFFICIENZA DELLA RELAZIONE DI COPPIA, MANTENENDO UNA FACCIATA SOCIALE: il tradimento, spesso, è lo strumento attraverso cui si esternano all’altro tutti i problemi e le incomprensioni che sono rimasti celati, per non sconvolgere l’armonia della famiglia, nel tentativo disperato ed inconcludente di mantenere un’apparente facciata sociale. In questo caso l’infedele, che ha tenuto per sè i malcontenti rispetto alla relazione, non è stato in grado o non ha voluto instaurare un dialogo autentifico, atto risolvere le difficoltà di coppia.
  • il BISOGNO DI RIEMPIRE UN VUOTO ESISTENZIALE: alcune persone vivono il tradimento come un antidepressivo: una sorta di compensazione, funzionale a colmare dei vuoti profondi dettati dalla solitudine o da una perenne insoddisfazione interiore.
  • il BISOGNO DI CRESCITA: il tradimento può rappresentare anche una tappa del  percorso di maturazione e di evoluzione personale che può interessare  solo uno dei due partner. Se un membro della coppia ha affrontato un’esperienza prepotentemente trasformativa può accadere che anche lo schema di sé  sia cambiato e che siano emersi nuove priorità e nuovi bisogni che l’altro/a non è più in grado di soddisfare.
  • il BISOGNO DI TENERE SEPARATE LA SFERA AFFETTIVA DA QUELLA SESSUALE: esistono “traditori seriali”, individui per i quali essere infedeli rappresenta una costante. Spesso questi soggetti attuano una scissione tra sessualità e affettività, che diventano due dimensioni inconciliabili nella stessa relazione. Questo accade spesso negli uomini sposati che frequentano prostitute.

Vissuti psicologici del “tradito” e del “traditore”

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Certamente lo stato psicologico e i sentimenti provati dal partner infedele e da quello tradito sono molto diversi fra loroIl soggetto tradito, inizialmente, è fortemente sconvolto: il tradimento infatti rade al suolo le certezze e fa si che l’insicurezza e il senso di devastazione prevalgano. Può accadere anche che nella mente della persona tradita si creino pensieri ossessivi ed intrusivi circa il tradimento, morbosità rispetto ai dettagli dell’ “altra relazione”, urgenze di vario tipo. La ferita che lascia il tradimento è difficile che si rimargini completamente poichè resta, oltre alla  delusione, la consapevolezza che la fiducia sia stata compromessa. Permane la sensazione che nulla potrà essere come prima.  Se , tuttavia, sono presenti volontà e desiderio di continuare in entrambi, è possibile recuperare una “relazione tradita”. “Il tradito”, infatti, con il tempo e con un adeguato supporto, può trovare nel perdono dell’altro, quell’amore che aiuterà anche l’ “ex traditore”, a recuperare lo slancio per la continuazione del rapporto. Il “traditore”, che in un primo momento vive fortissimi sentimenti di colpa, da parte sua, grazie ad percorso di sostegno psicologico e forte di nuove consapevolezze, può trovare più di un motivo per riconquistare il  compagno/a e per ricominciare, da zero, a costruire la relazione.


In conclusione

L’ individuo, nella società del consumismo sessuale e sentimentale, è sempre più incline a salvaguardare i propri interessi personali rispetto a quelli della coppia. Se, nella relazione, qualche bisogno non viene corrisposto, pare che ognuno abbia il diritto di cercarne il soddisfacimento, in modo immediato e completo, con un altro partner, senza troppi pentimenti. Il sacrificio e l’impegno necessari per  la  realizzazione del progetto di coppia; la volontà di preservare il legame in crisi, attraverso il dialogo ed il compromesso, rappresentano aspetti di poco valore se rapportati all’ individualismo imperante, che oggi  tutto può. A seguito di un tradimento, tuttavia, non tutto è perduto, allorché ci sia l’intenzione di entrambi di proseguire e di valorizzare il rapporto, è possibile, non solo recuperare la relazione ma anche darle un senso nuovo.

Intraprendere un percorso psicologico di coppia (o individuale per entrambi) significa:

  • mettersi in gioco;
  • impegnarsi concretamente per dare alla relazione una chance, soprattutto se sono coinvolti dei bambini;
  • dare priorità al rapporto;
  • investire energie nella relazione;
  • acquisire delle competenze relazionali (atte a realizzare una comunicazione sincera,  costruttiva, in grado di esprimere in modo assertivo bisogni e insoddisfazioni);
  • imparare ad essere sinceri ed autentici con il partner;
  • imparare a realizzare un dialogo di coppia costante ed efficace (che consenta di ripartire insieme cresciuti, per vivere una nuova relazione, finalmente solida e soddisfacente).

 

Come psicologa, oltre al servizio di consulenza online, ricevo in studio a San Polo di Torrile (Parma). Da oltre 10 anni ascolto ed aiuto le persone, concretamente, ad uscire dalle situazioni difficili, a fronteggiare le sfide esistenziali e a riprogettare il futuro.

In condizioni di stallo motivazionale e sofferenza psicologica posso aiutarti a superare le tue difficoltà, accompagnandoti verso una consapevolezza rinnovata di te, dei tuoi bisogni, delle tue priorità e del tuo modo di “funzionare”. Posso aiutarti a ritrovare la serenità e  il benessere.

Dott.ssa Silvia Darecchio – contatti

 

Il gaslighting

Quando i silenzi feriscono più delle parole

C’è una forma subdola di violenza che non si manifesta con scoppi di rabbia bensì attraverso silenzi ostili e parole usate come armi. E’ una forma d’abuso antica, perpetrata soprattutto tra le “tranquille” mura domestiche, distruttiva poiché lascia ferite psicologiche molto profonde e difficilmente rimarginabili.  Parliamo del “GASLIGHTING”, una tecnica di crudele ed infida manipolazione mentale.

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Il termine è mutuato dalla drammaturgia e in particolare dal film “Gaslight” del regista americano Georg Cukor (1944), tratto a sua volta dalla pièce teatrale “Angel Street” di Patrick Hamilton (1938): un dramma psicologico che racconta le vicende di una coppia. Dopo un periodo felice il rapporto tra i due si incrina ed il marito, con una diabolica ed artificiosa tecnica psicologica, alterando le luci delle lampade a gas della casa, spinge la moglie fin sull’orlo della pazzia. Solo l’intervento di un detective riuscirà a ristabilire la verità: si scoprirà così che il marito è uno psicopatico criminale.


E’ difficile riconoscere questo tipo di violenza:

  • è insidiosa, sottile e non se ne percepisce l’inizio; spesso è scusata dalla stessa vittima; non trattandosi di una deflagrazione d’ira (che almeno è subito identificabile e magari oggetto d’immediata risposta, anche legale) difficilmente viene riconosciuta dalla vittima stessa e dai suoi famigliari; è gratuita e persistente, reiterata quotidianamente; ha la capacità di “annullare” la persona che ne è bersaglio; è un vero e proprio lavaggio del cervello; pone la vittima nella condizione di pensare di “meritarsi quella punizione”; 
  • è un comportamento messo in atto per minare alla base la fiducia che la vittima ripone in sé stessa, dei suoi giudizi di realtà, facendola sentire sbagliata, confusa fino a dubitare di stare impazzendo; è’ un’azione di manipolazione mentale con la quale il gaslighter (l’abusante) mette in dubbio le reali percezioni dell’altra persona; spesso è adottata dal coniuge abusante per chiudere rapporti coniugali travagliati dietro ai quali, molto spesso, si celano insoddisfazioni personali e relazioni extraconiugali.

Il gaslighting è una forma di violenza che si sviluppa anche all’interno di rapporti sufficientemente funzionali. Può accadere che un evento frustrante, al quale non si sa adeguatamente reagire, metta in crisi la fiacca sicurezza e la scarsa fiducia che ripone in sé il manipolatore tanto da pregiudicare irreparabilmente le dinamiche relazionali: il legame diventa maligno, si trasforma in una trappola che distrugge il cuore e la psiche della persona oggetto delle molestie. Così come le frecce del mitico Eracle, il gaslighting lascia ferite che nessuno potrà guarire. Una relazione di questo tipo è, in modo conclamato, narcisistico-perversa, una relazione, cioè, caratterizzata dalla presenza di un persecutore – che “deumanizza”, manipola, controlla totalmente, impedisce separatezza ed autonomia della vittima – e di una vittima che, dall’altra parte, si trova intrappolata nella rete per lei tessuta e che, lentamente, è portata ad abbandonare le proprie resistenze fino alla resa completa.  L’aspetto beffardo di questa manipolazione è che la vittima alla fine si trasforma inconsapevolmente nella complice del suo persecutore, contro sé stessa. In questo sprofondamento nell’abisso la vittima attraverserà, a grandi linee, tre fasi successive:

  1. distorsione della comunicazione: in questa prima fase la vittima non riuscirà più a capire il persecutore. I “dialoghi” saranno caratterizzati da silenzi ostili alternati da piccature destabilizzanti. La vittima si troverà così disorientata, confusa,  come nella nebbia.
  2. tentativo di difesa: in questa seconda fase la vittima cercherà appunto di difendersi, provando a convincere il suo persecutore che la verità è un’altra; proverà ad instaurare un dialogo ostinato, con la speranza che ciò serva a far cambiare il comportamento del gaslighter. La vittima si sentirà travolta da un compito diventato per lei basilare: far cambiare idea al persecutore, attraverso il dialogo e l’ascolto.
  3. depressione: in questa terza fase la vittima vedrà piano piano spegnersi il suo soffio vitale, non avrà più forze per lottare e si convincerà che ciò che il persecutore pensa e dice di lei  corrisponde alla verità.

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Sono classificabili tre tipi di manipolatore:

  1.  Il manipolatore affascinante: è probabilmente il più insidioso. Alterna silenzi ostili e tremende pungolature a momenti di intense profusioni d’ “amore”. Sottopone la sua vittima ad una continua doccia scozzese, creando, così,  artatamente, un’ atmosfera massimamente disorientante per la vittima.
  2. Il manipolatore bravo ragazzo: pensa solo a sé stesso ed è il classico lupo travestito da agnello. Sotto al travestimento si nasconde un tremendo individualista:  sempre attento ad anteporre i propri bisogni, il proprio tornaconto personale a quello della vittima, anche se riesce a dare un’impressione opposta.
  3. L’intimidatore: è il più diretto. Non si preoccupa di nascondersi dietro false facciate: rimprovera e maltratta apertamente la vittima. E’ più facile riconoscerlo.

Non vi sono parole per descrivere la sensazione di morte imminente che prova la persona colpita da questo tipo di maltrattamenti psicologici. Alla vittima è tolta la speranza del domani e ben presto manifesterà problemi psichici e psicosomatici.


 

Dott.ssa Silvia Darecchio  – Psicologa – San Polo di Torrile (Pr)  contatti

PADRI E FIGLIE: papà ricordatevi che…

I “MUST BE” DELLA RELAZIONE PADRE – FIGLIA

dad-2010511__340-e1521464205883.pngSe essere padre è difficile, essere un buon padre lo è molto di più. Potrebbe essere utile allora ricordare cosa non dovrebbe mai mancare nella relazione padre-figlia, per fare di questa relazione un luogo in cui una figlia possa sentirsi sempre accolta.

  • AMORE E AFFETTO: quello che conta è amarla. Le cose che una figlia desidera di più,  infatti, sono l’amore e l’affetto dei propri genitori, molto più degli oggetti che voi padri potete comprarle o degli insegnamenti che potete darle. Vostra figlia vi deluderà diverse volte e commetterà tanti errori, tuttavia non lasciate mai che dubiti del vostro amore: ditele spesso che le volete bene.

  • BUONI ESEMPI: più delle parole contano i fatti. Vostra figlia osserva come trattate sua madre. Se dovete salvare un solo punto di tutta questa lista, fate che sia questo. Una delle cose migliori che potete fare per vostra figlia è amare e rispettare sua madre. Il rispetto verso la madre deve essere una priorità.  Amate la vostra compagna, prendetevi il tempo per uscire insieme, viaggiare e dimostrate a vostra figlia che è una vostra priorità, anche rispetto a lei.

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  • UN MODELLO MASCHILE POSITIVO: poiché ne influenzerete la futura scelta del partner, cercate di essere per vostra figlia un buon modello di riferimento maschile, un giorno sposerà qualcuno che vi assomiglia.

  • PROFONDITA’ VS SUPERFICIALITA’: insegnatele che quello che ha dentro è più importante del suo aspetto esteriore. Crescere delle ragazze oggi, mentre la cultura dominante è totalmente centrata su sensualità e apparenza, non è facile. Per questo dovete impegnarvi a insegnare loro che essere belle non vuol dire rispettare i canoni imposti dai media, ma avere forza d’animo, amore di sé, disponibilità verso gli altri. È quello che hanno dentro che farà fare strada alle vostre figlie, non il loro aspetto.

  • PARTECIPAZIONE: cercate di essere presenti nei suoi momenti importanti. Anche se siete impegnati cercate di esserci il più possibile. E quando potete essere presenti siateci davvero, non basta la vicinanza: quando siete con lei spegnete lo smartphone e lasciate andare le preoccupazioni. In un’epoca come la nostra è fin troppo facile esserci fisicamente, ma non con la testa. Quello che conta davvero è giocare, parlare, condividere attività che vi permettano di essere il più possibile con lei.

  • MEMORIA EMOTIVA: create momenti memorabili. Fate un viaggio importante per festeggiare vostra figlia che compie gli anni, che riesce in una grande impresa (per lei) o semplicemente per stare con lei. Celebrate dei piccoli riti: il venerdì sera cinema e pizza, le colazioni della domenica mattina, la camminata del sabato… Non necessariamente qualcosa di costoso o impegnativo, ma con un senso. Riempite il diario emotivo di vostra figlia di bei ricordi in vostra compagnia. 

  • INTERESSE: ascoltate la stessa musica, ma più in generale abbiate voglia di conoscere ciò che vostra figlia ama e lasciatevi entusiasmare dalle sue passioni. 

  • CONSAPEVOLEZZA: dimostratele che gli uomini sono gentili e che non temono emozioni e sentimenti. Fatele vedere che siete consapevoli di voi stessi e che non credete negli stereotipi di genere. Uscite con vostra figlia, potrete mostrarle come un uomo deve trattare una donna.

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  • VISIONE ALLARGATA VS EGOISMO: insegnatele a non essere al centro del mondo, a decentrarsi, a guardarsi attorno in cerca di un orizzonte più esteso. Insegnate a vostra figlia che la vita migliore è quella in cui umilmente ci doniamo agli altri. 

  • FORZA: insegnate a vostra figlia ad essere forte. Educatela ad essere resiliente e “tosta”, sia fisicamente, impegnandosi ad esempio nello sport, sia mentalmente, crescendola autonoma, capace di fare da sola e con una salda autostima.

people-2585733__340         LEGGI ANCHE   “PADRI E FIGLIE “


  • PRESENZA: non scomparite quando vostra figlia diventa adolescente. Alcuni papà vivono un disagio talmente grande da eclissarsi quando la figlia da bambina diventa una ragazza. Ma poi rimpiangono di aver perso una fase così importante come quella dell’adolescenza. Mestruazioni, fidanzati, ascelle da depilare, Snapchat, qualunque cosa sia… Non scomparite quando i suoi sentimenti e il suo corpo iniziano a cambiare, è un momento come un altro e non implica che lei abbia meno bisogno di voi.

  • MATURITA’: imparate a chiederle scusa. E’ del tutto umano sbagliare e anche un papà armato delle migliori intenzioni può farlo. Un padre maturo, tuttavia, è quello che sa che non è possibile avere tutto sotto controllo e che sa riconoscere e ammettere le proprie defaillances. Se avete commesso un errore con vostra figlia, chiedetele sinceramente perdono. E lei vi perdonerà.

  • IMPEGNO: il vostro ruolo è preziosissimo. Cercate di amare vostra figlia al meglio, spingendovi oltre i vostri limiti. 

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Dott.ssa Silvia Darecchio  – Psicologa – San Polo di Torrile (Pr)  contatti