Benessere è assertività

La persona assertiva […] rifiuta di fare ciò che non desidera e persegue coerentemente i propri obiettivi. Sa aiutare gli altri, se gli viene richiesto. Entra in contatto con le sue emozioni, sa accettare le sconfitte. Tutto questo assicura maggiore consapevolezza e serenità nell’affrontare le situazioni quotidiane problematiche, facilità di relazione, soddisfazione e benessere personale.
Edoardo Giusti e Alberta Testi, L’assertività, 2006

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Il termine “assertività” viene attribuito ad Andrew Salter, studioso statunitense, che nel 1949 parlò per primo di “assertiveness” definendola uno stile di comportamento interpersonale, ma anche un modo di essere, capace di garantire uno stato di benessere emotivo nelle persone che lo adottano, per regolare le proprie relazioni. Ancora oggi la definizione che ne viene data non si distacca da quella del 1949. Essere assertivi significa, in buona sostanza, comunicare in maniera flessibile, affermando il proprio punto di vista senza prevaricare né essere prevaricati.

L’assertività è il punto di equilibrio tra l’aggressività e la passività.

Viene concepita cioè come il punto medio ideale posto tra due estremi opposti: il polo aggressivo ed il polo passivo (poli anassertivi).

  • La persona che impiega uno stile interpersonale aggressivo è capace di esprimereangry-man-274175__340 ciò che pensa, ciò che sente ed è massimamente abile nell’ ottenere ciò che vuole, tuttavia lo fa senza tener conto della sensibilità e dei desideri dell’altro; tende cioè ad imporsi in modo intransigente, rigido ed inflessibile; conduce gli altri ad assecondare i propri bisogni. Chi adotta uno stile aggressivo spesso non è in grado di  tenere in considerazione le necessità, i sentimenti e le opinioni altrui; tende ad umiliare ed intimidire; può dimostrarsi, come un bullo, minaccioso e violento sul piano fisico. Ovviamente ottenere ciò che si vuole a scapito dell’altro ha un costo molto elevato, l’aggressività mina, infatti, il rispetto e la fiducia reciproca.  Le conseguenze negative, per chi adotta questo stile, sono spesso assai superiori a quelle positive: al progressivo isolamento sociale è associata un’alta percentuale di insorgenza di patologie fisiche e/o di origine psicosomatica.

  • La persona che utilizza uno stile interpersonale passivo è stata abituata adbully-3233568__340 assecondare prevalentemente i bisogni degli altri, per timore di essere “giudicata male” ; talvolta vorrebbe dire di “no”, ma alla fine risponde “sì”,  concedendo spazio alla paura di non essere accettata per quello che è. Le conseguenze negative di questa condotta sono diverse: anche se, infatti, il soggetto non viene solitamente attaccato né abbandonato,  tuttavia sente di non riuscire a dar voce ai propri bisogni (da qui l’insoddisfazione e/o i sintomi depressivi) e di essere sempre in balia delle decisioni altrui (da qui talvolta i sintomi ansiosi). Il conflitto interiore che facilmente nasce dal comportamento passivo può portare a stress, risentimento, rabbia, desiderio di rifarsi sul prossimo, vittimismo. Se lo stile di comunicazione interpersonale è passivo, la persona ha difficoltà a farsi ascoltare; spesso si trova a mettersi da parte; tende a tenere per sé il proprio parere;  si adegua alle decisioni prese da altri; cerca di evitare i conflitti. Così facendo manda il messaggio che i propri pensieri, punti di vista, opinioni, credenze ed emozioni non siano importanti.

  • Lo stile interpersonale passivo-aggressivo è un modo deliberato ma mascherato di esprimere sentimenti di rabbia nascosti (Long, Long & Whitson, 2008). L’aggressività passiva comprende tutta una serie di comportamenti volti, in modo celato, a “vendicarsi” nei confronti di un’altra persona; il bersaglio della vendetta, cioè, viene messo nella condizione di avere serie difficoltà a cogliere le reali intenzioni dell’altro e a riconoscere la rabbia sottesa a tali azioni. Tra i comportamenti passivo-aggressivi si hanno: fare promesse e non mantenerle, procrastinare, inventare scuse, lamentarsi ed assumere atteggiamenti vittimistici, ritirarsi dalla comunicazione, sabotare il successo degli altri, essere inefficienti intenzionalmente, ecc… Chi comunica secondo questa modalità, come nello stile passivo,  può dire “si” quando in realtà vorrebbe dire “no”; può essere sarcastico oppure lamentarsi degli altri alle loro spalle; può esprimere la rabbia e il disaccordo attraverso azioni/atteggiamenti negativi e controproducenti, invece di affrontare i problemi e i conflitti direttamente. Se la persona non riesce, perché non è abituata, a parlare apertamente dei propri bisogni e delle proprie emozioni frequentemente utilizzerà uno stile passivo-aggressivo. Nel lungo periodo tuttavia, questo tipo di comportamento è ancora più distruttivo di quello aggressivo. Infatti mentre nel breve termine, i comportamenti aggressivo-passivi risultano essere piuttosto convenienti, richiedendo scarso impegno, scarsa consapevolezza e scarse capacità assertive,  nel corso dei mesi e degli anni, portano i rapporti alla confusione, alla distruttività e alla disfunzionalità. Col tempo, il comportamento passivo aggressivo danneggia le relazioni, mina il rispetto reciproco, non permette di vivere le interazioni sociali con spontaneità e rende difficoltoso il raggiungimento degli scopi e il soddisfacimento dei bisogni di tutti gli attori coinvolti.

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Essere assertivi non vuol dire mandare a quel paese la gente, significa sostanzialmente esprimere le proprie opinioni, i propri sentimenti e far valere i propri diritti nel rispetto di quelli altrui.
Alessandra Faiella, Toglimi quel piede dalla testa, per favore, 2010

I VANTAGGI DELLO STILE ASSERTIVO
La comunicazione assertiva è diretta e rispettosa. La persona che comunica (verbalmente e non verbalmente) utilizzando lo stile interpersonale assertivo, con consapevolezza:

  • mette in atto un comportamento partecipe, attivo e non in contrapposizione con l’altro;
  • è responsabile;
  • ha piena fiducia in sé e negli altri;
  • manifesta pienamente il proprio sé affermando i propri diritti senza negare i diritti e l’identità dell’altro;
  • non giudica ed evita critiche non costruttive;
  • agisce senza pregiudizi;
  • ha la capacità di comunicare i propri sentimenti in maniera chiara, diretta e onesta senza prevaricare ne manifestare aggressività nei confronti dell’altro.

Imparare l’assertività permette alle persone di essere più sicure e competenti nella gestione della maggior parte delle situazioni sociali; permette inoltre una comunicazione efficace delle proprie emozioni e dei propri sentimenti. In generale, nella comunicazione umana, è maggiormente rilevante il modo con cui si esprime un pensiero piuttosto che il contenuto, del pensiero stesso. La comunicazione assertiva, in particolare, migliora la capacità di far arrivare all’altro il proprio messaggio aumentando notevolmente la probabilità che esso venga considerato. Se si comunica con una modalità aggressiva o passiva il messaggio può non arrivare, perché le persone rischiano di prestare più attenzione alle modalità espressive adottate (e reagire a queste modalità di comunicazione) più che al contenuto del messaggio. Ad esempio, una persona che ha commesso un errore può continuare a difendere la propria posizione pur sapendo che è sbagliata, piuttosto che dare ragione a qualcuno che si pone in modo agguerrito e quindi aggressivo. L’ assertività rappresenta un indispensabile strumento relazionale, perché permette di:

  • aumentare l’ autostima,  la fiducia in se stessi e il senso di autoefficacia;
  • capire, riconoscere e gestire le proprie emozioni;
  • ottenere il rispetto degli altri;
  • migliorare la qualità degli scambi comunicativi;
  • creare situazioni in cui tutti “siano vincitori”;
  • efficientare la capacità di prendere decisioni  (decision making);
  • creare relazioni oneste;
  • incrementare il senso di soddisfazione in tutti gli ambiti di vita.

Essere assertivi è una condizione dell’essere liberi, dove per essere liberi non si intende un affrancarsi dai condizionamenti, ma un poter scegliere responsabilmente.
Franco Nanetti, La forza di ritrovarsi, 2002

PENSARE ASSERTIVAMENTE
Sviluppare un comportamento assertivo tuttavia non vuol dire solo padroneggiare delle abilità sociali verbali e non verbali, imparare delle frasi o dei comportamenti, vuol dire soprattutto pensare assertivamente: avere uno sguardo assertivo su di sé, sugli altri, sul mondo e sulle relazioni.


UN CAMBIAMENTO POSSIBILE

Non esistono persone sempre assertive, ma solo comportamenti assertivi, che possono essere manifestati da tutti. Ciononostante, è vero che esistono persone che tendono ad essere aggressive, passive o assertive nella maggior parte delle situazioni.
Michele Giannantonio e Anna Boldorini, Autostima, assertività e atteggiamento positivo, 2002

Alcune persone hanno una tendenza prevalente (grazie all’interazione tra fattori genetici, ambientali e relazionali) a comportarsi in maniera assertiva, tuttavia per la maggior parte degli individui l’assertività rappresenta un’abilità che può essere appresa. Le persone sviluppano uno stile di comunicazione/comportamento, duraturo e stabile nel tempo, in funzione delle esperienze, positive e negative, che hanno vissuto. Questi stili interpersonali sono cosi radicati, trattandosi di “lenti” attraverso cui si interpreta la realtà delle relazioni, che può addirittura essere difficoltoso riconoscere il proprio. Nonostante questa difficoltà, capita che la persona semplicemente, dopo tante delusioni, tanta insoddisfazione, tanta amarezza, si senta stanca della qualità delle proprie relazioni e desideri cambiare: tale cambiamento è possibile.

Per imparare ad essere assertivi c’è bisogno di tempo e di pratica. Se, nonostante gli sforzi di consapevolezza, di crescita, di introspezione compiuti,   l’ assertività e le relazioni non migliorano, la persona può considerare di rivolgersi a professionisti qualificati per intraprendere un percorso centrato sull’apprendimento delle competenze  necessarie per l’assertività (training di assertività). Il gioco vale la candela. Diventando assertiva la persona riuscirà a vivere pienamente e con maggior spontaneità i rapporti con gli altri, ad esprimere finalmente i propri bisogni e le proprie emozioni, a mettere sé stessa al centro delle relazioni che vive, nel pieno rispetto di sé e degli altri.

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Dott.ssa Silvia Darecchio, San Polo (PR) –  contatti

 

Uomini che uccidono donne

L’amore o la passione non c’entrano nulla. E nemmeno i “raptus”, che implicano una totale o parziale incapacità di intendere dell’assassino. Gli omicidi di donne non hanno a che fare con la follia, ma con l’aggressività, con la rabbia, con la violenza, in un escalation che termina solo con l’eliminazione fisica della partner (reale o fantasticata, ex o attuale). Queste morti sono premeditate. Quando un uomo arriva a uccidere una donna spesso l’ha minacciata per lungo tempo. E spesso l’esplosione della violenza è preceduta da episodi di stalking, di persecuzione, di caccia sfacciata alla luce del sole, di annientamento psicologico, di dominio. Il femminicidio è “un’invenzione”, però esistono uomini che uccidono donne.

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Gli assassini di femmine sono maschi, perché?

Da tempo si assiste alla crisi psicologica e sociologica del maschio. Cresciuto nella maggior parte dei casi da figure materne, con padri assenti e una società che pensava che ciò sarebbe servito ad interrompere la trasmissione dell’aggressività maschile e la guerra. Il maschio in realtà non sa più come affrontare la morte, e la sua prima manifestazione durante la vita: l’abbandono.

Psicologia del carnefice

man-515518__340Ovvero quando la “fragilità di genere” si traduce in violenza: comportamento di chi non possiede altri strumenti per fronteggiare la realtà.

Il comportamento violento nasce quando un sentimento di profonda fragilità, che non si riesce a gestire, si trasforma in azione: rappresenta un modo per contrastare emozioni complesse, minacce di abbandono, comportamenti “inaccettabili” che non possono essere vissuti, osservati, riconosciuti come propri e quindi, elaborati. Il rifiuto, la paura di non essere amati o che la propria donna possa preferire un altro uomo, riattivano sentimenti di abbandono, di inadeguatezza, di solitudine che hanno radici profonde (le radici ontogenetiche sprofondano nelle storie famigliari di ognuno). La violenza diventa, allora, un tentativo di controllare, attraverso l’azione, la complessità delle emozioni vissute e quindi di non entrare in contatto con esse. Questi uomini che, limitati dalle loro fragilità inascoltate, usano violenza contro le compagne, spesso sono uomini insicuri, insoddisfatti, irrisolti, con scarsa fiducia in sé stessi, terrorizzati dall’abbandono. Sono uomini che piuttosto che lavorare su di sé e sui propri limiti, si ritrovano a riversare sulle donne, ritenute responsabili dei loro fallimenti,  tutta la loro rabbia.

Nel fenomeno della violenza sulle donne, alla fragilità, con quel che comporta, , si aggiunge un altro meccanismo psicologico, non meno rilevante: la difficoltà ad accettare la propria partner come “altro rispetto a sé”.  Questa incapacità può essere esemplificata con pensieri di questo tipo: “tu sei mia, devi stare con me e non mi interessa quali siano i tuoi bisogni, specialmente se contrastano con i miei. Tu sei mia, devo controllare la tua vita e non accetto che tu mi contraddica o addirittura ti allontani da me, non funziona così! “

guy-2617866__340Dutton (Dutton, 1981), uno dei più autorevoli conoscitori del fenomeno,  studiando la personalità degli uomini usi alla violenza domestica, è arrivato ad individuare, nei diversi profili emersi, la presenza di strutture personologiche improntate a fattori quali: la prepotenza, la possessività, la protervia magari compensatoria, dettata dal panico di fronte alla prospettiva dell’abbandono, ma in ogni caso fondata sulla mancata considerazione dell’altro con i suoi diritti e le sue esigenze. Tuttavia, ci mette in guardia l’Autore, la tentazione di trovare un “profilo psicologico e psicopatologico” degli uomini abusanti, può renderci  vittime di pregiudizi. Dutton infatti afferma, dopo 20 anni di lavoro con questi uomini: “tutti noi abbiamo lo stereotipo dell’uomo violento: volgare, incolto, un vero e proprio animale. Quando ho cominciato a mettere su gruppi di terapia per uomini violenti sono rimasto sorpreso dalla “normalità” dei partecipanti, che ci erano stati mandati dall’autorità giudiziaria.”

Allo stesso tempo le classificazioni possono essere utili per valutare il tipo di intervento da intraprendere. Elbow (Elbow, 1977) descrive l’aggressore domestico secondo quattro tipologie:

  1. Il controllore: colui che teme che il proprio dominio e la propria autorità siano messi in discussione e che pretende un controllo totale sui familiari;
  2. Il difensore: colui che vive l’altrui autonomia come una minaccia di abbandono e che per questo sceglie donne in condizione di dipendenza;
  3. Colui che cerca approvazione: questo tipo di uomo è costantemente alla ricerca di conferme esterne per la propria autostima, mentre qualsiasi critica scatena una reazione aggressiva;
  4. L’incorporatore: colui che tende ad un rapporto totalizzante e fusionale con la partner, e la cui violenza è proporzionale alla minaccia reale o alla sensazione di perdita dell’oggetto d’amore vissuta come catastrofica perdita di sé.

Le quattro tipologie elencate rendono ragione dell’ erompere dell’aggressività di fronte ad una separazione, o anche davanti alla sola minaccia di essa. Ciò che emerge in questo lavoro è l’idea, in questi uomini,  di non riuscire a sostenere una separazione, soprattutto in presenza di vissuti abbandonici nel passato (madre/padre fredd* e rifiutante).

Isabella Betsos (Betsos, 2009) riferendosi ai “Disturbi di Personalità” utilizza un altro modo per individuare diverse tipologie di uomo abusante:

1. I soggetti con “Disturbo Narcisistico di Personalità“:

  • necessitano di continua ammirazione: si nutrono dello sguardo altrui;
  • più che di amore necessitano di ammirazione e di attenzione continua;
  • insofferenti alle critiche;
  • indifferenti alle esigenze altrui;
  • inclini a sfruttare gli altri;
  • tendono ad attribuire agli altri la responsabilità di quanto di negativo capita loro;
  • nella coppia sono dominatori, attraenti, cercano di sottomettere e isolare la compagna, cercano la fusione e hanno bisogno di fagocitare l’altro.

2. I soggetti con “Disturbo Antisociale di Personalità” (in passato denominati psicopatici e sociopatici):

  • non osservano e violano i diritti degli altri;
  • mettono in atto azioni etero-aggressive;
  • non riescono a conformarsi né alla legge, compiendo atti illegali (ad esempio distruggere proprietà, truffare, rubare, ecc…) né alle norme sociali, mettendo in atto comportamenti immorali e manipolativi (ad esempio mentire, simulare, usare false identità, ecc…), traendone profitto o piacere personale;
  • provano scarso rimorso per le conseguenze delle proprie azioni (dopo aver danneggiato qualcuno, possono restare emotivamente indifferenti o fornire spiegazioni superficiali);
  • sono impulsivi ed aggressivi.

3. I soggetti con “Disturbo Borderline di Personalità” (DBP): 

  • cambiano umore repentinamente;
  • sono instabili nei comportamenti e nelle relazioni con gli altri che possono essere tumultuose, intense e coinvolgenti, ma estremamente instabili e caotiche;
  • sono fortemente impulsivi;
  • hanno difficoltà ad organizzare in modo coerente i propri pensieri;
  • possono esperire sensazioni di vuoto interiore, elevata irritabilità e attacchi di collera;
  • possono ricorrere ad alcol e droghe o a comportamenti autolesivi per ridurre la tensione emotiva;
  • nelle relazioni non hanno vie di mezzo, per cui oscillano rapidamente tra l’idealizzazione dell’altro e la sua svalutazione: possono, ad esempio, dividere il genere umano in “totalmente buoni” e “totalmente cattivi”. I rapporti iniziano generalmente con l’idea che l’altro (partner o amico), sia perfetto, protettivo, affidabile, disponibile, buono. Ma è sufficiente un “errore”, che l’altro venga catalogato repentinamente nel modo opposto. In molti casi le due immagini dell’altro, “buona” e “cattiva,” sono presenti contemporaneamente nella mente del soggetto borderline.

4. I soggetti con “Disturbo Paranoide di Personalità“:

  • in generale hanno una visione rigida del mondo;
  • hanno una visione rigida dei ruoli dell’uomo e della donna, fino ad essere veri e propri tiranni domestici: la donna dev’essere sottomessa, non deve prendere decisioni, né essere autonoma, coltivare interessi, tanto meno frequentare altre persone, magari neppure i familiari;
  • sono costantemente sospettosi e diffidenti;
  • temono complotti ai loro danni anche da parte del coniuge;
  • la loro gelosia talora sfocia nella patologia vera e propria;
  • il loro atteggiamento allontana la partner, cosicché essi si sentono autorizzati a ritenersi nel giusto lamentando il disamore di questa;
  • se minacciati di abbandono o abbandonati, nella migliore delle ipotesi, metteranno in atto comportamenti di stalking senza però giungere all’uxoricidio.

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Aspetti sociologici

Poiché il fenomeno è complesso, differenti elementi entrano in gioco, non solo di natura psicologica, ma anche sociale.

  • LA FAMIGLIA: le madri che permettono ai figli di assistere a episodi di violenza familiare, involontariamente trasferiscono ai loro figli l’idea che tutto sommato i comportamenti violenti siano normali o comunque accettabili. Sempre più studi evidenziano quanto le violenze subite o osservate nella  famiglia d’origine e l’instabilità delle figure genitoriali rappresentino fattori in grado di influenzare la formazione di un comportamento violento in età adulta. E’ più facile cioè che questi figli, una volta cresciuti, siano portati ad utilizzare le stesse modalità violente in condizioni di disagio, sofferenza o stress.
  • LE LEGGI: solo nel 1975 è stata abolita, in Italia, la potestà maritale che legittimava il ruolo predominante del marito rispetto a quello della moglie. Questa legge permetteva agli uomini sposati di impartire ordini e divieti alla moglie, addirittura di punirla laddove lei non lo avesse assecondato. Le donne erano chiamate ad accettare quello che gli uomini decidevano per loro, sottomettendosi al volere del pater familias, per il bene proprio e della famiglia.
  • LA TRADIZIONE: aderire rigidamente ad un modello, in questo caso al modello maschile tradizionale, tipico della cultura patriarcale, appreso ed interiorizzato attraverso l’educazione ed il contesto socio-culturale di appartenenza,  influenza (ed ha influenzato) notevolmente lo sviluppo dell’identità – maschile –  e delle modalità di relazionarsi – al mondo femminile – .
  • LA CULTURA: nonostante oggi molte cose siano cambiate sono ancora numerosi i contesti in cui un uomo è ritenuto virile, forte, vincente se in grado di “tenere a bada” la propria donna, di controllarne il comportamento e di dettar legge. Fenomeni sociali quali la negazione dell’uguaglianza tra i generi, del libero arbitrio e del valore della figura femminile sono anch’essi alla base dei “femminicidi”. kaputze-1171625__340
  • LA TRASVERSALITA’ DEL FENOMENO: l’uomo violento può essere di buona famiglia, può avere un buon livello di istruzione ed un lavoro rispettabile. E’ relativa l’importanza del ceto sociale anche se è innegabile che in contesti più “all’antica” possa esser più diffusa una visione patriarcale. La violenza sulle donne è un fenomeno diffuso trasversalmente in differenti paesi e all’interno di tutte le classi sociali. Ciò che accomuna membri appartenenti a differenti estrazioni sociali è il non accettare l’autonomia femminile ed il desiderio di sottomettere la donna al proprio potere. L’attuale fase di mutamento dell’identità femminile, che va verso l’ emancipazione e la libertà, è vissuta dagli uomini problematici ed estremamente arretrati come una minaccia al proprio dominio.

Cosa fare

  • LE DONNE:  richiedere un sostegno psicologico/sociale può essere un primo passo per spezzare la ripetitività degli eventi ed affrontare un percorso di “rottura” del circolo vizioso. C’è bisogno di un supporto per identificare delle vie di uscita e reggere le varie tappe dell’allontanamento, per salvaguardare sé e, se presenti, i propri figli. In molte occasioni accade che le donne, pur raccontando le violenze subite ai propri familiari, vengano scoraggiate dal lasciare il proprio uomo “perché ogni tanto perde la testa ma ti vuole bene” o perché “in quei momenti non è in sé ma non è sempre così”, fino al punto da essere colpevolizzate per l’intenzione di denunciare il marito ed andar via. E’ importante che la donna abbia una buona autostima, che sappia riconoscere di avere un rapporto patologico con il proprio uomo e che si tuteli allontanandosene. Proprio per questo è necessario un percorso psicologico che permetta una crescita personale della donna, che ne migliori l’autostima e che l’aiuti a cogliere le risorse, personali e sociali, necessarie per una nuova vita. Si perde il controllo della situazione perché si tende a giustificare o minimizzare le condotte aggressive del partner e a prendersene, in parte, la responsabilità. Può sembrare assurdo ma a volte è più semplice sopportare quello che già si conosce che affrontare il cambiamento che deriverebbe dalla rottura.
  • GLI UOMINI: nonostante siano sempre più presenti centri anti-violenza e figure professionali che si dedicano alle donne abusate, purtroppo in Italia attualmente i programmi di lavoro finalizzati al cambiamento dei partners violenti sono davvero rari e questo senz’altro non facilita la remissione del fenomeno. Anche gli uomini violenti devono entrare in percorsi paralleli di sostegno perché possano essere guidati verso una crescita personale, che comprenda una diversa gestione delle emozioni.

Chi chiede aiuto si sente meno solo e può iniziare a spezzare il pericoloso circolo vizioso in cui è invischiato.
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dott.ssa  Silvia Darecchio

 

Quando si tradisce, quando si è traditi.

Il tradimento è un evento forte e traumatico che si abbatte pesantemente sulla coppia, compromettendone gli equilibri e la stabilità; tradire il partner significa distruggere il “noi” , paradigma della relazione.

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L’etimologia della parola “tradire” è latina, deriva da “tradĕre” che significa “consegnare (ai nemici). In origine, infatti, il tradimento era un “fatto militare”. Successivamente il termine si è esteso anche ad altri ambiti, fino ad assumere il senso odierno. Ha conservato tuttavia connotati fortemente negativi e dispregiativi: “tradire” significa, infatti, “mancare di fedeltà”, “abbandonare (il vecchio) per consegnarsi (al nuovo)”.


Le fasi dell’amore e il tradimento

Il rapporto di coppia è caratterizzato, a meno di accordi differenti tra le parti, da esclusività (sessuale e sentimentale) e da un certo grado di dipendenza. I partner,  cioè, stipulano tacitamente un contratto basato sulla fiducia e sulla fedeltà; una sorta di patto segreto che implica il soddisfacimento dei bisogni e delle aspettative di entrambi.

  • All’inizio di una relazione sentimentale, quando si è sopraffatti dall’ innamoramento, è raro tradire. L’innamoramento rappresenta, infatti, la fase in cui si attivano le nostre proiezioni sul partner: si trasferiscono sull’altro i nostri ideali e le nostre caratteristiche. Per questo il partner ci appare tanto unico e speciale ed essere infedeli, a quest’essere che incarna così perfettamente i nostri ideali, è un qualcosa che neppure ci sfiora. Tuttavia accade spesso che i desideri e le fantasie nascenti nell’innamoramento si trasformino in una prigione psichica per colui/colei che viene desiderato e “fantasticato”, e in una cocente delusione per colui/colei che ha fortemente idealizzato l’altro/a.
  • Quando si passa alla fase dell’amore adulto e maturo  l’altro viene visto per quello che è, con tutti i suoi difetti e le sue debolezze; crollano le proiezioni, le fantasie e la realtà dell’altro prende corpo. I bisogni e le aspettative disattesi, per alcuni individui, annullano il vincolo; pensare, cioè, che l’altro/a abbia fallito totalmente, nel renderli felici, significa la rottura del patto e la fine del progetto di vita insieme. In questa fase è elevatissima la probabilità di tradire, soprattutto in chi non sa affrontare la delusione della realtà, in chi ha troppo idealizzato il partner e non riesce a sostenere la maturità della costruzione di una coppia, meno idilliaca, ma più stabile, duratura ed appagante.

Le fasi della vita e il tradimento

  • ADOLESCENZA: nell’adolescenza il tradimento rappresenta il tentativo del soggetto
    di affermare la propria libertà, il proprio spazio di vita, i propri confini psicologici. L’adolescente manifesta con il tradimento del partner, inconsapevolmente, il rifiuto della dipendenza dai genitori. L’adolescenza, cioè, oltre ad essere una fase di sperimentazione sessuale, esprime, attraverso il tradimento, la volontà di affermare autonomia, a discapito di un’ unione che richiama quella simbiotica con i genitori. Attraverso l’infedeltà, inoltre, l’adolescente ricerca la conferma, narcisistica, del proprio valore e del proprio fascino, di cui ha disperato bisogno, in una fase delicata di costruzione dell’identità.

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  • “PRIMA” MATURITA’: per il giovane adulto (o comunque per il “giovane matrimonio”), che sta costruendo un nuovo nucleo familiare assumendosi impegni di convivenza e di costruzione di un progetto di coppia stabile, il tradimento esprime il bisogno interiore di rifuggire dagli impegni e dalle responsabilità che le decisioni assunte, comportano.
  • PIENA MATURITA‘: dopo anni di matrimonio, il tradimento rappresenta una gratificazione, narcisistica, nel confermare a se stessi il proprio fascino, nonostante l’età. L’uomo maturo tende a cercare avventure con donne più giovani per dimostrare a se stesso di essere ancora piacente e per poter vivere una seconda giovinezza. Similmente, per la donna matura il tradimento risponde al bisogno di veder confermata la propria femminilità, trasformata dai cambiamenti biologici ed ormonali.

Bisogni psicologici e tradimento.

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Le cause del tradimento sono sempre soggettive e specifiche, tuttavia, possono essere riconosciute delle macro-categorie di bisogni psicologici, generici e trans-generazionali, che portano i partner a scegliere il tradimento:

  • il BISOGNO DI CONFERMA: i soggetti, caratterizzati da un profilo psicologico insicuro e immaturo, tradiscono perché necessitano di costanti rassicurazioni e di  prove da superare. Vogliono cioè dimostrare a loro stessi di essere indiscutibilmente desiderabili e seducenti.
  • il BISOGNO DI PROVARE FORTI EMOZIONI SESSUALI: il bisogno di provare forti emozioni sessuali rispetto alla qualità dei rapporti sessuali vissuti con un partner di lunga data, magari poco soddisfacenti.
  • il BISOGNO DI INDIPENDENZA: l’infedeltà può rappresentare una difesa contro la paura di fusione che l’intimità di coppia evoca, oppure esprimere il rigetto della sensazione di essere dipendenti dal proprio partner.
  • il BISOGNO DI “DENUNCIARE” L’ INSUFFICIENZA DELLA RELAZIONE DI COPPIA, MANTENENDO UNA FACCIATA SOCIALE: il tradimento, spesso, è lo strumento attraverso cui si esternano all’altro tutti i problemi e le incomprensioni che sono rimasti celati, per non sconvolgere l’armonia della famiglia, nel tentativo disperato ed inconcludente di mantenere un’apparente facciata sociale. In questo caso l’infedele, che ha tenuto per sè i malcontenti rispetto alla relazione, non è stato in grado o non ha voluto instaurare un dialogo autentifico, atto risolvere le difficoltà di coppia.
  • il BISOGNO DI RIEMPIRE UN VUOTO ESISTENZIALE: alcune persone vivono il tradimento come un antidepressivo: una sorta di compensazione, funzionale a colmare dei vuoti profondi dettati dalla solitudine o da una perenne insoddisfazione interiore.
  • il BISOGNO DI CRESCITA: il tradimento può rappresentare anche una tappa del  percorso di maturazione e di evoluzione personale che può interessare  solo uno dei due partner. Se un membro della coppia ha affrontato un’esperienza prepotentemente trasformativa può accadere che anche lo schema di sé  sia cambiato e che siano emersi nuove priorità e nuovi bisogni che l’altro/a non è più in grado di soddisfare.
  • il BISOGNO DI TENERE SEPARATE LA SFERA AFFETTIVA DA QUELLA SESSUALE: esistono “traditori seriali”, individui per i quali essere infedeli rappresenta una costante. Spesso questi soggetti attuano una scissione tra sessualità e affettività, che diventano due dimensioni inconciliabili nella stessa relazione. Questo accade spesso negli uomini sposati che frequentano prostitute.

Vissuti psicologici del “tradito” e del “traditore”

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Certamente lo stato psicologico e i sentimenti provati dal partner infedele e da quello tradito sono molto diversi fra loroIl soggetto tradito, inizialmente, è fortemente sconvolto: il tradimento infatti rade al suolo le certezze e fa si che l’insicurezza e il senso di devastazione prevalgano. Può accadere anche che nella mente della persona tradita si creino pensieri ossessivi ed intrusivi circa il tradimento, morbosità rispetto ai dettagli dell’ “altra relazione”, urgenze di vario tipo. La ferita che lascia il tradimento è difficile che si rimargini completamente poichè resta, oltre alla  delusione, la consapevolezza che la fiducia sia stata compromessa. Permane la sensazione che nulla potrà essere come prima.  Se , tuttavia, sono presenti volontà e desiderio di continuare in entrambi, è possibile recuperare una “relazione tradita”. “Il tradito”, infatti, con il tempo e con un adeguato supporto, può trovare nel perdono dell’altro, quell’amore che aiuterà anche l’ “ex traditore”, a recuperare lo slancio per la continuazione del rapporto. Il “traditore”, che in un primo momento vive fortissimi sentimenti di colpa, da parte sua, grazie ad percorso di sostegno psicologico e forte di nuove consapevolezze, può trovare più di un motivo per riconquistare il  compagno/a e per ricominciare, da zero, a costruire la relazione.


In conclusione

L’ individuo, nella società del consumismo sessuale e sentimentale, è sempre più incline a salvaguardare i propri interessi personali rispetto a quelli della coppia. Se, nella relazione, qualche bisogno non viene corrisposto, pare che ognuno abbia il diritto di cercarne il soddisfacimento, in modo immediato e completo, con un altro partner, senza troppi pentimenti. Il sacrificio e l’impegno necessari per  la  realizzazione del progetto di coppia; la volontà di preservare il legame in crisi, attraverso il dialogo ed il compromesso, rappresentano aspetti di poco valore se rapportati all’ individualismo imperante, che oggi  tutto può. A seguito di un tradimento, tuttavia, non tutto è perduto, allorché ci sia l’intenzione di entrambi di proseguire e di valorizzare il rapporto, è possibile, non solo recuperare la relazione ma anche darle un senso nuovo.

Intraprendere un percorso psicologico di coppia (o individuale per entrambi) significa:

  • mettersi in gioco;
  • impegnarsi concretamente per dare alla relazione una chance, soprattutto se sono coinvolti dei bambini;
  • dare priorità al rapporto;
  • investire energie nella relazione;
  • acquisire delle competenze relazionali (atte a realizzare una comunicazione sincera,  costruttiva, in grado di esprimere in modo assertivo bisogni e insoddisfazioni);
  • imparare ad essere sinceri ed autentici con il partner;
  • imparare a realizzare un dialogo di coppia costante ed efficace (che consenta di ripartire insieme cresciuti, per vivere una nuova relazione, finalmente solida e soddisfacente).

 

Dott.ssa Silvia Darecchio  – Psicologa – San Polo di Torrile (Pr)  contatti