Quando un uomo uccide la propria compagna o ex compagna si parla quasi sempre di raptus, di troppo amore, di gelosia o di un improvviso momento di follia.

Dal punto di vista psicologico, però, queste spiegazioni sono quasi sempre fuorvianti.

Il femminicidio raramente nasce da un’esplosione improvvisa. Nella maggior parte dei casi rappresenta l’ultimo anello di una lunga catena fatta di controllo, minacce, umiliazioni, stalking, isolamento e violenza crescente.

L’amore non c’entra.

Nemmeno la passione.

E, nella maggior parte dei casi, non c’entra neppure la follia.

Per capire davvero perché alcuni uomini arrivano a uccidere una donna è necessario entrare nel funzionamento psicologico dell’aggressore.


L’errore più grande: pensare che uccida perché ama troppo

Una delle frasi più dannose che sentiamo dopo un femminicidio è:

“La amava troppo.”

No.

Chi ama riconosce l’altro come una persona libera.

L’uomo violento, invece, fatica a riconoscere la partner come un individuo autonomo.

La donna non viene vissuta come una persona con desideri, bisogni e libertà proprie.

Viene vissuta come qualcosa che gli appartiene.

Finché questa convinzione rimane confermata, la relazione può apparire perfino normale.

Il problema nasce quando la donna decide di scegliere per sé.

Quando vuole separarsi.

Quando dice “no”.

Quando smette di obbedire.

È proprio in quel momento che il controllo rischia di trasformarsi in violenza.


La donna non è vista come una persona, ma come un possesso

Uno dei meccanismi psicologici più frequenti negli uomini violenti riguarda il rapporto con l’autonomia della partner.

Per una persona emotivamente matura, il partner rimane sempre un individuo separato da sé.

Può scegliere.

Può cambiare idea.

Può perfino decidere di interrompere la relazione.

L’uomo violento, invece, vive questa autonomia come qualcosa di intollerabile.

Nella sua mente possono emergere convinzioni implicite come:

  • “Sei mia.”
  • “Non puoi lasciarmi.”
  • “Non puoi scegliere un altro.”
  • “Non puoi decidere senza di me.”

Quando la donna esercita la propria libertà, lui non vive semplicemente una separazione.

Vive la perdita del controllo.

Ed è proprio questa perdita che può alimentare l’escalation della violenza.


L’umiliazione è spesso più insopportabile dell’abbandono

Molti uomini vengono lasciati.

La stragrande maggioranza non diventa violenta.

Che cosa distingue allora chi arriva a perseguitare o uccidere la partner?

Uno degli elementi più importanti è il modo in cui interpreta il rifiuto.

Per alcune persone la separazione è dolorosa.

Per l’uomo violento diventa un’umiliazione intollerabile.

La fine della relazione non viene vissuta come la scelta dell’altra persona.

Viene interpretata come una ferita narcisistica, come la dimostrazione di non valere abbastanza o di aver perso potere.

Piuttosto che mettere in discussione sé stesso, attribuisce tutta la responsabilità alla donna.

È lei che deve essere punita.

È lei che ha distrutto la sua vita.

È lei il problema.


Perché iniziano stalking e controllo?

Il femminicidio raramente rappresenta il primo episodio di violenza.

Molto più spesso è preceduto da mesi o anni di:

  • controllo continuo;
  • gelosia patologica;
  • isolamento della partner;
  • minacce;
  • intimidazioni;
  • persecuzioni;
  • stalking.

Questi comportamenti non servono tanto a “riconquistare” la donna.

Servono a impedirle di essere libera.

Lo stalking è spesso il tentativo disperato di riprendere il controllo su una persona che sta riaffermando la propria autonomia.


La rabbia diventa un modo per non sentire

Dal punto di vista psicologico, la rabbia svolge una funzione molto precisa.

Protegge dal contatto con emozioni vissute come insopportabili.

Vergogna.

Rifiuto.

Fallimento.

Solitudine.

Impotenza.

Invece di attraversare queste emozioni, l’uomo violento le trasforma in aggressività.

La violenza diventa quindi un modo per evitare il dolore psicologico, non per elaborarlo.

Naturalmente questo non riduce in alcun modo la sua responsabilità.

Spiega semplicemente il meccanismo con cui la sofferenza viene trasformata in dominio.


Esiste il profilo dell’uomo violento?

Molte persone immaginano l’aggressore come un individuo facilmente riconoscibile.

Rozzo.

Poco istruito.

Socialmente emarginato.

La realtà è molto diversa.

Lo psicologo Peter Dutton, dopo decenni di lavoro clinico con uomini autori di violenza domestica, mette in guardia proprio da questo stereotipo. Molti aggressori hanno un lavoro stabile, una buona cultura e conducono, almeno all’apparenza, una vita del tutto ordinaria.

Ciò che li accomuna non è l’aspetto esteriore.

È il modo in cui concepiscono la relazione.

Non come incontro tra due persone libere.

Ma come rapporto di possesso, controllo e dominio.


Alcuni tratti psicologici aumentano il rischio?

Non esiste un unico profilo psicologico dell’uomo violento.

La violenza può manifestarsi in persone con caratteristiche molto diverse.

La letteratura scientifica descrive però alcuni funzionamenti psicologici che ricorrono con maggiore frequenza, come marcati tratti narcisistici, antisociali, borderline o paranoidi. Questi tratti non spiegano da soli la violenza e, soprattutto, non significano che chi presenta un disturbo di personalità diventerà necessariamente violento.

Ciò che accomuna molti aggressori è piuttosto la difficoltà ad accettare:

  • la frustrazione;
  • il rifiuto;
  • l’autonomia dell’altra persona;
  • la perdita del controllo.

La violenza contro le donne è anche un fenomeno culturale

La psicologia, da sola, non basta a spiegare il fenomeno.

Anche il contesto sociale ha un ruolo importante.

Per secoli il rapporto tra uomini e donne è stato costruito attorno a una profonda asimmetria di potere.

Sebbene oggi molte cose siano cambiate, in alcuni contesti persistono ancora modelli culturali nei quali il controllo dell’uomo sulla partner viene normalizzato o perfino giustificato.

Quando questa visione si intreccia con una personalità incapace di tollerare il rifiuto, il rischio di comportamenti violenti può aumentare.


Le competenze di benessere che possono prevenire la violenza

La prevenzione della violenza passa anche attraverso lo sviluppo di competenze psicologiche che dovrebbero essere costruite fin dall’infanzia.

Regolazione emotiva, per imparare a tollerare frustrazione, rabbia e rifiuto senza trasformarli in aggressività.

Differenziazione dell’altro, cioè la capacità di riconoscere il partner come una persona autonoma, con bisogni, desideri e libertà propri.

Responsabilità personale, per imparare a riconoscere le proprie emozioni e i propri fallimenti senza attribuirne automaticamente la colpa agli altri.


Comprendere non significa giustificare

Studiare la psicologia dell’uomo violento non significa cercare attenuanti.

Significa comprendere i meccanismi psicologici che alimentano il controllo, la sopraffazione e la violenza, perché solo ciò che viene compreso può essere prevenuto.

Ridurre tutto a un “raptus” o a un “eccesso d’amore” non aiuta a proteggere le donne né a intervenire sulle radici del problema. La violenza nasce da un funzionamento psicologico e relazionale complesso, che richiede responsabilità individuale, interventi educativi e, quando possibile, percorsi di trattamento specifici per gli autori di violenza.

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