Cambiare o non cambiare? La paura del fallimento

I principali ostacoli al cambiamento: la paura del fallimento 

“HO PAURA DI FALLIRE”: il pessimismo potrebbe nascondere la convinzione di non avere diritto a ricevere aiuto. Questo pensiero rivela un grave deficit dell’autostima, che porta spesso il soggetto a ritenersi una nullità, una persona inutile e incapace, indegna di qualsiasi tipo di felicità. È come entrare in un  circolo vizioso in cui l’autopunizione mentale sembrerebbe essere l’unico rimedio al proprio senso di colpa.

“HO PAURA DI APPARIRE DEBOLE”: per altri, accettare di non potercela fare da soli e richiedere l’aiuto di un professionista può risultare irritante, offensivo. Anche queste persone, seppur in un’ottica diametralmente opposta, sentono la loro autostima fortemente sotto attacco.

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La paura che sottostà a questi due tipi di pensiero così diversi, in realtà, è la medesima: la paura del fallimento.

Per non correre questo rischio, spesso è più semplice pensare che i problemi si risolvano da soli, che il periodo passerà, che l’ansia se ne andrà… Il fatto di dover chiedere aiuto, per moltissime persone rappresenta un fallimento. In realtà, decidere di affrontare un percorso psicologico denota un grande coraggio, la voglia di mettersi alla prova e di ricominciare, il reale desiderio di stare meglio, e, soprattutto, la forza di credere in se stessi. E questo rappresenta una vittoria, già in partenza.

 

Uomini che uccidono donne

L’amore o la passione non c’entrano nulla. E nemmeno i “raptus”, che implicano una totale o parziale incapacità di intendere dell’assassino. Gli omicidi di donne non hanno a che fare con la follia, ma con l’aggressività, con la rabbia, con la violenza, in un escalation che termina solo con l’eliminazione fisica della partner (reale o fantasticata, ex o attuale). Queste morti sono premeditate. Quando un uomo arriva a uccidere una donna spesso l’ha minacciata per lungo tempo. E spesso l’esplosione della violenza è preceduta da episodi di stalking, di persecuzione, di caccia sfacciata alla luce del sole, di annientamento psicologico, di dominio. Il femminicidio è “un’invenzione”, però esistono uomini che uccidono donne.

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Gli assassini di femmine sono maschi, perché?

Da tempo si assiste alla crisi psicologica e sociologica del maschio. Cresciuto nella maggior parte dei casi da figure materne, con padri assenti e una società che pensava che ciò sarebbe servito ad interrompere la trasmissione dell’aggressività maschile e la guerra. Il maschio in realtà non sa più come affrontare la morte, e la sua prima manifestazione durante la vita: l’abbandono.

Psicologia del carnefice

man-515518__340Ovvero quando la “fragilità di genere” si traduce in violenza: comportamento di chi non possiede altri strumenti per fronteggiare la realtà.

Il comportamento violento nasce quando un sentimento di profonda fragilità, che non si riesce a gestire, si trasforma in azione: rappresenta un modo per contrastare emozioni complesse, minacce di abbandono, comportamenti “inaccettabili” che non possono essere vissuti, osservati, riconosciuti come propri e quindi, elaborati. Il rifiuto, la paura di non essere amati o che la propria donna possa preferire un altro uomo, riattivano sentimenti di abbandono, di inadeguatezza, di solitudine che hanno radici profonde (le radici ontogenetiche sprofondano nelle storie famigliari di ognuno). La violenza diventa, allora, un tentativo di controllare, attraverso l’azione, la complessità delle emozioni vissute e quindi di non entrare in contatto con esse. Questi uomini che, limitati dalle loro fragilità inascoltate, usano violenza contro le compagne, spesso sono uomini insicuri, insoddisfatti, irrisolti, con scarsa fiducia in sé stessi, terrorizzati dall’abbandono. Sono uomini che piuttosto che lavorare su di sé e sui propri limiti, si ritrovano a riversare sulle donne, ritenute responsabili dei loro fallimenti,  tutta la loro rabbia.

Nel fenomeno della violenza sulle donne, alla fragilità, con quel che comporta, , si aggiunge un altro meccanismo psicologico, non meno rilevante: la difficoltà ad accettare la propria partner come “altro rispetto a sé”.  Questa incapacità può essere esemplificata con pensieri di questo tipo: “tu sei mia, devi stare con me e non mi interessa quali siano i tuoi bisogni, specialmente se contrastano con i miei. Tu sei mia, devo controllare la tua vita e non accetto che tu mi contraddica o addirittura ti allontani da me, non funziona così! “

guy-2617866__340Dutton (Dutton, 1981), uno dei più autorevoli conoscitori del fenomeno,  studiando la personalità degli uomini usi alla violenza domestica, è arrivato ad individuare, nei diversi profili emersi, la presenza di strutture personologiche improntate a fattori quali: la prepotenza, la possessività, la protervia magari compensatoria, dettata dal panico di fronte alla prospettiva dell’abbandono, ma in ogni caso fondata sulla mancata considerazione dell’altro con i suoi diritti e le sue esigenze. Tuttavia, ci mette in guardia l’Autore, la tentazione di trovare un “profilo psicologico e psicopatologico” degli uomini abusanti, può renderci  vittime di pregiudizi. Dutton infatti afferma, dopo 20 anni di lavoro con questi uomini: “tutti noi abbiamo lo stereotipo dell’uomo violento: volgare, incolto, un vero e proprio animale. Quando ho cominciato a mettere su gruppi di terapia per uomini violenti sono rimasto sorpreso dalla “normalità” dei partecipanti, che ci erano stati mandati dall’autorità giudiziaria.”

Allo stesso tempo le classificazioni possono essere utili per valutare il tipo di intervento da intraprendere. Elbow (Elbow, 1977) descrive l’aggressore domestico secondo quattro tipologie:

  1. Il controllore: colui che teme che il proprio dominio e la propria autorità siano messi in discussione e che pretende un controllo totale sui familiari;
  2. Il difensore: colui che vive l’altrui autonomia come una minaccia di abbandono e che per questo sceglie donne in condizione di dipendenza;
  3. Colui che cerca approvazione: questo tipo di uomo è costantemente alla ricerca di conferme esterne per la propria autostima, mentre qualsiasi critica scatena una reazione aggressiva;
  4. L’incorporatore: colui che tende ad un rapporto totalizzante e fusionale con la partner, e la cui violenza è proporzionale alla minaccia reale o alla sensazione di perdita dell’oggetto d’amore vissuta come catastrofica perdita di sé.

Le quattro tipologie elencate rendono ragione dell’ erompere dell’aggressività di fronte ad una separazione, o anche davanti alla sola minaccia di essa. Ciò che emerge in questo lavoro è l’idea, in questi uomini,  di non riuscire a sostenere una separazione, soprattutto in presenza di vissuti abbandonici nel passato (madre/padre fredd* e rifiutante).

Isabella Betsos (Betsos, 2009) riferendosi ai “Disturbi di Personalità” utilizza un altro modo per individuare diverse tipologie di uomo abusante:

1. I soggetti con “Disturbo Narcisistico di Personalità“:

  • necessitano di continua ammirazione: si nutrono dello sguardo altrui;
  • più che di amore necessitano di ammirazione e di attenzione continua;
  • insofferenti alle critiche;
  • indifferenti alle esigenze altrui;
  • inclini a sfruttare gli altri;
  • tendono ad attribuire agli altri la responsabilità di quanto di negativo capita loro;
  • nella coppia sono dominatori, attraenti, cercano di sottomettere e isolare la compagna, cercano la fusione e hanno bisogno di fagocitare l’altro.

2. I soggetti con “Disturbo Antisociale di Personalità” (in passato denominati psicopatici e sociopatici):

  • non osservano e violano i diritti degli altri;
  • mettono in atto azioni etero-aggressive;
  • non riescono a conformarsi né alla legge, compiendo atti illegali (ad esempio distruggere proprietà, truffare, rubare, ecc…) né alle norme sociali, mettendo in atto comportamenti immorali e manipolativi (ad esempio mentire, simulare, usare false identità, ecc…), traendone profitto o piacere personale;
  • provano scarso rimorso per le conseguenze delle proprie azioni (dopo aver danneggiato qualcuno, possono restare emotivamente indifferenti o fornire spiegazioni superficiali);
  • sono impulsivi ed aggressivi.

3. I soggetti con “Disturbo Borderline di Personalità” (DBP): 

  • cambiano umore repentinamente;
  • sono instabili nei comportamenti e nelle relazioni con gli altri che possono essere tumultuose, intense e coinvolgenti, ma estremamente instabili e caotiche;
  • sono fortemente impulsivi;
  • hanno difficoltà ad organizzare in modo coerente i propri pensieri;
  • possono esperire sensazioni di vuoto interiore, elevata irritabilità e attacchi di collera;
  • possono ricorrere ad alcol e droghe o a comportamenti autolesivi per ridurre la tensione emotiva;
  • nelle relazioni non hanno vie di mezzo, per cui oscillano rapidamente tra l’idealizzazione dell’altro e la sua svalutazione: possono, ad esempio, dividere il genere umano in “totalmente buoni” e “totalmente cattivi”. I rapporti iniziano generalmente con l’idea che l’altro (partner o amico), sia perfetto, protettivo, affidabile, disponibile, buono. Ma è sufficiente un “errore”, che l’altro venga catalogato repentinamente nel modo opposto. In molti casi le due immagini dell’altro, “buona” e “cattiva,” sono presenti contemporaneamente nella mente del soggetto borderline.

4. I soggetti con “Disturbo Paranoide di Personalità“:

  • in generale hanno una visione rigida del mondo;
  • hanno una visione rigida dei ruoli dell’uomo e della donna, fino ad essere veri e propri tiranni domestici: la donna dev’essere sottomessa, non deve prendere decisioni, né essere autonoma, coltivare interessi, tanto meno frequentare altre persone, magari neppure i familiari;
  • sono costantemente sospettosi e diffidenti;
  • temono complotti ai loro danni anche da parte del coniuge;
  • la loro gelosia talora sfocia nella patologia vera e propria;
  • il loro atteggiamento allontana la partner, cosicché essi si sentono autorizzati a ritenersi nel giusto lamentando il disamore di questa;
  • se minacciati di abbandono o abbandonati, nella migliore delle ipotesi, metteranno in atto comportamenti di stalking senza però giungere all’uxoricidio.

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Aspetti sociologici

Poiché il fenomeno è complesso, differenti elementi entrano in gioco, non solo di natura psicologica, ma anche sociale.

  • LA FAMIGLIA: le madri che permettono ai figli di assistere a episodi di violenza familiare, involontariamente trasferiscono ai loro figli l’idea che tutto sommato i comportamenti violenti siano normali o comunque accettabili. Sempre più studi evidenziano quanto le violenze subite o osservate nella  famiglia d’origine e l’instabilità delle figure genitoriali rappresentino fattori in grado di influenzare la formazione di un comportamento violento in età adulta. E’ più facile cioè che questi figli, una volta cresciuti, siano portati ad utilizzare le stesse modalità violente in condizioni di disagio, sofferenza o stress.
  • LE LEGGI: solo nel 1975 è stata abolita, in Italia, la potestà maritale che legittimava il ruolo predominante del marito rispetto a quello della moglie. Questa legge permetteva agli uomini sposati di impartire ordini e divieti alla moglie, addirittura di punirla laddove lei non lo avesse assecondato. Le donne erano chiamate ad accettare quello che gli uomini decidevano per loro, sottomettendosi al volere del pater familias, per il bene proprio e della famiglia.
  • LA TRADIZIONE: aderire rigidamente ad un modello, in questo caso al modello maschile tradizionale, tipico della cultura patriarcale, appreso ed interiorizzato attraverso l’educazione ed il contesto socio-culturale di appartenenza,  influenza (ed ha influenzato) notevolmente lo sviluppo dell’identità – maschile –  e delle modalità di relazionarsi – al mondo femminile – .
  • LA CULTURA: nonostante oggi molte cose siano cambiate sono ancora numerosi i contesti in cui un uomo è ritenuto virile, forte, vincente se in grado di “tenere a bada” la propria donna, di controllarne il comportamento e di dettar legge. Fenomeni sociali quali la negazione dell’uguaglianza tra i generi, del libero arbitrio e del valore della figura femminile sono anch’essi alla base dei “femminicidi”. kaputze-1171625__340
  • LA TRASVERSALITA’ DEL FENOMENO: l’uomo violento può essere di buona famiglia, può avere un buon livello di istruzione ed un lavoro rispettabile. E’ relativa l’importanza del ceto sociale anche se è innegabile che in contesti più “all’antica” possa esser più diffusa una visione patriarcale. La violenza sulle donne è un fenomeno diffuso trasversalmente in differenti paesi e all’interno di tutte le classi sociali. Ciò che accomuna membri appartenenti a differenti estrazioni sociali è il non accettare l’autonomia femminile ed il desiderio di sottomettere la donna al proprio potere. L’attuale fase di mutamento dell’identità femminile, che va verso l’ emancipazione e la libertà, è vissuta dagli uomini problematici ed estremamente arretrati come una minaccia al proprio dominio.

Cosa fare

  • LE DONNE:  richiedere un sostegno psicologico/sociale può essere un primo passo per spezzare la ripetitività degli eventi ed affrontare un percorso di “rottura” del circolo vizioso. C’è bisogno di un supporto per identificare delle vie di uscita e reggere le varie tappe dell’allontanamento, per salvaguardare sé e, se presenti, i propri figli. In molte occasioni accade che le donne, pur raccontando le violenze subite ai propri familiari, vengano scoraggiate dal lasciare il proprio uomo “perché ogni tanto perde la testa ma ti vuole bene” o perché “in quei momenti non è in sé ma non è sempre così”, fino al punto da essere colpevolizzate per l’intenzione di denunciare il marito ed andar via. E’ importante che la donna abbia una buona autostima, che sappia riconoscere di avere un rapporto patologico con il proprio uomo e che si tuteli allontanandosene. Proprio per questo è necessario un percorso psicologico che permetta una crescita personale della donna, che ne migliori l’autostima e che l’aiuti a cogliere le risorse, personali e sociali, necessarie per una nuova vita. Si perde il controllo della situazione perché si tende a giustificare o minimizzare le condotte aggressive del partner e a prendersene, in parte, la responsabilità. Può sembrare assurdo ma a volte è più semplice sopportare quello che già si conosce che affrontare il cambiamento che deriverebbe dalla rottura.
  • GLI UOMINI: nonostante siano sempre più presenti centri anti-violenza e figure professionali che si dedicano alle donne abusate, purtroppo in Italia attualmente i programmi di lavoro finalizzati al cambiamento dei partners violenti sono davvero rari e questo senz’altro non facilita la remissione del fenomeno. Anche gli uomini violenti devono entrare in percorsi paralleli di sostegno perché possano essere guidati verso una crescita personale, che comprenda una diversa gestione delle emozioni.

Chi chiede aiuto si sente meno solo e può iniziare a spezzare il pericoloso circolo vizioso in cui è invischiato.
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dott.ssa  Silvia Darecchio

 

L’enuresi notturna

L’enuresi notturna è un disturbo, più che una malattia, e consiste nella perdita involontaria e completa di urina durante il sonno in un’età in cui la maggior parte dei bambini ha ormai acquisito il controllo degli sfinteri.

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E’ un problema frequente che interessa circa il 27% dei bambini dell’età di 4 anni, il 15% di 5-6 anni, il 6-7% di 9-10 anni, il 3% di 12 anni e l’1% di 18 anni. Alcuni ricercatori hanno osservato che si tratta di gran lunga del disturbo più diffuso tra i bambini, soprattutto maschi.  Per diagnosticare un disturbo da enuresi, tale comportamento deve presentarsi frequentemente e non dipendere da alcuna condizione medica generale, né dall’assunzione di sostanze; per enuresi notturna non si intende, infatti, la saltuaria e sporadica emissione di urine durante la notte, ma si parla di un problema che deve presentarsi con una certa frequenza: secondo alcuni autori è necessario un periodo di osservazione di almeno 2 settimane durante le quali il bimbo deve bagnare il letto per almeno 3 volte alla settimana, secondo altri autori l’osservazione va protratta per 3 mesi con almeno 2 notti bagnate alla settimana.


Esistono diversi tipi di enuresi:

  1. PRIMARIA/SECONDARIA. Primaria: quando i bambini non hanno mai acquisito  la continenza oltre il quinto anno di età. L’enuresi primaria ha cause prevalentemente fisiologico/organiche. Secondaria: si parla di enuresi secondaria quando, bambini con una adeguata continenza urinaria, la perdono successivamente. Tale condizione si manifesta soprattutto in bambini tra i 5 e gli 8 anni d’età e ha tra le cause fattori di tipo prevalentemente psicologico ed emotivo. Sintomatica: in questo caso l’enuresi compare come conseguenza di una malattia, ad esempio un’infezione urinaria o in casi molto più rari diabete mellito, epilessia ecc.
  2. NOTTURNA/DIURNA. Notturna: si tratta della condizione più comune, è la classica pipì a letto, dove il sintomo compare solo durante il sonno. Tipicamente il bambino bagna il letto durante il primo terzo della notte e l’atto di urinare è spesso accompagnato da un sogno evocativo. L’ enuresi diurna: si presenta al contrario quando la perdita di urine riguarda le ore di veglia. Questo sottotipo, molto meno frequente del precedente, raggiunge la sua massima frequenza intorno ai 9 anni di età, ed in media è più presente nelle femmine. Esiste poi una condizione mista definita enuresi notturna e diurna.
  3. CONTINUATIVA/A INTERMITTENZA. Un’ulteriore distinzione può essere fatta tra i bambini che sono enuretici continuativamente (enuresi continuativa) e quelli che lo sono a intermittenza (enuresi a intermittenza).
  4. MONOSINOTOMATICA/NON MONOSINTOMATICA. “Monosintomatica”: quando l’enuresi è l’unico sintomo e si manifesta solo durante il sonno. “Non-monosintomatica”: quando sono presenti anche sintomi vescicali durante il giorno. Ci possono essere altri problemi, soprattutto legati alla vescica, che vanno trattati prima di affrontare l’enuresi notturna. Un problema vescicale può dipendere da una incompleta o ritardata maturazione della vescica, che riesce a riempirsi meno di quanto ci si deve aspettare per l’età. Tra i sintomi vescicali diurni: andare in bagno troppo di frequente, o troppe poche volte, o con grande urgenza; fare pipì di volume molto basso, bagnare le mutandine o addirittura bagnare gli indumenti.

 


L’enuresi può essere anche associata a:

  • encopresi (ripetuta evacuazione di feci in luoghi inappropriati);
  • stipsi;
  • disturbo da sonnambulismo;
  • disturbo da terrore del sonno;
  • infezioni del tratto urinario (causate proprio dalle condizioni igienico-sanitarie dovute al disturbo).

Enuresi notturna, le cause del disturbo:

  • possono essere genetiche: l’enuresi è indubbiamente un disturbo ereditario e in circa il 70% dei casi almeno un familiare ha o ha avuto lo stesso problema da piccolo. Non è stato ancora identificato un gene specifico che la provoca, ma la ricerca si sta muovendo anche in questa direzione.
  • Possono essere fisiologiche: nella maggior parte dei casi, l’enuresi è causata da una sovrapproduzione di urina durante la notte (la cosiddetta poliuria notturna) o da una capacità insufficiente della vescica (come se fosse più piccola) e dalla difficoltà a svegliarsi dietro lo stimolo di vescica piena (si tratta, non di un problema di sonno eccessivamente profondo, ma di difficoltà nel risveglio. Se la vescica è piena si ha uno stimolo al risveglio, stimolo che è meno forte, o meno recepito, per il bambino enuretico). Quest’ultimo fenomeno aggrava la condizione, ed è proprio il problema da risolvere per arrivare alla guarigione dell’enuresi. 
  • Possono essere anche psicologiche. L’enuresi primaria non è causata da disturbi psicologici, ma chi ne soffre può certamente svilupparne come conseguenza. Soprattutto per quanto riguarda l’autostima, la fiducia in sé stessi e nelle proprie capacità. Queste problematiche cessano in genere, una volta che l’enuresi è stata trattata con successo. Solamente l’enuresi secondaria (un’enuresi che si manifesta dopo che il bambino ha raggiunto il controllo della vescica) è associata, oltre a possibili problemi fisici da ricercare attentamente, ad un maggior rischio di problemi comportamentali, quale la Sindrome da deficit di attenzione e iperattività. Tendenzialmente quando si manifestano tali episodi di pipì notturna, questi si associano ad un disturbo comportamentale o emozionale. Questi fenomeni possono essere transitori e legati ad eventi che hanno disturbato il piccolo, andando ad intaccare la stabilità e la sicurezza del suo apparato, come lo stress o fattori ansiogeni. Anche i cambiamenti possono interferire, come la nascita di un fratello, un lutto, un trasferimento di abitazione o di città oppure la separazione dei genitori ed anche le richieste eccessive delle prestazioni scolastiche. I bambini che soffrono di tali disturbi, anche se variano da soggetto a soggetto, sono sensibili e possono manifestare delle difficoltà a gestire i propri impulsi, come l’aggressività che simboleggia la capacità di esprime appieno se stessi, di affermarsi in qualsiasi ambito e di essere capaci a difendersi dai conflitti tra coetanei. Al disturbo si accompagna spesso un forte senso di disagio nello stare con gli altri, soprattutto a scuola, quando il bambino con enuresi si confronta coi coetanei.

Cosa deve e non deve fare il genitore

Deve essere ben chiarito che se un bambino bagna il letto non è colpa di nessuno: né del bambino né dei genitori. Il ‘senso di colpa’ dei bambini, anche se non manifesto, contribuisce molto a peggiorare il senso di malessere e di imbarazzo che il bambino prova, causando perdita dell’autostima e l’acuirsi delle insicurezze, anche in altri ambiti di vita. A loro volta, i genitori possono sentirsi colpevoli e incapaci di affrontare una situazione difficile e poco chiara. Se c’è qualcosa di sbagliato è rinunciare o attendere senza agire aspettando la risoluzione con la crescita, magari facendosi prendere dal nervosismo, con reazioni negative nei confronti del bambino. E’ importante sapere che si può fare qualcosa. Nessun bambino dovrebbe svegliarsi in un letto bagnato, quando ci sono soluzioni semplici che spesso migliorano o risolvono la situazione. Ecco qualche suggerimento per gestire al meglio la situazione:

  • dare al bambino consapevolezza e ottimismo: è la prima fondamentale terapia;
  • aiutare il bambino a non sentirsi solo, spiegargli che ci sono altri bambini nella sua scuola, e forse nella sua classe con lo stesso problema;
  • aiutare il bambino a combattere un naturale ma pericoloso senso di colpa;
  • dare spiegazioni complete e corrette per rimuovere la vergogna e il senso di colpa, per coinvolgere il bambino e motivarlo ad affrontare la cura;
  • non sgridare mai il bambino: è dimostrato che il rimprovero aggrava la situazione, mentre un atteggiamento comprensivo la migliora;
  • condividere: nel caso che anche i genitori abbiano sofferto di enuresi, comunicarlo al bambino può avere per lui un effetto rassicurante. Infatti il sapere che anche il papà o la mamma hanno avuto lo stesso problema e lo hanno superato è per lui di conforto e aiuta nel processo di guarigione;
  • non svegliare il bambino di notte: svegliare il bambino per farlo urinare non solo non serve a nulla ma può essere controproducente ed avere una valenza punitiva, meglio mettere un pannolino;
  • adottare qualche strategia di tipo comportamentale: sapere riconoscere gli eventuali sintomi diurni associati e riferirli al medico; attuare eventualmente con attenzione la rieducazione minzionale; abituare il bambino a bere poco la sera per non aumentare il volume di urina nella vescica; controllare che prima di andare a letto il bambino abbia svuotato completamente la vescica.

QUALI SONO LE CURE PER L’ENURESI?

Una volta verificato che il bambino vuole affrontare il problema, si può iniziare il trattamento, innanzi tutto con una visita pediatrica che escluda altre patologie. Se il quadro clinico non è compromesso, i primi presidi di cura sono il trattamento comportamentale e di sostegno al bambino, e le buone abitudini di bere al mattino, evitare bevande gassate e caffeina il pomeriggio e mantenere regolare lo svuotamento intestinale. A seguire, le cure sono sostanzialmente due:

  • per l’enuresi monosintomatica: l’allarme notturno e un farmaco, la desmopressina, che riduce la produzione di urine la notte (anti-diuretico). Il primo serve a facilitare il risveglio quando la vescica è piena, consentendo al bambino di andare a svuotarla in bagno;
  • per l’enuresi “non-monosintomatica” (cioè se ci sono sintomi vescicali di giorno) può essere necessario associare al farmaco antidiuretico farmaci diversi se la vescica si comporta come se fosse più piccola o con eccessivo stimolo anche a basso riempimento (vescica iperattiva). Se possibile, si può ricorrere a sedute di fisioterapia per la vescica (uroterapia) allo scopo di insegnare come si controllano gli stimoli e come si rilassano i muscoli per una minzione completa.
  • Gli eventuali problemi psicologici o comportamentali devono essere affrontati separatamente e indipendentemente dai sintomi dell’enuresi, grazie al sostegno di professionisti.

 

Dott.ssa Silvia Darecchio  – Psicologa – San Polo di Torrile (Pr)  contatti

 

Il genitore narcisista

people-3166794__340Il genitore narcisista è un genitore che tende ad avere, con il figlio, un legame prevalentemente di tipo possessivo. Il senso di possesso (di estensione) porta il genitore a rispondere, più o meno consapevolmente, con invidia e/o rabbia ai tentativi del figlio di guadagnare un maggior grado di autonomia e di affrancamento psicologico. Queste legittime spinte verso l’ autodeterminazione verranno, quindi, sabotate a scapito della serenità e del benessere del figlio. Negli scambi relazionali i genitori narcisisti usano soprattutto la critica e la svalutazione: strategie manipolative attuate in nome di una presunta “forma di amore” (la manipolazione mentale e ogni altro atto abusante, messi in pratica per minare la fiducia e la capacità di giudizio della vittima sono puniti dall’ art. 571 del codice penale).

Mentre un genitore “sufficientemente buono” ha una sicurezza in sé tale da consentirgli di riconoscere ai figli una ragionevole autonomia psicologica, un genitore, che soffre del Disturbo Narcisistico di Personalità, tende ad aver bisogno di indirizzare il figlio verso obiettivi (successo, bellezza, fama, prestigio sociale, ricchezza, ecc…) che lui stesso ha a cuore, senza considerare se questi soddisfino, o meno, le necessità e la personalità del figlio. Questa etero-direzione può portare il bambino prima e l’adolescente poi a considerare le esigenze emotive altrui più importanti delle proprie, fino a negare di avere dei bisogni o a confondere le priorità altrui con le proprie, perdendo inevitabilmente, in questo modo, le energie per una sana e serena affermazione di sé.

Lo psicologo americano Alan Rappoport nel suo articolo “Co-Narcissism: How We Accommodate to Narcissistic Parents”, oltre a definire le caratteristiche di personalità dei genitori narcisisti, introduce anche il termine “co- narcissism” (co-narcisismo) per riferirsi al modo con cui i figli si adattano ai loro genitori narcisisti.

portrait-3265605__340Alan Rappoport usa il termine “narcisismo” per riferirsi ad uno stato psicologico che affonda le proprie radici in un’ autostima estremamente bassa. Le persone narcisiste hanno molta paura di non essere ben considerate dagli altri, e quindi cercano di controllare il comportamento e i punti di vista degli altri, per proteggere la loro autostima. Sono persone rigide nelle relazioni interpersonali, si offendono facilmente, sono assorbite da loro stesse e hanno serie difficoltà ad empatizzare con il prossimo. La dinamica soggiacente del narcisismo è un senso di sé (spesso inconsapevolmente) come pericolosamente inadeguato e fortemente vulnerabile al rifiuto. L’uso comune del termine si riferisce ad alcuni dei modi con cui i narcisisti difendono la propria autostima:  

  • preoccupandosi costantemente della propria immagine fisica e sociale;
  • preoccupandosi di dare priorità ai propri pensieri e sentimenti;
  • preoccupandosi di esaltare la propria grandiosità;
  • immergendosi nei propri affari fino all’esclusione di tutto il resto (anche delle persone care);
  • insistendo sul fatto che le proprie opinioni e valori siano giusti; 
  • sentendosi facilmente offesi e prendendo le cose “sul personale”.

Nella misura in cui i genitori sono narcisisti, controllano, incolpano, sono assorbiti da loro stessi, non tollerano le opinioni degli altri, ignorano i bisogni e gli effetti dei loro comportamenti sui figli, richiedono che i bambini li vedano come vogliono essere visti. Possono inoltre esigere un certo comportamento dai loro figli perché li vedono come estensioni di loro stessi, atti a soddisfare i loro bisogni emotivi. I genitori narcisisti sono molto intrusivi in alcuni aspetti della vita privata dei loro figli e molto disinteressati ad altri, in modo totalmente arbitrario. In ogni caso i figli vengono puniti se non si conformano alle richieste più o meno esplicite: la punizione può andare dall’atto fisico, agli abusi verbali (insultare, ridicolizzare, generare senso di colpa, criticare), ai ricatti emotivi (far percepire al figlio che a causa della delusione bruciante, l’affetto viene meno). Quale che sia il modo con cui viene espressa la punizione ha lo scopo di forzare il comportamento del figlio nella direzione voluta e di soddisfare i bisogni narcisistici dei genitori.

grandparents-1956838__340Le persone che si sono adattate alla vita con genitori narcisisti, da adulte, mostrano di  non essere state in grado di sviluppare mezzi sani di auto-espressione e auto-indirizzamento. Alan Rappoport per definire questo tipo di adattamento ha coniato il termine “co-narcisismo”,  una parola che, non a caso, crea un ‘analogia con i rapporti tra “alcolista e  co-alcolista” e tra “dipendente e co-dipendente“. I co-alcolisti infatti collaborano in modo non consapevole con gli alcolisti, creando scuse per la dipendenza dell’altro, assecondandolo se necessario e non affrontando i problemi con assertività.  Lo stesso vale per la persona co-dipendente. La moglie di un marito violento che si prende la colpa per il comportamento del suo partner è un esempio di assunzione di responsabilità per i problemi di qualcun altro. Sia il narcisismo che il co-narcisismo sono strategie di adattamento che i figli hanno usato per far fronte alle realtà create dai loro genitori narcisisti. I figli dei narcisisti:

  • tendono a sentirsi eccessivamente responsabili per le altre persone;
  • tendono a presumere che i bisogni degli altri siano simili a quelli dei loro genitori, quindi si sentono in dovere di soddisfare tali bisogni, rispondendo nel modo richiesto;
  • tendono ad essere inconsapevoli dei propri sentimenti, bisogni ed esigenze e svaniscono in sottofondo nelle relazioni;
  • sono tipicamente insicuri perché non sono stati valutati per se stessi ma solo nella misura in cui hanno soddisfatto i bisogni dei loro genitori;
  • avendo sviluppato un concetto di sé sulla base del trattamento ricevuto dai genitori, spesso hanno idee molto imprecise su chi sono (ad esempio: possono temere di essere intrinsecamente insensibili, egoisti, difettosi, timorosi, non amorosi, eccessivamente esigenti, difficili da soddisfare, inibiti e / o privi di valore).

Le persone che si comportano co-narcisisticamente (tra queste i figli dei narcisisti) condividono una serie dei seguenti tratti:

  • avere bassa autostima;
  • lavorare duramente per compiacere gli altri;
  • rimandare alle opinioni altrui;
  • concentrarsi sulle visioni del mondo altrui e ignorare i propri orientamenti,
  • manifestare spesso depressione o ansia;
  • avere difficoltà nel riconoscere cosa pensano e sentono riguardo ad un argomento;
  • dubitare della validità delle proprie opinioni (specialmente quando queste sono in conflitto con le opinioni altrui); 
  • assumersi la responsabilità degli eventuali problemi nelle relazioni con gli altri.

people-3265058__340Spesso, la stessa persona mostra comportamenti sia narcisistici che co-narcisistici, a seconda delle circostanze. Una persona che è stata cresciuta da un genitore narcisista o co-narcisista tende a credere che, in ogni interazione interpersonale, una persona sia narcisista e l’altra co-narcisista, e spesso può interpretare una parte o l’altra. Comunemente, se nella coppia vi è un genitore narcisista e l’altro è co-narcisista, ecco che entrambi gli orientamenti sono modellanti per il bambino. Entrambe le condizioni sono radicate in una bassa autostima ed entrambe rappresentano modalità per difendersi dalle paure derivanti da critiche interiorizzate e di far fronte a persone che evocano queste critiche. Coloro che sono principalmente co-narcisisti possono comportarsi in modo narcisistico quando la loro autostima è minacciata o quando i loro partner assumono il ruolo di co-narcisista; le persone che si comportano principalmente in modo narcisistico possono agire co-narcisisticamente quando temono di essere ritenute responsabili e punite al posto di un altro.

Il narcisista ha bisogno di essere sotto i riflettori, e il co-narcisista serve da pubblico. Il narcisista è sul palco, si esibisce e richiede attenzione, apprezzamento, sostegno, lode, rassicurazione e incoraggiamento, e il ruolo del co-narcisista è quello di fornire queste cose. I co-narcisisti sono approvati e premiati quando si comportano bene nel loro ruolo, ma, diversamente, vengono corretti e puniti.

man-3029703__340Uno degli aspetti critici della situazione interpersonale di co-dipendenza è che non si tratta di una vera relazione. La relazione può essere definita infatti come una interazione interpersonale in cui ognuno è in grado di considerare e agire in base ai propri bisogni, esperienze e punti di vista, e dove i partecipanti sanno considerare e rispondere all’esperienza dell’altra persona. Entrambe le persone sono importanti. In un incontro narcisistico, c’è, psicologicamente, solo una persona. Il co-narcisista scompare e solo l’esperienza della persona narcisistica è importante. I bambini cresciuti da genitori narcisistici arrivano a credere che tutte le altre persone siano narcisiste in una certa misura. Di conseguenza, nelle loro relazioni, si orientano intorno all’altra persona, perdono un chiaro senso di se stessi e non possono esprimersi facilmente né essere pienamente nelle loro vite. La loro tendenza a non esprimere i propri pensieri, sentimenti e bisogni e l’abitudine a sostenere e incoraggiare i bisogni degli altri, creano uno squilibrio nelle loro relazioni: i loro partner, comportandosi narcisisticamente possono prendere e pretendere sempre più spazio per sé stessi; i co-narcisisti, in buona sostanza, nella relazione temono di esistere.

Le persone co-narcisiste temono spesso di essere considerate egoistiche e insensibili se agiscono in modo più assertivo. Hanno imparato a pensare in questo modo perché sono stati etichettati come egoisti o insensibili quando non si sono adattati ai bisogni emotivi dei loro genitori. Dice Alan Rappoport che le preoccupazioni dei pazienti circa il loro egoismo sono un indicatore del narcisismo dei genitori, perché la motivazione dell’egoismo predomina nelle menti delle persone narcisiste. È una componente importante del loro stile difensivo, ed è quindi una motivazione che tendono ad attribuire prontamente agli altri.

Ci sono tre tipi comuni di risposte da parte dei bambini ai problemi interpersonali presentati loro dai loro genitori: identificazione, conformità e ribellione (vedi Gootnick, 1997).images.jpeg

  • L’identificazione è l’imitazione di uno o entrambi i genitori. L’identificazione  può essere richiesta dai genitori per mantenere un senso di connessione con il bambino: il bambino, cioè, deve esibire le stesse qualità, valori, sentimenti e comportamenti che il genitore impiega per difendere la sua autostima. Ad esempio, un genitore che è un bullo può non solo intimidire suo figlio, ma può richiedere che anche il bambino diventi un bullo. Un genitore la cui autostima dipende dalla sua carriera accademica può richiedere che anche il bambino sia orientato verso il mondo accademico e valuti (o svaluti) il bambino in relazione alle sue realizzazioni in questo settore. L’identificazione è una risposta al genitore che vede il bambino come un rappresentante di se stesso, ed è il prezzo della connessione con il genitore. Il bambino diventa narcisista.
  • La conformità si riferisce all’adattamento co-narcisistico descritto in precedenza, in cui il bambino diventa il pubblico “approvante” cercato dal genitore. Il bambino è conforme ai bisogni del genitore essendo la controparte che il genitore cerca. Tutte e tre le forme di adattamento (identificazione, conformità e ribellione) possono essere considerate come conformità in un senso più ampio, poiché, in ogni caso, il bambino rispetta in qualche modo i bisogni del genitore ed è definito dal genitore. Ciò che definisce la conformità in questo senso è che il bambino diventa la controparte di cui il genitore ha bisogno per gestire le minacce alla sua autostima.
  • La ribellione si riferisce allo stato di combattimento per non accettare i dettami del genitore comportandosi in opposizione ad essi. Un esempio di questo comportamento è quello di un bambino intelligente che fa male a scuola in risposta al bisogno dei suoi genitori di ottenere prestigio. Il problema critico qui è che il bambino sta inconsciamente tentando di non sottostare alla definizione del genitore di lui, nonostante la sua costrizione interiore a soddisfare i bisogni dei genitori. Quindi agisce in modo autodistruttivo per cercare di mantenere un senso di indipendenza (se la pressione per la conformità non fosse stata interiorizzata, il bambino sarebbe libero di avere successo, nonostante la tendenza dei genitori a cooptare i suoi risultati.)

I narcisisti incolpano gli altri per i loro problemi; tendono a non cercare un aiuto psicologico perché temono di essere visti carenti e questo li costringe a granitici atteggiamenti difensivi. Non si sentono liberi o abbastanza al sicuri da esaminare il proprio comportamento, e tipicamente evitano la situazione terapeutica. I co-narcisisti, invece, sono pronti ad accettare la colpa e la responsabilità dei problemi, e sono molto più propensi a cercare aiuto, perché spesso sentono di aver bisogno di cambiare la loro situazione.   Non è azzardato dire, afferma l’autore, che ogni narcisista ha avuto genitori narcisisti e che i genitori dei loro genitori lo erano ancora di più. Genitori narcisisti creano figli che, se questa dinamica intergenerazionale non viene spezzata, saranno portati a diventare a loro volta dei genitori narcisisti.

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Dott.ssa Silvia Darecchio  – Psicologa – San Polo di Torrile (Pr)  contatti

Il Disturbo Narcisistico di Personalità

Come capire se una persona soffre del Disturbo Narcisistico di Personalità? 

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Per capire se una persona soffre di Disturbo Narcisistico di Personalità devono essere  presenti almeno cinque tra i seguenti sintomi specifici,

sintomi della personalità narcisistica:

  • mancanza di empatia;
  • idee grandiose di sé (sentono di meritare un trattamento speciale, di avere particolari poteri, talenti, attrattività, di dover frequentare persone altrettanto speciali o di status elevato;
  • fantasie di successo illimitato (potere, fascino, bellezza o amore ideale);
  • tendenza a sentirsi svalutati (pensare di non essere sufficientemente apprezzati e riconosciuti nel valore);
  • senso di vuoto e apatia (nonostante eventuali successi);
  • richiesta eccessiva di ammirazione;
  • tendenza allo sfruttamento degli altri;
  • sentimenti di disprezzo, vergona o invidia;
  • atteggiamenti arroganti e presuntuosi.

Le parole chiave per questo disturbo sono “impulsività e instabilità”.

woman-3048525__340Caratteristiche psicologiche del Disturbo Narcisistico di Personalità

Le caratteristiche psicologiche degli individui con Disturbo Narcisistico di Personalità possono essere suddivise in termini di 1. visione di se stessi; 2. visione degli altri; 3. credenze intermedie e profonde;  e 4. strategie di affrontamento delle difficoltà.

  1. Visione di se stessi: io sono vulnerabile (all’abuso, al tradimento, alla trascuratezza); sono “difettoso”; “Sono cattivo”; “Non so chi sono”; “Sono debole e mi sento sovrastato”; “Non riesco ad aiutarmi”;
  2. Visione degli altri: gli altri anche se sono calorosi e affettuosi restano inaffidabili perché : “Sono forti e potrebbero essere di sostegno, ma dopo un po’ cambiare per ferirmi o abbandonarmi”;
  3. Credenze intermedie e profonde: credo che : “Devo sempre chiedere quello di cui ho bisogno”, “Devo rispondere quando mi sento attaccato”, “Lo devo fare perché devo sentirmi meglio”, “Se sono solo, non sarò in grado di affrontare la situazione”, “Se mi fido di qualcuno, questi prima o poi mi abbandonerà o abuserà e starò male”, “Se i miei sentimenti sono ignorati o trascurati, perderò il controllo”;
  4. Strategie di affrontamento delle difficoltà: se una situazione mi sovrasta mi sottometto, alterno l’inibizione ad una protesta drammatica, punisco gli altri, elimino la tensione con azioni autolesive.

Quali sono le cause del Disturbo?

Il disturbo narcisistico di personalità potrebbe essere causato da molteplici condizioni. La maggior parte delle ricerche sostiene l’idea che a causare tale sintomatologia concorrano fattori ereditari e ambientali.

Fattori ambientali:

  • IPOTESI 1:  genitori che credono nella superiorità del figlio, che premierebbero solo le qualità in grado di sostenere l’immagine grandiosa di sé e che garantiscono il successo.
  • IPOTESI 2:  ambiente familiare incapace di fornire al bambino le necessarie attenzioni e cure, di riconoscere, nominare e regolare le sue emozioni, nonché di sostenere la sua autostima o i suoi desideri. Questo tipo di contesto disfunzionale tenderebbe a sviluppare nel bambino l’idea di poter vivere facendo a meno degli altri e di poter contare unicamente su se stesso.
  • IPOTESI 3:  ambiente eccessivamente iperprotettivo che danneggia la fiducia del bambino in sé o anche un ambiente oltremodo permissivo e indulgente che comunica al bambino un senso di superiorità.
  • IPOTESI 4:  bambino vittima di offese e umiliazioni, soprattutto da parte dei coetanei, potrebbe far fronte alle continue minacce alla propria autostima sviluppando un senso di sé grandioso.

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Il disturbo e la quotidianità

Il disturbo narcisistico di personalità può compromettere ogni ambito della vita delle persone che ne soffrono: la professione, le relazioni e i rapporti di coppia. I narcisisti, infatti, quando non ricevono risposte alle loro continue richieste di ammirazione, di trattamenti di favore e alla soddisfazione immediata dei loro bisogni, possono divenire furiosi o mostrare disprezzo e distacco e, mancando di empatia, ricorrere alla manipolazione per raggiungere i propri scopi, fino alla messa in atto di comportamenti abusanti per riconquistare il potere che sentono di avere perduto. Se vengono criticati e se non ottengono il riconoscimento, che credono di meritare, possono reagire con rabbia o vergogna. Inoltre, poiché ritengono che lo status sociale ricopra un ruolo fondamentale nell’ esaltazione della propria immagine grandiosa, spesso si legano a persone famose o speciali che forniscono loro importanza di riflesso, sviluppando rapporti opportunistici e superficiali.  Gli altri, d’altro canto, sentendosi sfruttati, manipolati e non rispettati nei loro bisogni potrebbero decidere di allontanarli. Questi distacchi, confermando uno dei peggiori timori dei narcisisti, portano a periodi di forte ansia e depressione; per lo più gli unici sintomi, che riescono a motivare, chi soffre di questo disturbo di personalità, a cercare l’ aiuto di un professionista.

Le stime di prevalenza del Disturbo Narcisistico di Personalità nella popolazione generale sono dell’1% e interessa principalmente i maschi e i paesi capitalistici occidentali.

 


Dott.ssa Silvia Darecchio  – Psicologa – San Polo di Torrile (Pr)  contatti

 

Amare troppo

Qualità o quantità: quando è “troppo”?

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 L’idea per cui il vero amore non vuole nulla in cambio è un’invenzione dei sottomessi: se dai, vuoi ricevere. È naturale, è la reciprocità.”           – W. Riso –                                            

Secondo la psicologa americana Robin Norwood, specializzata in terapia della famiglia e autrice del bestseller Donne che amano troppo, uno dei testi più letti sulla “psicopatologia dell’amore”, si ama troppo quando:

  • “amare vuol dire soffrire”;
  • si parla del* partner, dei suoi problemi, di quello che pensa e non pensa, dei suoi sentimenti nella maggior parte delle conversazioni con persone intime;
  • i malumori, il cattivo carattere, l’ indifferenza del* partner vengono giustificati o considerati conseguenze di un’infanzia infelice (o altro) e ci si trasforma nel* terapeuta dell’altro*;
  • il carattere, il modo di pensare e il comportamento del* partner non piacciono, ma ci si adatta pensando che, se saremo abbastanza attraenti e affettuosi*, lui*  cambierà per amore nostro ;
  • la relazione con il* partner mette a repentaglio il nostro benessere emotivo, la nostra sicurezza e forse la nostra salute.

* si fa riferimento sia ad partner maschio che femmina

“Amare” diventa “amare  troppo” quando abbiamo un partner incompatibile con i nostri sentimenti, che non si cura di noi, o non è disponibile, eppure non riusciamo a lasciarlo: in realtà lo desideriamo, ne abbiamo bisogno sempre di  più.                                                                         – R. Norwood – 

Secondo l’autrice, che raccontava di donne co-dipendenti, in realtà  non è l’amore a motivare queste relazioni, quanto piuttosto la paura: paura dell’abbandono; paura della solitudine; paura di non essere degne d’amore; paura di essere ignorate; paura di non sapersi arrangiare da sole; paura che una vita “normale”, con un partner equilibrato, non sia abbastanza emozionante e passionale;  paura che se lui non ci ama la colpa sia nostra. 

Amare troppo è calpestare, annullare se stesse  per  dedicarsi  completamente a cambiare un uomo “sbagliato” per noi che ci ossessiona, naturalmente  senza riuscirci.                                                                                                           – R. Norwood –

E’ bene sottolineare come questi comportamenti possano appartenere sia agli uomini che alle donne. Tuttavia sembra che uomini e donne mostrino delle differenze (a causa dei valori culturali, dell’educazione ricevuta, dell’ambiente familiare) nel percepire e nell’ affrontare le relazioni. Nella nostra cultura il fatto che una donna si sacrifichi per una relazione, sino ad annullarsi, è stato accettato per secoli fino a pochi decenni fa. La nostra cultura insegna che le donne, per amore, devono essere disposte a fare di tutto. Ecco perché questa dinamica patologica (relazioni sentimentali ossessionate ed ossessionanti, caratterizzate da dipendenza e da ruoli “fissi” e disfunzionali) riguarda il genere femminile più spesso di quello maschile. I maschi più facilmente sviluppano altri tipi di dipendenza, che secondo la cultura sono più consoni al loro sesso: magari diventano “drogati” di lavoro o di Internet, o passano le giornate a guardare lo sport. Adottano queste strategie estranianti per non dover affrontare malessere e problemi, che potrebbero suscitare sentimenti di vergogna o di colpa, difficili da sostenere. Ci sono ovviamente le eccezioni, è probabile, infatti,  che più di qualche uomo si riconosca nel ritratto di chi è ossessionato dall’amore.

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Norwood, nel suo libro, individua le caratteristiche personologiche “tipiche” delle donne che amano troppo:

  • sono molto responsabili;

  • sono impegnate con grande serietà e successo;

  • hanno scarsa stima di sé;

  • hanno poco riguardo per la propria integrità personale;

  • riversano tutte le proprie energie in tentativi disperati di influenzare e controllare gli altri, per cambiarli e farli diventare come loro desidererebbero;

  • hanno un profondo timore dell’abbandono;

  • pensano che sia meglio stare con qualcuno che non soddisfi del tutto i loro bisogni ma che non le abbandoni, piuttosto che con un partner più affettuoso e attraente che potrebbe anche lasciarle per un’ altra”.

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L’origine di tale condizione è da rintracciarsi, oltre che generalmente nella cultura dominante, particolarmente nell’infanzia, spesso nella relazione disfunzionale con le figure genitoriali. Le precoci esperienze infantili, infatti, hanno un’influenza fondamentale nel modo in cui da adulti ci relazioniamo con gli altri. Le situazioni dolorose e difficili, le carenze affettive, l’assenza di figure importanti o la mancanza di limiti sono solo alcuni dei fattori che segnano il nostro modo di cercare e di dare affetto. Le donne (e gli uomini) con una simile storia tendono così ad andare alla ricerca di un attaccamento sicuro e di protezione, anche se questo significa dover stare con un uomo (o con una donna) che fa soffrire. I comportamenti che impariamo quando siamo piccoli rimangono fissi dentro di noi, e continuiamo a metterli in atto per tutta la vita. Per questo motivo, abbandonarli o cambiarli è una grande sfida, e ci sembra difficile e pericolosa. Ma ancora più difficile è prenderne coscienza e affrontare la situazione per quella che è, essere in grado di vedere con chiarezza tutto ciò che sta succedendo. 

Amare troppo” significa essere dipendenti da una relazione, in modo malsano. E’ una vera e propria forma di dipendenza che assomiglia a quella per il cibo, per la droga o per l’alcol e come in tutte le dipendenze, è necessario capirne e ammetterne la gravità prima di uscirne. Una volta che ci si rende conto di avere un problema, è importante cercare un aiuto competente, perché la strada è impervia e difficile, e pensare di potercela fare da soli è un’illusione. Come scrive la Norwood “non praticare la propria dipendenza richiede uno sforzo maggiore del semplice ripetere a se stesse di cambiare.

L’itinerario verso la consapevolezza e l’equilibrio

E’ necessario imparare il percorso dell’amare se stesse, perché è quando finalmente emerge una sana autostima che è possibile imparare a fare scelte più sagge sul piano affettivo. Quando non si è più disperate e bisognose, quando non si è più disposte a sacrificare se stesse in modo patologico per un uomo, e quando non si sente più la stringente esigenza di controllare gli altri, per modificarne il comportamento o i sentimenti, ecco che l’amore vero e sano può finalmente arrivare.

Amore è tutto ciò che aumenta, allarga, arricchisce la nostra vita, verso tutte le altezze e tutte le profondità. L’amore non è un problema, come non lo è un veicolo; problematici sono soltanto il conducente, i viaggiatori e la strada.
– F. Kafka –

Dott.ssa Silvia Darecchio – Contatti 

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