Il Disturbo Dipendente di Personalità

“Meglio soli che mal accompagnati…”

love-699480__340

 

Secondo il criterio 5 del DSM: “il soggetto con Disturbo Dipendente di Personalità (DDP) può giungere a qualsiasi cosa pur di ottenere accudimento e supporto da altri, fino al punto di offrirsi per compiti spiacevoli”.

Il Disturbo Dipendente di Personalità (DDP) è un Disturbo di Personalità caratterizzato da una pervasiva dipendenza psicologica dalle altre persone, da cui si ricerca protezione o approvazione. Questo disturbo è una condizione a lungo termine in cui la persona dipende dagli altri per soddisfare i propri bisogni emotivi e fisici; è caratterizzato da eccessiva paura e ansia; ha un’esordio nella prima età adulta; è presente in contesti molto diversificati tra loro ed è associato ad un funzionamento globale inadeguato. 

Come capire se una persona soffre del Disturbo Dipendente di Personalità? 

Per capire se una persona soffre di Disturbo Dipendente di Personalità devono essere  presenti almeno cinque tra questi sintomi (comparsi nella prima età adulta):

sintomi della personalità dipendente:

  • sentirsi vulnerabili, persi e indifesi quando soli;
  • avvertire l’impellente necessità di essere accuditi;
  • manifestare comportamenti sottomessi e dipendenti e un eccessivo timore della separazione;
  • considerarsi inferiori con la tendenza a sminuire le proprie capacità;
  • valutare ogni critica o disapprovazione come prove della propria incompetenza (con il risultato di compromettere ancor di più la fiducia in sé stessi);
  • cercare rapidamente, con la forza della disperazione, una qualsiasi nuova relazione intima se quella “vecchia” (di amore o di amicizia) per caso si è conclusa;
  • avere la preoccupazione irrealistica di essere lasciati soli e di non saper né bastare né badare a sé stessi;
  • avvertire un bisogno eccessivo di protezione, rassicurazione e supporto da parte degli altri (anche a costo di sottomettersi alla loro volontà per non rischiare disapprovazione e quindi rifiuto);
  • avere paura di essere (e di mostrare di essere) in disaccordo con gli altri temendone la disapprovazione e il rifiuto. Non arrabbiarsi, anche quando la rabbia sarebbe opportuna, con amici e colleghi di lavoro, per paura di perdere il loro sostegno;
  • mostrare una tendenza al “sacrificio”: offrirsi per mansioni e compiti sgradevoli e/o faticosi, pur di ottenere dagli altri supporto e accudimento;
  • tendere alla de-responsabilizzazione: richiedere spesso agli altri di assumersi le responsabilità che sarebbero proprie;
  • tollerare l’abuso fisico, sessuale o emotivo;
  • manifestare la difficoltà a prendere decisioni quotidiane da soli, cioè senza il ricorso a suggerimenti, rassicurazioni e consigli da parte degli altri;
  • avere difficoltà a iniziare progetti senza il supporto di altri;
  • non voler apparire troppo competenti per timore di essere abbandonati.

Le parole chiave per questo disturbo sono “appiccicoso” e “arrendevole”.

Caratteristiche psicologiche del Disturbo Dipendente di Personalità

Attraverso la valutazione di queste 6 macro-aree (1. la visione di sé stessi; 2. la visione degli altri; 3. le credenze intermedie e profonde possedute; 4. le minacce percepite; 5. le strategie di coping – di affrontamento –  utilizzate; 6. le emozioni principalmente esperite), possono essere descritte, con maggior facilità, le caratteristiche psicologiche più rilevanti della persona che soffre di Disturbo Dipendente di Personalità.

  1. Visione di se stessi: si considerano deboli, bisognosi, impotenti e incapaci.
  2. Visione degli altri: vedono gli altri, attraverso il filtro dell’idealizzazione, come fonti di nutrimento, supporto, calore, competenza e cura.
  3. Credenze intermedie e profonde: “per  riuscire a sopravvivere ho bisogno degli altri (specialmente di una figura forte)”, “è la mia fine senza di lui/lei”, “sono e sarò sempre infelice a meno che io non sia amato/a”, “riesco ad andare avanti solo se qualcuno di competente mi accompagna”, “per me l’abbandono è come la morte”, “se mi amano, sarò sempre felice”, “non devo offendere chi si prende cura di me”, “stammi vicino”, “le relazioni intime vanno coltivate il più possibile”, “devo essere servizievole con gli altri”, “sono impotente”, “sono completamente solo/a.”
  4. Minacce percepite: la minaccia maggiormente percepita riguarda il rifiuto e l’abbandono, non sentendosi in grado di affrontare la vita con autonomia.
  5. Strategie di coping: come fronteggiano le minacce percepite alla loro incolumità esistenziale? Coltivando una relazione di aiuto/dipendente. Tendono a fare questo subordinando loro stessi a una figura che considerano forte, cercando di placarla o lusingarla (per piacerle).
  6. Emozioni principali: l’emozione principalmente esperita dalle persone con questo disturbo è l’ansia, causata soprattutto dalla preoccupazione di una possibile fine della loro relazione dipendente. Sperimentano ansia elevata quando pensano che la relazione si potrebbe incrinare o logorare. Se la figura da cui dipendono invece viene meno, possono sprofondare nella depressione. All’opposto sperimentano gratificazione o euforia quando i loro desideri dipendenti vengono soddisfatti dall’altro.

black-and-white-4140789__340

Quali sono le cause del Disturbo Dipendente di Personalità?

Le cause del Disturbo Dipendente non si conoscono ancora del tutto. Tuttavia i professionisti ipotizzano che, contribuisca allo sviluppo dello stesso, l’interazione di fattori genetico-temperamentali e ambientali. Questi fattori in particolare possono essere ritenuti co-responsabili dell’insorgenza di questa problematica di personalità:

  • una particolare sensibilità all’ansia;
  • un attaccamento insicuro;
  • una visione pessimista.

Fattori causali ambientali quali specifiche esperienze vissute in età infantile (o, al più tardi, adolescenziale) hanno una notevole rilevanza nello sviluppo del disturbo. Le ricerche hanno dimostrato infatti un’alta correlazione fra il comportamento dipendente in bambini di 7-8 anni e la personalità dipendente in età adulta. La tendenza, nelle famiglie con soggetti eccessivamente dipendenti, pare essere quella di controllare eccessivamente i propri membri, scoraggiandone l’indipendenza. Le persone con questo disturbo cioè, anche da adulte, si aspettano, ad esempio, di essere criticate, più o meno velatamente, quando prendono o tentano di prendere decisioni in autonomia. Altre caratteristiche familiari come la sottomissione, l’insicurezza, e il comportamento schivo possono contribuire. Anche le condizioni di disabilità o malattia durante l’infanzia e/o la giovinezza possono contribuire a sviluppare l’ immaturità psico-affettiva, il senso di  insicurezza e di rimpianto (rivivere il periodo delle cure assidue) tipici del DDP.


DEPRESSIONE E ANSIA

Uno dei più comuni problemi presenti nelle persone che soffrono di DDP è la depressione che si manifesta:

  • con una generale mancanza d’iniziativa;
  • con un sentimento che li porta a sentirsi indifesi;
  • con una difficoltà di problem solving e decision making.

Anche i disturbi d’ansia sono spesso associati al DDP.  Le persone che ne soffrono, facendo affidamento solo sulle altre persone, senza le quali ritengono di non poter vivere, sono molto predisposte all’ansia da separazione, sono cioè, più o meno consapevolmente, sempre preoccupate di essere abbandonate, lasciate da sole e senza protezione. Gli attacchi di panico possono invece verificarsi nel momento in cui prevedono o temono nuove responsabilità che non credono di poter affrontare; mentre la presenza di fobie pur assicurando loro le cure e la protezione che patologicamente “desiderano” (vantaggi secondari) non fanno altro che confermare la loro credenza: l’ incapacità a fare da soli, senza l’intervento di un altro.


Come psicologa, oltre al servizio di consulenza online, ricevo in studio a San Polo di Torrile (Parma). Da oltre 10 anni ascolto ed aiuto le persone, concretamente, ad uscire dalle situazioni difficili, a fronteggiare le sfide esistenziali e a riprogettare il futuro.

In condizioni di stallo motivazionale e sofferenza psicologica posso aiutarti a superare le tue difficoltà, accompagnandoti verso una consapevolezza rinnovata di te, dei tuoi bisogni, delle tue priorità e del tuo modo di “funzionare”. Posso aiutarti a ritrovare la serenità e  il benessere.

Dott.ssa Silvia Darecchio – contatticonsulenza

“Non piangere salame…”

painted-guitar-1087209__340.jpg

Le canzoni del “troppo amore

Ci sono canzoni che, come dei monumenti, appartengono al patrimonio socio-culturale e identitario del nostro Paese; parlo di quei brani nazional-popolari datati che ancora oggi, se passati alla radio, ci fanno cantare a squarciagola, senza alcun ritegno. Tuttavia la domanda nasce spontanea: “Ne abbiamo mai analizzato attentamente i testi?” Ce ne sono alcune infatti che possono essere considerate dei veri e propri manifesti “dell’amore mai avuto”, dell’amore malato, del “troppo amore”.  Il fatto di essere state accettate acriticamente, di essere state promosse dai media e il fatto, semplicemente, di esistere hanno favorito la legittimazione di certi comportamenti, se non abusanti, poco rispettosi della dignità del/della partner? Queste canzoni, in vari modi, propongono un modello d’amore patologico e disfunzionale che molti considerano l’unico tipo di amore possibile: l’amore “oscuro” che fa soffrire…

Vediamone alcune:

“MINUETTO” di I. Fossati, cantata da Mia Martini

“E’ un’incognita ogni sera mia… Un’ attesa, pari a un’agonia. Troppe volte vorrei dirti: no, e poi ti vedo e tanta forza non ce l’ho. E vieni a casa mia, quando vuoi, […] sono sempre fatti tuoi. Tanto sai che quassù male che ti vada avrai tutta me, se ti andrà per una notte… E cresce sempre più la solitudine […] Rinnegare una passione no, ma non posso dirti sempre si e sentirmi piccola cosi […] Continuo ad aspettarti nelle sere per elemosinare amore… […] E la vita sta passando su noi, di orizzonti non ne vedo mai! […] Io non so l’amore vero che sorriso ha... […].” 

Che dire? Questa canzone è sicuramente uno dei manifesti più significativi dell’amore “troppo”: abbiamo qui una donna che si annulla per un uomo che la sta trattando da oggetto, che non la rispetta, che la sta usando a intermittenza. Pare esserne in qualche modo consapevole “Io non so l’amore vero che sorriso ha...” ma non riesce a spezzare questo legame disfunzionale di dipendenza.

“GRANDE GRANDE GRANDE” di A. Testa, cantata da Mina

“Con te dovrò combattere non ti si può pigliare come sei… i tuoi difetti son talmente tanti che nemmeno tu li sai… sei peggio di un bambino capriccioso la vuoi sempre vinta tu… sei l’uomo più egoista e prepotente che abbia conosciuto mai. In un attimo tu sei grande e le mie pene non me le ricordo più. Io vedo tutte quante le mie amiche son tranquille più di me non devono discutere ogni cosa come tu fai fare a me… ricevono regali e rose rosse per il loro compleanno dicon sempre di sì non han mai problemi e son convinte che la vita e’ tutta lì… invece no, invece no la vita e’ quella che tu dai a me in guerra tutti i giorni sono viva sono come piace a te… ti odio e poi ti amo e poi ti amo e poi ti odio e poi ti amo… non lasciarmi mai più.”

Vediamo questo testo: qui abbiamo una donna che urla a perdifiato il suo “aver capito tutto dell’amore”. Ci consiglia, per essere felici, di vivere una relazione d'”amore” problematica con un uomo immaturo egoista e prepotente, che ci fa penare, discutere, che ci tratta con strafottenza, che non ci fa regali, e che magari nemmeno ricorda la data del nostro compleanno… Ma, a quanto pare, dice la canzone, vale la pena vivere una storia d’amore così, se poi, quell’uomo ci butta ogni tanto, come si fa con le briciole, un minuscolo pezzettino di sé…

“ALMENO TU NELL’UNIVERSO” di B. Lauzi e M. Fabrizio, cantata da Mia Martini

“Tu, tu che sei diverso, almeno tu nell’universo… Un punto sei, che non ruota mai intorno a me  un sole che splende per me soltanto  come un diamante in mezzo al cuore.”

In questa canzone il riferimento, sicuramente più insidioso, all’amore poco sano sta in questa frase: “Un punto sei, che non ruota mai intorno a me, un sole che splende per me”. Che c’è di male, potremmo pensare? Questo: se l’altro è punto fermo che non ruota attorno a noi, significa che siamo noi a ruotare attorno a lui? La risposta è: anche no, grazie! Ognuno stia al posto suo e magari… troviamoci a metà strada!

“LA BAMBOLA” di R. Cini, F. Migliacci, B. Zambrini, cantata da Patty Pravo

Tu mi fai girar come fossi una bambola… Poi mi butti giù come fossi una bambola… Non ti accorgi quando piango quando sono triste e stanca tu pensi solo per te… Del mio amore non ridere… Sai far male da piangere… Tu non mi metterai tra le dieci bambole che non ti piacciono più…”

Beh… cosa vogliamo aggiungere?

“VEDRAI VEDRAI” di Luigi Tenco

“Quando la sera me ne torno a casa… Non ho neanche voglia di parlare… Tu non guardarmi con quella tenerezza Come fossi un bambino che ritorna deluso… Vedrai che cambierà. Preferirei sapere che piangi… Che mi rimproveri di averti delusa… E non vederti sempre così dolce Accettare da me tutto quello che viene… Mi fa disperare il pensiero di te E di me che non so darti di più…”

Questo testo è interessante, perché il punto di vista riportato, per una volta, è quello dell’uomo. Ma la sostanza non cambia: una donna, con un’ autostima molto bassa, sta amando “troppo” un uomo che, anche se consapevole di certe dinamiche, non è emotivamente disponibile. E’ una relazione squilibrata, dove la donna si comporta più da madre che da partner alla pari.

“BLUNOTTE” di Carmen consoli

“Forse non riuscirò a darti il meglio… più volte hai trovato i miei sforzi inutili… Più volte hai trovato i miei gesti ridicoli… Come se non bastasse l’aver rinunciato a me stessa… Come se non bastasse tutta la forza del mio amore… E non ho fatto altro che sentirmi sbagliata… ed ho cambiato tutto di me perché non ero abbastanza.. Ed ho capito soltanto adesso che avevi paura…”

La cantautrice Consoli pare possedere una ricca collezione di “malamori” o amori “troppo”. Rinunciare a sé, cambiare, sentirsi sbagliate… se un amore ci richiede questo, non è amore.

“PER ELISA” di Alice e F. Battiato, cantata da Alice

“Vivere non è più vivere,  lei ti ha plagiato, ti ha preso anche la dignità…. fingere non sai più fingere…  senza di lei ti manca l’aria.  Senza Elisa, non esci neanche a prendere il giornale  con me riesci solo a dire due parole  ma noi, un tempo ci amavamo…” 

Questa canzone sottende un contenuto terrificante: qui una donna si lamenta con il partner, lo rimprovera di preferire Elisa a lei… Tuttavia Elisa non è una donna bensì l’eroina. Questa donna quindi vive la dipendenza dalla sostanza come una rivale… e rimpiange i bei tempi andati, quando lui, molto probabilmente, era dipendente da lei e non da Elisa (l’eroina, appunto). La dipendenza non deve essere confuso con l’ amore. Rimanere in una relazione con una persona tossicodipendente, in realtà, può essere la spia di una scarsa autostima.

“STORIA D’AMORE” di A. Celentano, L. Beretta e M. Del Prete, cantata da Adriano Celentano

“Lei mi amava, mi odiava era contro di me,  io non ero ancora il suo ragazzo e già soffriva per me…  se non ero stato il suo ragazzo  era colpa di lei…  E uno schiaffo all’improvviso  le mollai sul suo bel viso  rimandandola da te. “

“io non ero ancora il suo ragazzo e già soffriva per me”, quest’uomo, in una sola frase, delinea una cornice di senso: ci suggerisce quanto sia normale che un uomo faccia patire una donna e che la donna stia lì a subire. Ma non pago aggiunge: “E uno schiaffo all’improvviso le mollai sul suo bel viso rimandandola da te.” Lette con la sensibilità di oggi queste fanno inorridire: l’ uomo della storia racconta di aver schiaffeggiato con fierezza una donna, e di averlo fatto perché era quello che lei meritava… Mai come in questi giorni vale la pena sottolineare che “nessuno picchia nessuno”, che una donna non è un pacco da “rimandare” al mittente e che una narrazione di questo tipo – con un uomo che vede l’esercizio della violenza come “una risposta possibile” e con una donna che si fa calpestare per “amore” –  sia da rigettare fortemente.

“AMORE DI PLASTICA” di Carmen Consoli

“tu che mi offrivi un amore di plastica… Ricorda tu sei quello che non c’è quando io piango… tu sei quello che non sa quando è il mio compleanno… quando vago nel buio… volevo essere più forte di ogni tua perplessità ma io non posso accontentarmi se tutto quello che sai darmi è un amore di plastica…”

Ecco di nuovo l’amica Carmen Consoli. Ci auguriamo per lei che il signore di questa canzone sia lo stesso di “Blunotte”, l’altra canzone. La situazione e le dinamiche sottese infatti paiono essere le stesse.

“L’ ABITUDINE DI TORNARE” di Carmen Consoli

“Tornare è un’abitudine per quelli come te, sommersi e annoiati dai ritmi di sempre… Confesserai mai a tua moglie che sabato dormi con me da circa dieci anni tra alti e bassi… Ma io non posso chiedere, io non devo chiedere sarai tu a rispondere se vorrai… Ma io non posso piangere, io non devo piangere sarai tu a decidere se vorrai… Tornare è un’abitudine per quelli come te fedeli ancorati, all’ovile di sempre…  Come dirai a tua moglie che hai un figlio identico a me, ha grandi occhi neri, ha compiuto tre anni, è piccolo e non può chiedere, lui non deve chiedere, sarai tu a rispondere se vorrai… Ma lui non deve piangere, è vergogna piangere… Sarai tu a rispondere se saprai…”

Come dicevamo, la talentuosissima cantautrice Consoli ha, nel suo repertorio, brani capaci di insegnamenti notevoli, in ambito “relazional-amoroso”: accettare una relazione a metà, essere l’amante, aspettare le briciole senza poter chiedere di più, quanto sono rivelatori del “troppo amore” per l’altro e dello scarso amore di sé?

“SEI TUTTI I MIEI SBAGLI” di Subsonica

“Tu sai difendermi e farmi male  ammazzarmi e ricominciare  a prendermi vivo  sei tutti i miei sbagli  a caduta libera  e in cerca di uno schianto  ma fin tanto che sei qui  posso dirmi vivo. Tu affogando per respirare imparando anche a sanguinare.”

Si ok, si capisce poco… Ma tutto questo, qualsiasi cosa sia, è troppo. Nessuno deve poterci  “accendere o spegnere” a piacimento,  e noi non dovremmo funzionare come degli interruttori.

“CENERE” di Marlene Kuntz

“Ciao Divina, io sono il mozzo…Guarda che ballo, mi trovi bello? Che te ne pare di come striscio? … Io sarò fuoco se scaglierai quel dardo contro di me. Io sarò cenere su cenere…”

Questo testo, piuttosto oscuro in realtà, ci fa immaginare una situazione in cui un uomo si rende ridicolo, si umilia, si annulla, pur di ottenere l’amore di lei… per cui è pronto anche a morire… Troppo?

“LASCIARSI UN GIORNO A ROMA” di Niccolò Fabi

“Non ho visto nessuno andare incontro a un calcio in faccia con la tua calma, indifferenza sembra quasi che ti piaccia… camminare nella pioggia ti fa sentire più importante perché stare male è più nobile per te… ricordati che c’è differenza tra l’amore e il pianto... cerca un modo per difenderti una ragione per pensare a te… qual è il grado di dolore che riesci a sopportare prima di fermare l’esecuzione e chiedere soccorso a me che non ti do un motivo ancora per restare nella storia di una storia che non c’è…”

Questa canzone usa parole durissime per raccontarci la fine, a senso unico, di una relazione. Lui grida in faccia a lei di smetterla di umiliarsi, di riprendersi la sua vita, di trovare il coraggio di pensare a sé stessa… lui non riesce a capire come lei possa accettare di vivere ormai di “una relazione che non c’è” connotata solo da dolore e sofferenza: “ricordati che c’è differenza tra l’amore e il pianto”… Anche il modo in cui finisce una relazione è rivelatore dell’essenza “poco sana” della relazione stessa…

“LA BALLATA DELL’AMORE CIECO” di Fabrizio De Andrè

“Un uomo onesto, un uomo probo, s’innamorò perdutamente d’una che non lo amava niente. Gli disse portami domani il cuore di tua madre per i miei cani. Lui dalla madre andò e l’uccise, dal petto il cuore le strappò e dal suo amore ritornò… Non le bastava quell’orrore, voleva un’altra prova del suo cieco amore. Gli disse amor se mi vuoi bene, tagliati dei polsi le quattro vene. Le vene ai polsi lui si tagliò, e come il sangue ne sgorgò, correndo come un pazzo da lei tornò. Gli disse lei ridendo forte, l’ultima tua prova sarà la morte. E mentre il sangue lento usciva, e ormai cambiava il suo colore, la vanità fredda gioiva, un uomo s’era ucciso per il suo amore. Fuori soffiava dolce il vento ma lei fu presa da sgomento, quando lo vide morir contento. Morir contento e innamorato, quando a lei niente era restato, non il suo amore, non il suo bene, ma solo il sangue secco delle sue vene.”

Si deve aggiungere qualcosa? Chi è più disperato tra i due? Chi chiede di morire per amore o chi muore come prova d’amore? Non serve morire per l’altro, ma vivere per stare bene insieme. Inoltre, “l’amore è cieco”… solo per chi non lo conosce veramente.

“TANTA VOGLIA DI LEI” di Pooh 

“Mi dispiace di svegliarti, forse un uomo non sarò ma d’un tratto so che devo lasciarti, fra un minuto me ne andrò. Mi dispiace devo andare il mio posto è là, il mio amore si potrebbe svegliare chi la scalderà.”

Qui abbiamo un uomo che tradisce la fiducia di due donne… però ne è dispiaciuto. Accettare o non accettare un tradimento? Accettare o non accettare di giocare il ruolo dell’amante? Se fosse stata cantata da una donna, una donna che tradiva e che voleva correre a casa a scaldare il partner ignaro che dormiva, che effetto avrebbe fatto?

“EPPUR MI SON SCORDATO DI TE” di Mogol e L. Battisti

“Eppur mi son scordato di te come ho fatto non so. Una ragione vera non c’è lei era bella però. Un tuffo dove l’acqua è più blu niente di più. Ma che disperazione nasce da una distrazione era un gioco non era un fuoco. Non piangere salame: dei capelli verde rame è solo un gioco e non un fuoco lo sai che t’amo io ti amo veramente.”

Anche in questo testo si parla di tradimento, ma, mentre nella canzone precedente la partner dormiva e non sapeva, qui l’uomo (scoperto o progressista) cerca di spiegare il perché del tradimento. E non trovando niente di meglio da dire, dice: “Un tuffo dove l’acqua è più blu niente di più.” Come si dice: quando la toppa è peggiore del buco! Per non uscire dalla metafora: il globo terracqueo è composto prevalentemente da acqua… che si fa? Si prova tutta? Amare un/una partner immaturo/a, a volte richiede “troppo amore“.

“SE SAPESSI COME FAI” di Luigi Tenco

“Vorrei che per me un giorno solo le parti si potessero invertire… quel giorno ti farei soffrire come adesso soffro io… Se sapessi come fai a fregartene così di me… a sapere così bene sino a che punto ho bisogno di te… A saperlo così Bene ancor meglio di me.”

Un altro manifesto dell’amore che fa soffrire? Eccolo. Qui è un uomo a disperarsi, ma la dinamica è la stessa: uno dei due “ama troppo”, ama anche per l’altro.

“UN’ EMOZIONE DA POCO” di I. Fossati, cantata da Anna Oxa

“dimmi che senso ha dare amore a un uomo senza pietà uno che non si è mai sentito finito che non ha mai perduto… per me, più che normale che un’emozione da poco mi faccia stare male, una parola detta piano basta già… ed io non vedo più la realtà non vedo più a che punto sta la netta differenza fra il più cieco amore e la più stupida pazienza no, io non vedo più la realtà nè quanta tenerezza ti da la mia incoerenza pensare che vivresti benissimo anche senza.”

“non vedo più a che punto sta la netta differenza fra il più cieco amore e la più stupida pazienza”… Un’ altra donna che si accontenta di pochissimo, di una parola detta piano…

AMANDOTI di CCCP

“Amarti m’affatica mi svuota dentro qualcosa che assomiglia a ridere nel pianto… Amarti m’affatica mi dà malinconia che vuoi farci è la vita la mia.”

L’amore che affatica… Tutto sommato questa immagine, rispetto alle altre, non è poi tanto male. L’ amore infatti, lo abbiamo detto, non è sinonimo di sofferenza, quanto piuttosto il compagno ideale di fatica, impegno, responsabilità e lavoro. Una coppia intelligente poi sa come dividere tutto questo in modo che i punti di forza di ciascuno risplendanoCi auguriamo che nella situazione raccontata, la fatica sia doppia e non a senso unico… anche se “il sentirsi vuoti” e “il ridere per disperazione” non sono certo “sintomi” d’amore.

E’ stato poco più di uno scherzo, tuttavia ci ha aiutato a riflettere sul significato del verbo “AMARE”. Considerando infatti che tutte queste sono ritenute canzoni “d’ amore”, credo valga la pena ricordare come dovrebbe essere una relazione d’amore “sana”. L’amore è un fatto di qualità più che di quantità. Amare molto non significa amare bene. Amare bene comporta rispetto, fiducia, onestà, sostegno reciproco, significa vivere una relazione di equilibrio tra il dare e il ricevere, significa mantenere identità separate e avere una buona comunicazione. Con questi presupposti, cerchiamo di fare del nostro meglio per rendere le nostre relazioni delle relazioni d’amore.

abstract-3189816__340


Dott.ssa Silvia Darecchio  – Psicologa – San Polo di Torrile (Pr)  contatti

Il Disturbo Narcisistico di Personalità

Come capire se una persona soffre del Disturbo Narcisistico di Personalità? 

self-love-65693__340

Per capire se una persona soffre di Disturbo Narcisistico di Personalità devono essere  presenti almeno cinque tra i seguenti sintomi specifici,

sintomi della personalità narcisistica:

  • mancanza di empatia;
  • idee grandiose di sé (sentono di meritare un trattamento speciale, di avere particolari poteri, talenti, attrattività, di dover frequentare persone altrettanto speciali o di status elevato;
  • fantasie di successo illimitato (potere, fascino, bellezza o amore ideale);
  • tendenza a sentirsi svalutati (pensare di non essere sufficientemente apprezzati e riconosciuti nel valore);
  • senso di vuoto e apatia (nonostante eventuali successi);
  • richiesta eccessiva di ammirazione;
  • tendenza allo sfruttamento degli altri;
  • sentimenti di disprezzo, vergona o invidia;
  • atteggiamenti arroganti e presuntuosi.

Le parole chiave per questo disturbo sono “impulsività e instabilità”.

woman-3048525__340Caratteristiche psicologiche del Disturbo Narcisistico di Personalità

Le caratteristiche psicologiche degli individui con Disturbo Narcisistico di Personalità possono essere suddivise in termini di 1. visione di se stessi; 2. visione degli altri; 3. credenze intermedie e profonde;  e 4. strategie di affrontamento delle difficoltà.

  1. Visione di se stessi: io sono vulnerabile (all’abuso, al tradimento, alla trascuratezza); sono “difettoso”; “Sono cattivo”; “Non so chi sono”; “Sono debole e mi sento sovrastato”; “Non riesco ad aiutarmi”;
  2. Visione degli altri: gli altri anche se sono calorosi e affettuosi restano inaffidabili perché : “Sono forti e potrebbero essere di sostegno, ma dopo un po’ cambiare per ferirmi o abbandonarmi”;
  3. Credenze intermedie e profonde: credo che : “Devo sempre chiedere quello di cui ho bisogno”, “Devo rispondere quando mi sento attaccato”, “Lo devo fare perché devo sentirmi meglio”, “Se sono solo, non sarò in grado di affrontare la situazione”, “Se mi fido di qualcuno, questi prima o poi mi abbandonerà o abuserà e starò male”, “Se i miei sentimenti sono ignorati o trascurati, perderò il controllo”;
  4. Strategie di affrontamento delle difficoltà: se una situazione mi sovrasta mi sottometto, alterno l’inibizione ad una protesta drammatica, punisco gli altri, elimino la tensione con azioni autolesive.

Quali sono le cause del Disturbo?

Il disturbo narcisistico di personalità potrebbe essere causato da molteplici condizioni. La maggior parte delle ricerche sostiene l’idea che a causare tale sintomatologia concorrano fattori ereditari e ambientali.

Fattori ambientali:

  • IPOTESI 1:  genitori che credono nella superiorità del figlio, che premierebbero solo le qualità in grado di sostenere l’immagine grandiosa di sé e che garantiscono il successo.
  • IPOTESI 2:  ambiente familiare incapace di fornire al bambino le necessarie attenzioni e cure, di riconoscere, nominare e regolare le sue emozioni, nonché di sostenere la sua autostima o i suoi desideri. Questo tipo di contesto disfunzionale tenderebbe a sviluppare nel bambino l’idea di poter vivere facendo a meno degli altri e di poter contare unicamente su se stesso.
  • IPOTESI 3:  ambiente eccessivamente iperprotettivo che danneggia la fiducia del bambino in sé o anche un ambiente oltremodo permissivo e indulgente che comunica al bambino un senso di superiorità.
  • IPOTESI 4:  bambino vittima di offese e umiliazioni, soprattutto da parte dei coetanei, potrebbe far fronte alle continue minacce alla propria autostima sviluppando un senso di sé grandioso.

self-love-65693__340
Il disturbo e la quotidianità

Il disturbo narcisistico di personalità può compromettere ogni ambito della vita delle persone che ne soffrono: la professione, le relazioni e i rapporti di coppia. I narcisisti, infatti, quando non ricevono risposte alle loro continue richieste di ammirazione, di trattamenti di favore e alla soddisfazione immediata dei loro bisogni, possono divenire furiosi o mostrare disprezzo e distacco e, mancando di empatia, ricorrere alla manipolazione per raggiungere i propri scopi, fino alla messa in atto di comportamenti abusanti per riconquistare il potere che sentono di avere perduto. Se vengono criticati e se non ottengono il riconoscimento, che credono di meritare, possono reagire con rabbia o vergogna. Inoltre, poiché ritengono che lo status sociale ricopra un ruolo fondamentale nell’ esaltazione della propria immagine grandiosa, spesso si legano a persone famose o speciali che forniscono loro importanza di riflesso, sviluppando rapporti opportunistici e superficiali.  Gli altri, d’altro canto, sentendosi sfruttati, manipolati e non rispettati nei loro bisogni potrebbero decidere di allontanarli. Questi distacchi, confermando uno dei peggiori timori dei narcisisti, portano a periodi di forte ansia e depressione; per lo più gli unici sintomi, che riescono a motivare, chi soffre di questo disturbo di personalità, a cercare l’ aiuto di un professionista.

Le stime di prevalenza del Disturbo Narcisistico di Personalità nella popolazione generale sono dell’1% e interessa principalmente i maschi e i paesi capitalistici occidentali.

 


Dott.ssa Silvia Darecchio  – Psicologa – San Polo di Torrile (Pr)  contatti