Uno psicologo per l’acufene?

“Fischiava per la mia tensione un po’ come si fa con i taxi
Senza una tregua una continuazione ma come si fa a coricarsi
Da solo nel letto a dannarmi, nella stanza cori urlanti”…

“Uno squillo ossessivo, come un pugno sul clacson
Primo pensiero al mattino
L’ultimo prima di buttarmi giù dal terrazzo”…

“Sentivo fischi pure se il locale carico applaudiva
Calo d’autostima
Non potevo ascoltare la musica come l’ascoltavo prima
[…] una pressione continua
La depressione poi l’ira”…

“Credevano che fossi matto
Volevano portarmi dentro
Ho visto più medici in un anno
Che Firenze nel Rinascimento
Stress
Iniziano a dire non sanno che pesci pigliare
A parte quello d’aprile
Vorrei vederlo sparire”…

“Solo chi ce l’ha comprende quello che sento, nel senso letterale
E poi non mi concentro, mi stanca
Sto invocando pietà, […]
Il suono del silenzio a me manca
Più che a Simon e Garfunkel”…

Caparezza, “Larsen” (capitolo: la tortura)

DEFINIZIONE DI TINNITO/ACUFENE

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Ma in cosa consiste questo fastidioso disturbo? La parola “tinnito” deriva dal latino tinnire, tintinnare, e indica la percezione di suono in assenza di uno stimolo acustico. Mentre “acufene” viene dal greco: acuo ascolto e fainomai ovvero suono, fenomeno acustico. Può essere avvertito sotto forma di ronzio, tintinnio, scroscio, fischio o sibilo oppure può presentarsi come un complesso di più suoni che varia nel tempo. Il tinnito può essere intermittente o continuo, può essere quasi impercettibile o avere un volume fastidiosamente alto e solo in rari casi può essere completamente eliminato. Quando è continuo e molto alto può dar luogo a molteplici effetti concomitanti, quali:

  • sofferenze emotive;
  • stress;
  • abbassamento del senso di auto-efficacia;
  • calo dell’autostima;
  • isolamento;
  • solitudine;
  • disturbi del sonno;
  • dolore;
  • difficoltà di concentrazione;
  • spossatezza;
  • difficoltà di comunicazione;
  • veri e propri stati depressivi.

“Percezione acustica non organizzata, non realmente prodotta da alcuna sorgente sonora, né all’interno né all’esterno del nostro corpo”. Più semplicemente: l’acufene. La definizione corretta di acufene esclude cioè quei fenomeni percettivi che riguardano rumori e vibrazioni  (il battito cardiaco, il respiro, i crepitii, gli scricchiolii, i soffi, ecc…) che hanno un’origine meccanica essendo realmente prodotti da una sorgente sonora e include solo quei rumori che il corpo non può produrre in maniera continuativa (quali ronzii, fischi, sibili), indipendentemente dalla loro frequenza o dalla loro durata. In questo caso ronzii, fischi e sibili sono prodotti solo all’interno delle vie uditive neuro-sensoriali, il cui punto di partenza è l’orecchio interno e il cui punto di arrivo è la corteccia temporale “uditiva” (e viceversa).


CLASSIFICAZIONE DEGLI ACUFENI

Esistono due tipi di classificazione degli acufeni:

1.ACUFENI OGGETTVI/SOGGETTIVI

  • OGGETTIVI: il suono è generato dall’attività biologica del corpo. Il rumore che il paziente percepisce esiste davvero ed è avvertibile anche dagli altri, trattandosi di rumori prodotti da strutture vicine all’orecchio che, a causa di un’alterazione dei rapporti vascolari o a causa di un aumento della pressione sanguigna possono trasmettere alle strutture ricettive il rumore del battito cardiaco.
  • SOGGETTIVI: è la forma più comune di acufene ed interessa circa il 20% della popolazione. In questo caso il suono è generato da un’anomala attività nervosa: il paziente sente cioè manifestazioni di impulsi elettrici “parassiti”, generati in qualche punto del sistema nervoso centrale. La condizione è spesso valutata clinicamente attraverso una semplice scala da “lieve” a “catastrofica” in base agli effetti che essa comporta, quali l’interferenza con il sonno e con le normali attività quotidiane. La ricerca recente ha anche proposto due categorie distinte di acufene soggettivo: l’acufene otico, causato dai disordini dell’orecchio interno o del nervo acustico e l’acufene somatico, causato da disordini che non riguardano l’orecchio o il nervo, pur trovandosi all’interno della testa o del collo. Si ipotizza inoltre che l’acufene somatico possa essere dovuto a un “central crosstalk” con il cervello, come se certi nervi del collo e della testa entrassero nel cervello vicino alla regione coinvolta nell’udito.

2. ACUFENI AUDIOGENI/NON AUDIOGENI

La classificazione più frequentemente proposta fra acufeni oggettivi e soggettivi, in base alla possibilità di registrarne con strumenti la presenza, non appare sufficientemente realistica, in quanto ad oggi non esiste (tranne che in rarissimi casi) questa possibilità. Altri propongono, poiché più rispondente alle differenti strategie terapeutiche, la suddivisione degli acufeni in:

  • audiogeni (o endogeni): sono quelli ad alta probabilità di insorgenza da un danno o una disfunzione dell’apparato uditivo a livello della chiocciola (coclea) o delle vie nervose uditive: in questi casi l’orecchio registra e trasmette rumori provenienti patologicamente dal proprio interno. Nella coclea ci sono infatti 12.000 “microfoni” per trasformare i suoni in segnali elettrici. Essendoci tanta corrente elettrica nell’orecchio interno è evidente che, se qualche struttura subisce anche un piccolissimo danno, aumenta notevolmente quel “rumore elettrico” di fondo che può dare luogo all’acufene;
  • non audiogeni (o esogeni): sono quelli che originano in patologie e disfunzioni situate al di fuori dell’apparato uditivo, in altri organi o apparati, come quello vascolare, muscolare, articolare, che vengono solo percepiti dall’orecchio e quindi trasmessi al sistema nervoso. Anche gli acufeni provenienti dall’orecchio ma causati da presenza e movimento di secrezioni catarrali fra tromba di Eustachio e cassa timpanica dovrebbero essere considerati non audiogeni,  in quanto la loro origine è al di fuori del complesso chiocciola-vie nervose uditive.

LE CAUSE

L’acufene non è classificabile come una malattia, ma come un sintomo aspecifico; come una condizione che deriva da una vasta pluralità di cause e situazioni. Vediamone alcune:

  • danni neurologici (ad esempio dovuti a sclerosi multipla),
  • infezioni dell’orecchio,
  • stress ossidativo,
  • stress emotivo,
  • depressione,
  • presenza di corpi estranei nell’orecchio,
  • allergie nasali che impediscono (o inducono) il drenaggio dei fluidi,
  • accumulo di cerume,
  • l’esposizione a suoni di elevato volume,
  • la sospensione dell’assunzione di benzodiazepine,
  • può essere anche un effetto collaterale di alcuni farmaci (acufene ototossico),
  • accompagnamento della perdita dell’udito neurosensoriale o una conseguenza della perdita dell’udito congenita.

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ASPETTI PSICOLOGICI LEGATI ALL’ACUFENE

Da tempo l’acufene è riconosciuto come uno dei principali sintomi tra i disturbi fisici collegati allo stress e agli stati ansiosi  e negli ultimi è uno tra i più diffusi nella popolazione. Anche se colpisce le persone in modo diverso, è possibile che insieme agli acufeni nel paziente si presentino: problemi del sonno, affaticamento, stress, depressione, difficoltà di concentrazione, problemi di memoria, ansia e irritabilità, dove il trattamento di queste condizioni  non  influisce direttamente sull’acufene, ma può aiutare ad alleviarlo. In chi soffre di acufene è infatti comunemente riscontrabile una situazione di generico stress: stress che potrebbe esserne sia la causa (ad esempio in concomitanza di un momento della vita particolarmente pesante e difficile)  sia, comprensibilmente, l’effetto. La comparsa del disturbo tende ad accentuare nel paziente irritabilità, nervosismo e ansia. E’ possibile affermare quindi che nell’acufene la componente neuro-psicologica è prevalente, la componente psicologica, cioè, gioca un ruolo fondamentale nel generare, affrontare, mantenere, alleviare e risolvere il problema; e se è vero che un sistema nervoso efficiente è essenziale per dominare l’acufene, è altrettanto vero che stress e nervosismo sottraggono al cervello le risorse necessarie a tenere sotto controllo il disturbo.

Il nostro sistema nervoso è in grado di affrontare la comparsa dell’acufene in modo ottimale: se il sistema nervoso funziona correttamente, impara a identificarlo, tra tutti gli  stimoli in arrivo e, gradualmente (da alcune settimane ad alcuni mesi), riesce a costruire un “filtro” per impedirgli di arrivare al livello della coscienza (meccanismo di “percezione selettiva”). Una condizione di ansia, invece, è uno dei più grossi ostacoli alla guarigione: i pazienti con un basso livello di ansia, riuscendo a creare una condizione di distacco emotivo dal disturbo, guariscono prima, mentre quelli molto ansiosi tendono a fare più fatica, a causa dell’interferenza negativa che l’agitazione ha su tutte le attività cerebrali e, quindi, anche su quelle necessarie a sopprimere l’acufene. Una cosa analoga accade con la stanchezza mentale checausando un diminuzione delle performance cerebrali, può portare ad un calo di prestazione del “filtro” e favorire il riapparire dell’acufene, anche a distanza di anni dalla guarigione.

L’acufene può provocare depressione, ma accade anche il contrario (come per ansia e stress): può essere cioè uno stato depressivo a ridurre l’efficacia dei suddetti sistemi di controllo (il “filtro”) rivelando l’acufene. L’acufene infatti ce l’abbiamo tutti, anche chi normalmente non lo sente. Il non sentirlo dipende dal controllo della “centralina” neuronale del sistema limbico, posta a metà strada tra la periferica audio (chiocciola) e lo schermo della coscienza uditiva (corteccia temporale). Ricordiamo che i circuiti coinvolti maggiormente nella depressione sono due: la corteccia prefrontale (e.g., Samara et al, 2018), che è la sede delle nostre funzioni superiori, dei nostri pensieri e del controllo degli impulsi, e, appunto, il sistema limbico (e.g., Redlich et al., 2018), che invece è collegato all’affettività e alle emozioni (tra le altre cose, filtra gli stimoli esterni attraverso lo stato emotivo).

Alcuni ricercatori del NIHR (National Institute for Health Research) Nottingham Biomedical Research Center, attraverso uno studio compiuto su 500.000 persone tra i 40 e i 69 anni, sostengono di aver trovato una correlazione tra determinati tratti di personalità e acufene. I risultati della ricerca, pubblicati su Science Direct, mostrano come alcune caratteristiche personologiche siano maggiormente associate alla comparsa e al perdurare dell’acufene. Eccole:

  • tendenza ad isolarsi e a vivere in modo solitario,
  • tendenza a preoccuparsi per la maggior parte del tempo,
  • livello di attivazione nervosa elevato,  
  • umore basso o sbalzi di umore.  

La personalità e, forse ancor di più, i meccanismi di coping (strategie usate per fronteggiare lo stress), quindi, sembrano essere correlati alla percezione dell’ acufene. L’acufene perciò può, in buona sostanza, essere considerato un disturbo soggettivo: lo stesso livello di acufene può essere descritto da un paziente come intollerabile e da un altro appena percettibile (anche a causa del livello di stress, ecc…). Non tutti reagiscono allo stesso modo, ad esempio, anche se gli uomini ne sono risultati più colpiti, sono le donne che mostrano una propensione a ritenerlo più fastidioso. Molti pazienti con acufene infatti tendono a concentrarsi sul problema, intensificando in questo modo il disturbo. Un trattamento per la gestione dello stress può avere successo nella terapia  dell’acufene, è necessario poi promuovere il sollievo attraverso uno spostamento dell’attenzione, il riposo da uno stato di tensione e il supporto alle difese funzionali a scapito di quelle disfunzionali.


DALLO PSICOLOGO PER L’ACUFENE

La maggior parte dei pazienti con acufene può essere aiutata da un intervento psicologico. Questo disturbo, solo apparentemente banale, può creare un vero e proprio stato invalidante, coinvolgendo l’assetto emozionale del malato, la sua vita di relazione, il ritmo sonno-veglia, le attitudini lavorative, il livello di attenzione e concentrazione, inducendo o, molto più spesso, potenziando stati ansioso-depressivi preesistenti, interferendo pertanto sulla qualità della vita. Gli effetti sulla vita delle persone colpite dal disturbo, così come dichiarato da loro stesse, sono spesso molto drammatici.

Quali soluzioni? Se viene individuata una causa di fondo, il trattamento medico dell’acufene può portare a miglioramenti. In caso contrario, se l’acufene è “da stress” , in genere si ricorre al sostegno psicologico.

Il sostegno psicologico

Chi è affetto da acufene ha subìto un cambiamento nella sua vita. Ha un disagio persistente ed ecco che lo psicologo è importante per migliorare la qualità della vita.
Lo psicologo interpreta i problemi del paziente con acufene da un punto di vista diverso rispetto all’otorinolaringoiatra. Con l’approccio psicologico non si cerca di eliminare l’acufene, bensì si vuole migliorare l’esistenza del paziente superando quei momenti di incertezza che gli impediscono di convivere con l’acufene. vale la pena ricordare che le reazioni emotive che si hanno di fronte ad un evento imprevisto dipendono strettamente dal significato che si attribuisce a quell’evento.
Una situazione tipica di chi soffre di acufene (in particolare per quegli acufeni che non sono localizzabili con precisione ad un orecchio, ma che vengono percepiti come rumori all’interno della testa) è quella in cui il pensiero del paziente corre ad un tumore cerebrale o ad altra patologia grave endocranica. Ecco che il sostegno di uno psicologo, ovviamente previo un consulto con l’otorinolaringoiatra curante, che dovrà escludere una patologia importante, si rivelerà fondamentale nel sostegno al paziente.

Mindfullness

L’obiettivo della Mindfullness è favorire il cambiamento e il benessere psicologico cercando di stimolare l’accettazione del “disturbo acufene” e contrastare la concentrazione dei pensieri su questo disturbo. Per accettazione si deve intendere uno sforzo mentale rivolto a convivere con la realtà e non a subirla. Il decentramento dei pensieri è un’altra azione cognitiva importante dove il soggetto non dovrà essere sopraffatto dal pensiero acufene. Il concetto di mindfullness deriva dagli studi di meditazione buddista, Zen e Yoga. La mindfullness si è rivelata importante per imparare a vivere l’esperienza dell’acufene in modo differente da come siamo abituati a fare. Si deve imparare a valutare l’acufene come un fenomeno che accade dentro di noi, accettandolo per ciò che è, senza poterlo modificare. Nel paziente con acufene si crea un circolo vizioso tra attenzione selettiva, poi pensieri rivolti al disturbo acufene e aumento del disagio. Questa meditazione si pone l’obiettivo di interrompere questo ciclo. La finalità è quella di arrivare a decentrare i pensieri e scoprire di poter convivere con l’acufene.

In conclusione con il sostegno psicologico si fanno emergere i pensieri disfunzionali che sono spesso presenti nella mente di chi è affetto da acufene. Il fine è superare lo stato di stress, l’ansia ed eccessiva attivazione. La mindfullness agisce migliorando le capacità soggettive di accettare il sintomo.


Dott.ssa Silvia Darecchio – contatti 

Burnout: sindrome da stress lavoro-correlata riconosciuta dall’OMS

LA NOTIZIA: BURNOUT E OMS

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E’ notizia di quest’ultima settimana che l’Organizzazione Mondiale della Sanità, dopo decenni di studi, ha riconosciuto il burnout come una sindrome diagnosticabile, caratterizzata da una costellazione di sintomi e segni variabili, non riconducibili ad una causa comune. Inizialmente l’agenzia speciale delle Nazioni Unite aveva lasciato intendere che si trattasse di una malattia (con sintomi ripetitivi ed una causa certa) dopo averla inserita erroneamente per la prima volta nel relativo elenco. Poi, con più dati a disposizione, ha specificato che resta un fenomeno occupazionale (stress da lavoro) per il quale è possibile, oltre ad una diagnosi, una cura. 

MA COSA E’ IL BURNOUT?

Il termine inglese burnout (in italiano “scoppiato”, “crollato”, “spento”, “esaurito”) viene utilizzato per descrivere una sindrome caratterizzata da progressiva perdita di ideali, energia, propositi e scopi che si determina sui luoghi di lavoro.

Il primo ad occuparsi di burnout è stato lo psicologo Herbert Freudenberger nel 1974.

IL BURNOUT E’ UNO “STATO DI FRUSTRAZIONE NATO DALLA DEVOZIONE AD UNA CAUSA, AD UNO STILE DI VITA, AD UNA RELAZIONE CHE HA MANCATO DI PRODURRE LA RICOMPENSA ATTESA.”  H.J. FREUDENBERGER

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La sindrome del burnout, inizialmente associata solo alle professioni sanitarie e assistenziali, è oggi riconosciuta come associata a qualsiasi contesto lavorativo con alte condizioni stressanti. Secondo l’Istituto Nazionale della Salute Americano, chiunque può soffrirne, dalla celebrità alla casalinga, passando per le persone in carriera, agli impiegati sovraccaricati di lavoro. Molti studiosi considerano questa sindrome non solo come una condizione di sofferenza individuale legata al lavoro (stress lavorativo), ma anche come un problema di natura sociale provocato da dinamiche sociali, politiche ed economiche; la sindrome può infatti interessare il singolo lavoratore, lo staff nel suo insieme, l’azienda ma anche le istituzioni (per esempio i Vigili del Fuoco, i Militari, le Forze dell’Ordine ecc.).

IL BURNOUT COME SINDROME DA STRESS LAVORO-CORRELATA

Sappiamo che lo stress agisce a livello globale sul funzionamento dell’organismo danneggiando e incidendo negativamente sulla salute.  Nella situazione di burnout, il lavoratore, oltre a sperimentare un forte stress (concausa del disturbo), arriva a rinnegare le motivazioni emotive che lo avevano portato a scegliere quel lavoro. Maslach e Leiter (1997) hanno definito il burnout come una erosione dell’impegno nel lavoro, laddove l’impegno è caratterizzato da fattori quali: l’ energia, il coinvolgimento e l’ efficacia. Impegno e burnout allora, possono essere immaginati come le due estremità opposte di un continuum.

Le dimensioni tipiche del burnout sono:

  • Esaurimento: è la prima reazione ad una condizione di stress estremo. La persona sente di essere “esaurita” quando si accorge di aver oltrepassato il proprio limite emozionale e fisico: si sente incapace di rilassarsi, di recuperare, prosciugata, manca dell’ energia necessaria per affrontare novità e sfide.
  • Cinismo: tale atteggiamento rappresenta il tentativo di proteggere se stessi dall’esaurimento e dalla delusione. La persona assume un atteggiamento freddo e distaccato nei confronti del lavoro e delle persone (colleghi, utenti, ecc…), per mettersi “al riparo”. Questo atteggiamento di indifferenza viene adottato per ridurre al minimo il proprio coinvolgimento emotivo nel lavoro e per mettere da parte (fino a rinnegare) i propri ideali e valori. Un atteggiamento così negativo può compromettere seriamente il  benessere di una persona, il suo equilibrio psico-fisico e la sua capacità di lavorare.
  • Inefficienza: è la conseguenza ultima del processo e si realizza quando la persona perde fiducia nelle proprie capacità e in sé stessa. Quando in una persona cresce la sensazione di inadeguatezza, qualsiasi progetto nuovo viene vissuto come opprimente. Il lavoratore ha l’impressione che il mondo trami contro ogni suo tentativo di fare progressi, e quel poco che riesce a realizzare, appare insignificante. Inutile e troppo difficoltoso diventa allora impegnarsi ulteriormente.

SINTOMI

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La sindrome si distingue dallo stress, così come si distingue dalla nevrosi, in quanto disturbo non della personalità ma del ruolo lavorativo. E’ caratterizzata da manifestazioni quali:

  • nervosismo,
  • irrequietezza,
  • apatia,
  • indifferenza,
  • cinismo,
  • ostilità.

Dal punto di vista clinico (psicopatologico) i sintomi del burnout sono molteplici, richiamano i disturbi dello spettro ansioso-depressivo, sottolineano la particolare tendenza alla somatizzazione e allo sviluppo di disturbi comportamentali.  Il soggetto colpito da burnout manifesta:

  • Sintomi aspecifici: insonnia, stanchezza, apatia, nervosismo, irrequietezza, esaurimento ;
  • Sintomi somatici: insorgenza di varie patologie (ulcera, cefalea, disturbi cardiovascolari, difficoltà sessuali ecc.)
  • Sintomi psicologici: irritabilità, aggressività, rabbia, risentimento, estrema difficoltà ad andare al lavoro ogni giorno, indifferenza, depressione, bassa stima di sé, senso di colpa, sensazione di fallimento, negativismo, sospetto e paranoia, rigidità di pensiero e resistenza al cambiamento, isolamento, sensazione di immobilismo, difficoltà nelle relazioni, cinismo, atteggiamento colpevolizzante e critico nei confronti dei colleghi e degli eventuali utenti.

Inoltre il burnout, molto spesso, porta il soggetto ad abuso di alcool, di psicofarmaci o fumo.

LE CAUSE INDIVIDUALI ED AMBIENTALI 

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Superficialmente si ritiene che il burnout sia esclusivamente un problema dell’individuo: le persone manifesterebbero tale disturbo a causa di “difetti” della loro personalità, dei loro comportamenti o delle loro competenze. In base a questo punto di vista, gli individui rappresentano il problema, e la soluzione sta nel lavorare su di loro o nel sostituirli. Vari studi hanno invece dimostrato come il burnout sia un problema sistemico: delle interazioni multidimensionali tra il lavoratore e il contesto sociale e organizzativo in cui il lavoratore stesso opera. Il lavoro (contesto, contenuto, struttura, ecc) infatti modella il modo in cui le persone interagiscono tra di loro e il modo in cui ricoprono la propria mansione. Quando l’ambiente di lavoro non riconosce l’aspetto umano, il rischio di burnout aumenta.

Alcune delle cause specifiche sono:

  • gratificazioni insufficienti;
  • scarsa remunerazione;
  • assenza di equità;
  • sovraccarico di lavoro;
  • mancanza di controllo;
  • crollo del senso di appartenenza;
  • valori contrastanti.

Fattori che possono determinare la sindrome

  1. Fattori del contesto e della struttura organizzativa

Esistono delle specifiche condizioni, legate all’ambiente di lavoro e all’organizzazione interna della struttura lavorativa, che aumentano il rischio di burnout, intensificando tensioni, stress e demotivazione. Tra queste troviamo:

  • il conflitto di ruolo:  si ha quando il lavoratore ritiene che le richieste che gli vengono rivolte siano incompatibili con il proprio ruolo professionale;
  • l’ ambiguità circa il proprio ruolo: si ha quando il lavoratore ha ricevuto/riceve insufficienti informazioni rispetto alla propria posizione/mansione;
  • la struttura di potere: riguarda il modo in cui vengono prese le decisioni nell’ambito lavorativo e la possibilità che ha l’individuo di parteciparvi;
  • il sovraccarico:  si ha quando all’individuo viene assegnato un eccessivo carico di lavoro/responsabilità, che non gli permette di svolgere serenamente e con soddisfazione la propria mansione;
  • la mancanza di stimolazione: si riferisce alla monotonia dell’attività lavorativa;
  • la turnazione lavorativa: la turnazione e l’orario lavorativo possono favorire l’insorgenza della sindrome; questo avviene più frequentemente nel personale che lavora secondo turni che non permettono di recuperare le energie necessarie;
  • retribuzione inadeguata.
  • 2. Fattori individuali 

Esistono dei tratti di personalità che rendono alcune persone più vulnerabili allo stress lavoro-correlato e quindi al burnout. Queste caratteristiche individuali interagendo con situazioni lavorative poco sensibili al “fattore umano”, possono portare con maggior frequenza al manifestarsi della sindrome. Tra queste abbiamo:

  • l’ introversione;
  • l’autoritarismo;
  • la tendenza a porsi obiettivi irrealistici;
  • uno stile di vita iperattivo;
  • l’abnegazione al lavoro (che arriva a sostituire la vita sociale);
  • il pensarsi indispensabili;
  • le motivazione e le aspettative professionali.

Esiste poi un tratto di personalità che è correlato alla sindrome, e cioè il tipo A: competitivo, ambizioso, aggressivo, puntuale, frettoloso, esigente con se stesso e con gli altri.

3. Fattori socio-demografici

  • differenza di genere: le donne sono più predisposte degli uomini;
  • età: nei primi anni di carriera si è più predisposti allo sviluppo della sindrome;
  • stato civile: le persone senza un compagno stabile sono più predisposte.

Per evitare che tale sindrome deteriori sia la vita lavorativa, sia la vita privata, bisogna intervenire velocemente e con efficacia.


Dott.ssa Silvia Darecchio – San Polo Parma (contatti)

 

 


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Il Disturbo Dipendente di Personalità

“Meglio soli che mal accompagnati…”

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Secondo il criterio 5 del DSM: “il soggetto con Disturbo Dipendente di Personalità (DDP) può giungere a qualsiasi cosa pur di ottenere accudimento e supporto da altri, fino al punto di offrirsi per compiti spiacevoli”.

Il Disturbo Dipendente di Personalità (DDP) è un Disturbo di Personalità caratterizzato da una pervasiva dipendenza psicologica dalle altre persone, da cui si ricerca protezione o approvazione. Questo disturbo è una condizione a lungo termine in cui la persona dipende dagli altri per soddisfare i propri bisogni emotivi e fisici; è caratterizzato da eccessiva paura e ansia; ha un’esordio nella prima età adulta; è presente in contesti molto diversificati tra loro ed è associato ad un funzionamento globale inadeguato. 

Come capire se una persona soffre del Disturbo Dipendente di Personalità? 

Per capire se una persona soffre di Disturbo Dipendente di Personalità devono essere  presenti almeno cinque tra questi sintomi (comparsi nella prima età adulta):

sintomi della personalità dipendente:

  • sentirsi vulnerabili, persi e indifesi quando soli;
  • avvertire l’impellente necessità di essere accuditi;
  • manifestare comportamenti sottomessi e dipendenti e un eccessivo timore della separazione;
  • considerarsi inferiori con la tendenza a sminuire le proprie capacità;
  • valutare ogni critica o disapprovazione come prove della propria incompetenza (con il risultato di compromettere ancor di più la fiducia in sé stessi);
  • cercare rapidamente, con la forza della disperazione, una qualsiasi nuova relazione intima se quella “vecchia” (di amore o di amicizia) per caso si è conclusa;
  • avere la preoccupazione irrealistica di essere lasciati soli e di non saper né bastare né badare a sé stessi;
  • avvertire un bisogno eccessivo di protezione, rassicurazione e supporto da parte degli altri (anche a costo di sottomettersi alla loro volontà per non rischiare disapprovazione e quindi rifiuto);
  • avere paura di essere (e di mostrare di essere) in disaccordo con gli altri temendone la disapprovazione e il rifiuto. Non arrabbiarsi, anche quando la rabbia sarebbe opportuna, con amici e colleghi di lavoro, per paura di perdere il loro sostegno;
  • mostrare una tendenza al “sacrificio”: offrirsi per mansioni e compiti sgradevoli e/o faticosi, pur di ottenere dagli altri supporto e accudimento;
  • tendere alla de-responsabilizzazione: richiedere spesso agli altri di assumersi le responsabilità che sarebbero proprie;
  • tollerare l’abuso fisico, sessuale o emotivo;
  • manifestare la difficoltà a prendere decisioni quotidiane da soli, cioè senza il ricorso a suggerimenti, rassicurazioni e consigli da parte degli altri;
  • avere difficoltà a iniziare progetti senza il supporto di altri;
  • non voler apparire troppo competenti per timore di essere abbandonati.

Le parole chiave per questo disturbo sono “appiccicoso” e “arrendevole”.

Caratteristiche psicologiche del Disturbo Dipendente di Personalità

Attraverso la valutazione di queste 6 macro-aree (1. la visione di sé stessi; 2. la visione degli altri; 3. le credenze intermedie e profonde possedute; 4. le minacce percepite; 5. le strategie di coping – di affrontamento –  utilizzate; 6. le emozioni principalmente esperite), possono essere descritte, con maggior facilità, le caratteristiche psicologiche più rilevanti della persona che soffre di Disturbo Dipendente di Personalità.

  1. Visione di se stessi: si considerano deboli, bisognosi, impotenti e incapaci.
  2. Visione degli altri: vedono gli altri, attraverso il filtro dell’idealizzazione, come fonti di nutrimento, supporto, calore, competenza e cura.
  3. Credenze intermedie e profonde: “per  riuscire a sopravvivere ho bisogno degli altri (specialmente di una figura forte)”, “è la mia fine senza di lui/lei”, “sono e sarò sempre infelice a meno che io non sia amato/a”, “riesco ad andare avanti solo se qualcuno di competente mi accompagna”, “per me l’abbandono è come la morte”, “se mi amano, sarò sempre felice”, “non devo offendere chi si prende cura di me”, “stammi vicino”, “le relazioni intime vanno coltivate il più possibile”, “devo essere servizievole con gli altri”, “sono impotente”, “sono completamente solo/a.”
  4. Minacce percepite: la minaccia maggiormente percepita riguarda il rifiuto e l’abbandono, non sentendosi in grado di affrontare la vita con autonomia.
  5. Strategie di coping: come fronteggiano le minacce percepite alla loro incolumità esistenziale? Coltivando una relazione di aiuto/dipendente. Tendono a fare questo subordinando loro stessi a una figura che considerano forte, cercando di placarla o lusingarla (per piacerle).
  6. Emozioni principali: l’emozione principalmente esperita dalle persone con questo disturbo è l’ansia, causata soprattutto dalla preoccupazione di una possibile fine della loro relazione dipendente. Sperimentano ansia elevata quando pensano che la relazione si potrebbe incrinare o logorare. Se la figura da cui dipendono invece viene meno, possono sprofondare nella depressione. All’opposto sperimentano gratificazione o euforia quando i loro desideri dipendenti vengono soddisfatti dall’altro.

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Quali sono le cause del Disturbo Dipendente di Personalità?

Le cause del Disturbo Dipendente non si conoscono ancora del tutto. Tuttavia i professionisti ipotizzano che, contribuisca allo sviluppo dello stesso, l’interazione di fattori genetico-temperamentali e ambientali. Questi fattori in particolare possono essere ritenuti co-responsabili dell’insorgenza di questa problematica di personalità:

  • una particolare sensibilità all’ansia;
  • un attaccamento insicuro;
  • una visione pessimista.

Fattori causali ambientali quali specifiche esperienze vissute in età infantile (o, al più tardi, adolescenziale) hanno una notevole rilevanza nello sviluppo del disturbo. Le ricerche hanno dimostrato infatti un’alta correlazione fra il comportamento dipendente in bambini di 7-8 anni e la personalità dipendente in età adulta. La tendenza, nelle famiglie con soggetti eccessivamente dipendenti, pare essere quella di controllare eccessivamente i propri membri, scoraggiandone l’indipendenza. Le persone con questo disturbo cioè, anche da adulte, si aspettano, ad esempio, di essere criticate, più o meno velatamente, quando prendono o tentano di prendere decisioni in autonomia. Altre caratteristiche familiari come la sottomissione, l’insicurezza, e il comportamento schivo possono contribuire. Anche le condizioni di disabilità o malattia durante l’infanzia e/o la giovinezza possono contribuire a sviluppare l’ immaturità psico-affettiva, il senso di  insicurezza e di rimpianto (rivivere il periodo delle cure assidue) tipici del DDP.


DEPRESSIONE E ANSIA

Uno dei più comuni problemi presenti nelle persone che soffrono di DDP è la depressione che si manifesta:

  • con una generale mancanza d’iniziativa;
  • con un sentimento che li porta a sentirsi indifesi;
  • con una difficoltà di problem solving e decision making.

Anche i disturbi d’ansia sono spesso associati al DDP.  Le persone che ne soffrono, facendo affidamento solo sulle altre persone, senza le quali ritengono di non poter vivere, sono molto predisposte all’ansia da separazione, sono cioè, più o meno consapevolmente, sempre preoccupate di essere abbandonate, lasciate da sole e senza protezione. Gli attacchi di panico possono invece verificarsi nel momento in cui prevedono o temono nuove responsabilità che non credono di poter affrontare; mentre la presenza di fobie pur assicurando loro le cure e la protezione che patologicamente “desiderano” (vantaggi secondari) non fanno altro che confermare la loro credenza: l’ incapacità a fare da soli, senza l’intervento di un altro.


Dott.ssa Silvia Darecchio – contatticonsulenza

Deficit uditivo, sordità e depressione

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Meno senti e più facilmente ti ammali di depressione e non solo. Lo affermano, con precise statistiche, diversi studi.

Precedenti ricerche si erano concentrate prevalentemente sugli anziani: già dalla metà degli anni ’90, diversi studi in ambito medico avevano mostrato una significativa correlazione tra la salute mentale e la perdita dell’udito, nella popolazione anziana. Oggi, grazie ai nuovi dati a disponibili, è possibile delineare un quadro più completo della relazione tra sordità e disturbi della sfera emotivo/relazione, anche in riferimento ai giovani e agli adulti.


Mancanza di consapevolezza, negazione del problema, vanità. E intanto la mente si ammala.

Secondo l’Istituto Nazionale Americano sulla Sordità e altri Disturbi della Comunicazione (National Institute on Deafness and Other Communication Disorders, NIDCD), circa il 15% degli americani adulti ha qualche problema di udito, con conseguenze molto pesanti sulla vita quotidiana. Ma le persone aspettano in media 6 anni, dai primi segni di perdita dell’udito, prima di prendere provvedimenti. Ben il 67% degli over 70 , infatti, non usa e non ha mai usato un apparecchio acustico pur avendone bisogno, e solo il 16% degli adulti, di età compresa tra 20-69, che ne avrebbe bisogno, ha provato a utilizzarlo. Pesano, secondo lo studio, la negazione del problema, la mancanza di consapevolezza, ma anche motivi meramente estetici. A rimetterci tuttavia sono l’umore e la mente.


Effetti dei deficit dell’udito sull’umore, nella popolazione dai 18 ai 69 anni: lo studio del dottor Chuang-Ming Li. 

Dallo stesso studio –  quello, amplissimo, condotto dal dottor Chuan-Ming Li, ricercatore del National Institute on Deafness and Other Communication Disorders, NIDCD) – emergono le prove a favore dell’ipotesi che, più è significativa la perdita dell’udito, più è alta l’ incidenza della depressione, anche in pazienti di età inferiore ai 70 anni. Per questa ricerca, i ricercatori hanno esaminato i dati del National Health and Nutrition Examination Survey degli Stati Uniti, tra cui oltre 18.000 adulti, dai 18 anni in su. Tutti i 18.000 partecipanti hanno compilato sia un questionario progettato per rivelare la depressione che, suddivisi in gruppi di età,  una scala di valutazione del proprio udito. Il professor Li ha trovato che oltre l’11%, di quanti affermavano di avere un problema di udito, soffriva di depressione (da moderata a grave), a fronte di un 7% di quanti dichiaravano di avere un “buon” udito, fino a scivolare a uno scarso 5% di quelli auto-definitisi  individui con un udito “eccellente”. Lo studio ha inoltre rilevato che, mentre la perdita dell’udito è legata ad un aumentato rischio di depressione negli adulti di tutte le età, è tuttavia più pronunciata negli intervistati di età compresa tra 18 e 69 anni. Le donne poi hanno mostrato una percentuale di incidenza della depressione  più elevata rispetto agli uomini.

“Abbiamo trovato un’associazione significativa tra i disturbi dell’udito e la depressione da moderata a grave”, ha detto l’autore dello studio. “La relazione causa-effetto tuttavia è sconosciuta”, ha aggiunto il dottor Chuan-Ming Li, evidenziando la necessità di ulteriori studi.


Perdita dell’udito e depressione: lo studio del National Council of Aging 2015

Che l’inesorabile perdita dell’udito sia associata alla depressione, lo dice anche il recente studio condotto dal Consiglio Nazionale sull’ Invecchiamento (National Council on Aging), presentato presso l’American Psychological Association Convention nel 2015, a Toronto. Una ricerca che, coinvolgendo 2.304 persone affette da perdita dell’udito, ha trovato che, le persone con una sordità parziale, hanno il 50% di possibilità in più di sviluppare la depressione. Tuttavia è anche emerso che, la mancanza di udito, spesso non viene curata, perché non considerata malattia.

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Deficit uditivi e salute mentale

Il professore di Psicologia David Myers, docente presso lo Hope College del Michigan, riferisce che: “la rabbia, la frustrazione, la depressione e l’ansia sono comuni tra le persone che si ritrovano con problemi di sordità”.  Chi soffre di perdita di udito cioè è più incline a sviluppare una miriade di problemi mentali ed emotivi, come:

  • Rabbia
  • Depressione
  • Ansia
  • Solitudine
  • Frustrazione,
  • Deterioramento delle funzioni cognitive

Deficit uditivi, declino cognitivo e depressione

Il declino cognitivo è uno dei problemi più significativi collegati alla perdita dell’udito. In che modo il deterioramento delle capacità cognitive e la demenza siano connesse con la sordità non è ancora chiaro, tuttavia i ricercatori credono che sia un complesso intreccio multi-fattoriale a determinare, come “effetto collaterale”, il deficit cognitivo. Uno studio condotto dalla University of Colorado ha analizzato uno tra i più evidenti fattori corresponsabili: la riorganizzazione cerebrale che si verifica in caso di alterazioni sensoriali e percettive. In particolare, quando sono i centri dell’udito a rimpicciolirsi,  accade che anche le parti deputate alla memoria a breve termine o quelle implicate nella risoluzione dei problemi, si deteriorino.


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Deficit uditivi, isolamento sociale, declino cognitivo e depressione

Tra gli anziani, ma non solo, il ritiro e l’isolamento sociale sono quelle condizioni, frequentemente diffuse che, sfortunatamente, non fanno che esacerbare il disturbo della perdita dell’udito. Le persone con deficit uditivo, infatti, tendono spesso a provare frustrazione quando cercano di intercettare e comprendere i suoni del mondo, specie nei contesti particolarmente rumorosi. Di conseguenza, cercando di evitare le attività conviviali e i luoghi affollati, progressivamente possono arrivare a ridurre la propria vita sociale al minimo, fino all’isolamento. Un isolamento che, a lungo termine, arriva a compromettere il funzionamento cognitivo globale (declino cognitivo/demenza) della persona. Il cervello può essere paragonato, infatti, ad “un muscolo”: smettendo di utilizzare determinate aree cerebrali, a causa della mancanza di stimoli, queste si atrofizzano, causando danni e complicazioni più o meno estese e gravi.

Chi non utilizza apparecchi acustici, pur avendone bisogno, ha il 5% in più di probabilità di soffrire di depressione rispetto a chi ne fa uso, e l’isolamento sociale conseguente potrebbe aumentare anche il rischio di demenza.


Prevenzione e trattamento

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Sottoporsi a preventivi test dell’udito e diventare più consapevoli dell’importanza del buon udito nella comunicazione quotidiana, sono comportamenti che aiutano a preservare, a lungo termine, la socialità e la buona salute mentale delle persone con deficit uditivo. Usare apparecchi acustici può aiutare a riprendere il controllo della propria vita, a riconquistare la stabilità emotiva e a recuperare ottimamente il funzionamento cognitivo. Le moderne soluzioni protesiche inoltre fanno sì che gli apparecchi acustici non rappresentino più un ingombro antiestetico e stigmatizzante: grazie ad opzioni come la funzionalità wireless Bluetooth esistono infatti dispositivi al 100% invisibili.

L’ipoacusia è una malattia subdola e non visibile, capace di compromettere la vita sociale delle persone, che sono portate ad isolarsi proprio perché incapaci di comunicare come vorrebbero. Quando gli apparecchi acustici e la terapia medica si rivelano insufficienti nella riconquista della serenità, è fortemente raccomandato un percorso di riabilitazione/sostegno psicologico finalizzato primariamente all’ empowerment e all’accrescimento del senso di auto-efficacia della persona.


Dott.ssa Silvia Darecchio – Psicologa (contatti)

 

Asma bronchiale e psicosomatica

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L’asma bronchiale, così come altre malattie particolarmente complesse per quanto concerne cause ed effetti, è stata considerata un prototipo di malattia psicosomatica,  in cui i cambiamenti di umore e le emozioni giocano un ruolo importante nell’esacerbazione del sintomo. In particolare i fattori psicologici sembrano influenzare l’espressione dei sintomi ed il management dell’ asma mentre lo stress viene riconosciuto quale fattore causale nelle riacutizzazioni asmatiche.  Tuttavia, un numero considerevole di ricerche dimostra quanto l’idea che vi sia un rapporto codificato e prevedibile tra emozioni ed asma  non possa essere considerato un dato certo. E’ possibile affermare, come principio generale della psicosomatica,  che molte situazioni, caratterizzate da un generico disagio psicologico possono esprimersi sul piano clinico con difficoltà respiratoria ed alterazione della normale percezione del ciclo respiratorio, che smette di essere sentito come silenzioso ed automatico per divenire, invece, problematico. E’ altresì noto come molte malattie del corpo che manifestino sintomi respiratori, siano in grado di accentuare la percezione del disagio legato alla malattia stessa.


Definizione 

L’asma bronchiale è una delle patologie più diffuse al mondo. Secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) gli asmatici sono in tutto il mondo tra 100 e 150 milioni. Secondo la Global Initiative for Asthma (G.I.N.A.) le persone con asma sono addirittura 300 milioni, una ogni 20. In Europa, sempre secondo G.I.N.A., gli asmatici sono più di 30 milioni. In Italia si stima esistano circa tre milioni di pazienti asmatici, anche qui in costante aumento, e la patologia ha un impatto economico considerevole sul Servizio Sanitario Nazionale. 


Caratteristiche e Sintomi

Per la Global Initiative for Asthma l’asma è definita come un disturbo infiammatorio cronico delle vie aeree caratterizzato da:

  • iper-reattività bronchiale;

  • ostruzione bronchiale reversibile (spontaneamente o dopo idonea terapia);

  • flogosi cronica delle vie aeree.

L’asma è una patologia cronica dei bronchi. L’ iper-reattività bronchiale provoca una costrizione delle vie aeree – un restringimento dei bronchi (spasmo) –  che porta ad una mancanza o difficoltà di respiro; questi episodi, di crisi respiratoria, sono definiti comunemente “attacchi d’asma”.

I tipici sintomi dell’asma sono:

  • respiro sibilante;
  • mancanza di fiato;
  • senso di costrizione toracica;
  • difficoltà respiratoria (dispnea);
  • tosse.

Questi sintomi si esprimono perché, come si diceva,  le vie aeree sono particolarmente sensibili e vanno incontro ad uno spasmo appena si respira un allergene (nel caso dell’asma allergica). I sintomi dell’asma possono comparire gradualmente o all’improvviso, e la loro intensità può variare da una crisi all’altra. L’asma bronchiale cronica, se non trattata in modo adeguato, può condizionare gravemente la qualità della vita di chi ne è affetto, causando altre manifestazioni cliniche associate, quali:

  • disturbi del sonno,

  • limitazioni delle attività quotidiane,
  • intolleranza all’esercizio fisico,
  • maggiore predisposizione allo sviluppo di infezioni polmonari ricorrenti (bronchiti, polmoniti).

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Queste severe manifestazioni cliniche associate all’asma solitamente portano ad assenze frequenti dal lavoro o dalla scuola, nei casi più gravi a numerosi ricoveri in ospedale e, talvolta, nelle crisi più acute e intense, al rischio di mettere a repentaglio la vita stessa dei pazienti.


Forme di asma 

Su base eminentemente clinica è possibile distinguere le seguenti forme di asma bronchiale: 

  • Asma bronchiale atopica (asma allergica). Per atopìa si intende la predisposizione del soggetto, quando entra in contatto, ingerisce o inala un dato allergene, a manifestare reazioni anomale del sistema immunitario (tendenza a produrre immunoglobuline della classe E). Nell’asma bronchiale atopica è presente una predisposizione su base genetica (l’asma è il risultato dell’interazione fra fattori ambientali e genetici. La componente genetica incide però solo per il 30% circa), tuttavia la precocità e il livello di esposizione all’ allergene sono i fattori che condizionano maggiormente il manifestarsi della sensibilizzazione. L’esposizione a uno o più fattori ambientali (allergeni, variazioni di temperatura ed umidità, inquinamento, ecc…) è infatti, nella maggior parte dei casi, la causa dell’iperreattività e dell’infiammazione bronchiale alla base dei sintomi. L’asma bronchiale allergica si manifesta in genere già nell‘infanzia, si associa spesso ad altre malattie allergiche (rinite, eczema, orticaria) ed è correlata con la positività dei test allergologici. Questo tipo di asma ha un andamento tipicamente stagionale nel caso di allergeni legati alla fioritura (pollini), mentre nel caso di allergeni quali polvere di casa (acari), peli o piume di animali può avere carattere perenne. Importante è la prevenzione che si può ottenere innanzitutto con l’allontanamento del fattore di rischio, con assunzione di farmaci a scopo preventivo o, ove possibile, con procedure di desensibilizzazione all’allergene specifico.
  • Asma bronchiale professionale. L’esposizione a fumi, polveri e in generale ad inalanti sul posto di lavoro è responsabile di una percentuale di asma variabile tra il 2 e il 15 % nelle diverse casistiche. Tali sostanze possono agire con diversi meccanismi: irritativo; farmacologico; infiammatorio aspecifico; immunologico.
  • Asma bronchiale non atopica (asma non allergica, intrinseca). In un’ampia parte della popolazione asmatica non è possibile riconoscere alcuna sensibilizzazione allergica (in questi pazienti il rilascio di mediatori è analogo a soggetti allergici ma spesso sono implicati i polimorfonucleati neutrofili anziché gli eosinofili), non sempre cioè è possibile individuare un allergene responsabile della patologia. In questo caso si parla di asma non allergica (intrinseca).  L’asma non allergica sembrerebbe essere provocata da innumerevoli fattori più o meno subdoli come ad esempio le infezioni delle vie respiratorie, i fattori chimico-fisici e pare, particolari condizioni psicologiche, come lo stress. In generale, nell’asma non allergica, appare necessaria una predisposizione di base, ove i fattori scatenanti non fanno altro che precipitare il quadro clinico. Questa forma della malattia esordisce prevalentemente in età adulta.
    Nell’ asma non allergica il soggetto che ne è affetto spesso presenta altre condizioni cliniche concomitanti quali polipi nasali o sinusite; inoltre, pare che abbiano un peso, nel manifestarsi del disturbo, anche le condizioni climatiche (troppo freddo o troppo caldo o particolarmente umido). Poiché i fattori che causano l’instabilità del quadro clinico, di questo tipo d’asma, sono tanti e aspecifici, è sempre utile migliorare le difese naturali dell’organismo e le condizioni generali di questi pazienti che comunque, dovranno imparare e mettere in atto strategie comportamentali, volte a ridurre il contatto con potenziali fattori irritanti o scatenanti.

ASPETTI PSICOLOGICI DELL’ASMA

La letteratura e i vari studi compiuti globalmente ad oggi, considerano le persone che soffrono di asma persone “normali” che vivono una situazione “anormale”. Numerosi autori hanno tuttavia sottolineato quanto i pazienti con malattie croniche, fra cui l’asma, presentino, con maggior frequenza, pattern di problemi concomitanti .

IMPATTO EMOTIVO
Il fatto di non poter respirare in maniera libera ha un forte impatto emotivo sulla qualità di vita dell’ “asmatico”: basti pensare che “il respiro è vita”.  Di contro il quadro clinico può peggiorare, se la persona si scoraggia e si sente impotente, non sapendo come risolvere il problema, in un circolo vizioso. Possiamo quindi affermare che è comune che i pazienti asmatici siano soggetti a qualche forma di disagio emotivo. Questi pazienti, soprattutto in corrispondenza dei periodi in cui la malattia si manifesta in modo grave, possono essere più a rischio di depressione maggiore e di ansia. Ciò però non stabilisce una correlazione causale fra ansia e asma, nondimeno è stata ipotizzata una causalità bidirezionale: secondo tale prospettiva, l’asma può causare ansia, ma anche l’ansia potrebbe aumentare la probabilità delle crisi. Inoltre, uno stato d’ansia o di depressione, potrebbero indurre il paziente a non seguire il regime terapeutico prescritto dal medico, aumentando in questo modo il rischio di futuri attacchi d’asma. Alcuni stati emotivi potrebbero anche perturbare l’auto-percezione dei sintomi e dei segni che precedono ogni attacco d’asma. Rispetto alla depressione Dudley e Sitzman (1988) hanno rintracciato quattro aree significative da valutare, utili ai fini diagnostici:

1) costellazioni di sintomi fisici non associabili direttamente all’asma (mal di stomaco, dolori articolari, cefalee, ecc…);
2) reazioni emotive connotate da senso di mancata speranza, mancato aiuto, impotenza e rassegnazione;
3) processi cognitivi condizionati dalla bassa autostima e dal senso di incertezza
4) quasi totale assenza di fattori motivazionali positivi, prevalenza di passività e dipendenza.

IMPATTO SUL FUNZIONAMENTO COGNITIVO
Sufficienti dati hanno portato Grant, Heaton e altri a concludere che il disturbo ha delle conseguenze sul cervello (così come sui polmoni e sul cuore). Grant e Prigatano (1988) hanno suggerito che l’asma provoca dei danni neuropsicologici, soprattutto per quanto riguarda il pensiero astratto, la velocità del processo di elaborazione delle informazioni e danni generali nell’accuratezza e nella velocità psicomotoria. Le ricerche si sono occupate anche dell’impatto delle cure sul funzionamento cognitivo. Bender ha rilevato che i risultati degli studi sono inconsistenti: alcune cure sembravano causare danni alla memoria, tremori, iperattività nei bambini, ansia, migliore attenzione o psicosi. Alcuni studi tendono ad esagerare tali effetti, nonostante ciò occorre che vengano tenuti in considerazione, soprattutto quando i pazienti sono in età pediatrica.

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IMPATTO SUL COMPORTAMENTO
L’impatto sull’aspetto comportamentale è stato messo in relazione con altri dati epidemiologici. Persone asmatiche perdono più lavori e giorni di scuola di altri, e fra le malattie croniche l’asma è quella che causa maggiormente l’abbandono degli studi. L’allontanamento dalla scuola fa sì che questi giovani siano isolati anche da altre attività sociali che li aiuterebbero a divenire persone adulte adeguate.
Anche perdere il lavoro è deleterio; molti asmatici si rifiutano di curarsi al lavoro per paura che ciò possa compromettere un loro eventuale avanzamento. Oltre a ciò, pazienti asmatici suscitano varie emozioni nelle persone e suscitano immagini negative: i professori potrebbero ritenere che i bambini asmatici richiedano un trattamento educativo particolare, come l’ingresso in una classe che non fa ginnastica, mentre questi bambini avrebbero anzi bisogno di essere in ottima forma per fronteggiare i loro attacchi.

IMPATTO SULLA FAMIGLIA 
L’ asma ha il potere di mettere a dura prova l’unità di molte famiglie, e questo per varie ragioni, solo a titolo d esempio: il carico emotivo dei caregivers; le spese per le cure (è stato rilevato che pazienti asmatici potrebbero usufruire dal 2 al 30% delle entrate della famiglia); le difficoltà economiche determinate dalla perdita delle entrate, se il paziente non è in grado di lavorare; i limiti organizzativi (le vacanze possono diventare assai rare, non solo per il costo, ma anche per il rischio di esporre la persona malata a rischi). Il supporto sociale (più della gravità della malattia), come accade per buona parte delle condizioni patologiche, è predittore della capacità che la famiglia e il contesto allargato hanno di riuscire a  fronteggiare lo stress e la malattia stessa.


Non solo farmaci

Nonostante l’assenza di un unanime punto di vista sull’eventuale correlazione asma-stress, è tuttavia fortemente auspicabile che i pazienti imparino a gestire le proprie emozioni (questo vale anche per i famigliari, soprattutto per i genitori del bambino gravemente asmatico, che dovendo gestire emozioni complesse possono sentirsi travolti e sopraffatti dalla situazione).  In questo senso sono consigliabili tutti gli approcci generalmente adottati per mitigare le condizioni di stress o di ansia, che vanno da una costante leggera attività fisica a percorsi più mirati e professionali (yoga, respirazione, sostegno psicologico, ecc…). In caso di asma è molto utile, oltre ad un lavoro di desensibilizzazione, anche e soprattutto l’acquisizione di tecniche di rilassamento: il rilassamento infatti durante un attacco può prevenirne il peggioramento e, nel corso della terapia, può aiutare le persone a eseguire ogni passo richiesto per il controllo dell’asma.

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Dott.ssa Silvia Darecchio – contatti consulenza

 

 

Attacchi di panico

“Vedo la città da questo strano vetro. Non sono mai stato dentro un’ambulanza. Un volontario della Croce Rossa mi tiene la mano sulla spalla e dice che devo stare calmo perché il Policlinico è vicino. Forse per l’eccessiva gioia, la grande emozione o la tensione accumulata, proprio oggi, di rientro dal tour in Cina, sono andato in tilt sul marciapiede sotto casa. Si parla di un attacco di panico, o di una cardiopatia, e per la mia mente paurosa è possibile che non sopravviva ai prossimi 10 minuti. Ripenso a quanto è bello il cielo, il traffico, la quotidianità o l’essere semplicemente vivi. Quanti sorrisi non ho regalato, quante emozioni non ho ancora vissuto, quante volte ho offuscato i miei sogni dietro i fantasmi della paura… Se dovessi uscire di qui, canterò con la Musica la gioia di vivere, ogni momento bello o brutto, qualunque sarà la mia condizione.”
(Giovanni Allevi)

“Bisogna avere in sé il caos per partorire una stella che danzi.”
(Friedrich Nietzsche)


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L’attacco di panico è un breve episodio di ansia intollerabile che può durare al massimo 20 minuti. E’ caratterizzato da sentimenti di apprensione, paura, terrore: la persona vive un senso di catastrofe imminente, ha il corpo sconvolto da violente manifestazioni neuro-vegetative che non fanno altro che aumentare il senso di terrore e di catastrofe. L’attacco di panico arriva come un fulmine a ciel sereno, improvvisamente. È questo il motivo per cui le persone ne sono tanto spaventate. La realtà, invece, è diversa: l’attacco di panico ha sempre un fattore scatenante, anche quando non si è in grado di riconoscerlo come tale.


Sintomi fisici degli attacchi di panico:

  • Palpitazioni (cardiopalmo, tachicardia, aritmia);
  • alterazioni nella salivazione;
  • alterazioni nella sudorazione;
  • brividi o vampate di calore;
  • tremori (fini o a grandi scosse);
  • parestesie (alterazioni della sensibilità degli arti o di altre parti del corpo. Il termine descrive condizioni caratterizzate da fenomeni sensitivi di livello locale. La parestesia è un disturbo soggettivo, riferito come: formicolio, punture di spilli, bruciore, scossa elettrica, parte addormentata);
  • dispnea (si tratta di una sensazione soggettiva riferita dalla persona come ‘affanno’, ‘respiro corto’ o ‘mancanza d’aria’) o sensazione di soffocamento;
  • sensazione di asfissia;
  • dolore o fastidi al petto;
  • nausea o disturbi addominali;
  • sensazioni di sbandamento, instabilità, testa leggera o senso di svenimento;
  • depersonalizzazione* o derealizzazione** ;
  • paura di perdere il controllo o di impazzire, paura di morire.

* depersonalizzazione: esperienza di irrealtà, distacco, o sensazione di essere un osservatore esterno rispetto al proprio corpo o ai propri pensieri, sentimenti, sensazioni, azioni (ad esempio: alterazioni percettive, senso distorto del tempo, sensazione di un Sé irreale o assente, intorpidimento emotivo e/o fisico).

** derealizzazione: esperienza di irrealtà o di distacco rispetto a un ambiente (ad esempio, persone o oggetti sono vissuti come irreali, onirici, senza vita o visivamente distorti).


Aspetti cognitivi degli attacchi di panico

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Durante un attacco di panico anche i pensieri si modificano. Le persone che hanno un attacco di panico si sentono sopraffatte da qualcosa di grave e terribile che sentono stia per accadere. Possono pensare, ad esempio, che moriranno, che impazziranno, che perderanno il controllo… Pensieri come: “Sto per avere un infarto”, “Ora svengo” o “Morirò” sembrano così reali, nel momento dell’attacco di panico, da portare alcune persone a chiamare l’ambulanza o a recarsi al pronto soccorso per ottenere un trattamento d’ urgenza.

Dopo aver provato un attacco di panico, così pervasivo, sconvolgente e destabilizzante, è quasi inevitabile che la persona colpita viva nel timore che le possa riaccadere. E’ piuttosto comune che si inneschi, in breve tempo,  un circolo vizioso capace di trasformare il singolo attacco di panico in un vero e proprio ” Disturbo di panico”. In questo caso la persona apprende ad avere “paura della paura”. Nell’instaurarsi  e nel persistere del disturbo, è bene sottolineare, che il paziente ha un coinvolgimento attivo. L’attacco di panico, infatti, è il risultato di un processo rinforzato da molti fattori, su cui la persona ha più controllo di quanto pensi.

Ecco cosa succede ai pensieri:  i soggetti che hanno avuto attacchi di panico hanno pensieri catastrofici a causa dei quali i normali sintomi fisici dell’ansia vengono interpretati erroneamente e vissuti come pericoli oggettivi. In realtà le sensazioni fisiche avvertite e sovrastimate potrebbero essere dovute a fattori meramente circostanziali, quali:

  • la stanchezza psico-fisica;
  • l’ eccesso di caffeina;
  • lo stress;
  • l’ aver mangiato troppo e/o male;
  • la cattiva igiene del sonno, ecc…

Il Disturbo di panico anxiety-2878777__340

Quando gli “attacchi di panico” diventano ricorrenti, si parla di “Disturbo di panico”. In questo caso il ripetersi degli attacchi di panico influenza l’intera esistenza del paziente, che manifesta una preoccupazione persistente (della durata superiore ad un mese) circa:

  • l’ avere un’altra crisi di panico;
  • le possibili implicazioni/conseguenze degli attacchi sulla sua vita e sul suo funzionamento.

Il Disturbo di panico un disturbo d’ansia

Gli attacchi di panico vengono classificati tra i disturbi d’ansia. Buona parte della comunità scientifica è concorde nel ritenere gli attacchi di panico la conseguenza dell’interazione complessa di pensieri, emozioni e processi fisici. Un periodo o un evento particolarmente stressanti possono scatenare il disturbo di panico in persone con una predisposizione genetica e psicologica ai disturbi d’ansia. Può accadere, cioè, che il normale livello d’ansia con cui tutti noi nasciamo, aumenti ed esploda in episodi di panico, più o meno intensi, a seguito, ad esempio, di un evento stressante. I motivi per cui le persone soffrono di attacchi di panico sono diversi.  Tra le cause più diffuse troviamo:

  • la predisposizione genetica;
  • lo stress;
  • le preoccupazioni eccessive in generale, circa la propria salute in particolare;
  • sentimenti spiacevoli (causati, ad esempio, da problemi o difficoltà personali o professionali) che se  non vengono o non possono essere affrontati, rimangono latenti, provocando un aumento dell’ansia nel tempo che potrebbe superare una soglia significativa e scatenare un attacco di panico.

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Dopo un attacco di panico

Esistono dei pattern comportamentali che, pur rappresentando dei tentativi maldestri e inefficaci di gestire il disturbo, si presentano frequentemente dopo aver vissuto un attacco di panico. I pattern più ricorrenti sono:

  • L’ EVITAMENTO: la tendenza cioè ad evitare tutte le situazioni o le persone ritenute pericolose. Vengono evitate tutte le situazioni percepite come ansiogene (uscire per incontrare persone, prendere l’aereo, frequentare luoghi affollati, andare al ristorante, al cinema ecc…). In alcuni casi si arriva progressivamente a non uscire più di casa. Dal momento che, nel caso del disturbo di panico, ciò che si teme di più sono le proprie sensazioni fisiche, si tende ad evitare anche tutte quelle attività o sostanze che aumentino l’attivazione fisiologica dell’organismo: non si bevono più caffè o bevande eccitanti, si evita l’attività fisica o sessuale, si predilige uno stile di vita riposante e all’insegna della prudenza.
  • LA FUGA: coloro che soffrono di attacchi di panico cercano di fuggire il prima possibile dalla situazione o dagli individui che provocano loro ansia o malessere;
  • I TENTATIVI DI CONTROLLO: chi soffre di attacchi di panico mette in atto meccanismi soggettivamente rassicuranti (portare con sé medicinali, se teme un attacco di cuore rimanere immobile, se ha paura di soffocare aprire una finestra o bere dell’acqua, ecc.).
  • LO STATO DI TENSIONE: la paura dell’imminenza di un nuovo attacco produce stati di tensione e di irritabilità generali.

Queste modalità di comportamento diventano, con il passare del tempo, dei limiti sempre più invalidanti per le persone che soffrono del disturbo.  Anche i rapporti interpersonali (familiari, di coppia, di amicizia, ecc.),  a causa delle limitazioni, tendono a ad andare in crisi, manifestando serie difficoltà.

Gli attacchi di panico, oltre all’ansia, sono correlati anche ad altri disturbi, quali la depressione e l’agorafobia (paura di camminare per strada, degli spazi aperti come le autostrade…).


Superare gli attacchi di panico:

Per superare gli attacchi di panico devono essere perseguiti, con l’ aiuto di un professionista, 5 obiettivi principali:

  1. Scoprire e abbattere le fonti di stress.
  2. Aumentare la tolleranza all’ansia, ristabilendo il senso di sicurezza e riducendo la sensibilità alle sensazioni fisiche e mentali.
  3. Indebolire l’interpretazione catastrofica e gli schemi di minaccia, paura e pericolo.
  4. Incrementare le capacità cognitiva di adottare spiegazioni alternative più realistiche dei sintomi.
  5. Eliminare l’evitamento e altri comportamenti disfunzionali.

Infine, dal momento che lo stress ha un ruolo determinante nell’insorgenza e nel mantenimento del disturbo di panico, è fondamentale adottare uno stile di vita sano e all’insegna della salute. Quindi, sarà necessario alimentarsi correttamente, dormire un numero adeguato di ore, fare attività fisica e praticare una, o più di una, forma di rilassamento, per tenere bassi i livelli di stress e ridurre così la possibilità di avere nuovi attacchi di panico.


fun-1850709__340“Distendo le vene
E apro piano le mani
Cerco di non trattenere più nulla
Lascio tutto fluire
L’aria dal naso arriva ai polmoni
Le palpitazioni tornano battiti
La testa torna al suo peso normale
La salvezza non si controlla…                     
Vince chi molla.”

(N. Fabi)

 

Dott.ssa Silvia Darecchio (contatti)

Difficoltà psicologiche post-partum

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Dopo il parto:

  • circa l’80% delle neo-mamme soffre di una lieve forma di tristezza (baby blues);
  • il 10-20% delle mamme va incontro a una vera e propria depressione.

Sintomi e segni del “baby blues” 

Le neo-mamme, frequentemente, sono portate a sottovalutare, minimizzare o nascondere i sintomi del “baby-blues”, spesso per corrispondere ad una edulcorata idea sociale di maternità, vista solo come un paradiso incantato. La nascita di un bambino (e quindi di una mamma) è un evento di per sé molto felice e il senso comune ha difficoltà a capire perché una neomamma, che magari ha desiderato tanto quel figlio, dovrebbe stare male in un momento così meraviglioso. Tuttavia non solo è possibile ma è anche frequente. Alcuni segnali possono aiutare a capire che qualcosa sta “andando storto”..

Il pediatra e psicoanalista Donald Winnicott ha definito il “baby blues” o “maternity blues” (che letteralmente significa “la malinconia della maternità”) lo stato di malessere psicologico che caratterizza i giorni successivi al parto. Tale reazione di lieve entità, è chiamata anche “malinconia dei quattro giorni” in quanto si presenta in genere 3-4 giorni dopo la nascita del bambino, e dura, al massimo, una settimana, durante la quale prevale un sentimento di tristezza. Non è un vero e proprio disturbo, ma una condizione quasi fisiologica e molto frequente, caratterizzata da quadri sintomatologici vari. Tuttavia è una reazione normale e non preoccupante.  I sintomi, oltre alla tristezza, sono:

  • sbalzi di umore con facile tendenza al pianto
  • irritabilità
  • ansia
  • difficoltà di memoria e di concentrazione
  • insonnia
  • inappetenza

Nella grande maggioranza dei casi questo stato di tristezza se ne va da solo, stando vicino alla mamma, sostenendola, cercando di aiutarla se ha qualche difficoltà (per esempio con l’allattamento) e, se è già tornata a casa dall’ospedale, dandole modo di non affaticarsi troppo e di concentrarsi sul bambino.

Cause e fattori di rischio

A entrare in gioco sono soprattutto:

  • i bruschi cambiamenti ormonali che intervengono subito dopo il parto,
  • il forte stress psico-fisico legato al travaglio e al parto,
  • la fatica fisica,
  • una normale ansia legata all’aumento della responsabilità,
  • l’eventuale presenza di contrasti con il compagno e i familiari, rispetto alla gestione del piccolo.

 

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Sintomi e segni della Depressione post-partum

A volte la tristezza persiste e diventa una vera e propria Depressione. La Depressione post-partum, Depressione post-natale o Depressione puerperale è un disturbo dell’umore che colpisce il 10-20% delle donne. I primi sintomi possono comparire già nella 3-4 settimana successiva al parto, manifestandosi clinicamente tra il quarto e il sesto mese, con segnalazioni di casi anche fino ai nove mesi dal parto, e può perdurare per un anno intero. Il disturbo non è da confondere con la più grave “psicosi puerperale”, accompagnata da sintomatologie di tipo psicotico. Per fare una diagnosi di Depressione post-partum è necessario individuare almeno cinque sintomi tra i seguenti per un arco di tempo di almeno due settimane:

  • tristezza
  • pianti frequenti
  • indolenza
  • disturbi del sonno
  • irritabilità
  • tensione e panico
  • pensieri ossessivi o confusi
  • senso di isolamento
  • sentimenti di colpa e di inutilità, bassa autostima, impotenza e disvalore
  • ansia, paura e fobie (e relativi connotati somatici)
  • perdita del desiderio sessuale
  • anedonia (perdita di piacere)
  • astenia (perdita di energie)
  • riduzione della concentrazione
  • pensieri ricorrenti di morte e/o progettualità di suicidio
  • agitazione o rallentamento psicomotorio.

Alcune donne possono presentare solo alcuni di questi sintomi senza soddisfare i criteri per la diagnosi di depressione post-partum. Si può trattare infatti di altri disturbi come il Disturbo dell’Adattamento con umore depresso.

 

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Cause e fattori di rischio

Per quanto riguarda la Depressione post parto, le cause non sono del tutto note. Probabilmente i cambiamenti ormonali tipici della gravidanza e del periodo successivo alla nascita, costituiscono un substrato biologico sul quale si innestano altri fattori.

I principali fattori di rischio, elencati dalla letteratura scientifica per la depressione post parto, sono:

  • ansia o depressione durante la gravidanza;
  • ansia e depressione in precedenza;
  • familiarità per disturbi psichiatrici;
  • situazioni molto stressanti (lutto, separazione, perdita del lavoro, ecc…);
  • scarso supporto familiare o sociale (precarietà dei rapporti affettivi e mancanza di reti sociali);
  • difficoltà o precarietà economiche;
  • disturbi della funzionalità tiroidea.

Fattori protettivi

Alcuni comportamenti agiscono come fattori protettivi contro il manifestarsi della depressione. Magari non possono prevenirla del tutto, ma possono attenuarla, o aiutare la donna ad affrontarla meglio, dandole forza e sostegno. Vediamo quali sono:

  • buon riposo nelle prime settimane dopo il parto: la mamma deve cercare di dormire il più possibile;
  • dieta adeguata, equilibrata, con alimenti ricchi di acidi grassi omega 3 e povera di eccitanti (come alcool e caffè).
  • buon apporto di vitamina D: per farne scorta basta una sana vita all’aria aperta;
  • buon rapporto con il parter, che proprio nelle prime settimane dopo il parto ha il compito delicato e bellissimo di affiancare la mamma e non lasciarla sola mentre “impara” il suo nuovo mestiere;
  • buona rete di familiari e amici che, per esempio, possono offrire un valido aiuto nei lavori domestici.

 

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Se…

Se ci si rende conto che qualcosa non va, che il tempo passa e sintomi come tristezza, angoscia, apatia, disturbi del sonno e così via non si allentano, la cosa migliore da fare è parlarne con qualcuno.  Prima si interviene, migliore è la prognosi.

 

Dott.ssa Silvia Darecchio  – Psicologa – San Polo di Torrile (Pr)  contatti

 

Fobia di invecchiare e chirurgia estetica

VECCHIAIA E GERASCOFOBIA

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La paura di invecchiare è una paura molto umana, un sentimento diffuso, esteso tanto alla popolazione femminile quanto a quella maschile. Il modo di affrontare questa paura, tuttavia, non è lo stesso per tutti, in alcuni casi, infatti, può assumere le forme della patologia.

Quando si parla di “vecchiaia” è necessario distinguere fra la terza età (detta anche “prima vecchiaia” fino ad 80 anni) e la quarta età (detta anche “grande vecchiaia”).  E’ la vecchiaia della terza età ad essere maggiormente interessata dal fenomeno patologico. La gerascofobia (la fobia di invecchiare) è un disturbo, studiato a partire dagli anni ’60 del secolo scorso, che colpisce molti individui delle età più disparate, ma che si manifesta, con maggior forza, superati i 50 anni.  


IL SEGRETO PER VIVERE UNA VECCHIAIA SERENA, SECONDO LO PSICOLOGO E. ERIKSON

Dopo i 50 anni è naturale iniziare a confrontarsi con il bilancio di quanto si è realizzato nella propria vita ed è, altrettanto naturale, provare un certo grado di angoscia nel rendersi conto di non aver raggiunto tutti i traguardi, professionali e personali, che ci si era prefissati. Erikson (Teoria Psicosociale dello Sviluppo da i I cicli della vita, 1987), a tal proposito, ha scritto che più la persona si avvicina alla senescenza, più raccoglie quanto ha seminato; più cerca di capire ciò che la sua esistenza abbia significato per sé e per gli altri; più tende a valutare quanto tali conclusioni siano soddisfacenti. Quando il bilancio è positivo, l’individuo ha la sensazione di aver speso adeguatamente la propria vita e, per questo, riesce ad affrontare con serenità anche la terza età. Nel caso in cui il bilancio sia negativo, la persona è portata a sperimentare sentimenti di rifiuto rispetto alla propria esistenza, di negazione della vecchiaia e di timore della morte. In questi casi, dice Erikson, prevale un senso di disperazione derivato della consapevolezza di non avere più tempo per rimediare agli errori commessi; tale disperazione è celata, spesso, dietro al disprezzo verso le persone, le istituzioni, le situazioni, vissuti che, in realtà, riflettono il disprezzo che l’individuo prova verso se stesso.


 FATTORI PREDISPONENTI LO SVILUPPO DELLA GERASCOFOBIA

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Vi sono diversi fattori, sociologici e psicologici, che possono “predisporre” a sviluppare la gerascofobia  (o gerontofobia). I soggetti più inclini a sviluppare questa fobia sono coloro che:

  • già soffrono di disturbi d’ansia (soprattutto fobie);
  • hanno significativi tratti narcisistici o soffrono del Disturbo Narcisistico di Personalità (o di altri disturbi di personalità o mentali);
  • fanno della bellezza, dei valori estetici, delle capacità fisiche (ma anche delle facoltà intellettuali) armi per rivendicare un proprio posto nel mondo e per imporsi nelle relazioni umane;
  • hanno il terrore di rimanere soli;
  • fanno della propria indipendenza un punto di forza e tendono a considerare l’invecchiamento solo come una condizione di progressiva perdita di autonomia;
  • tendono a non considerare gli aspetti più positivi della terza età (come una maggiore flessibilità del tempo a disposizione, una più intensa spiritualità e una certa saggezza);
  • provano, più genericamente, una profonda paura nei confronti della sofferenza fisica;
  • hanno il terrore della morte, vissuta come emblema della totale perdita di tutto ciò che si è amato e si ama.

Si parla di gerascofobia ogni volta che, da una funzionale destabilizzazione causata  dal cambiamento, rappresentato dalla senescenza, si arriva ad una “fobica” ed esasperata paura; accompagnata dall’ ossessiva, ripetuta e incontentabile ricerca di stratagemmi per allontanarla dalla mente (con eccessi esasperati di strategie cosmetiche o chirurgiche o di “ritocchini” estetici o di diete o di farmaci, ma anche ricorrendo all’ isolamento e/o alla maniacale ricerca di nascondere l’età ecc.). In tali casi, possono associarsi alla gerascofobia anche stati di panico, vertigini, e ansia costante, chiari sintomi di uno stato psichico che è al di fuori del cerchio di una quotidiana tensione. Se le paure sono allargate e le idee ricorrenti, verso un confine incalzante e da contenere, sarebbe bene ricorrere ad aiuti clinici di vario tipo.


FATTORI PSICOLOGICI CHE, DURANTE LA VECCHIAIA, PORTANO A RICORRERE ALLA CHIRURGIA ESTETICA. 

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Come si diceva, la gerascofobia è la paura (persistente anormale e ingiustificata) di invecchiare; classificata tra le fobie specifiche. Può essere associata al timore di restare soli, senza risorse e incapaci di provvedere a se stessi. Nell’intento di allontanare dalla mente, il più possibile, la vecchiaia, questa fobia può portare a ricorrere anche alla chirurgia estetica. La crescente diffusione, nella terza età (e non solo), dei trattamenti chirurgici estetici, può essere attribuibile a molteplici fattori:

  • l’evoluzione delle ricerca medica, che ha reso le procedure chirurgiche sempre più sicure e meno invasive,
  • il ruolo che i mass media attribuiscono ai canoni estetici di bellezza sempre più ideali,
  • l’insoddisfazione legata all’immagine corporea.

Negli ultimi anni, sono stati condotti numerosi studi volti ad approfondire il ruolo che i fattori psicologici esercitano nel ricorrere alla chirurgia estetica.

Fattori psicologici predisponenti

  • Disturbo di Dismorfismo Corporeo (o altre psicopatologie con sintomatologia simile): la cui caratteristica principale è l’estrema insoddisfazione per la propria immagine corporea;
  • disturbi mentali di diverso tipo: il 47,7% dei pazienti che ricorrono ai trattamenti chirurgici estetici, soffre di disturbi mentali (soprattutto di Disturbi di Personalità ma anche di ansia e di depressione).
  • Disturbi di Personalità (elevata prevalenza)il Disturbo Narcisistico di Personalità è stato rilevato nel 25% dei pazienti che ricorrono alla chirurgia estetica, mentre il Disturbo Istrionico di Personalità è stato rilevato nel 9,7% dei casi.

Altri fattori (legati soprattutto alla cessazione dell’attività lavorativa)

  • l’ emergere di un vissuto di esclusione dalla vita sociale;
  • i cambiamenti radicali, nell’assetto di vita di un individuo, vissuti con ambivalenza: da un lato come una liberazione dagli obblighi e dai vincoli, dall’altro come fonte di profonda destabilizzazione;
  • la deflessione del tono dell’umore con sentimenti di tristezza e vuoto;
  • (non potendo più servirsi del lavoro anche come strumento di “allontanamento” dalla parte più intima di sé) il ritrovarsi a contatto con se stessi e con i propri stati emotivi, talora dolorosi. Può accadere che ciò avvenga, tutto ad un tratto, nella fase della senescenza e che la persona sia poco preparata a gestirli.

In tali condizioni è possibile che la persona, sguarnita di altri strumenti, ricorra alla chirurgia estetica per “anestetizzarsi”, per non dover affrontare, cioè, stati emotivi dolorosi, connessi al processo di invecchiamento. D’altra parte, se l’individuo ricorre ai trattamenti chirurgici estetici, con un tale assetto psicologico, è probabile che l’insoddisfazione permanga. E’ infatti più verosimile, che l’insoddisfazione non riguardi tanto il corpo, quanto piuttosto un più generico vissuto personale, legato al mondo interiore dell’individuo.


In conclusione, di tutte le sfide cui è sottoposto l’individuo nel corso del proprio percorso evolutivo, quella della vecchiaia è la più umana. L’uomo, infatti, lungi dall’arrendersi al trascorrere del tempo, gioca con la vecchiaia una complessa partita, anche mediante strategie di compensazione. A qualunque età, infatti, sarebbe bene non lasciarsi dirigere dalle paure, ma cercare di indagarle, affrontarle e, magari, risolverle. Dove da soli sia possibile, è utile approdare ad una lucida e ragionevole accettazione dei cambiamenti, anche con l’aiuto di semplici strategie comportamentali:

  • non isolarsi;
  • chiedere e integrare le proprie con le altrui forze, riducendo le aspettative di cavarsela sempre e comunque da soli;
  • parlare con maggiore serenità di sé e del proprio status in divenire, utilizzando anche l’umorismo, per esempio;
  • ridurre o contenere l’ aggressività;
  • ridurre gli stati di eccessiva tristezza.

 

Dott.ssa Silvia Darecchio  – Psicologa – San Polo di Torrile (Pr)  contatti

La Psicosomatica

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Definizione

La Psicosomatica è la disciplina che, indagando la relazione tra la mente e il corpo, ovvero ricercando la connessione tra il mondo emozionale e il soma, si colloca a metà strada tra la medicina e la psicologia (una sorta di “psicologia medica”). Nello specifico, la Psicosomatica ha lo scopo di rilevare e comprendere gli effetti che la psiche, la mente, produce sul soma, il corpo. Partendo dal presupposto che l’essere umano sia una inscindibile unità psicofisica  questa disciplina ha scoperto che per alcune patologie accanto ai fattori somatici giocano un ruolo importantissimo anche i fattori psicologici che ne influenzano il manifestarsi, lo sviluppo e il mantenimento. L’interconnessione tra un disturbo e la sua causa d’origine psichica si riallaccia quindi alla visione olistica dell’ essere umano, nella consapevolezza, cioè, che mente e corpo sono strettamente legati nell’ unità. La malattia, in quest’ottica,  viene concepita come il risultato di meccanismi che interagiscono a livello cellulare, personale, interpersonale e ambientale

I disturbi psicosomatici anatomy-254120__340.jpg

Il meccanismo che sta alla base dei disturbi psicosomatici è la necessità delle emozioni troppo dolorose di trovare uno sbocco. Quando le emozioni sono intollerabili spingono il corpo a manifestare il disagio in alcuni organi, chiamati organi bersaglio; l’ obbligatorietà ad esprimersi fa sì che queste emozioni trovino una via di scarico immediata nel corpo e che prendano la forma dei vari sintomi. I disturbi psicosomatici sono allora una difesa contro quelle emozioni ritenute inaccettabili e dolorose  che, causando un disagio psicologico, lo portano a “trovare la parola” direttamente nel corpo. Ad esempio, il risentimento, il rimpianto e la preoccupazione, così come altre emozioni cosiddette “negative”, possono mantenere il sistema nervoso autonomo (sistema simpatico) in uno stato di eccitazione e di emergenza per un tempo più lungo di quello che l’organismo è in grado di sopportare. I pensieri troppo angosciosi, cioè, possono mantenere il sistema nervoso autonomo in uno stato di attivazione persistente che può provocare dei danni agli organi più deboli (bersaglio).

Alcuni disturbi psicosomatici  

I disturbi di tipo psicosomatico possono manifestarsi:

  • nel sistema neurologico: vertigini, paralisi o ipostenia localizzate, deficit della coordinazione o dell’equilibrio;

  • nell’apparato gastrointestinale:  gastrite, ulcera peptica, difficoltà a deglutire o nodo alla gola, nausea, colon irritabile, dispepsia funzionale;
  • nell’apparato cardiocircolatorio: tachicardia, aritmie, cardiopatia ischemica, ipertensione essenziale;
  • nell’apparato respiratorio: asma bronchiale, sindrome iperventilatoria;
  • nell’apparato urogenitale: dolori mestruali, impotenza, eiaculazione precoce o anorgasmia, enuresi;
  • nel sistema cutaneo: psoriasi, acne, dermatite psicosomatica, iprurito, orticaria, secchezza della cute e delle mucose, sudorazione profusa
  • nel  sistema muscoloscheletrico:  cefalea tensiva, crampi muscolari, stanchezza cronica, torcicollo, fibromialgia, artrite,  dolori al rachide,  cefalea nucale, mal di schiena, articolazioni doloranti;
  • Sintomi psicosomatici sono comuni nella depressione e in quasi tutti i disturbi d’ansia. 

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I disturbi psicosomatici sono “patologie sistemico-funzionali”

I disturbi psicosomatici sono malattie che, causate e/o aggravate da fattori emozionali, come ogni altra forma patologica, comportano danni a livello organico. I sintomi psicosomatici coinvolgono il sistema nervoso autonomo e costituiscono una risposta vegetativa a situazioni di disagio psichico o di stress. Nello specifico, i disturbi psicosomatici derivano  dall’iper – attivazione del sistema nervoso autonomo (simpatico) il quale viene sottoposto a livelli di eccitazione per periodi lunghi, comportando modifiche neuro-chimiche importanti. Il continuo stato di attivazione ed eccitazione porta, inoltre, all’abbassamento delle difese immunitarie con il rischio aumentato di vulnerabilità alle malattie. Inoltre, a causa dello stato di eccitazione continua del sistema nervoso autonomo, possono insorgere complicazioni generalizzate quali malattie infiammatorie, autoimmuni e neuro-degenerative.  


PNEI

Uno degli indirizzi più promettenti della ricerca in psicosomatica, negli ultimi trent’anni, è la psico neuro endocrino immunologia (PNEI), che ha l’obiettivo di chiarire le relazioni tra il funzionamento psicologico, la secrezione di neuro-trasmettitori a livello cerebrale, gli ormoni da parte del sistema endocrino e il funzionamento del sistema immunitario.


Dott.ssa Silvia Darecchio  – Psicologa – San Polo di Torrile (Pr)  contatti

Il gaslighting

Quando i silenzi feriscono più delle parole

C’è una forma subdola di violenza che non si manifesta con scoppi di rabbia bensì attraverso silenzi ostili e parole usate come armi. E’ una forma d’abuso antica, perpetrata soprattutto tra le “tranquille” mura domestiche, distruttiva poiché lascia ferite psicologiche molto profonde e difficilmente rimarginabili.  Parliamo del “GASLIGHTING”, una tecnica di crudele ed infida manipolazione mentale.

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Il termine è mutuato dalla drammaturgia e in particolare dal film “Gaslight” del regista americano Georg Cukor (1944), tratto a sua volta dalla pièce teatrale “Angel Street” di Patrick Hamilton (1938): un dramma psicologico che racconta le vicende di una coppia. Dopo un periodo felice il rapporto tra i due si incrina ed il marito, con una diabolica ed artificiosa tecnica psicologica, alterando le luci delle lampade a gas della casa, spinge la moglie fin sull’orlo della pazzia. Solo l’intervento di un detective riuscirà a ristabilire la verità: si scoprirà così che il marito è uno psicopatico criminale.


E’ difficile riconoscere questo tipo di violenza:

  • è insidiosa, sottile e non se ne percepisce l’inizio; spesso è scusata dalla stessa vittima; non trattandosi di una deflagrazione d’ira (che almeno è subito identificabile e magari oggetto d’immediata risposta, anche legale) difficilmente viene riconosciuta dalla vittima stessa e dai suoi famigliari; è gratuita e persistente, reiterata quotidianamente; ha la capacità di “annullare” la persona che ne è bersaglio; è un vero e proprio lavaggio del cervello; pone la vittima nella condizione di pensare di “meritarsi quella punizione”; 
  • è un comportamento messo in atto per minare alla base la fiducia che la vittima ripone in sé stessa, dei suoi giudizi di realtà, facendola sentire sbagliata, confusa fino a dubitare di stare impazzendo; è’ un’azione di manipolazione mentale con la quale il gaslighter (l’abusante) mette in dubbio le reali percezioni dell’altra persona; spesso è adottata dal coniuge abusante per chiudere rapporti coniugali travagliati dietro ai quali, molto spesso, si celano insoddisfazioni personali e relazioni extraconiugali.

Il gaslighting è una forma di violenza che si sviluppa anche all’interno di rapporti sufficientemente funzionali. Può accadere che un evento frustrante, al quale non si sa adeguatamente reagire, metta in crisi la fiacca sicurezza e la scarsa fiducia che ripone in sé il manipolatore tanto da pregiudicare irreparabilmente le dinamiche relazionali: il legame diventa maligno, si trasforma in una trappola che distrugge il cuore e la psiche della persona oggetto delle molestie. Così come le frecce del mitico Eracle, il gaslighting lascia ferite che nessuno potrà guarire. Una relazione di questo tipo è, in modo conclamato, narcisistico-perversa, una relazione, cioè, caratterizzata dalla presenza di un persecutore – che “deumanizza”, manipola, controlla totalmente, impedisce separatezza ed autonomia della vittima – e di una vittima che, dall’altra parte, si trova intrappolata nella rete per lei tessuta e che, lentamente, è portata ad abbandonare le proprie resistenze fino alla resa completa.  L’aspetto beffardo di questa manipolazione è che la vittima alla fine si trasforma inconsapevolmente nella complice del suo persecutore, contro sé stessa. In questo sprofondamento nell’abisso la vittima attraverserà, a grandi linee, tre fasi successive:

  1. distorsione della comunicazione: in questa prima fase la vittima non riuscirà più a capire il persecutore. I “dialoghi” saranno caratterizzati da silenzi ostili alternati da piccature destabilizzanti. La vittima si troverà così disorientata, confusa,  come nella nebbia.
  2. tentativo di difesa: in questa seconda fase la vittima cercherà appunto di difendersi, provando a convincere il suo persecutore che la verità è un’altra; proverà ad instaurare un dialogo ostinato, con la speranza che ciò serva a far cambiare il comportamento del gaslighter. La vittima si sentirà travolta da un compito diventato per lei basilare: far cambiare idea al persecutore, attraverso il dialogo e l’ascolto.
  3. depressione: in questa terza fase la vittima vedrà piano piano spegnersi il suo soffio vitale, non avrà più forze per lottare e si convincerà che ciò che il persecutore pensa e dice di lei  corrisponde alla verità.

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Sono classificabili tre tipi di manipolatore:

  1.  Il manipolatore affascinante: è probabilmente il più insidioso. Alterna silenzi ostili e tremende pungolature a momenti di intense profusioni d’ “amore”. Sottopone la sua vittima ad una continua doccia scozzese, creando, così,  artatamente, un’ atmosfera massimamente disorientante per la vittima.
  2. Il manipolatore bravo ragazzo: pensa solo a sé stesso ed è il classico lupo travestito da agnello. Sotto al travestimento si nasconde un tremendo individualista:  sempre attento ad anteporre i propri bisogni, il proprio tornaconto personale a quello della vittima, anche se riesce a dare un’impressione opposta.
  3. L’intimidatore: è il più diretto. Non si preoccupa di nascondersi dietro false facciate: rimprovera e maltratta apertamente la vittima. E’ più facile riconoscerlo.

Non vi sono parole per descrivere la sensazione di morte imminente che prova la persona colpita da questo tipo di maltrattamenti psicologici. Alla vittima è tolta la speranza del domani e ben presto manifesterà problemi psichici e psicosomatici.


 

Dott.ssa Silvia Darecchio  – Psicologa – San Polo di Torrile (Pr)  contatti