La mente ossessiva: ossessioni e compulsioni

IL DOC

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Il disturbo ossessivo compulsivo (DOC) è un disturbo grave ed invalidante che, se non diagnosticato e trattato, riduce molto la qualità della vita e la possibilità di realizzazione personale e professionale dell’individuo. Accade spesso infatti che le persone con DOC, a causa del loro disturbo, non riescano a studiare, a lavorare, a realizzarsi professionalmente, ad avere dei rapporti sociali adeguati e quindi a realizzarsi pienamente in termini umani più generali. Data la gravità del disturbo è importante quindi che sia diagnosticato e affrontato tempestivamente.

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DIFFUSIONE DEL DOC

Alcuni dati: circa il 2/3% della popolazione mondiale, life-time, ha il rischio di manifestare un disturbo ossessivo compulsivo, senza differenze in termini numerici tra maschi e femmine, che si ammalano di DOC più o meno in ugual misura.  Una leggera differenza si nota tra i bambini: accade infatti che tendano a manifestare maggiormente i sintomi i maschi rispetto alle femmine; diversamente nella popolazione adulta il DOC è “democraticamente” diffuso in egual misura tra i due sessi.

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ESORDIO

Nella maggioranza dei casi, il Disturbo Ossessivo Compulsivo compare per la prima volta durante l’adolescenza e nella prima età adulta, infatti i due picchi maggiori di incidenza tendono ad essere a 15 e a 25 anni. Capita frequentemente tuttavia che gli esordi siano ancora più precoci e che già i bambini, di circa 10 anni, manifestino i segni e i sintomi del disturbo. Sembra essere più raro, invece, l’ outset tardivo, in età più avanzata. L’esordio, oltre ad essere piuttosto precoce, è subdolo e ingravescente. Rispetto ad altri disturbi infatti, diversamente da quello che accade ad esempio nel disturbo da attacchi di panico che da un giorno all’altro erompe stravolgendo e paralizzando la vita della persona, ha un esordio lento, progressivo e sempre più limitante, fino al punto in cui la persona si sente profondamente condizionata nella realizzazione della propria vita. Il DOC infatti se non trattato tende a cronicizzarsi, tende cioè a non guarire spontaneamente; spesso però va incontro a delle “variazioni”. Il Disturbo Ossessivo Compulsivo cioè può “variare” nel corso del tempo: la sintomatologia può cambiare (attraversando i vari tipi di DOC), ma il nucleo del disturbo rimane invariato. Quindi, poichè interessa gravemente soggetti per lo più molto giovani, con una lunga aspettativa di vita, è importante fronteggiare efficacemente questo (sempre più diffuso) problema, non solo esistenziale, ma anche  sanitario.

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DSM V

Il DMS V (Manuale Diagnostico Statistico – Psichiatrico) individua fondamentalmente due criteri per la diagnosi del DOC:

  • la presenza di ossessioni o compulsioni; 
  • la presenza di ossessioni e compulsioni insieme.

Le ossessioni sono dei pensieri (degli impulsi o delle immagini) intrusivi, ricorrenti, persistenti, fortemente indesiderati e, per questo capaci di suscitare forte ansia, disgusto o disagio nel soggetto. La persona, una volta che ha questo pensiero (idea, immagine, impulso, ecc…) intrusivo inaccettabile, mette in atto delle strategie atte a gestirlo, quindi può cercare di ignorarlo, di sopprimerlo o di neutralizzarlo. Le compulsioni sono definite come comportamenti, tendenzialmente ripetitivi e ritualizzati, messi in atto per gestire l’idea ossessiva (e l’ansia, disgusto, disagio correlati). La persona con DOC può avere la compulsione a lavarsi le mani, a riordinare, a controllare, oppure a compiere azioni solo mentali (contare, pensare, ripetere mentalmente) a seconda del tipo di pensiero ossessivo che ha e del bilancio costi/benefici che fa.  Il soggetto non  solo si sente costretto a mettere in atto compulsioni per neutralizzare/ignorare/sopprimere il pensiero ossessivo ma spesso deve seguire, agendole, delle rigide regole di attuazione. Il DSM specifica che le compulsioni servono a ridurre l’ansia e il disagio che il pensiero intrusivo suscita. Capita che le persone adulte con DOC siano piuttosto critiche rispetto alle proprie compulsioni, definendole esagerate, assurde, motivo di vergogna, ecc… questo accade soprattutto quando sentono di essere lontane da quelle situazioni-stimolo che causano in loro ansia e disagio. Nei bambini invece ciò generalmente non accade: nei bambini la critica alle proprie compulsioni tende a non esserci: il bambino, se costretto da un ambiente rifiutante/giudicante , tende a preoccuparsi solo di agire le proprie compulsioni lontano da occhi indiscreti.  Il secondo criterio del DSM V è che le ossessioni e le compulsioni implichino un dispendio di tempo di almeno un’ora al giorno e causino un disagio significativo. Questo criterio è rilevante quando vengono fatte valutazione testologiche per definire la gravità del disturbo: devono essere presenti ossessioni e compulsioni per almeno un’ora al giorno, ovvero per un tempo significativamente lungo e questo perché la patologia è vista all’interno di un continuum tra normalità e patologia.

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LE OSSESSIONI

Le ossessioni vengono definite come dei pensieri intrusivi indesiderati, ovvero dei pensieri (delle idee, delle immagini, delle percezioni, delle sensazioni, ecc…) che compaiono nella mente della persona improvvisamente, in maniera del tutto scollegata dal suo stato mentale, dal contesto e dalla situazione vissuta. In realtà, analizzando i racconti dei soggetti con DOC, spesso capita di leggere tra le righe come le ossessioni non capitino, ma piuttosto come diventino l’oggetto di una “ricerca attiva”. Accade cioè, ad esempio, che la persona quando finalmente vuole stare tranquilla, dopo aver compiuto tutti i rituali, per potersi godere pienamente il relax, cominci deliberatamente a fare dei check mentali per verificare che tutto sia a posto, con pensieri del tipo: ” Ho trascurato qualcosa? Ci sono altre minacce? Sono in pericolo?” A questo punto si concretizza, a livello mentale, la possibilità dell’ eventuale contagio/pericolo/minaccia (e quindi dell’ agire i comportamenti atti ai ridurre l’ansia, il disagio, il disgusto correlati). A livello clinico bisogna quindi operare la discriminazione tra ossessioni “cercate”, frutto in realtà di check di controllo, ed ossessioni “improvvise”, che capitano dal nulla. Le ossessioni spesso sono vissute come indesiderate, poichè colpiscono la persona nei suoi valori più importanti. Ad esempio, per il soggetto fortemente religioso, avere in mente un pensiero di bestemmia, può diventare qualcosa di inaccettabile e lo può portare a mettere in discussione anche la propria identità: “Chi sono io? Sono o non sono quella persona che voglio e credo di essere?” Capita che siano pensieri in contrasto con l’immagine che la persona ha di sè stessa: “Ma perché mi preoccupo di cose così banali? Io sono una persona razionale! Perché mi sto preoccupando se questo cartellino è messo qui o li?” . Un aspetto significativo delle ossessioni riguarda il “continuum”: vari studi confermano come i pensieri intrusivi siano del tutto simili a quelli dei soggetti normali, infatti circa il 80% delle persone ha questo tipo di pensieri. Tuttavia le persone con ossessioni manifestano una frequenza maggiore di questi pensieri ed un connotato emotivo correlato più forte, mentre la qualità dei pensieri è fondamentalmente la stessa dei soggetti senza ossessioni. E’ importante cioè sottolineare come non esistano pensieri “solo degli ossessivi”. La differenza più rilevante, oltre alla frequenza e alle forti emozioni correlate, è rappresentata dal fatto che le persone non ossessive, in qualche modo, non considerano questi pensieri intrusivi così problematici e non si soffermano così tanto su di essi. Invece, i pazienti con ossessioni mettono in atto tutta una serie di condotte atte a risolvere il problema posto dall’ossessione, ma questo non fa altro che produrre un effetto paradossale: più ci si accanisce per mandare via le ossessioni, più si cerca di sopprimerle e più la frequenza con cui compaiono aumenta. Questo è uno dei tanti meccanismi a spirale che contraddistinguono il DOC. E’ utile sottolineare la differenza che esiste tra due tipi di ossessioni: le ossessioni endogene (dette anche autonome) che sono appunto quei pensieri, immagini, sensazioni o impulsi che intrudono nella mente del paziente e che sono per lui inaccettabili e le “ossessioni reattive” che sono tutti i dubbi e le valutazioni (ruminazioni) fatte a posteriori, derivanti dal pensiero ossessivo endogeno stesso. Le ossessioni endogene infatti tendono a portare la persona a produrre tutta una serie di comportamenti, più o meno ritualizzati, finalizzati alla riduzione del correlato emotivo associato (ansia, disagio, disgusto), tra essi troviamo le ruminazioni (ossessioni reattive), le eliminazioni o evitamenti, le richieste di rassicurazioni e le compulsioni vere e proprie.

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LE COMPULSIONI

Le compulsioni sono comportamenti messi in atto a causa di un pensiero ossessivo e, come dice il DSM 5, possono essere “overt” o “covert”. Overt cioè esplicite, chiare, misurabili osservabili, ma anche mentali, ovvero covert, come lo sono il pregare, il contare, il ripetere formule o parole. Le compulsioni sono quindi azioni visibili o meno che il soggetto mette in atto per ridurre il forte correlato emotivo suscitato dal pensiero ossessivo. Un’ importante precisazione riguarda quindi la funzione delle compulsioni. Accade infatti che la compulsività sia una caratteristica associabile anche ad altri comportamenti, come accade ad esempio nello “shopping compulsivo” (un tipo di shopping “sfrenato” fatto senza reali necessità), in questo caso tuttavia, lo scopo primario dell’acquisto è di produrre un piacere, una gratificazione, non di ridurre un forte stato emotivo di ansia/disagio/disgusto. Altre caratteristiche delle compulsioni sono l’ insistenza, la ripetitività e la ritualizzazione. La ritualizzazione delle compulsioni può renderle estremamente invalidanti per il soggetto, perché implica che debbano essere compiute in un unico specifico modo e per un numero specifico di volte. Ad esempio: se la persona sente il bisogno di essere sicura di aver chiuso il rubinetto del gas, dovrà chiudere quel rubinetto e tutti i rubinetti del gas di casa uno alla volta, in una modalità precisa per un numero specifico di volte di seguito; sarà sufficiente che si distragga o abbia un dubbio, per sentire di dover ricominciare dall’inizio tutto il rituale di chiusura dei rubinetti, e di ripeterlo ancora e ancora, allorchè intervenisse di nuovo il dubbio. I rituali compulsivi diventano quindi molto lunghi e faticosi perchè le sensazioni di dubbio, di interruzione dell’attenzione, di inadeguatezza degli atti, ecc… accadono frequentemente, sia perché i rituali si protraggono a lungo tendendo ad affaticare l’apparato cognitivo, sia (e soprattutto) perchè, in buona sostanza, il dubbio è più potente della percezione stessa. Altri aspetti delle compulsioni: sono fluttuanti, “motivate” ed intenzionali (hanno un fine). Molto spesso infatti le persone con DOC raccontano di fluttuare nella loro sintomatologia ossessiva, che non sempre è uguale a se stessa, oppure di decidere, quando i costi percepiti in quello specifico momento di mettere in atto le compulsioni sopravanzano i costi di non metterle in atto, di procrastinare o di rinunciare definitivamente a quella compulsione . Ad esempio: se un soggetto con DOC è molto vulnerabile alla vergogna e sente che fare un rituale lo può mettere il ridicolo di fronte alla gente, può decidere di agire il rituale dopo o di non agirlo affatto. Questo dimostra che il soggetto ossessivo-compulsivo non è obbligato ad agire sempre e comunque la compulsione. Un altro aspetto importante della compulsione è rappresentato dalla conflittualità: spesso la persona con DOC racconta che è costretta a mettere in atto le compulsioni pur non volendolo, è come se vivesse una sorta di conflitto tra volontà in cui due forze opposte combattono tra di loro; in questo conflitto tuttavia, a vincere è quasi sempre la compulsione. Il comportamento autocritico tende invece a sopraggiungere non durante la compulsione, ma quando la stessa è già stata compiuta.

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NON SOLO COMPULSIONI

Il DSM dice che per una diagnosi di DOC devono essere presenti ossessioni, compulsioni o entrambe. Ma possono veramente esistere separate le une dalle altre? Gli studi dicono che circa il 96% delle persone con DOC riporta spontaneamente di avere sia ossessioni che compulsioni. Quando le compulsioni sono presenti, sono eseguite, deliberatamente per prevenire o neutralizzare la possibilità negativa oppure per ridurre il distress causato dalle ossessioni. Tuattavia talvolta capita che le ossessioni vengano raccontate senza compulsioni, questo può accadere per diversi motivi:

  • perché le compulsioni si sono automatizzate e non vengono più riconosciute come tali;
  • perchè la persona si vergogna;
  • perchè esistono altri tentativi di soluzione messi in atto per gestire le ossessioni: principalmente l’evitamento, la ricerca di rassicurazioni, la soppressione dei pensieri, la ruminazione. L’evitamento è frequentissimo e si realizza quando il soggetto non vuole adottare i comportamenti che ritiene essere associati alle situazioni temute: cerco di non pensarci, cerco di non uscire, non uso il gas, non mi faccio la doccia, ecc… Anche le richieste di rassicurazioni sono frequenti, possono essere rivolte a se stessi, agli altri (amici, conoscenti, medici, esperti o anche internet) e spesso ai familiari. Nell’ambito delle tentate soluzioni esiste poi la soppressione dei pensieri che rappresenta un meccanismo paradossale, perché dirsi non pensare ad una cosa equivale sostanzialmente al pensare proprio a quella cosa, quindi di solito produce un effetto contrario a quello desiderato. Infine è frequente la ruminazione. Esistono diversi tipi di ruminazione: quella in immaginazione (a causa del dubbio immagino scenari), quella retrospettiva (a causa del dubbio ripercorro i comportamenti che ho compiuto a ritroso alla ricerca di risposte), quelle anticipatorie sempre in immaginazione (a causa di un dubbio immagino cosa sarei disposto a fare se agissi la mia idea ossessiva. Eclatante è l’esempio di chi pensa di uccidere qualcuno e immagina la scena per capire se sarebbe disposto ad arrivare fino in fondo, fino a commettere veramente l’omicidio.), anche il “ragionamento classico” può essere un tipo di ruminazione. Tutte le ruminazioni ossessive tuttavia hanno una caratteristica specifica in comune: si tratta di ragionamenti dialettici che al centro dell’attenzione mettono l’ ipotesi negativa e cercano di falsificarla sistematicamente, cercano di rivedere tutti gli eventi in cui può essere vera e cercano di dimostrarsi che non è vera, inutile dire che questa ricerca può diventare infinita.

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Come psicologa, oltre al servizio di consulenza online  per chi non vive in Emilia,  ricevo in studio a San Polo di Torrile (Parma). Da oltre 10 anni ascolto ed aiuto le persone, concretamente, ad uscire dalle situazioni difficili, a fronteggiare le sfide esistenziali e a riprogettare il futuro.

In condizioni di sofferenza psicologica posso aiutarti a superare le tue difficoltà, accompagnandoti verso una consapevolezza rinnovata di te, dei tuoi bisogni, delle tue priorità e del tuo modo di “funzionare”. Posso aiutarti a ritrovare la serenità e il benessere, anche grazie alla proposta di tecniche di gestione dei pensieri intrusivi e disfunzionali e di gestione dello stress.

Dott.ssa Silvia Darecchio – contatti

Coronavirus emergenza psicologica: L’ANSIA

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COSA E’ UN’EMERGENZA

In Italia, dopo settimane di relativa calma dall’annuncio dell’esistenza nel mondo di una nuova forma virale, si è scoperto,  grazie (purtroppo) alle gravi condizioni di salute del povero “paziente 1”, che il  virus stava già da tempo diffondendosi pressoché indisturbato tra la popolazione del nord del Paese. In pochi giorni la situazione ha rivelato i suoi veri contorni, fino a rappresentare, per le Regioni colpite, una vera e propria emergenza sanitaria, sociale, psicologica ed economica.

Ma cos’è un’emergenza? Con il termine emergenza, ci si riferisce solitamente a tutte quelle situazioni impreviste ed improvvise che possono minacciare l’integrità fisica e psichica dell’individuo.

Sappiamo tutti quanto, molto spesso, emergenza significhi ANSIA.


ANSIA

L’esperienza dell’epidemia di un virus sconosciuto, di cui sappiamo poco e comunque non abbastanza, rappresenta un ottimo esempio di minaccia oggettiva alla quale è normale reagire con paura e, nei limiti, con ansia. L’ ansia è, infatti, l’emozione tipicamente umana  provata di fronte ad una minaccia percepita. A ben vedere l’ansia e la paura sono sostanzialmente la stessa cosa ma, mentre la paura può essere intesa come la valutazione automatica di una minaccia o di un pericolo reali, l’ansia è un sistema di risposta più complesso, che coinvolge fattori cognitivi, emotivi, comportamentali e fisiologici.
Per chiarire, la paura è quella che sperimentiamo quando uno stimolo oggettivamente pericoloso mette a repentaglio la nostra incolumità: si reagisce con paura, ad esempio, quando un cane ringhiante compare improvvisamente sul nostro cammino. L’ansia, invece, è quella che potremmo provare in una dimensione di controllo e previsione: quando immaginiamo di vivere situazioni, per noi paurose, che non abbiamo ancora vissuto o quando ricordiamo – riattualizzandole – situazioni del passato in cui abbiamo avuto paura. La paura è nel “qui e ora”, l’ansia è nel “prima o dopo”.
Sia l’ansia che la paura sono state esperienze fondamentali per la sopravvivenza della specie umana, poiché hanno preparato e preparano l’organismo a rispondere alle minacce e al pericolo. Sono risposte normali e innate di attivazione, caratterizzate da un aumento della vigilanza e dell’attenzione con l’obiettivo di prepararci ad affrontare la minaccia predisponendoci a una risposta di attacco o fuga.

Tuttavia facciamo attenzione ai pensieri, alle emozioni, ai comportamenti di ansia perché l’ansia ad alti livelli, pur con l’intenzione di preservare la nostra integrità, non sempre è una buona consigliera, anzi, con facilità può portare a risultati paradossalmente disfunzionali (nel nostro caso: affollamenti nei supermercati, fughe in massa dalle “zone rosse”, ecc…).

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Per comprendere meglio il complesso fenomeno dell’ansia è necessario operare un’ulteriore distinzione tra ansia fisiologica (preoccupazione ed elevato stato di attivazione rivolti al passato e al futuro per una situazione percepita come minacciosa) ed ansia patologica (preoccupazione ed elevato stato di attivazione che perdura per la maggior parte della giornata, delle settimane e dei mesi indipendentemente dalla situazione vissuta). Mentre l’ansia fisiologica può prepararci ad affrontare una prova per noi difficile, l’ansia patologica è per lo più disfunzionale perché, essendo persistente e intensa, interferisce con il nostro modo di fronteggiare le difficoltà, portando a considerare come pericolosi eventi che in realtà non lo sono.

Cosa succede se prendiamo decisioni quando proviamo livelli d’ansia troppo elevati? Perché, quando decidiamo qualcosa con elevati livelli di ansia, abbiamo la tendenza a scegliere l’opzione peggiore?


SINTOMI COGNITIVI DELL’ANSIA

Dal punto di vista cognitivo i sintomi tipici dell’ansia sono:

  • il senso di vuoto mentale;
  • un senso crescente di allarme e di pericolo;
  • l’induzione di immagini, ricordi e pensieri negativi;
  • la messa in atto di  comportamenti protettivi cognitivi;
  • la sensazione marcata di essere al centro dell’attenzione altrui.

UNO STUDIO INTERESSANTE: L’ANSIA ECCESSIVA NON E’ UNA BUONA CONSIGLIERA

Uno studio pubblicato sulla rivista Nature Neuroscience, realizzato da un équipe di ricercatori dell’Università di California a Berkeley e dall’Università di Oxford, suggerisce che gli elevati livelli di ansia e di stress (la risposta di attivazione del sistema nervoso autonomo prolungata nel tempo) presentano una serie di effetti indesiderati che possono interferire nella realizzazione di molti compiti, rendendo anche le faccende quotidiane una vera impresa. Tra queste, il compito di prendere decisioni in un contesto di incertezza.

Lo studio succitato ha provato che le persone che sperimentano alti livelli di stress e ansia tendono:

  • a concentrarsi sugli aspetti negativi,
  • a pensare in modo catastrofico,
  • a rendere piccoli problemi enormi minacce,
  • ad avere una maggiore difficoltà a leggere e ad interpretare i segnali ambientali.

I ricercatori hanno lavorato con 31 partecipanti che presentavano diversi livelli d’ansia e attraverso misure fisiologiche, misure di comportamento e modelli computazionali, ne hanno valutato l’ abilità nel prendere decisioni probabilistiche. Tra i metri di giudizio dei ricercatori, c’è stato anche un segmento oculare per calcolare la dilatazione della pupilla (un indicatore del fatto che il cervello secerne norepinefrina, la quale aiuta a inviare segnali a diverse regioni del cervello per aumentare la veglia e la disposizione ad agire).pexels-photo-356040

Le persone fortemente ansiose hanno avuto maggiori problemi ad adattarsi rispetto a quelle meno ansiose. Tra i partecipanti più ansiosi è stata inoltre più debole la risposta pupillare, suggerendo un fallimento nel processare l’informazione che cambia a grande velocità (le pupille si dovrebbero invece dilatare quando, in ambienti mutevoli,  acquisiamo nuove informazioni).

I ricercatori suggeriscono che questo indica una relazione tra l’ansia e una scarsa abilità nel prendere decisioni in situazioni mutevoli oltre a presentare maggiori difficoltà nel leggere i segnali ambientali (di volatilità  o di stabilità), che possono aiutare ad evitare un risultato negativo. I risultati dello studio parlano per i soggetti più ansiosi, di un errore nei circuiti di ordine superiore del cervello deputati a prendere decisioni.


QUARANTENA: NON SOLO ANSIA

Alcuni ricercatori del King’s College, analizzando la letteratura a disposizione, hanno rilevato che le popolazioni sottoposte a quarantena tendevano a riportare, in generale, diversi sintomi psicologici, tra questi:


IMPATTO PSICOLOGICO SULLE DIVERSE FASCE DI POPOLAZIONE

I ricercatori hanno anche cercato di capire, sempre studiando la letteratura disponibile sul tema, se ci fossero delle caratteristiche individuali o demografiche che favorissero l’insorgere di questi sintomi. Emergeva chiaramente che i soggetti più colpiti erano i medici e gli staff ospedalieri (un rischio già evidente è che potremmo assistere a molti casi di burnout tra il personale che è in prima linea nel contrastare l’emergenza covid-19), così come i soggetti in giovane età.

Altre fasce della popolazioni più a rischio, come evidenziano i Centers for disease control and prevention statunitensi (Cdc), sono:

  • gli anziani,
  • i cittadini con malattie croniche,
  • le persone che già soffrono di disturbi mentali (anche lievi).

Si hanno ancora pochi dati sull’impatto psicologico che la quarantena può avere sui bambini, che in queste settimane sono costretti a restare in casa, lontani dalla scuola.

Che cosa peggiora la quarantena

Esistono, nella letteratura scientifica, delle evidenze che portano a considerare certi stimoli esterni come fonti di ulteriore stress e di peggioramento della condizione psicologica legata alla quarantena, i cossiddetti “stressor”. Tra questi, gli stressor più diffusi sono:

  • la durata della quarantena,
  • la paura di essersi contagiati,
  • la paura di poter contagiare i famigliari,
  • la noia,
  • la frustrazione,
  • l’essere privi di beni necessari (alimentari, per la salute, legati all’informazione),
  • la mancanza di chiarezza (in particolare sui diversi livelli di rischio).

Esistono poi fattori di rischio che possono aumentare la probabilità di avere difficoltà psicologiche, una volta finita la quarantena. In particolare, i ricercatori si sono concentrati sul quantificare gli effetti causati dalle perdite economiche e dallo stigma sociale che vivevano i soggetti isolati una volta liberi. E’ emerso che chi ha livelli di reddito più bassi mostra una necessità di supporto maggiore, sia economico che psicologico, durante e dopo i periodi di quarantena.


Se questa emergenza sanitaria e psicologica, rappresentata dall’ epidemia di COVID-19, ha risvegliato in te uno stato d’ansia antico o nuovo; se ti rendi conto che ti mancano, o stanno venendo meno, gli strumenti psicologici per fronteggiare la quotidianità e la condizione di isolamento; se non riesci a riposare perchè il tuo stato di attivazione interno non ti consente il rilassamento; se piangi spesso; se ti senti tormentato da pensieri scuri che non ti lasciano mai; se pensi di soffrire di un Disturbo Acuto da Stress puoi chiamare il 3206259427. Gratuitamente riceverai una consulenza telefonica, “PSICOLOGIA & BENESSERE”,  infatti,  aderisce a questa iniziativa https://www.psy.it/psicologionline-la-professione-psicologica-a-disposizione-dei-cittadini.html. promossa dal CNOP (Consiglio Nazionale  Ordine Psicologi).

Attacchi di panico

“Vedo la città da questo strano vetro. Non sono mai stato dentro un’ambulanza. Un volontario della Croce Rossa mi tiene la mano sulla spalla e dice che devo stare calmo perché il Policlinico è vicino. Forse per l’eccessiva gioia, la grande emozione o la tensione accumulata, proprio oggi, di rientro dal tour in Cina, sono andato in tilt sul marciapiede sotto casa. Si parla di un attacco di panico, o di una cardiopatia, e per la mia mente paurosa è possibile che non sopravviva ai prossimi 10 minuti. Ripenso a quanto è bello il cielo, il traffico, la quotidianità o l’essere semplicemente vivi. Quanti sorrisi non ho regalato, quante emozioni non ho ancora vissuto, quante volte ho offuscato i miei sogni dietro i fantasmi della paura… Se dovessi uscire di qui, canterò con la Musica la gioia di vivere, ogni momento bello o brutto, qualunque sarà la mia condizione.”
(Giovanni Allevi)

“Bisogna avere in sé il caos per partorire una stella che danzi.”
(Friedrich Nietzsche)


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L’attacco di panico è un breve episodio di ansia intollerabile che può durare al massimo 20 minuti. E’ caratterizzato da sentimenti di apprensione, paura, terrore: la persona vive un senso di catastrofe imminente, ha il corpo sconvolto da violente manifestazioni neuro-vegetative che non fanno altro che aumentare il senso di terrore e di catastrofe. L’attacco di panico arriva come un fulmine a ciel sereno, improvvisamente. È questo il motivo per cui le persone ne sono tanto spaventate. La realtà, invece, è diversa: l’attacco di panico ha sempre un fattore scatenante, anche quando non si è in grado di riconoscerlo come tale.


Sintomi fisici degli attacchi di panico:

  • Palpitazioni (cardiopalmo, tachicardia, aritmia);
  • alterazioni nella salivazione;
  • alterazioni nella sudorazione;
  • brividi o vampate di calore;
  • tremori (fini o a grandi scosse);
  • parestesie (alterazioni della sensibilità degli arti o di altre parti del corpo. Il termine descrive condizioni caratterizzate da fenomeni sensitivi di livello locale. La parestesia è un disturbo soggettivo, riferito come: formicolio, punture di spilli, bruciore, scossa elettrica, parte addormentata);
  • dispnea (si tratta di una sensazione soggettiva riferita dalla persona come ‘affanno’, ‘respiro corto’ o ‘mancanza d’aria’) o sensazione di soffocamento;
  • sensazione di asfissia;
  • dolore o fastidi al petto;
  • nausea o disturbi addominali;
  • sensazioni di sbandamento, instabilità, testa leggera o senso di svenimento;
  • depersonalizzazione* o derealizzazione** ;
  • paura di perdere il controllo o di impazzire, paura di morire.

* depersonalizzazione: esperienza di irrealtà, distacco, o sensazione di essere un osservatore esterno rispetto al proprio corpo o ai propri pensieri, sentimenti, sensazioni, azioni (ad esempio: alterazioni percettive, senso distorto del tempo, sensazione di un Sé irreale o assente, intorpidimento emotivo e/o fisico).

** derealizzazione: esperienza di irrealtà o di distacco rispetto a un ambiente (ad esempio, persone o oggetti sono vissuti come irreali, onirici, senza vita o visivamente distorti).


Aspetti cognitivi degli attacchi di panico

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Durante un attacco di panico anche i pensieri si modificano. Le persone che hanno un attacco di panico si sentono sopraffatte da qualcosa di grave e terribile che sentono stia per accadere. Possono pensare, ad esempio, che moriranno, che impazziranno, che perderanno il controllo… Pensieri come: “Sto per avere un infarto”, “Ora svengo” o “Morirò” sembrano così reali, nel momento dell’attacco di panico, da portare alcune persone a chiamare l’ambulanza o a recarsi al pronto soccorso per ottenere un trattamento d’ urgenza.

Dopo aver provato un attacco di panico, così pervasivo, sconvolgente e destabilizzante, è quasi inevitabile che la persona colpita viva nel timore che le possa riaccadere. E’ piuttosto comune che si inneschi, in breve tempo,  un circolo vizioso capace di trasformare il singolo attacco di panico in un vero e proprio ” Disturbo di panico”. In questo caso la persona apprende ad avere “paura della paura”. Nell’instaurarsi  e nel persistere del disturbo, è bene sottolineare, che il paziente ha un coinvolgimento attivo. L’attacco di panico, infatti, è il risultato di un processo rinforzato da molti fattori, su cui la persona ha più controllo di quanto pensi.

Ecco cosa succede ai pensieri:  i soggetti che hanno avuto attacchi di panico hanno pensieri catastrofici a causa dei quali i normali sintomi fisici dell’ansia vengono interpretati erroneamente e vissuti come pericoli oggettivi. In realtà le sensazioni fisiche avvertite e sovrastimate potrebbero essere dovute a fattori meramente circostanziali, quali:

  • la stanchezza psico-fisica;
  • l’ eccesso di caffeina;
  • lo stress;
  • l’ aver mangiato troppo e/o male;
  • la cattiva igiene del sonno, ecc…

Il Disturbo di panico anxiety-2878777__340

Quando gli “attacchi di panico” diventano ricorrenti, si parla di “Disturbo di panico”. In questo caso il ripetersi degli attacchi di panico influenza l’intera esistenza del paziente, che manifesta una preoccupazione persistente (della durata superiore ad un mese) circa:

  • l’ avere un’altra crisi di panico;
  • le possibili implicazioni/conseguenze degli attacchi sulla sua vita e sul suo funzionamento.

Il Disturbo di panico un disturbo d’ansia

Gli attacchi di panico vengono classificati tra i disturbi d’ansia. Buona parte della comunità scientifica è concorde nel ritenere gli attacchi di panico la conseguenza dell’interazione complessa di pensieri, emozioni e processi fisici. Un periodo o un evento particolarmente stressanti possono scatenare il disturbo di panico in persone con una predisposizione genetica e psicologica ai disturbi d’ansia. Può accadere, cioè, che il normale livello d’ansia con cui tutti noi nasciamo, aumenti ed esploda in episodi di panico, più o meno intensi, a seguito, ad esempio, di un evento stressante. I motivi per cui le persone soffrono di attacchi di panico sono diversi.  Tra le cause più diffuse troviamo:

  • la predisposizione genetica;
  • lo stress;
  • le preoccupazioni eccessive in generale, circa la propria salute in particolare;
  • sentimenti spiacevoli (causati, ad esempio, da problemi o difficoltà personali o professionali) che se  non vengono o non possono essere affrontati, rimangono latenti, provocando un aumento dell’ansia nel tempo che potrebbe superare una soglia significativa e scatenare un attacco di panico.

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Dopo un attacco di panico

Esistono dei pattern comportamentali che, pur rappresentando dei tentativi maldestri e inefficaci di gestire il disturbo, si presentano frequentemente dopo aver vissuto un attacco di panico. I pattern più ricorrenti sono:

  • L’ EVITAMENTO: la tendenza cioè ad evitare tutte le situazioni o le persone ritenute pericolose. Vengono evitate tutte le situazioni percepite come ansiogene (uscire per incontrare persone, prendere l’aereo, frequentare luoghi affollati, andare al ristorante, al cinema ecc…). In alcuni casi si arriva progressivamente a non uscire più di casa. Dal momento che, nel caso del disturbo di panico, ciò che si teme di più sono le proprie sensazioni fisiche, si tende ad evitare anche tutte quelle attività o sostanze che aumentino l’attivazione fisiologica dell’organismo: non si bevono più caffè o bevande eccitanti, si evita l’attività fisica o sessuale, si predilige uno stile di vita riposante e all’insegna della prudenza.
  • LA FUGA: coloro che soffrono di attacchi di panico cercano di fuggire il prima possibile dalla situazione o dagli individui che provocano loro ansia o malessere;
  • I TENTATIVI DI CONTROLLO: chi soffre di attacchi di panico mette in atto meccanismi soggettivamente rassicuranti (portare con sé medicinali, se teme un attacco di cuore rimanere immobile, se ha paura di soffocare aprire una finestra o bere dell’acqua, ecc.).
  • LO STATO DI TENSIONE: la paura dell’imminenza di un nuovo attacco produce stati di tensione e di irritabilità generali.

Queste modalità di comportamento diventano, con il passare del tempo, dei limiti sempre più invalidanti per le persone che soffrono del disturbo.  Anche i rapporti interpersonali (familiari, di coppia, di amicizia, ecc.),  a causa delle limitazioni, tendono a ad andare in crisi, manifestando serie difficoltà.

Gli attacchi di panico, oltre all’ansia, sono correlati anche ad altri disturbi, quali la depressione e l’agorafobia (paura di camminare per strada, degli spazi aperti come le autostrade…).


Superare gli attacchi di panico:

Per superare gli attacchi di panico devono essere perseguiti, con l’ aiuto di un professionista, 5 obiettivi principali:

  1. Scoprire e abbattere le fonti di stress.
  2. Aumentare la tolleranza all’ansia, ristabilendo il senso di sicurezza e riducendo la sensibilità alle sensazioni fisiche e mentali.
  3. Indebolire l’interpretazione catastrofica e gli schemi di minaccia, paura e pericolo.
  4. Incrementare le capacità cognitiva di adottare spiegazioni alternative più realistiche dei sintomi.
  5. Eliminare l’evitamento e altri comportamenti disfunzionali.

Infine, dal momento che lo stress ha un ruolo determinante nell’insorgenza e nel mantenimento del disturbo di panico, è fondamentale adottare uno stile di vita sano e all’insegna della salute. Quindi, sarà necessario alimentarsi correttamente, dormire un numero adeguato di ore, fare attività fisica e praticare una, o più di una, forma di rilassamento, per tenere bassi i livelli di stress e ridurre così la possibilità di avere nuovi attacchi di panico.


fun-1850709__340“Distendo le vene
E apro piano le mani
Cerco di non trattenere più nulla
Lascio tutto fluire
L’aria dal naso arriva ai polmoni
Le palpitazioni tornano battiti
La testa torna al suo peso normale
La salvezza non si controlla…                     
Vince chi molla.”

(N. Fabi)

 


Come psicologa, oltre al servizio di consulenza online, ricevo in studio a San Polo di Torrile (Parma). Da oltre 10 anni ascolto ed aiuto le persone, concretamente, ad uscire dalle situazioni difficili, a fronteggiare le sfide esistenziali e a riprogettare il futuro.

In condizioni di stallo motivazionale e sofferenza psicologica posso aiutarti a superare le tue difficoltà, accompagnandoti verso una consapevolezza rinnovata di te, dei tuoi bisogni, delle tue priorità e del tuo modo di “funzionare”. Posso aiutarti a ritrovare la serenità e  il benessere.

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Dott.ssa Silvia Darecchio – contatti