Burnout: sindrome da stress lavoro-correlata riconosciuta dall’OMS

LA NOTIZIA: BURNOUT E OMS

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E’ notizia di quest’ultima settimana che l’Organizzazione Mondiale della Sanità, dopo decenni di studi, ha riconosciuto il burnout come una sindrome diagnosticabile, caratterizzata da una costellazione di sintomi e segni variabili, non riconducibili ad una causa comune. Inizialmente l’agenzia speciale delle Nazioni Unite aveva lasciato intendere che si trattasse di una malattia (con sintomi ripetitivi ed una causa certa) dopo averla inserita erroneamente per la prima volta nel relativo elenco. Poi, con più dati a disposizione, ha specificato che resta un fenomeno occupazionale (stress da lavoro) per il quale è possibile, oltre ad una diagnosi, una cura. 

MA COSA E’ IL BURNOUT?

Il termine inglese burnout (in italiano “scoppiato”, “crollato”, “spento”, “esaurito”) viene utilizzato per descrivere una sindrome caratterizzata da progressiva perdita di ideali, energia, propositi e scopi che si determina sui luoghi di lavoro.

Il primo ad occuparsi di burnout è stato lo psicologo Herbert Freudenberger nel 1974.

IL BURNOUT E’ UNO “STATO DI FRUSTRAZIONE NATO DALLA DEVOZIONE AD UNA CAUSA, AD UNO STILE DI VITA, AD UNA RELAZIONE CHE HA MANCATO DI PRODURRE LA RICOMPENSA ATTESA.”  H.J. FREUDENBERGER

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La sindrome del burnout, inizialmente associata solo alle professioni sanitarie e assistenziali, è oggi riconosciuta come associata a qualsiasi contesto lavorativo con alte condizioni stressanti. Secondo l’Istituto Nazionale della Salute Americano, chiunque può soffrirne, dalla celebrità alla casalinga, passando per le persone in carriera, agli impiegati sovraccaricati di lavoro. Molti studiosi considerano questa sindrome non solo come una condizione di sofferenza individuale legata al lavoro (stress lavorativo), ma anche come un problema di natura sociale provocato da dinamiche sociali, politiche ed economiche; la sindrome può infatti interessare il singolo lavoratore, lo staff nel suo insieme, l’azienda ma anche le istituzioni (per esempio i Vigili del Fuoco, i Militari, le Forze dell’Ordine ecc.).

IL BURNOUT COME SINDROME DA STRESS LAVORO-CORRELATA

Sappiamo che lo stress agisce a livello globale sul funzionamento dell’organismo danneggiando e incidendo negativamente sulla salute.  Nella situazione di burnout, il lavoratore, oltre a sperimentare un forte stress (concausa del disturbo), arriva a rinnegare le motivazioni emotive che lo avevano portato a scegliere quel lavoro. Maslach e Leiter (1997) hanno definito il burnout come una erosione dell’impegno nel lavoro, laddove l’impegno è caratterizzato da fattori quali: l’ energia, il coinvolgimento e l’ efficacia. Impegno e burnout allora, possono essere immaginati come le due estremità opposte di un continuum.

Le dimensioni tipiche del burnout sono:

  • Esaurimento: è la prima reazione ad una condizione di stress estremo. La persona sente di essere “esaurita” quando si accorge di aver oltrepassato il proprio limite emozionale e fisico: si sente incapace di rilassarsi, di recuperare, prosciugata, manca dell’ energia necessaria per affrontare novità e sfide.
  • Cinismo: tale atteggiamento rappresenta il tentativo di proteggere se stessi dall’esaurimento e dalla delusione. La persona assume un atteggiamento freddo e distaccato nei confronti del lavoro e delle persone (colleghi, utenti, ecc…), per mettersi “al riparo”. Questo atteggiamento di indifferenza viene adottato per ridurre al minimo il proprio coinvolgimento emotivo nel lavoro e per mettere da parte (fino a rinnegare) i propri ideali e valori. Un atteggiamento così negativo può compromettere seriamente il  benessere di una persona, il suo equilibrio psico-fisico e la sua capacità di lavorare.
  • Inefficienza: è la conseguenza ultima del processo e si realizza quando la persona perde fiducia nelle proprie capacità e in sé stessa. Quando in una persona cresce la sensazione di inadeguatezza, qualsiasi progetto nuovo viene vissuto come opprimente. Il lavoratore ha l’impressione che il mondo trami contro ogni suo tentativo di fare progressi, e quel poco che riesce a realizzare, appare insignificante. Inutile e troppo difficoltoso diventa allora impegnarsi ulteriormente.

SINTOMI

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La sindrome si distingue dallo stress, così come si distingue dalla nevrosi, in quanto disturbo non della personalità ma del ruolo lavorativo. E’ caratterizzata da manifestazioni quali:

  • nervosismo,
  • irrequietezza,
  • apatia,
  • indifferenza,
  • cinismo,
  • ostilità.

Dal punto di vista clinico (psicopatologico) i sintomi del burnout sono molteplici, richiamano i disturbi dello spettro ansioso-depressivo, sottolineano la particolare tendenza alla somatizzazione e allo sviluppo di disturbi comportamentali.  Il soggetto colpito da burnout manifesta:

  • Sintomi aspecifici: insonnia, stanchezza, apatia, nervosismo, irrequietezza, esaurimento ;
  • Sintomi somatici: insorgenza di varie patologie (ulcera, cefalea, disturbi cardiovascolari, difficoltà sessuali ecc.)
  • Sintomi psicologici: irritabilità, aggressività, rabbia, risentimento, estrema difficoltà ad andare al lavoro ogni giorno, indifferenza, depressione, bassa stima di sé, senso di colpa, sensazione di fallimento, negativismo, sospetto e paranoia, rigidità di pensiero e resistenza al cambiamento, isolamento, sensazione di immobilismo, difficoltà nelle relazioni, cinismo, atteggiamento colpevolizzante e critico nei confronti dei colleghi e degli eventuali utenti.

Inoltre il burnout, molto spesso, porta il soggetto ad abuso di alcool, di psicofarmaci o fumo.

LE CAUSE INDIVIDUALI ED AMBIENTALI 

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Superficialmente si ritiene che il burnout sia esclusivamente un problema dell’individuo: le persone manifesterebbero tale disturbo a causa di “difetti” della loro personalità, dei loro comportamenti o delle loro competenze. In base a questo punto di vista, gli individui rappresentano il problema, e la soluzione sta nel lavorare su di loro o nel sostituirli. Vari studi hanno invece dimostrato come il burnout sia un problema sistemico: delle interazioni multidimensionali tra il lavoratore e il contesto sociale e organizzativo in cui il lavoratore stesso opera. Il lavoro (contesto, contenuto, struttura, ecc) infatti modella il modo in cui le persone interagiscono tra di loro e il modo in cui ricoprono la propria mansione. Quando l’ambiente di lavoro non riconosce l’aspetto umano, il rischio di burnout aumenta.

Alcune delle cause specifiche sono:

  • gratificazioni insufficienti;
  • scarsa remunerazione;
  • assenza di equità;
  • sovraccarico di lavoro;
  • mancanza di controllo;
  • crollo del senso di appartenenza;
  • valori contrastanti.

Fattori che possono determinare la sindrome

  1. Fattori del contesto e della struttura organizzativa

Esistono delle specifiche condizioni, legate all’ambiente di lavoro e all’organizzazione interna della struttura lavorativa, che aumentano il rischio di burnout, intensificando tensioni, stress e demotivazione. Tra queste troviamo:

  • il conflitto di ruolo:  si ha quando il lavoratore ritiene che le richieste che gli vengono rivolte siano incompatibili con il proprio ruolo professionale;
  • l’ ambiguità circa il proprio ruolo: si ha quando il lavoratore ha ricevuto/riceve insufficienti informazioni rispetto alla propria posizione/mansione;
  • la struttura di potere: riguarda il modo in cui vengono prese le decisioni nell’ambito lavorativo e la possibilità che ha l’individuo di parteciparvi;
  • il sovraccarico:  si ha quando all’individuo viene assegnato un eccessivo carico di lavoro/responsabilità, che non gli permette di svolgere serenamente e con soddisfazione la propria mansione;
  • la mancanza di stimolazione: si riferisce alla monotonia dell’attività lavorativa;
  • la turnazione lavorativa: la turnazione e l’orario lavorativo possono favorire l’insorgenza della sindrome; questo avviene più frequentemente nel personale che lavora secondo turni che non permettono di recuperare le energie necessarie;
  • retribuzione inadeguata.
  • 2. Fattori individuali 

Esistono dei tratti di personalità che rendono alcune persone più vulnerabili allo stress lavoro-correlato e quindi al burnout. Queste caratteristiche individuali interagendo con situazioni lavorative poco sensibili al “fattore umano”, possono portare con maggior frequenza al manifestarsi della sindrome. Tra queste abbiamo:

  • l’ introversione;
  • l’autoritarismo;
  • la tendenza a porsi obiettivi irrealistici;
  • uno stile di vita iperattivo;
  • l’abnegazione al lavoro (che arriva a sostituire la vita sociale);
  • il pensarsi indispensabili;
  • le motivazione e le aspettative professionali.

Esiste poi un tratto di personalità che è correlato alla sindrome, e cioè il tipo A: competitivo, ambizioso, aggressivo, puntuale, frettoloso, esigente con se stesso e con gli altri.

3. Fattori socio-demografici

  • differenza di genere: le donne sono più predisposte degli uomini;
  • età: nei primi anni di carriera si è più predisposti allo sviluppo della sindrome;
  • stato civile: le persone senza un compagno stabile sono più predisposte.

Per evitare che tale sindrome deteriori sia la vita lavorativa, sia la vita privata, bisogna intervenire velocemente e con efficacia.


Dott.ssa Silvia Darecchio – San Polo Parma (contatti)

 

 


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Asma bronchiale e psicosomatica

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L’asma bronchiale, così come altre malattie particolarmente complesse per quanto concerne cause ed effetti, è stata considerata un prototipo di malattia psicosomatica,  in cui i cambiamenti di umore e le emozioni giocano un ruolo importante nell’esacerbazione del sintomo. In particolare i fattori psicologici sembrano influenzare l’espressione dei sintomi ed il management dell’ asma mentre lo stress viene riconosciuto quale fattore causale nelle riacutizzazioni asmatiche.  Tuttavia, un numero considerevole di ricerche dimostra quanto l’idea che vi sia un rapporto codificato e prevedibile tra emozioni ed asma  non possa essere considerato un dato certo. E’ possibile affermare, come principio generale della psicosomatica,  che molte situazioni, caratterizzate da un generico disagio psicologico possono esprimersi sul piano clinico con difficoltà respiratoria ed alterazione della normale percezione del ciclo respiratorio, che smette di essere sentito come silenzioso ed automatico per divenire, invece, problematico. E’ altresì noto come molte malattie del corpo che manifestino sintomi respiratori, siano in grado di accentuare la percezione del disagio legato alla malattia stessa.


Definizione 

L’asma bronchiale è una delle patologie più diffuse al mondo. Secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) gli asmatici sono in tutto il mondo tra 100 e 150 milioni. Secondo la Global Initiative for Asthma (G.I.N.A.) le persone con asma sono addirittura 300 milioni, una ogni 20. In Europa, sempre secondo G.I.N.A., gli asmatici sono più di 30 milioni. In Italia si stima esistano circa tre milioni di pazienti asmatici, anche qui in costante aumento, e la patologia ha un impatto economico considerevole sul Servizio Sanitario Nazionale. 


Caratteristiche e Sintomi

Per la Global Initiative for Asthma l’asma è definita come un disturbo infiammatorio cronico delle vie aeree caratterizzato da:

  • iper-reattività bronchiale;

  • ostruzione bronchiale reversibile (spontaneamente o dopo idonea terapia);

  • flogosi cronica delle vie aeree.

L’asma è una patologia cronica dei bronchi. L’ iper-reattività bronchiale provoca una costrizione delle vie aeree – un restringimento dei bronchi (spasmo) –  che porta ad una mancanza o difficoltà di respiro; questi episodi, di crisi respiratoria, sono definiti comunemente “attacchi d’asma”.

I tipici sintomi dell’asma sono:

  • respiro sibilante;
  • mancanza di fiato;
  • senso di costrizione toracica;
  • difficoltà respiratoria (dispnea);
  • tosse.

Questi sintomi si esprimono perché, come si diceva,  le vie aeree sono particolarmente sensibili e vanno incontro ad uno spasmo appena si respira un allergene (nel caso dell’asma allergica). I sintomi dell’asma possono comparire gradualmente o all’improvviso, e la loro intensità può variare da una crisi all’altra. L’asma bronchiale cronica, se non trattata in modo adeguato, può condizionare gravemente la qualità della vita di chi ne è affetto, causando altre manifestazioni cliniche associate, quali:

  • disturbi del sonno,

  • limitazioni delle attività quotidiane,
  • intolleranza all’esercizio fisico,
  • maggiore predisposizione allo sviluppo di infezioni polmonari ricorrenti (bronchiti, polmoniti).

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Queste severe manifestazioni cliniche associate all’asma solitamente portano ad assenze frequenti dal lavoro o dalla scuola, nei casi più gravi a numerosi ricoveri in ospedale e, talvolta, nelle crisi più acute e intense, al rischio di mettere a repentaglio la vita stessa dei pazienti.


Forme di asma 

Su base eminentemente clinica è possibile distinguere le seguenti forme di asma bronchiale: 

  • Asma bronchiale atopica (asma allergica). Per atopìa si intende la predisposizione del soggetto, quando entra in contatto, ingerisce o inala un dato allergene, a manifestare reazioni anomale del sistema immunitario (tendenza a produrre immunoglobuline della classe E). Nell’asma bronchiale atopica è presente una predisposizione su base genetica (l’asma è il risultato dell’interazione fra fattori ambientali e genetici. La componente genetica incide però solo per il 30% circa), tuttavia la precocità e il livello di esposizione all’ allergene sono i fattori che condizionano maggiormente il manifestarsi della sensibilizzazione. L’esposizione a uno o più fattori ambientali (allergeni, variazioni di temperatura ed umidità, inquinamento, ecc…) è infatti, nella maggior parte dei casi, la causa dell’iperreattività e dell’infiammazione bronchiale alla base dei sintomi. L’asma bronchiale allergica si manifesta in genere già nell‘infanzia, si associa spesso ad altre malattie allergiche (rinite, eczema, orticaria) ed è correlata con la positività dei test allergologici. Questo tipo di asma ha un andamento tipicamente stagionale nel caso di allergeni legati alla fioritura (pollini), mentre nel caso di allergeni quali polvere di casa (acari), peli o piume di animali può avere carattere perenne. Importante è la prevenzione che si può ottenere innanzitutto con l’allontanamento del fattore di rischio, con assunzione di farmaci a scopo preventivo o, ove possibile, con procedure di desensibilizzazione all’allergene specifico.
  • Asma bronchiale professionale. L’esposizione a fumi, polveri e in generale ad inalanti sul posto di lavoro è responsabile di una percentuale di asma variabile tra il 2 e il 15 % nelle diverse casistiche. Tali sostanze possono agire con diversi meccanismi: irritativo; farmacologico; infiammatorio aspecifico; immunologico.
  • Asma bronchiale non atopica (asma non allergica, intrinseca). In un’ampia parte della popolazione asmatica non è possibile riconoscere alcuna sensibilizzazione allergica (in questi pazienti il rilascio di mediatori è analogo a soggetti allergici ma spesso sono implicati i polimorfonucleati neutrofili anziché gli eosinofili), non sempre cioè è possibile individuare un allergene responsabile della patologia. In questo caso si parla di asma non allergica (intrinseca).  L’asma non allergica sembrerebbe essere provocata da innumerevoli fattori più o meno subdoli come ad esempio le infezioni delle vie respiratorie, i fattori chimico-fisici e pare, particolari condizioni psicologiche, come lo stress. In generale, nell’asma non allergica, appare necessaria una predisposizione di base, ove i fattori scatenanti non fanno altro che precipitare il quadro clinico. Questa forma della malattia esordisce prevalentemente in età adulta.
    Nell’ asma non allergica il soggetto che ne è affetto spesso presenta altre condizioni cliniche concomitanti quali polipi nasali o sinusite; inoltre, pare che abbiano un peso, nel manifestarsi del disturbo, anche le condizioni climatiche (troppo freddo o troppo caldo o particolarmente umido). Poiché i fattori che causano l’instabilità del quadro clinico, di questo tipo d’asma, sono tanti e aspecifici, è sempre utile migliorare le difese naturali dell’organismo e le condizioni generali di questi pazienti che comunque, dovranno imparare e mettere in atto strategie comportamentali, volte a ridurre il contatto con potenziali fattori irritanti o scatenanti.

ASPETTI PSICOLOGICI DELL’ASMA

La letteratura e i vari studi compiuti globalmente ad oggi, considerano le persone che soffrono di asma persone “normali” che vivono una situazione “anormale”. Numerosi autori hanno tuttavia sottolineato quanto i pazienti con malattie croniche, fra cui l’asma, presentino, con maggior frequenza, pattern di problemi concomitanti .

IMPATTO EMOTIVO
Il fatto di non poter respirare in maniera libera ha un forte impatto emotivo sulla qualità di vita dell’ “asmatico”: basti pensare che “il respiro è vita”.  Di contro il quadro clinico può peggiorare, se la persona si scoraggia e si sente impotente, non sapendo come risolvere il problema, in un circolo vizioso. Possiamo quindi affermare che è comune che i pazienti asmatici siano soggetti a qualche forma di disagio emotivo. Questi pazienti, soprattutto in corrispondenza dei periodi in cui la malattia si manifesta in modo grave, possono essere più a rischio di depressione maggiore e di ansia. Ciò però non stabilisce una correlazione causale fra ansia e asma, nondimeno è stata ipotizzata una causalità bidirezionale: secondo tale prospettiva, l’asma può causare ansia, ma anche l’ansia potrebbe aumentare la probabilità delle crisi. Inoltre, uno stato d’ansia o di depressione, potrebbero indurre il paziente a non seguire il regime terapeutico prescritto dal medico, aumentando in questo modo il rischio di futuri attacchi d’asma. Alcuni stati emotivi potrebbero anche perturbare l’auto-percezione dei sintomi e dei segni che precedono ogni attacco d’asma. Rispetto alla depressione Dudley e Sitzman (1988) hanno rintracciato quattro aree significative da valutare, utili ai fini diagnostici:

1) costellazioni di sintomi fisici non associabili direttamente all’asma (mal di stomaco, dolori articolari, cefalee, ecc…);
2) reazioni emotive connotate da senso di mancata speranza, mancato aiuto, impotenza e rassegnazione;
3) processi cognitivi condizionati dalla bassa autostima e dal senso di incertezza
4) quasi totale assenza di fattori motivazionali positivi, prevalenza di passività e dipendenza.

IMPATTO SUL FUNZIONAMENTO COGNITIVO
Sufficienti dati hanno portato Grant, Heaton e altri a concludere che il disturbo ha delle conseguenze sul cervello (così come sui polmoni e sul cuore). Grant e Prigatano (1988) hanno suggerito che l’asma provoca dei danni neuropsicologici, soprattutto per quanto riguarda il pensiero astratto, la velocità del processo di elaborazione delle informazioni e danni generali nell’accuratezza e nella velocità psicomotoria. Le ricerche si sono occupate anche dell’impatto delle cure sul funzionamento cognitivo. Bender ha rilevato che i risultati degli studi sono inconsistenti: alcune cure sembravano causare danni alla memoria, tremori, iperattività nei bambini, ansia, migliore attenzione o psicosi. Alcuni studi tendono ad esagerare tali effetti, nonostante ciò occorre che vengano tenuti in considerazione, soprattutto quando i pazienti sono in età pediatrica.

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IMPATTO SUL COMPORTAMENTO
L’impatto sull’aspetto comportamentale è stato messo in relazione con altri dati epidemiologici. Persone asmatiche perdono più lavori e giorni di scuola di altri, e fra le malattie croniche l’asma è quella che causa maggiormente l’abbandono degli studi. L’allontanamento dalla scuola fa sì che questi giovani siano isolati anche da altre attività sociali che li aiuterebbero a divenire persone adulte adeguate.
Anche perdere il lavoro è deleterio; molti asmatici si rifiutano di curarsi al lavoro per paura che ciò possa compromettere un loro eventuale avanzamento. Oltre a ciò, pazienti asmatici suscitano varie emozioni nelle persone e suscitano immagini negative: i professori potrebbero ritenere che i bambini asmatici richiedano un trattamento educativo particolare, come l’ingresso in una classe che non fa ginnastica, mentre questi bambini avrebbero anzi bisogno di essere in ottima forma per fronteggiare i loro attacchi.

IMPATTO SULLA FAMIGLIA 
L’ asma ha il potere di mettere a dura prova l’unità di molte famiglie, e questo per varie ragioni, solo a titolo d esempio: il carico emotivo dei caregivers; le spese per le cure (è stato rilevato che pazienti asmatici potrebbero usufruire dal 2 al 30% delle entrate della famiglia); le difficoltà economiche determinate dalla perdita delle entrate, se il paziente non è in grado di lavorare; i limiti organizzativi (le vacanze possono diventare assai rare, non solo per il costo, ma anche per il rischio di esporre la persona malata a rischi). Il supporto sociale (più della gravità della malattia), come accade per buona parte delle condizioni patologiche, è predittore della capacità che la famiglia e il contesto allargato hanno di riuscire a  fronteggiare lo stress e la malattia stessa.


Non solo farmaci

Nonostante l’assenza di un unanime punto di vista sull’eventuale correlazione asma-stress, è tuttavia fortemente auspicabile che i pazienti imparino a gestire le proprie emozioni (questo vale anche per i famigliari, soprattutto per i genitori del bambino gravemente asmatico, che dovendo gestire emozioni complesse possono sentirsi travolti e sopraffatti dalla situazione).  In questo senso sono consigliabili tutti gli approcci generalmente adottati per mitigare le condizioni di stress o di ansia, che vanno da una costante leggera attività fisica a percorsi più mirati e professionali (yoga, respirazione, sostegno psicologico, ecc…). In caso di asma è molto utile, oltre ad un lavoro di desensibilizzazione, anche e soprattutto l’acquisizione di tecniche di rilassamento: il rilassamento infatti durante un attacco può prevenirne il peggioramento e, nel corso della terapia, può aiutare le persone a eseguire ogni passo richiesto per il controllo dell’asma.

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Dott.ssa Silvia Darecchio – contatti consulenza

 

 

Attacchi di panico

“Vedo la città da questo strano vetro. Non sono mai stato dentro un’ambulanza. Un volontario della Croce Rossa mi tiene la mano sulla spalla e dice che devo stare calmo perché il Policlinico è vicino. Forse per l’eccessiva gioia, la grande emozione o la tensione accumulata, proprio oggi, di rientro dal tour in Cina, sono andato in tilt sul marciapiede sotto casa. Si parla di un attacco di panico, o di una cardiopatia, e per la mia mente paurosa è possibile che non sopravviva ai prossimi 10 minuti. Ripenso a quanto è bello il cielo, il traffico, la quotidianità o l’essere semplicemente vivi. Quanti sorrisi non ho regalato, quante emozioni non ho ancora vissuto, quante volte ho offuscato i miei sogni dietro i fantasmi della paura… Se dovessi uscire di qui, canterò con la Musica la gioia di vivere, ogni momento bello o brutto, qualunque sarà la mia condizione.”
(Giovanni Allevi)

“Bisogna avere in sé il caos per partorire una stella che danzi.”
(Friedrich Nietzsche)


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L’attacco di panico è un breve episodio di ansia intollerabile che può durare al massimo 20 minuti. E’ caratterizzato da sentimenti di apprensione, paura, terrore: la persona vive un senso di catastrofe imminente, ha il corpo sconvolto da violente manifestazioni neuro-vegetative che non fanno altro che aumentare il senso di terrore e di catastrofe. L’attacco di panico arriva come un fulmine a ciel sereno, improvvisamente. È questo il motivo per cui le persone ne sono tanto spaventate. La realtà, invece, è diversa: l’attacco di panico ha sempre un fattore scatenante, anche quando non si è in grado di riconoscerlo come tale.


Sintomi fisici degli attacchi di panico:

  • Palpitazioni (cardiopalmo, tachicardia, aritmia);
  • alterazioni nella salivazione;
  • alterazioni nella sudorazione;
  • brividi o vampate di calore;
  • tremori (fini o a grandi scosse);
  • parestesie (alterazioni della sensibilità degli arti o di altre parti del corpo. Il termine descrive condizioni caratterizzate da fenomeni sensitivi di livello locale. La parestesia è un disturbo soggettivo, riferito come: formicolio, punture di spilli, bruciore, scossa elettrica, parte addormentata);
  • dispnea (si tratta di una sensazione soggettiva riferita dalla persona come ‘affanno’, ‘respiro corto’ o ‘mancanza d’aria’) o sensazione di soffocamento;
  • sensazione di asfissia;
  • dolore o fastidi al petto;
  • nausea o disturbi addominali;
  • sensazioni di sbandamento, instabilità, testa leggera o senso di svenimento;
  • depersonalizzazione* o derealizzazione** ;
  • paura di perdere il controllo o di impazzire, paura di morire.

* depersonalizzazione: esperienza di irrealtà, distacco, o sensazione di essere un osservatore esterno rispetto al proprio corpo o ai propri pensieri, sentimenti, sensazioni, azioni (ad esempio: alterazioni percettive, senso distorto del tempo, sensazione di un Sé irreale o assente, intorpidimento emotivo e/o fisico).

** derealizzazione: esperienza di irrealtà o di distacco rispetto a un ambiente (ad esempio, persone o oggetti sono vissuti come irreali, onirici, senza vita o visivamente distorti).


Aspetti cognitivi degli attacchi di panico

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Durante un attacco di panico anche i pensieri si modificano. Le persone che hanno un attacco di panico si sentono sopraffatte da qualcosa di grave e terribile che sentono stia per accadere. Possono pensare, ad esempio, che moriranno, che impazziranno, che perderanno il controllo… Pensieri come: “Sto per avere un infarto”, “Ora svengo” o “Morirò” sembrano così reali, nel momento dell’attacco di panico, da portare alcune persone a chiamare l’ambulanza o a recarsi al pronto soccorso per ottenere un trattamento d’ urgenza.

Dopo aver provato un attacco di panico, così pervasivo, sconvolgente e destabilizzante, è quasi inevitabile che la persona colpita viva nel timore che le possa riaccadere. E’ piuttosto comune che si inneschi, in breve tempo,  un circolo vizioso capace di trasformare il singolo attacco di panico in un vero e proprio ” Disturbo di panico”. In questo caso la persona apprende ad avere “paura della paura”. Nell’instaurarsi  e nel persistere del disturbo, è bene sottolineare, che il paziente ha un coinvolgimento attivo. L’attacco di panico, infatti, è il risultato di un processo rinforzato da molti fattori, su cui la persona ha più controllo di quanto pensi.

Ecco cosa succede ai pensieri:  i soggetti che hanno avuto attacchi di panico hanno pensieri catastrofici a causa dei quali i normali sintomi fisici dell’ansia vengono interpretati erroneamente e vissuti come pericoli oggettivi. In realtà le sensazioni fisiche avvertite e sovrastimate potrebbero essere dovute a fattori meramente circostanziali, quali:

  • la stanchezza psico-fisica;
  • l’ eccesso di caffeina;
  • lo stress;
  • l’ aver mangiato troppo e/o male;
  • la cattiva igiene del sonno, ecc…

Il Disturbo di panico anxiety-2878777__340

Quando gli “attacchi di panico” diventano ricorrenti, si parla di “Disturbo di panico”. In questo caso il ripetersi degli attacchi di panico influenza l’intera esistenza del paziente, che manifesta una preoccupazione persistente (della durata superiore ad un mese) circa:

  • l’ avere un’altra crisi di panico;
  • le possibili implicazioni/conseguenze degli attacchi sulla sua vita e sul suo funzionamento.

Il Disturbo di panico un disturbo d’ansia

Gli attacchi di panico vengono classificati tra i disturbi d’ansia. Buona parte della comunità scientifica è concorde nel ritenere gli attacchi di panico la conseguenza dell’interazione complessa di pensieri, emozioni e processi fisici. Un periodo o un evento particolarmente stressanti possono scatenare il disturbo di panico in persone con una predisposizione genetica e psicologica ai disturbi d’ansia. Può accadere, cioè, che il normale livello d’ansia con cui tutti noi nasciamo, aumenti ed esploda in episodi di panico, più o meno intensi, a seguito, ad esempio, di un evento stressante. I motivi per cui le persone soffrono di attacchi di panico sono diversi.  Tra le cause più diffuse troviamo:

  • la predisposizione genetica;
  • lo stress;
  • le preoccupazioni eccessive in generale, circa la propria salute in particolare;
  • sentimenti spiacevoli (causati, ad esempio, da problemi o difficoltà personali o professionali) che se  non vengono o non possono essere affrontati, rimangono latenti, provocando un aumento dell’ansia nel tempo che potrebbe superare una soglia significativa e scatenare un attacco di panico.

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Dopo un attacco di panico

Esistono dei pattern comportamentali che, pur rappresentando dei tentativi maldestri e inefficaci di gestire il disturbo, si presentano frequentemente dopo aver vissuto un attacco di panico. I pattern più ricorrenti sono:

  • L’ EVITAMENTO: la tendenza cioè ad evitare tutte le situazioni o le persone ritenute pericolose. Vengono evitate tutte le situazioni percepite come ansiogene (uscire per incontrare persone, prendere l’aereo, frequentare luoghi affollati, andare al ristorante, al cinema ecc…). In alcuni casi si arriva progressivamente a non uscire più di casa. Dal momento che, nel caso del disturbo di panico, ciò che si teme di più sono le proprie sensazioni fisiche, si tende ad evitare anche tutte quelle attività o sostanze che aumentino l’attivazione fisiologica dell’organismo: non si bevono più caffè o bevande eccitanti, si evita l’attività fisica o sessuale, si predilige uno stile di vita riposante e all’insegna della prudenza.
  • LA FUGA: coloro che soffrono di attacchi di panico cercano di fuggire il prima possibile dalla situazione o dagli individui che provocano loro ansia o malessere;
  • I TENTATIVI DI CONTROLLO: chi soffre di attacchi di panico mette in atto meccanismi soggettivamente rassicuranti (portare con sé medicinali, se teme un attacco di cuore rimanere immobile, se ha paura di soffocare aprire una finestra o bere dell’acqua, ecc.).
  • LO STATO DI TENSIONE: la paura dell’imminenza di un nuovo attacco produce stati di tensione e di irritabilità generali.

Queste modalità di comportamento diventano, con il passare del tempo, dei limiti sempre più invalidanti per le persone che soffrono del disturbo.  Anche i rapporti interpersonali (familiari, di coppia, di amicizia, ecc.),  a causa delle limitazioni, tendono a ad andare in crisi, manifestando serie difficoltà.

Gli attacchi di panico, oltre all’ansia, sono correlati anche ad altri disturbi, quali la depressione e l’agorafobia (paura di camminare per strada, degli spazi aperti come le autostrade…).


Superare gli attacchi di panico:

Per superare gli attacchi di panico devono essere perseguiti, con l’ aiuto di un professionista, 5 obiettivi principali:

  1. Scoprire e abbattere le fonti di stress.
  2. Aumentare la tolleranza all’ansia, ristabilendo il senso di sicurezza e riducendo la sensibilità alle sensazioni fisiche e mentali.
  3. Indebolire l’interpretazione catastrofica e gli schemi di minaccia, paura e pericolo.
  4. Incrementare le capacità cognitiva di adottare spiegazioni alternative più realistiche dei sintomi.
  5. Eliminare l’evitamento e altri comportamenti disfunzionali.

Infine, dal momento che lo stress ha un ruolo determinante nell’insorgenza e nel mantenimento del disturbo di panico, è fondamentale adottare uno stile di vita sano e all’insegna della salute. Quindi, sarà necessario alimentarsi correttamente, dormire un numero adeguato di ore, fare attività fisica e praticare una, o più di una, forma di rilassamento, per tenere bassi i livelli di stress e ridurre così la possibilità di avere nuovi attacchi di panico.


fun-1850709__340“Distendo le vene
E apro piano le mani
Cerco di non trattenere più nulla
Lascio tutto fluire
L’aria dal naso arriva ai polmoni
Le palpitazioni tornano battiti
La testa torna al suo peso normale
La salvezza non si controlla…                     
Vince chi molla.”

(N. Fabi)

 

Dott.ssa Silvia Darecchio (contatti)

Psicosomatica: l’intestino

Secondo la teoria elaborata recentemente dallo scienziato americano Michael Gershon,     l’intestino  è  come  un  “secondo  cervello” .   In che senso?

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Intestino e cervello originano embriologicamente dalla stessa massa di tessuti: una parte diventa il sistema nervoso centrale, l’altra diventa il sistema nervoso enterico (deputato a governare le funzioni fondamentali dell’apparato digerente), collegati tra loro dal nervo vago. A differenza del resto del sistema nervoso periferico, quello enterico non esegue necessariamente i comandi che riceve dal cervello né rimanda sempre le informazioni ai distretti superiori, ma può elaborare i dati ricevuti dai propri recettori sensitivi e agire in modo indipendente nell’organizzazione nervosa del corpo. L’intestino contiene, cioè, neuroni in grado di essere autonomi, ossia che possono far funzionare l’organo senza ricevere istruzioni dal cervello o dal midollo spinale. Sembra infatti che il nervo vago, collegamento tra i due sistemi nervosi, costituisca solo una minima parte della comunicazione che avviene in entrambe le direzioni.  Dal momento in cui il cibo viene deglutito a quello in cui viene espulso l’intestino può regolare da solo tutte le fasi, il sistema nervoso centrale è assolutamente necessario solo per la deglutizione e per l’atto della defecazione. La presenza del cibo nell’apparato gastrointestinale è rilevato dal sistema nervoso enterico che avvia la secrezione di materiali digestivi e stimola l’intestino a mettere in atto le azioni appropriate per la digestione in quel determinato momento.

Le ricerche più recenti hanno scoperto che il cervello enterico produce il 95% della serotonina, uno dei principali neurotrasmettitori del sistema nervoso. L’intestino, inoltre, sarebbe in grado di memorizzare stress e ansie utilizzando le stesse sostanze chimiche (serotonina, dopamina, sostanze oppiacee e antidolorifiche) impiegate nel cervello (Lanza, 2009). Si può affermare che i due cervelli usano lo stesso linguaggio chimico e che, pur funzionando in modo autonomo e integrato, si influenzano grandemente a vicenda. Questo stretto  rapporto può essere sperimentato  quando si ha, ad esempio, mal di testa o insonnia da cattiva digestione o una stretta allo stomaco in situazioni di stress mentale (Lanza, 2009).

Alexander, negli anni ’30, mise in discussione che il principale fattore eziologico delle patologie psicosomatiche fosse di natura esclusivamente psicologica. Secondo l’autore il Sistema Neuro-Vegetativo, all’interno del quale si integrano soma e aspetti affettivo-relazionali, influenza sia il comportamento individuale sia l’attività dei sistemi enzimatici attraverso reti neuronali periferiche. La sua capacità, quindi, di regolare contemporaneamente la vita istintivo-affettiva e il metabolismo cellulare dimostra come esso rappresenti il legame tra sfera psichica e somatica così da permettere all’organismo di reagire in maniera unitaria agli stimoli interni ed esterni.

Secondo la neuro-gastroenterologia odierna il cervello responsabile della componente psico-emotiva è addirittura quello enterico, per cui non esisterebbe più un solo percorso eziologico a senso unico, ossia conflitto emotivo → cervello → organo, ma un’ambivalenza di ruoli (Lanza, 2009).

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Lavorando sul sistema intestinale, quindi, si possono ottenere:

  • un rafforzamento del sistema immunitario;
  • un innalzamento del quadro energetico in quanto viene aiutato il metabolismo dei cibi;
  • un beneficio a livello umorale, questo perchè il corretto smaltimento dei rifiuti del nostro organismo, garantisce un importante ricambio tossinico che altrimenti ristagnerebbe nel nostro corpo, producendo sintomi quali stanchezza, nervosismo e irritabilità.

 


 

Dott.ssa Silvia Darecchio  – Psicologa – San Polo di Torrile (Pr)  contatti

La Psicosomatica

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Definizione

La Psicosomatica è la disciplina che, indagando la relazione tra la mente e il corpo, ovvero ricercando la connessione tra il mondo emozionale e il soma, si colloca a metà strada tra la medicina e la psicologia (una sorta di “psicologia medica”). Nello specifico, la Psicosomatica ha lo scopo di rilevare e comprendere gli effetti che la psiche, la mente, produce sul soma, il corpo. Partendo dal presupposto che l’essere umano sia una inscindibile unità psicofisica  questa disciplina ha scoperto che per alcune patologie accanto ai fattori somatici giocano un ruolo importantissimo anche i fattori psicologici che ne influenzano il manifestarsi, lo sviluppo e il mantenimento. L’interconnessione tra un disturbo e la sua causa d’origine psichica si riallaccia quindi alla visione olistica dell’ essere umano, nella consapevolezza, cioè, che mente e corpo sono strettamente legati nell’ unità. La malattia, in quest’ottica,  viene concepita come il risultato di meccanismi che interagiscono a livello cellulare, personale, interpersonale e ambientale

I disturbi psicosomatici anatomy-254120__340.jpg

Il meccanismo che sta alla base dei disturbi psicosomatici è la necessità delle emozioni troppo dolorose di trovare uno sbocco. Quando le emozioni sono intollerabili spingono il corpo a manifestare il disagio in alcuni organi, chiamati organi bersaglio; l’ obbligatorietà ad esprimersi fa sì che queste emozioni trovino una via di scarico immediata nel corpo e che prendano la forma dei vari sintomi. I disturbi psicosomatici sono allora una difesa contro quelle emozioni ritenute inaccettabili e dolorose  che, causando un disagio psicologico, lo portano a “trovare la parola” direttamente nel corpo. Ad esempio, il risentimento, il rimpianto e la preoccupazione, così come altre emozioni cosiddette “negative”, possono mantenere il sistema nervoso autonomo (sistema simpatico) in uno stato di eccitazione e di emergenza per un tempo più lungo di quello che l’organismo è in grado di sopportare. I pensieri troppo angosciosi, cioè, possono mantenere il sistema nervoso autonomo in uno stato di attivazione persistente che può provocare dei danni agli organi più deboli (bersaglio).

Alcuni disturbi psicosomatici  

I disturbi di tipo psicosomatico possono manifestarsi:

  • nel sistema neurologico: vertigini, paralisi o ipostenia localizzate, deficit della coordinazione o dell’equilibrio;

  • nell’apparato gastrointestinale:  gastrite, ulcera peptica, difficoltà a deglutire o nodo alla gola, nausea, colon irritabile, dispepsia funzionale;
  • nell’apparato cardiocircolatorio: tachicardia, aritmie, cardiopatia ischemica, ipertensione essenziale;
  • nell’apparato respiratorio: asma bronchiale, sindrome iperventilatoria;
  • nell’apparato urogenitale: dolori mestruali, impotenza, eiaculazione precoce o anorgasmia, enuresi;
  • nel sistema cutaneo: psoriasi, acne, dermatite psicosomatica, iprurito, orticaria, secchezza della cute e delle mucose, sudorazione profusa
  • nel  sistema muscoloscheletrico:  cefalea tensiva, crampi muscolari, stanchezza cronica, torcicollo, fibromialgia, artrite,  dolori al rachide,  cefalea nucale, mal di schiena, articolazioni doloranti;
  • Sintomi psicosomatici sono comuni nella depressione e in quasi tutti i disturbi d’ansia. 

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I disturbi psicosomatici sono “patologie sistemico-funzionali”

I disturbi psicosomatici sono malattie che, causate e/o aggravate da fattori emozionali, come ogni altra forma patologica, comportano danni a livello organico. I sintomi psicosomatici coinvolgono il sistema nervoso autonomo e costituiscono una risposta vegetativa a situazioni di disagio psichico o di stress. Nello specifico, i disturbi psicosomatici derivano  dall’iper – attivazione del sistema nervoso autonomo (simpatico) il quale viene sottoposto a livelli di eccitazione per periodi lunghi, comportando modifiche neuro-chimiche importanti. Il continuo stato di attivazione ed eccitazione porta, inoltre, all’abbassamento delle difese immunitarie con il rischio aumentato di vulnerabilità alle malattie. Inoltre, a causa dello stato di eccitazione continua del sistema nervoso autonomo, possono insorgere complicazioni generalizzate quali malattie infiammatorie, autoimmuni e neuro-degenerative.  


PNEI

Uno degli indirizzi più promettenti della ricerca in psicosomatica, negli ultimi trent’anni, è la psico neuro endocrino immunologia (PNEI), che ha l’obiettivo di chiarire le relazioni tra il funzionamento psicologico, la secrezione di neuro-trasmettitori a livello cerebrale, gli ormoni da parte del sistema endocrino e il funzionamento del sistema immunitario.


Dott.ssa Silvia Darecchio  – Psicologa – San Polo di Torrile (Pr)  contatti

Come imparano i nostri bambini?

EMOZIONI E APPRENDIMENTO

Non è solo “cognitivamente” (cioè attraverso percezione, comprensione e memoria) che si impara. Un ruolo altrettanto importante, infatti, nel processo di apprendimento, lo giocano le emozioni. Nel passato le emozioni sono state, per lo più, bandite dalle scuole, perché non misurabili oggettivamente e perché potenzialmente di intralcio all’attività didattica, condotta con procedure rigide, rigorose e intransigenti. Oggi, grazie alle prove raccolte sul campo, è stato dimostrato quanto l’aspetto emotivo/affettivo sia importante non solo nell’apprendimento ma anche nella comunicazione, nell’interazione sociale e in ogni altro comportamento umano; si è, cioè, finalmente adottato un punto di vista unitario, che considera l’Uomo una totalità di razionalità ed emotività. E’ in questa cornice (olistica) che ogni bambino deve essere educato e deve imparare ad apprendere.


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Non solo, oggi finalmente, il ruolo delle emozioni nei processi di apprendimento è suffragato anche dalle scoperte delle neuroscienze, che non molto tempo fa hanno dimostrato l’esistenza di una connessione neurale tra sistemi emotivi e sistemi cognitiviL’ippocampo, l’organo responsabile dei ricordi (a lungo termine), ha forti connessioni con l’amigdala e altri moduli della regione limbica coinvolti nella genesi delle emozioni. Tale organizzazione neuroanatomica spiega un fenomeno che tutti in realtà abbiamo sperimentato: poiché i ricordi hanno una dimensione emotiva, gli allievi apprendono ciò che interessa loro (apprendono cioè quello che ha procurato loro piacere mentre lo stavano imparando). 

Ovviamente non tutte le emozioni sono uguali. Tra le emozioni c’è uno squilibrio a vantaggio di quelle negative, specialmente verso la paura. Le risposte di paura hanno sempre la meglio: occupano la nostra attenzione e la nostra coscienza ogni volta che possono. Da qui gli effetti deleteri per l’apprendimento di un ambiente angoscioso, ansiogeno, caratterizzato da trascuratezza o peggio da abusi. Gli ambienti avversi o minacciosi possono innalzare i livelli di cortisolo all’interno del corpo. È ben dimostrato che l’eccesso di cortisolo influisce negativamente sul funzionamento della corteccia frontale, il che a sua volta si ripercuote sull’attenzione, sulla memoria di lavoro eccetera. La percezione e il ricordo delle minacce terranno occupata la memoria di lavoro che dovrebbe invece prestare attenzione alle esperienze di apprendimento e al contenuto della lezione.

icon-3154240__340La dimensione emotiva dell’apprendimento ha, quindi, forti implicazioni educative per quanto riguarda la pedagogia dell’insegnamento, per questo non può essere, in alcun modo, ignorata.

Cosa si può fare per ridurre la paura degli allievi? Esistono degli approcci rivolti agli insegnanti, che vanno diffondendosi sempre più nelle scuole, basati sull’intelligenza emotiva, ovvero la capacità di percepire, esprimere, comprendere e gestire adeguatamente le emozioni in maniera preparata ed efficace. Tali approcci indicano, in varia misura, quali fattori devono essere utilizzati per misurare l’intelligenza emotiva. Essi comprendono:

  •  la capacità di identificare i propri stati emotivi, insieme alla capacità di esprimerli agli altri;
  • la capacità di riconoscere e comprendere le emozioni degli altri e quelle che si manifestano in risposta ai diversi tipi di stimoli ed ambienti;
  • la misura in cui le emozioni e la conoscenza emozionale partecipano ai processi di decisione e/o soluzione di problemi;
  • la capacità di gestire le emozioni positive e negative proprie e altrui;
  • il controllo efficace dei forti stati emotivi sperimentati al lavoro, come la rabbia, lo stress, l’ansia e la frustrazione.

Una scuola che fa entrare le emozioni in classe, che “approfitta” della loro naturale presenza, diventa inoltre un’istituzione che si impegna su un fronte ampio, in cui gli obiettivi diventano di tipo generale perché non riguardano solo l’istruzione in senso classico, ma la formazione umana. Trasformare le emozioni in risorsa consente all’insegnante/docente una serie di vantaggi preziosi in termini di stimolo per l’apprendimento (ma anche per l’insegnamento), tra questi:

  • sintonia nella relazione formatore-allievo;
  • comunicazione più profonda;
  • lavoro più significativo;
  • potenziamento del coinvolgimento dell’alunno/studente;
  • creazione di una partecipazione attiva e collaborativa;
  • generazione di un efficace apprendimento personale e condiviso;
  • creazione di un clima di gruppo favorevole all’apprendimento e allo sviluppo di relazioni.