Quando l’ansia non fa dormire


E’ ormai notte fonda. Siamo a letto, ma siamo ancora svegli: abbiamo guardato un’ altra puntata di quel programma, letto due pagine, bevuto una tisana, spento la luce, acceso la luce, spento la luce. E ora continuiamo a rigirarci, tentando di trovare la posizione che ci permetterà di prender sonno. Invano. Le ore passano, ma continuiamo ad essere svegli: pensiamo al giorno che ci attenderà e che ci vorrà pieni di energie, ci preoccupiamo, ci alziamo dal letto tanto per vedere se funziona. Siamo sempre più stanchi ma non riusciamo ad addormentarci.

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Senza alcun dubbio, sono tante le persone che hanno trascorso almeno una notte della propria vita in questo modo: passando le ore svegli nonostante la stanchezza e il profondo desiderio di dormire. I sintomi dell’insonnia infatti sono molto comuni. I dati ci dicono che mentre circa il 30-35% della popolazione mondiale manifesta qualche difficoltà nel sonno, ben il 10-15% della popolazione lamenta difficoltà quotidiane associate ad un disturbo da insonnia propriamente detto. Il sintomo più frequente, nei più giovani, è la difficoltà nell’addormentamento, mentre per le persone di mezz’età e anziane la manifestazione più tipica è rappresentata dai risvegli frequenti durante la notte. Il disturbo da insonnia può manifestarsi a qualsiasi età, anche se il primo episodio avviene solitamente nella tarda adolescenza/prima età adulta; è più frequente nelle donne; è più frequente nei pazienti psichiatrici.

dormire 2Disturbi del sonno

Come spiega il Manuale Diagnostico e Statistico dei Disturbi Mentali (DSM V) i disturbi del sonno sono, oltre al più conosciuto e diffuso disturbo da insonnia: il disturbo da ipersonnolenza, la narcolessia, i disturbi del sonno correlati alla respirazione, i disturbi dell’arousal del sonno REM, la sindrome da gambe senza riposo e il disturbo del sonno indotto da sostanze/farmaci.

Disturbo da insonnia

Se le alterazioni del sonno si verificano per periodi che vanno da qualche giorno a qualche settimana, si parla di disturbo acuto del sonno. Quando le alterazioni del sonno si manifestano per almeno 3 mesi, si parla invece di disturbo da insonnia.  L’insonnia è un disturbo caratterizzato da un sonno insoddisfacente e non riposante che si manifesta con sintomi notturni, quali:

  • difficoltà nella fase di addormentamento,
  • risvegli notturni frequenti,
  • precoci risvegli mattutini. 

e sintomi diurni: 

  • stato di fatica quotidiana / affaticabilità;
  • preoccupazioni circa il sonno;
  • sonnolenza diurna;
  • difficoltà cognitive: deficit dell’attenzione, nella concentrazione e nella memoria;
  • maggiore irritabilità;
  • senso generale di malessere spesso associato ad un tono dell’umore alterato;
  • maggiore labilità emotiva;
  • sintomi ansiosi e depressivi;
  • peggioramento nel rendimento sociale e lavorativo;
  • sintomi fisici, quali: fastidi gastrointestinali, stati di tensione muscolare, mal di testa, fomicolii.

Inutile dire che il disturbo da insonnia provoca un preoccupante calo della qualità di vita dell’individuo.

L’insonnia può associarsi a:

  • disturbi medici (ad esempio ipertensione e disturbi cardiaci);
  • disturbi psichiatrici (ad esempio disturbi d’ansia e disturbi dell’umore);
  • cattive abitudini comportamentali (ad esempio l’abuso di caffeina, l’utilizzo eccessivo di videoterminali o il passare troppo tempo a letto);
  • cattive abitudini cognitive (ad esempio sforzarsi o preoccuparsi di non riuscire ad addormentarsi).

In alcuni casi l’insonnia è uno dei primi segnali dello sviluppo di un disturbo psichiatrico che va identificatodormire e trattato per tempo. Nonostante il disturbo da insonnia sia molto diffuso nella popolazione generale, le cause che ne determinano il manifestarsi non sono ancora state comprese completamente. La comunità scientifica è, tuttavia, ormai concorde nel ritenere che a favorire l’esordio e il mantenimento del disturbo sia un insieme di fattori genetici, comportamentali, emotivi e cognitivi.

  • Fattori genetici: esiste una predisposizione genetica che rende alcuni individui più vulnerabili a sviluppare il disturbo da insonnia. Grazie alle ricerche effettuate sappiamo, infatti, che il 30% dei soggetti affetti da insonnia ha un familiare che soffre dello stesso disturbo.
  • Fattori comportamentali: sono state individuate alcune abitudini comportamentali capaci di favorire   l’insorgenza e il mantenimento dell’insonnia. Tra queste: usare dispositivi elettronici prima di addormentarsi (ad es. computer o smartphone), passare molto tempo a letto, avere orari e ritmi di sonno/veglia irregolari, dormire durante il giorno.
  • Fattori emotivi: in molti casi il disturbo da insonnia esordisce durante un periodo di stress acuto, per eventi avversi o insistenti preoccupazioni, e tende poi a cronicizzarsi. L’insonnia è inoltre presente come sintomo in molti disturbi mentali, in alcuni casi la sua comparsa può essere il primo sintomo di un disturbo psichiatrico più importante (ad es. la depressione maggiore).
  • Fattori cognitivi: alcuni stili cognitivi possono favorire l’insonnia, ad esempio il tendere a rimuginare. La tendenza a rimuginare e a preoccuparsi possono infatti causare difficoltà nell’addormentamento. Tali difficoltà portano poi a generare ulteriori preoccupazioni che non fanno altro che peggiorare il quadro dell’insonnia.

Disturbi d’ansia e insonnia

dubbio 5Diversi studiosi hanno dimostrato un’associazione, clinicamente e scientificamente nota, fra il disturbo da insonnia e i disturbi di ansia. Nel disturbo da insonnia l’ansia  può agire come causa e come aggravante del problema: l’ansia di non riuscire a dormire alimenta l’insonnia, che a sua volta aumenta l’ansia, in un circolo vizioso che tende a cronicizzarsi. Anche il Manuale Diagnostico e Statistico per i Disturbi Mentali (DSM V) sancisce un legame fra questi due disturbi e riconosce, tra i sintomi del disturbo da ansia generalizzata (GAD), diverse “alterazioni del sonno”, quali:

  • difficoltà ad addormentarsi;
  • difficoltà a mantenere il sonno;
  • sonno inquieto;
  • sonno insoddisfacente.

Le persone che manifestano il disturbo d’ansia generalizzata (GAD), infatti, rispetto al sonno tendono a soffrire di difficoltà di addormentamento, a svegliarsi diverse volte durante la notte, ad avere un sonno qualitativamente compromesso, a temere di non riuscire più a dormire in modo soddisfacente. Spielman (1987) ha elaborato un interessante modello eziologico dell‘insonnia in cui riconosce i 3 fattori responsabili dello sviluppo del disturbo:

  • I fattori predisponenti;
  • I fattori precipitanti;
  • I fattori perpetuanti.

I fattori predisponenti:  sono i fattori che “preparano il terreno” all’ insonnia, come un contesto particolarmente stressante oppure alcune caratteristiche individuali, come l’essere ansiosi o ipervigili. Infatti l’ ansia, associata a rimuginio e ruminazione, favorisce la veglia e ostacola il sonno. In questo senso alcune persone hanno una maggiore “predisposizione” a sviluppare il disturbo da insonnia.

I fattori precipitanti: sono quei fattori che determinano l’insorgenza vera e propria dell’ insonnia. Parliamo di eventi che, a causa di loro determinate caratteristiche, aggravano la predisposizione dell’individuo a non dormire; un fattore precipitante potrebbe essere rappresentato, ad esempio, dall’aggravarsi di un problema (relazionale, di salute, lavorativo), da un episodio specifico (un incidente), da un evento ingestibile (un lutto) o, più semplicemente, dalla presenza di generiche preoccupazioni. Se ai fattori predisponenti aggiungiamo fattori precipitanti, ecco che l’insonnia risulta essere il risultato di uno stress eccessivo, fatto di ansia, di squilibri emotivi e di preoccupazioni.

I fattori perpetuanti: sono i fattori che mantengono nel tempo il disturbo da insonnia, che diventa cronico. I fattori che perpetuano il disturbo sono rappresentati da tutti quei comportamenti disfunzionali che la persona mette in atto per riuscire a “sconfiggere l’insonnia”: pensare all’insonnia, ai perchè, pensare ai danni causati dal proprio non dormire, rimuginare, preoccuparsi, immaginarsi scenari catastrofici e tutta una serie di comportamenti compensativi.  Tuttavia alla base di questi comportamenti vi è sempre l’ansia, che alimenta il disturbo e ne impedisce la risoluzione. L’ansia di non riuscire a dormire alimenta l’insonnia che, a sua volta, aggiunge ansia all’ansia, aumentando lo stato di attivazione interna (arousal) e generando un circolo vizioso che renderà ancora più persistente l‘insonnia. Questo circolo vizioso, fatto di pensieri disfunzionali, ansia e comportamenti compensativi errati, potrebbe proseguire all’infinito. In questo senso un ruolo fondamentale è giocato dai pensieri “tossici”, dalle distorsioni cognitive, che oltre a causare emozioni negative, rappresentano convincimenti falsi, ovvero non basati su verità oggettive ma su credenze soggettive erronee. dormire 1

Risolvere il disturbo da insonnia significa, quindi:

  1. intervenire sull’ansia: alla base del disturbo c’è l’ansia, che ostacola la serenità della persona e impedisce il riposo;
  2. intervenire sui pensieri: è fondamentale modificare i pensieri disfunzionali, che contribuiscono a mantenere e a peggiorare il disturbo;
  3. intervenire sulle emozioni negative: spesso per riposare adeguatamente vanno affrontate e gestite anche le proprie emozioni negative.
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Come psicologa, oltre al servizio di consulenza online  per chi non vive in Emilia,  ricevo in studio a San Polo di Torrile (Parma). Da oltre 10 anni ascolto ed aiuto le persone, concretamente, ad uscire dalle situazioni difficili, a fronteggiare le sfide esistenziali e a riprogettare il futuro.

In condizioni di sofferenza psicologica posso aiutarti a superare le tue difficoltà, accompagnandoti verso una consapevolezza rinnovata di te, dei tuoi bisogni, delle tue priorità e del tuo modo di “funzionare”. Posso aiutarti a ritrovare la serenità e il benessere, anche grazie alla proposta di tecniche di gestione dei pensieri intrusivi e disfunzionali e di gestione dello stress.

Dott.ssa Silvia Darecchio – contatti

 

Coronavirus emergenza psicologica: L’ANSIA

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COSA E’ UN’EMERGENZA

In Italia, dopo settimane di relativa calma dall’annuncio dell’esistenza nel mondo di una nuova forma virale, si è scoperto,  grazie (purtroppo) alle gravi condizioni di salute del povero “paziente 1”, che il  virus stava già da tempo diffondendosi pressoché indisturbato tra la popolazione del nord del Paese. In pochi giorni la situazione ha rivelato i suoi veri contorni, fino a rappresentare, per le Regioni colpite, una vera e propria emergenza sanitaria, sociale, psicologica ed economica.

Ma cos’è un’emergenza? Con il termine emergenza, ci si riferisce solitamente a tutte quelle situazioni impreviste ed improvvise che possono minacciare l’integrità fisica e psichica dell’individuo.

Sappiamo tutti quanto, molto spesso, emergenza significhi ANSIA.


ANSIA

L’esperienza dell’epidemia di un virus sconosciuto, di cui sappiamo poco e comunque non abbastanza, rappresenta un ottimo esempio di minaccia oggettiva alla quale è normale reagire con paura e, nei limiti, con ansia. L’ ansia è, infatti, l’emozione tipicamente umana  provata di fronte ad una minaccia percepita. A ben vedere l’ansia e la paura sono sostanzialmente la stessa cosa ma, mentre la paura può essere intesa come la valutazione automatica di una minaccia o di un pericolo reali, l’ansia è un sistema di risposta più complesso, che coinvolge fattori cognitivi, emotivi, comportamentali e fisiologici.
Per chiarire, la paura è quella che sperimentiamo quando uno stimolo oggettivamente pericoloso mette a repentaglio la nostra incolumità: si reagisce con paura, ad esempio, quando un cane ringhiante compare improvvisamente sul nostro cammino. L’ansia, invece, è quella che potremmo provare in una dimensione di controllo e previsione: quando immaginiamo di vivere situazioni, per noi paurose, che non abbiamo ancora vissuto o quando ricordiamo – riattualizzandole – situazioni del passato in cui abbiamo avuto paura. La paura è nel “qui e ora”, l’ansia è nel “prima o dopo”.
Sia l’ansia che la paura sono state esperienze fondamentali per la sopravvivenza della specie umana, poiché hanno preparato e preparano l’organismo a rispondere alle minacce e al pericolo. Sono risposte normali e innate di attivazione, caratterizzate da un aumento della vigilanza e dell’attenzione con l’obiettivo di prepararci ad affrontare la minaccia predisponendoci a una risposta di attacco o fuga.

Tuttavia facciamo attenzione ai pensieri, alle emozioni, ai comportamenti di ansia perché l’ansia ad alti livelli, pur con l’intenzione di preservare la nostra integrità, non sempre è una buona consigliera, anzi, con facilità può portare a risultati paradossalmente disfunzionali (nel nostro caso: affollamenti nei supermercati, fughe in massa dalle “zone rosse”, ecc…).

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Per comprendere meglio il complesso fenomeno dell’ansia è necessario operare un’ulteriore distinzione tra ansia fisiologica (preoccupazione ed elevato stato di attivazione rivolti al passato e al futuro per una situazione percepita come minacciosa) ed ansia patologica (preoccupazione ed elevato stato di attivazione che perdura per la maggior parte della giornata, delle settimane e dei mesi indipendentemente dalla situazione vissuta). Mentre l’ansia fisiologica può prepararci ad affrontare una prova per noi difficile, l’ansia patologica è per lo più disfunzionale perché, essendo persistente e intensa, interferisce con il nostro modo di fronteggiare le difficoltà, portando a considerare come pericolosi eventi che in realtà non lo sono.

Cosa succede se prendiamo decisioni quando proviamo livelli d’ansia troppo elevati? Perché, quando decidiamo qualcosa con elevati livelli di ansia, abbiamo la tendenza a scegliere l’opzione peggiore?


SINTOMI COGNITIVI DELL’ANSIA

Dal punto di vista cognitivo i sintomi tipici dell’ansia sono:

  • il senso di vuoto mentale;
  • un senso crescente di allarme e di pericolo;
  • l’induzione di immagini, ricordi e pensieri negativi;
  • la messa in atto di  comportamenti protettivi cognitivi;
  • la sensazione marcata di essere al centro dell’attenzione altrui.

UNO STUDIO INTERESSANTE: L’ANSIA ECCESSIVA NON E’ UNA BUONA CONSIGLIERA

Uno studio pubblicato sulla rivista Nature Neuroscience, realizzato da un équipe di ricercatori dell’Università di California a Berkeley e dall’Università di Oxford, suggerisce che gli elevati livelli di ansia e di stress (la risposta di attivazione del sistema nervoso autonomo prolungata nel tempo) presentano una serie di effetti indesiderati che possono interferire nella realizzazione di molti compiti, rendendo anche le faccende quotidiane una vera impresa. Tra queste, il compito di prendere decisioni in un contesto di incertezza.

Lo studio succitato ha provato che le persone che sperimentano alti livelli di stress e ansia tendono:

  • a concentrarsi sugli aspetti negativi,
  • a pensare in modo catastrofico,
  • a rendere piccoli problemi enormi minacce,
  • ad avere una maggiore difficoltà a leggere e ad interpretare i segnali ambientali.

I ricercatori hanno lavorato con 31 partecipanti che presentavano diversi livelli d’ansia e attraverso misure fisiologiche, misure di comportamento e modelli computazionali, ne hanno valutato l’ abilità nel prendere decisioni probabilistiche. Tra i metri di giudizio dei ricercatori, c’è stato anche un segmento oculare per calcolare la dilatazione della pupilla (un indicatore del fatto che il cervello secerne norepinefrina, la quale aiuta a inviare segnali a diverse regioni del cervello per aumentare la veglia e la disposizione ad agire).pexels-photo-356040

Le persone fortemente ansiose hanno avuto maggiori problemi ad adattarsi rispetto a quelle meno ansiose. Tra i partecipanti più ansiosi è stata inoltre più debole la risposta pupillare, suggerendo un fallimento nel processare l’informazione che cambia a grande velocità (le pupille si dovrebbero invece dilatare quando, in ambienti mutevoli,  acquisiamo nuove informazioni).

I ricercatori suggeriscono che questo indica una relazione tra l’ansia e una scarsa abilità nel prendere decisioni in situazioni mutevoli oltre a presentare maggiori difficoltà nel leggere i segnali ambientali (di volatilità  o di stabilità), che possono aiutare ad evitare un risultato negativo. I risultati dello studio parlano per i soggetti più ansiosi, di un errore nei circuiti di ordine superiore del cervello deputati a prendere decisioni.


QUARANTENA: NON SOLO ANSIA

Alcuni ricercatori del King’s College, analizzando la letteratura a disposizione, hanno rilevato che le popolazioni sottoposte a quarantena tendevano a riportare, in generale, diversi sintomi psicologici, tra questi:


IMPATTO PSICOLOGICO SULLE DIVERSE FASCE DI POPOLAZIONE

I ricercatori hanno anche cercato di capire, sempre studiando la letteratura disponibile sul tema, se ci fossero delle caratteristiche individuali o demografiche che favorissero l’insorgere di questi sintomi. Emergeva chiaramente che i soggetti più colpiti erano i medici e gli staff ospedalieri (un rischio già evidente è che potremmo assistere a molti casi di burnout tra il personale che è in prima linea nel contrastare l’emergenza covid-19), così come i soggetti in giovane età.

Altre fasce della popolazioni più a rischio, come evidenziano i Centers for disease control and prevention statunitensi (Cdc), sono:

  • gli anziani,
  • i cittadini con malattie croniche,
  • le persone che già soffrono di disturbi mentali (anche lievi).

Si hanno ancora pochi dati sull’impatto psicologico che la quarantena può avere sui bambini, che in queste settimane sono costretti a restare in casa, lontani dalla scuola.

Che cosa peggiora la quarantena

Esistono, nella letteratura scientifica, delle evidenze che portano a considerare certi stimoli esterni come fonti di ulteriore stress e di peggioramento della condizione psicologica legata alla quarantena, i cossiddetti “stressor”. Tra questi, gli stressor più diffusi sono:

  • la durata della quarantena,
  • la paura di essersi contagiati,
  • la paura di poter contagiare i famigliari,
  • la noia,
  • la frustrazione,
  • l’essere privi di beni necessari (alimentari, per la salute, legati all’informazione),
  • la mancanza di chiarezza (in particolare sui diversi livelli di rischio).

Esistono poi fattori di rischio che possono aumentare la probabilità di avere difficoltà psicologiche, una volta finita la quarantena. In particolare, i ricercatori si sono concentrati sul quantificare gli effetti causati dalle perdite economiche e dallo stigma sociale che vivevano i soggetti isolati una volta liberi. E’ emerso che chi ha livelli di reddito più bassi mostra una necessità di supporto maggiore, sia economico che psicologico, durante e dopo i periodi di quarantena.


Se questa emergenza sanitaria e psicologica, rappresentata dall’ epidemia di COVID-19, ha risvegliato in te uno stato d’ansia antico o nuovo; se ti rendi conto che ti mancano, o stanno venendo meno, gli strumenti psicologici per fronteggiare la quotidianità e la condizione di isolamento; se non riesci a riposare perchè il tuo stato di attivazione interno non ti consente il rilassamento; se piangi spesso; se ti senti tormentato da pensieri scuri che non ti lasciano mai; se pensi di soffrire di un Disturbo Acuto da Stress puoi chiamare il 3206259427. Gratuitamente riceverai una consulenza telefonica, “PSICOLOGIA & BENESSERE”,  infatti,  aderisce a questa iniziativa https://www.psy.it/psicologionline-la-professione-psicologica-a-disposizione-dei-cittadini.html. promossa dal CNOP (Consiglio Nazionale  Ordine Psicologi).

Difficoltà psicologiche post-partum

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Dopo il parto:

  • circa l’80% delle neo-mamme soffre di una lieve forma di tristezza (baby blues);
  • il 10-20% delle mamme va incontro a una vera e propria depressione.

Sintomi e segni del “baby blues” 

Le neo-mamme, frequentemente, sono portate a sottovalutare, minimizzare o nascondere i sintomi del “baby-blues”, spesso per corrispondere ad una edulcorata idea sociale di maternità, vista solo come un paradiso incantato. La nascita di un bambino (e quindi di una mamma) è un evento di per sé molto felice e il senso comune ha difficoltà a capire perché una neomamma, che magari ha desiderato tanto quel figlio, dovrebbe stare male in un momento così meraviglioso. Tuttavia non solo è possibile ma è anche frequente. Alcuni segnali possono aiutare a capire che qualcosa sta “andando storto”..

Il pediatra e psicoanalista Donald Winnicott ha definito il “baby blues” o “maternity blues” (che letteralmente significa “la malinconia della maternità”) lo stato di malessere psicologico che caratterizza i giorni successivi al parto. Tale reazione di lieve entità, è chiamata anche “malinconia dei quattro giorni” in quanto si presenta in genere 3-4 giorni dopo la nascita del bambino, e dura, al massimo, una settimana, durante la quale prevale un sentimento di tristezza. Non è un vero e proprio disturbo, ma una condizione quasi fisiologica e molto frequente, caratterizzata da quadri sintomatologici vari. Tuttavia è una reazione normale e non preoccupante.  I sintomi, oltre alla tristezza, sono:

  • sbalzi di umore con facile tendenza al pianto
  • irritabilità
  • ansia
  • difficoltà di memoria e di concentrazione
  • insonnia
  • inappetenza

Nella grande maggioranza dei casi questo stato di tristezza se ne va da solo, stando vicino alla mamma, sostenendola, cercando di aiutarla se ha qualche difficoltà (per esempio con l’allattamento) e, se è già tornata a casa dall’ospedale, dandole modo di non affaticarsi troppo e di concentrarsi sul bambino.

Cause e fattori di rischio

A entrare in gioco sono soprattutto:

  • i bruschi cambiamenti ormonali che intervengono subito dopo il parto,
  • il forte stress psico-fisico legato al travaglio e al parto,
  • la fatica fisica,
  • una normale ansia legata all’aumento della responsabilità,
  • l’eventuale presenza di contrasti con il compagno e i familiari, rispetto alla gestione del piccolo.

 

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Sintomi e segni della Depressione post-partum

A volte la tristezza persiste e diventa una vera e propria Depressione. La Depressione post-partum, Depressione post-natale o Depressione puerperale è un disturbo dell’umore che colpisce il 10-20% delle donne. I primi sintomi possono comparire già nella 3-4 settimana successiva al parto, manifestandosi clinicamente tra il quarto e il sesto mese, con segnalazioni di casi anche fino ai nove mesi dal parto, e può perdurare per un anno intero. Il disturbo non è da confondere con la più grave “psicosi puerperale”, accompagnata da sintomatologie di tipo psicotico. Per fare una diagnosi di Depressione post-partum è necessario individuare almeno cinque sintomi tra i seguenti per un arco di tempo di almeno due settimane:

  • tristezza
  • pianti frequenti
  • indolenza
  • disturbi del sonno
  • irritabilità
  • tensione e panico
  • pensieri ossessivi o confusi
  • senso di isolamento
  • sentimenti di colpa e di inutilità, bassa autostima, impotenza e disvalore
  • ansia, paura e fobie (e relativi connotati somatici)
  • perdita del desiderio sessuale
  • anedonia (perdita di piacere)
  • astenia (perdita di energie)
  • riduzione della concentrazione
  • pensieri ricorrenti di morte e/o progettualità di suicidio
  • agitazione o rallentamento psicomotorio.

Alcune donne possono presentare solo alcuni di questi sintomi senza soddisfare i criteri per la diagnosi di depressione post-partum. Si può trattare infatti di altri disturbi come il Disturbo dell’Adattamento con umore depresso.

 

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Cause e fattori di rischio

Per quanto riguarda la Depressione post parto, le cause non sono del tutto note. Probabilmente i cambiamenti ormonali tipici della gravidanza e del periodo successivo alla nascita, costituiscono un substrato biologico sul quale si innestano altri fattori.

I principali fattori di rischio, elencati dalla letteratura scientifica per la depressione post parto, sono:

  • ansia o depressione durante la gravidanza;
  • ansia e depressione in precedenza;
  • familiarità per disturbi psichiatrici;
  • situazioni molto stressanti (lutto, separazione, perdita del lavoro, ecc…);
  • scarso supporto familiare o sociale (precarietà dei rapporti affettivi e mancanza di reti sociali);
  • difficoltà o precarietà economiche;
  • disturbi della funzionalità tiroidea.

Fattori protettivi

Alcuni comportamenti agiscono come fattori protettivi contro il manifestarsi della depressione. Magari non possono prevenirla del tutto, ma possono attenuarla, o aiutare la donna ad affrontarla meglio, dandole forza e sostegno. Vediamo quali sono:

  • buon riposo nelle prime settimane dopo il parto: la mamma deve cercare di dormire il più possibile;
  • dieta adeguata, equilibrata, con alimenti ricchi di acidi grassi omega 3 e povera di eccitanti (come alcool e caffè).
  • buon apporto di vitamina D: per farne scorta basta una sana vita all’aria aperta;
  • buon rapporto con il parter, che proprio nelle prime settimane dopo il parto ha il compito delicato e bellissimo di affiancare la mamma e non lasciarla sola mentre “impara” il suo nuovo mestiere;
  • buona rete di familiari e amici che, per esempio, possono offrire un valido aiuto nei lavori domestici.

 

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Se…

Se ci si rende conto che qualcosa non va, che il tempo passa e sintomi come tristezza, angoscia, apatia, disturbi del sonno e così via non si allentano, la cosa migliore da fare è parlarne con qualcuno.  Prima si interviene, migliore è la prognosi.

 

Dott.ssa Silvia Darecchio  – Psicologa – San Polo di Torrile (Pr)  contatti