
Solo chi ce l’ha comprende quello che sento […]
E poi non mi concentro, mi stanca
Sto invocando pietà […]
Il suono del silenzio a me manca
Più che a Simon e Garfunkel…Caparezza, “Larsen” (capitolo: la tortura)
Chi soffre di acufene sa quanto sia difficile spiegare questo disturbo a chi non l’ha mai sperimentato. Un fischio, un ronzio, un sibilo o un fruscio possono accompagnare la giornata in modo continuo oppure comparire solo in determinati momenti, interferendo con il sonno, la concentrazione, il lavoro e, nei casi più intensi, con la qualità della vita.
L’acufene non è una malattia, ma un sintomo: consiste nella percezione di un suono in assenza di una sorgente sonora esterna. Può interessare un solo orecchio oppure entrambi, essere appena percettibile o diventare così intenso da monopolizzare l’attenzione della persona.
Perché compare l’acufene?
Le cause possono essere molteplici. L’acufene può essere associato, ad esempio, a una perdita dell’udito, all’esposizione prolungata a rumori intensi, a patologie dell’orecchio, all’assunzione di alcuni farmaci o ad altre condizioni mediche. Per questo motivo è sempre importante rivolgersi innanzitutto al proprio medico o allo specialista otorinolaringoiatra, che potrà individuare le eventuali cause e proporre gli accertamenti più appropriati.
In molti casi, tuttavia, anche dopo una corretta valutazione medica il suono continua a essere percepito. È proprio qui che entra in gioco un aspetto spesso sottovalutato: non tanto perché l’acufene sia comparso, quanto perché, in alcune persone, diventi così difficile da sopportare.
Perché alcune persone soffrono molto più di altre?
Una delle caratteristiche più particolari dell’acufene è che non tutte le persone lo vivono allo stesso modo. A parità di intensità del disturbo, qualcuno riesce gradualmente ad abituarsi alla sua presenza, mentre per altri quel rumore diventa una fonte continua di preoccupazione, irritabilità e affaticamento.
Questa differenza non dipende dalla forza di volontà né significa che “sia tutto nella testa”. Dipende dal modo in cui il nostro cervello interpreta e attribuisce significato al sintomo, dal livello di attivazione del sistema nervoso e dallo stato emotivo della persona.
È proprio su questi aspetti che la psicologia può offrire un contributo importante, aiutando a comprendere il rapporto tra acufene, stress ed emozioni.

Perché lo stress può peggiorare l’acufene?
Molte persone raccontano di aver notato una cosa curiosa: l’acufene sembra cambiare intensità nel corso della giornata. C’è chi lo percepisce soprattutto la sera, quando la casa si fa silenziosa, chi durante periodi particolarmente impegnativi sul lavoro, chi dopo una notte insonne o in momenti di forte preoccupazione.
Nella maggior parte dei casi il suono non è realmente aumentato. È cambiato, piuttosto, il modo in cui il cervello lo percepisce e gli attribuisce importanza.
Il ruolo dell’attenzione
Il nostro cervello riceve continuamente un’enorme quantità di informazioni provenienti dall’ambiente e dal nostro corpo. Per evitare di essere sopraffatto, seleziona automaticamente gli stimoli ai quali prestare attenzione, lasciandone molti sullo sfondo.
Quando un suono viene interpretato come potenzialmente minaccioso o preoccupante, il cervello tende invece a monitorarlo costantemente. Più l’attenzione si concentra sull’acufene, più questo sembra presente e intenso.
Si crea così un circolo vizioso: il rumore genera preoccupazione, la preoccupazione aumenta l’attenzione verso il rumore e questa maggiore attenzione lo rende ancora più difficile da ignorare.
Ansia, stress e ipervigilanza
Lo stress e l’ansia non sono la causa di tutti gli acufeni, ma possono contribuire a mantenerli o a renderli più invalidanti.
Quando attraversiamo un periodo di particolare tensione, il sistema nervoso entra in uno stato di maggiore allerta. Dormiamo peggio, facciamo più fatica a rilassarci e diventiamo più sensibili agli stimoli, sia esterni sia interni.
In questo stato di ipervigilanza, anche l’acufene può occupare uno spazio sempre maggiore nella nostra esperienza quotidiana. Il pensiero torna continuamente a quel rumore, nel tentativo di controllarlo, valutarlo o farlo scomparire. Paradossalmente, però, questo continuo monitoraggio contribuisce spesso ad amplificarne la percezione.
Quando il sintomo cambia la vita
Per alcune persone l’acufene rimane un semplice fastidio. Per altre diventa una presenza costante che interferisce con il sonno, la concentrazione, il lavoro, la lettura, le relazioni e perfino con il piacere di ascoltare la musica.
Non è raro che compaiano irritabilità, senso di scoraggiamento, difficoltà di concentrazione o la paura che il disturbo possa peggiorare nel tempo. In alcuni casi si instaura un circolo vizioso in cui l’acufene aumenta lo stress e lo stress, a sua volta, rende l’acufene sempre più difficile da tollerare.
Comprendere questo meccanismo è importante, perché significa riconoscere che, pur non potendo sempre eliminare il sintomo, è possibile intervenire sul modo in cui il cervello lo elabora e sulla sofferenza che ne deriva.

Si può convivere con l’acufene senza subirlo?
Ricevere una diagnosi di acufene può essere molto destabilizzante, soprattutto quando il sintomo persiste nel tempo. Molte persone iniziano a chiedersi se il rumore aumenterà, se riusciranno ancora a concentrarsi, a dormire o a svolgere le normali attività quotidiane.
Queste preoccupazioni sono comprensibili. Tuttavia, l’esperienza clinica e la ricerca mostrano che, nella maggior parte dei casi, ciò che determina la qualità della vita non è soltanto l’intensità del suono percepito, ma anche il modo in cui la persona riesce ad adattarsi alla sua presenza.
Questo non significa rassegnarsi. Significa imparare a interrompere quei meccanismi psicologici che mantengono elevato il livello di allerta e fanno sì che l’acufene occupi sempre più spazio nella vita quotidiana.
Il contributo della psicologia
Quando le cause mediche sono state adeguatamente valutate dall’otorinolaringoiatra, il supporto psicologico può rappresentare un importante complemento al percorso di cura.
L’obiettivo non è eliminare direttamente il suono, ma aiutare la persona a ridurre l’ansia, gestire lo stress, migliorare il sonno, interrompere il circolo vizioso dell’attenzione costante verso l’acufene e recuperare una buona qualità di vita.
Con il tempo molte persone scoprono che il sintomo smette gradualmente di essere il centro della loro giornata e torna a occupare uno spazio molto più limitato nella loro esperienza.
Competenze di benessere
Un percorso psicologico può aiutare a sviluppare competenze utili per convivere meglio con l’acufene, tra cui:
- comprendere il rapporto tra stress, emozioni e percezione del sintomo;
- ridurre l’ipervigilanza e la continua focalizzazione sul rumore;
- gestire ansia, rimuginio e pensieri catastrofici;
- migliorare la qualità del sonno e il recupero psicofisico;
- sviluppare strategie efficaci per affrontare i momenti di maggiore difficoltà;
- recuperare gradualmente attività, interessi e relazioni che il disturbo aveva limitato.
L’obiettivo non è ignorare il problema, ma evitare che sia l’acufene a dirigere ogni scelta, ogni pensiero e ogni momento della giornata.
Quando rivolgersi a uno psicologo?
Se l’acufene è diventato una fonte costante di preoccupazione, interferisce con il sonno, la concentrazione, il lavoro o le relazioni, oppure ti accorgi che lo stress e l’ansia sembrano amplificarne la percezione, un percorso psicologico può aiutarti ad affrontare questa esperienza con strumenti più efficaci.
Se desideri organizzare un primo colloquio, puoi contattarmi telefonicamente, via e-mail oppure tramite il modulo qui sotto. Durante il primo incontro avremo modo di comprendere insieme la tua situazione, valutare l’impatto che l’acufene ha sulla tua vita quotidiana e individuare il percorso più adatto alle tue esigenze.
Ricevo in presenza, presso il mio studio, e online, in videochiamata, offrendo la possibilità di scegliere la modalità più comoda e adatta alle proprie necessità.

Lascia un commento