Separazione, perdita, lutto

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Il lutto fa parte della vita; ognuno di noi senza eccezioni prima o dopo, si confronta, durante la propria esistenza, con l’esperienza della perdita. Le teorie psicodinamiche hanno fornito importanti contributi anche rispetto a questo complesso nucleo tematico analizzando, profondamente, le dinamiche legate (cioè sottese) alla perdita dell’ “oggetto”: l’oggetto della relazione, l’oggetto d’amore, l’oggetto delle pulsioni a cui eravamo legati e su cui  “abbiamo investito”, addirittura, parti di noi. Tanto è vero che, quando subiamo un lutto, è come se perdessimo un pezzo. Quindi, tutto il lavoro di elaborazione del lutto, ovvero il lavoro per “digerirlo”, affrontarlo e uscirne, oltrepassando la soglia di questa esperienza, sta proprio nel poter ritirare a sé, progressivamente, la parte di noi che avevamo investito su quella persona (o su quel progetto, o su quella relazione o su quel lavoro) e riportarla dentro di noi. Certamente, mentre a livello teorico, può essere semplice comprendere cosa ci accada quando perdiamo per sempre qualcuno o qualcosa, nella pratica e nella realtà, tutti sappiamo quanto questa esperienza possa condizionare la vita di un individuo, anche per anni. Come psicologa mi trovo spesso di fronte a persone che, pur arrivando da me per un “sintomo altro” (di tipo somatico o legato all’ ansia ad esempio), dopo un certo lavoro fatto insieme sulle emozioni provate nel qui ed ora, facciano col tempo emergere un lutto, o più genericamente una perdita, magari accaduta dal punto di vista della loro biografia, anche molti anni prima (anche 30 anni prima) ma mai completamente elaborata.


Il tempo del lutto: oggi e nel passato

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La mancata o la parziale elaborazione di un lutto può essere causata anche da un’epoca, la nostra, che lo rifugge. Diverso era ciò che accedeva nell’antichità: la vita e la morte erano scandite da rituali, da atti simbolici, da procedure, da gesti privati o condivisi con l’ intera comunità. Non che oggi non ci siano in assoluto, tuttavia, appare evidente come siano stati svuotati di significato; come tranne in rari casi, siano frettolosi, siano vissuti come delle pratiche da sbrigare, piuttosto che come delle esperienze da vivere pienamente. Può essere di aiuto pensare a come fosse preparato un funerale nell’antica Grecia e, in particolare, pensare all’uso dei “lacrimatoi”: quelle ampolle di vetro finissimo e delicatissimo in cui venivano raccolte e custodite le lacrime. Esiste, a questo proposito, una famosa frase di Cicerone che dice: “Niente più di una lacrima si asciuga velocemente”, che sottolinea come le lacrime versate debbano avere un tempo, che non è neanche così lungo in verità, per potersi asciugare. Tant’è che l’utilizzo dei lacrimatoi segnava il tempo del lutto: le lacrime venivano raccolte come qualcosa di prezioso, come “il luogo” in cui era racchiuso effettivamente, il senso profondo di quella relazione, di cui bisognava vivere la perdita fino in fondo. Poi, quando le lacrime si asciugavano, quando il lacrimatoio tornava ad essere asciutto per evaporazione delle lacrime, il tempo del lutto era cambiato. Perché il lutto è un processo e, come tale, ha delle fasi.


Il lutto è un processo: le fasi

Le fasi del processo luttuoso sono oggi ben conosciute. La prima fase è una fase di negazione, di difesa profonda, di dissociazione da quanto è accaduto: “Non mi sembra vero”, “Un attimo mi sembra che sia ancora tutto come prima e l’attimo dopo mi rendo conto che tutto è finito…”. Vale la pena precisare che il lutto non è una conseguenza solo di una perdita decisa da altri, o decisa da una malattia o da una morte improvvisa; la persona lo vive anche quando lei stessa sceglie di lasciare andare qualcosa o qualcuno (con tutte le difficoltà che questo comporta, nonostante la consapevolezza della necessità del gesto). Accade quindi che durante la prima fase del processo si sperimenti una sorta di alternanza tra quello che è in essere e quello che era prima, un’ alternanza rapida tra presente e passato che lascia letteralmente sbigottiti. Subentrano poi altre fasi: il contatto con il dolore, con la sensazione di essere vuoti e mancanti si associa alla rabbia: rabbia perché si è stati lasciati, rabbia perché quella persona se n’è andata troppo presto, rabbia per l’impotenza di non averla potuta aiutare, nel caso di una grave malattia. Il processo del lutto di per sé, con tutte le sue sfumature e le sue fasi, è del tutto normale.

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Il DSM (il manuale statistico diagnostico dei disturbi mentali) riconosce infatti che non si possa parlare di un disturbo, cioè di qualcosa che sia al di fuori della fisiologia, prima che sia passato almeno un anno (altri studi dicono due anni) dall’evento luttuoso. E’ perciò del tutto errato parlare di patologia per la persona che soffre e patisce per una perdita se si trova all’interno di quel tempo – cosiddetto – “fisiologico” che è perfettamente naturale e proprio della specie uomo. Anche questo ci dice che il tempo del lutto è un tempo da vivere. In passato gli antichi lo sapevano bene e lo celebravano con rituali e atti di commiato catartici; in passato esisteva il tempo per soffrire, per stare nel vuoto e per stare nella mancanza. Oggi è molto più difficile vivere pienamente il tempo della perdita perché si corre sempre, perché dopo il funerale c’è un altro impegno o perché, già durante il funerale, dobbiamo mettere una foto su facebook dove, in maniera grottesca, gli altri, per manifestarci la loro vicinanza, cliccano “mi piace”; tuttavia si capisce immediatamente come tutto questo non risponda affatto ai nostri bisogni profondi e anzi, rispetto all’emozione che proviamo in quel momento, risuoni in modo stonato, dissintono, appunto.


La dimensione rituale del lutto: come superarlo

Genericamente è possibile affermare che, in realtà, non esiste un’esperienza positiva o negativa del lutto, ma che esiste il modo in cui la viviamo. Per chiarire: un lutto può sicuramente essere connotato come un esperienza negativa perché produce delle emozioni che noi non vorremmo sentire: la tristezza, la rabbia, il senso di smarrimento, il senso di vuoto, anche la paura. Tuttavia nel momento in cui viviamo tutte queste emozioni, nel momento in cui entriamo in esse e ci diamo il tempo e il permesso  di sentirle (e se non ce lo danno, ce lo prendiamo), allora tutto cambia. Perché il lutto è anche un’ iniziazione. Diceva Tiziano Terzani, poco prima di morire, al figlio: “Ricordati che ci si parla anche nel silenzio”. Il lutto può diventare, allora, anche l’occasione di entrare in quei “territori” dove nella vita quotidiana non entriamo, là dove non ci si parla più con le parole, là dove si toccano gli “strati invisibili”: i posti segreti del cuore. In realtà è tutto dentro al nostro cuore. Le persone che noi amiamo, le esperienze che abbiamo fatto, le emozioni che abbiamo provato sono custodite nell’archivio del cuore, costantemente. Dobbiamo soltanto prenderci il tempo di stare lì.

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Quando è possibile, è importante anche vivere il tempo dell’ addio: è importante, ad esempio, che i famigliari di una persona, portatrice di una malattia con diagnosi infausta, stiano con lei emotivamente, fino alla fine. Mi riferisco in particolare ad una paziente che si è rivolta a me in concomitanza della malattia del padre, a cui lei era molto legata, proprio nell’ultimo mese in cui il padre era ancora in vita. Lei mi diceva: “vorrei fuggire, vorrei non stare in quella camera, di fianco a lui che soffre… so che se ne andrà”. Tuttavia l’ho spinta a restare li e a vivere, momento per momento, quello che stava accadendo; a superare la paura di sentire che noi essere umani abbiamo costantemente, essendo sempre così spaventati dal sentire e così timorosi di essere invasi dall’intensità di qualcosa. Dopo diversi mesi che il padre era mancato e dopo tutto il dolore provato, la paziente, durante una seduta mi ha detto: “le sembrerà incredibile che io lo dica, ma quel mese, passato al capezzale di mio padre, è stato una delle più belle esperienze della mia vita; non perché io abbia gioito ovviamente, ma perché io e mio padre, in quei momenti, eravamo veramente vicini, uniti come non lo siamo mai stati.”

Possiamo pensare al lutto allora come ad un’ esperienza dell’ Essere umani, di grande peso e profondamente rivelatrice, per la nostra esistenza: noi non siamo qui per essere persone tiepide e non siamo qui per galleggiare sulla superficie delle cose o per abitare solo la dimensione del fare, probabilmente siamo qui per essere innanzitutto degli esseri senzienti (nati cioè per sentire) e per essere intensi. Il lutto, in quest’ottica, può essere vissuto come un rito, doloroso certamente, ma un rito profondissimo di iniziazione a degli strati più sottili della nostra esistenza che come ben sappiamo, non sarebbe tale, se non esistesse la morte. Ritengo, in base alla mia esperienza professionale e di vita, che l’aiuto che uno specialista può fornire, nel vivere un lutto, debba seguire questa direzione: aiutare la persona a sentirsi parte di un rito di iniziazione che permette all’essere umano di sentire qualcosa di autenticamente umano, qualcosa che è molto profondo dentro di noi e che rappresenta paradossalmente una grande ricchezza anche se, o meglio, proprio perché, in quel momento si versano delle lacrime.

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Dott.ssa Silvia Darecchio – Psicologa  (contatticonsulenza)

Il Disturbo Dipendente di Personalità

“Meglio soli che mal accompagnati…”

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Secondo il criterio 5 del DSM: “il soggetto con Disturbo Dipendente di Personalità (DDP) può giungere a qualsiasi cosa pur di ottenere accudimento e supporto da altri, fino al punto di offrirsi per compiti spiacevoli”.

Il Disturbo Dipendente di Personalità (DDP) è un Disturbo di Personalità caratterizzato da una pervasiva dipendenza psicologica dalle altre persone, da cui si ricerca protezione o approvazione. Questo disturbo è una condizione a lungo termine in cui la persona dipende dagli altri per soddisfare i propri bisogni emotivi e fisici; è caratterizzato da eccessiva paura e ansia; ha un’esordio nella prima età adulta; è presente in contesti molto diversificati tra loro ed è associato ad un funzionamento globale inadeguato. 

Come capire se una persona soffre del Disturbo Dipendente di Personalità? 

Per capire se una persona soffre di Disturbo Dipendente di Personalità devono essere  presenti almeno cinque tra questi sintomi (comparsi nella prima età adulta):

sintomi della personalità dipendente:

  • sentirsi vulnerabili, persi e indifesi quando soli;
  • avvertire l’impellente necessità di essere accuditi;
  • manifestare comportamenti sottomessi e dipendenti e un eccessivo timore della separazione;
  • considerarsi inferiori con la tendenza a sminuire le proprie capacità;
  • valutare ogni critica o disapprovazione come prove della propria incompetenza (con il risultato di compromettere ancor di più la fiducia in sé stessi);
  • cercare rapidamente, con la forza della disperazione, una qualsiasi nuova relazione intima se quella “vecchia” (di amore o di amicizia) per caso si è conclusa;
  • avere la preoccupazione irrealistica di essere lasciati soli e di non saper né bastare né badare a sé stessi;
  • avvertire un bisogno eccessivo di protezione, rassicurazione e supporto da parte degli altri (anche a costo di sottomettersi alla loro volontà per non rischiare disapprovazione e quindi rifiuto);
  • avere paura di essere (e di mostrare di essere) in disaccordo con gli altri temendone la disapprovazione e il rifiuto. Non arrabbiarsi, anche quando la rabbia sarebbe opportuna, con amici e colleghi di lavoro, per paura di perdere il loro sostegno;
  • mostrare una tendenza al “sacrificio”: offrirsi per mansioni e compiti sgradevoli e/o faticosi, pur di ottenere dagli altri supporto e accudimento;
  • tendere alla de-responsabilizzazione: richiedere spesso agli altri di assumersi le responsabilità che sarebbero proprie;
  • tollerare l’abuso fisico, sessuale o emotivo;
  • manifestare la difficoltà a prendere decisioni quotidiane da soli, cioè senza il ricorso a suggerimenti, rassicurazioni e consigli da parte degli altri;
  • avere difficoltà a iniziare progetti senza il supporto di altri;
  • non voler apparire troppo competenti per timore di essere abbandonati.

Le parole chiave per questo disturbo sono “appiccicoso” e “arrendevole”.

Caratteristiche psicologiche del Disturbo Dipendente di Personalità

Attraverso la valutazione di queste 6 macro-aree (1. la visione di sé stessi; 2. la visione degli altri; 3. le credenze intermedie e profonde possedute; 4. le minacce percepite; 5. le strategie di coping – di affrontamento –  utilizzate; 6. le emozioni principalmente esperite), possono essere descritte, con maggior facilità, le caratteristiche psicologiche più rilevanti della persona che soffre di Disturbo Dipendente di Personalità.

  1. Visione di se stessi: si considerano deboli, bisognosi, impotenti e incapaci.
  2. Visione degli altri: vedono gli altri, attraverso il filtro dell’idealizzazione, come fonti di nutrimento, supporto, calore, competenza e cura.
  3. Credenze intermedie e profonde: “per  riuscire a sopravvivere ho bisogno degli altri (specialmente di una figura forte)”, “è la mia fine senza di lui/lei”, “sono e sarò sempre infelice a meno che io non sia amato/a”, “riesco ad andare avanti solo se qualcuno di competente mi accompagna”, “per me l’abbandono è come la morte”, “se mi amano, sarò sempre felice”, “non devo offendere chi si prende cura di me”, “stammi vicino”, “le relazioni intime vanno coltivate il più possibile”, “devo essere servizievole con gli altri”, “sono impotente”, “sono completamente solo/a.”
  4. Minacce percepite: la minaccia maggiormente percepita riguarda il rifiuto e l’abbandono, non sentendosi in grado di affrontare la vita con autonomia.
  5. Strategie di coping: come fronteggiano le minacce percepite alla loro incolumità esistenziale? Coltivando una relazione di aiuto/dipendente. Tendono a fare questo subordinando loro stessi a una figura che considerano forte, cercando di placarla o lusingarla (per piacerle).
  6. Emozioni principali: l’emozione principalmente esperita dalle persone con questo disturbo è l’ansia, causata soprattutto dalla preoccupazione di una possibile fine della loro relazione dipendente. Sperimentano ansia elevata quando pensano che la relazione si potrebbe incrinare o logorare. Se la figura da cui dipendono invece viene meno, possono sprofondare nella depressione. All’opposto sperimentano gratificazione o euforia quando i loro desideri dipendenti vengono soddisfatti dall’altro.

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Quali sono le cause del Disturbo Dipendente di Personalità?

Le cause del Disturbo Dipendente non si conoscono ancora del tutto. Tuttavia i professionisti ipotizzano che, contribuisca allo sviluppo dello stesso, l’interazione di fattori genetico-temperamentali e ambientali. Questi fattori in particolare possono essere ritenuti co-responsabili dell’insorgenza di questa problematica di personalità:

  • una particolare sensibilità all’ansia;
  • un attaccamento insicuro;
  • una visione pessimista.

Fattori causali ambientali quali specifiche esperienze vissute in età infantile (o, al più tardi, adolescenziale) hanno una notevole rilevanza nello sviluppo del disturbo. Le ricerche hanno dimostrato infatti un’alta correlazione fra il comportamento dipendente in bambini di 7-8 anni e la personalità dipendente in età adulta. La tendenza, nelle famiglie con soggetti eccessivamente dipendenti, pare essere quella di controllare eccessivamente i propri membri, scoraggiandone l’indipendenza. Le persone con questo disturbo cioè, anche da adulte, si aspettano, ad esempio, di essere criticate, più o meno velatamente, quando prendono o tentano di prendere decisioni in autonomia. Altre caratteristiche familiari come la sottomissione, l’insicurezza, e il comportamento schivo possono contribuire. Anche le condizioni di disabilità o malattia durante l’infanzia e/o la giovinezza possono contribuire a sviluppare l’ immaturità psico-affettiva, il senso di  insicurezza e di rimpianto (rivivere il periodo delle cure assidue) tipici del DDP.


DEPRESSIONE E ANSIA

Uno dei più comuni problemi presenti nelle persone che soffrono di DDP è la depressione che si manifesta:

  • con una generale mancanza d’iniziativa;
  • con un sentimento che li porta a sentirsi indifesi;
  • con una difficoltà di problem solving e decision making.

Anche i disturbi d’ansia sono spesso associati al DDP.  Le persone che ne soffrono, facendo affidamento solo sulle altre persone, senza le quali ritengono di non poter vivere, sono molto predisposte all’ansia da separazione, sono cioè, più o meno consapevolmente, sempre preoccupate di essere abbandonate, lasciate da sole e senza protezione. Gli attacchi di panico possono invece verificarsi nel momento in cui prevedono o temono nuove responsabilità che non credono di poter affrontare; mentre la presenza di fobie pur assicurando loro le cure e la protezione che patologicamente “desiderano” (vantaggi secondari) non fanno altro che confermare la loro credenza: l’ incapacità a fare da soli, senza l’intervento di un altro.


Dott.ssa Silvia Darecchio – contatticonsulenza