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Il lutto fa parte della vita. Prima o poi ogni essere umano si confronta con l’esperienza della perdita. Può trattarsi della morte di una persona cara, ma anche della fine di una relazione, di un progetto che si interrompe, di un lavoro perso o di un cambiamento che ci costringe a lasciare andare una parte importante della nostra vita.

Ogni perdita è diversa. Eppure tutte hanno qualcosa in comune: ci mettono di fronte all’assenza.

Dal punto di vista psicologico, il lutto non coincide semplicemente con ciò che abbiamo perso. È il processo attraverso il quale cerchiamo di dare un nuovo significato a quella perdita e di ritrovare, poco alla volta, un equilibrio che sembra essersi spezzato.

Quando perdiamo qualcuno, perdiamo anche una parte di noi

Le teorie psicodinamiche descrivono il lutto come la perdita dell’oggetto d’amore. È un’espressione tecnica che, tradotta in termini più semplici, racconta qualcosa che molte persone riconoscono immediatamente.

Quando amiamo una persona, una relazione, un progetto o perfino un lavoro, investiamo su di essi tempo, energie, speranze, aspettative e ricordi. In altre parole, affidiamo loro una parte di noi stessi.

Per questo motivo, quando quella persona o quella esperienza vengono meno, non abbiamo soltanto la sensazione di aver perso qualcuno o qualcosa. Spesso sentiamo di aver perso anche una parte di noi.

È per questo che molte persone, durante un lutto, dicono:

“Mi sento come se mi mancasse un pezzo.”

Non è soltanto un modo di dire.

È il modo in cui la nostra mente cerca di descrivere ciò che sta vivendo.

Elaborare un lutto non significa dimenticare

Spesso si pensa che elaborare un lutto significhi riuscire, prima o poi, a “superarlo”.

In realtà è un’idea che rischia di essere fuorviante.

Elaborare un lutto non significa cancellare il dolore né dimenticare chi abbiamo amato. Significa riuscire, lentamente, a riportare dentro di noi quella parte che avevamo affidato all’altro, affinché quella relazione possa continuare a esistere nella nostra storia in una forma diversa.

Il ricordo rimane.

L’amore rimane.

Quello che cambia è il modo in cui conviviamo con l’assenza.

Quando il dolore rimane sospeso

Nel mio lavoro mi capita spesso di incontrare persone che chiedono aiuto per motivi molto diversi: ansia, attacchi di panico, sintomi psicosomatici, difficoltà relazionali o momenti di forte sofferenza.

Solo nel corso del percorso emerge, talvolta, una perdita avvenuta molti anni prima e mai realmente elaborata.

Può essere la morte di una persona cara, ma anche la fine di una relazione importante, un progetto che si è interrotto improvvisamente o una parte della propria vita che non si è mai riusciti davvero a salutare.

A volte sono trascorsi dieci anni.

Altre volte venti.

Persino trenta.

Questo non significa che il dolore sia rimasto identico nel tempo. Significa che una parte di quell’esperienza è rimasta sospesa, in attesa di trovare uno spazio in cui poter essere finalmente riconosciuta.

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Il tempo del lutto

Viviamo in una società che ci chiede di tornare rapidamente alla normalità.

Dopo pochi giorni si ricomincia a lavorare.

Ci si aspetta di essere forti.

Di reagire.

Di andare avanti.

Il dolore, però, non segue il calendario.

Ha un ritmo diverso.

E forse uno degli aspetti più difficili da accettare è proprio questo: il lutto ha bisogno di tempo.

Il tempo del lutto è cambiato

Nelle società antiche il lutto aveva un tempo e uno spazio riconosciuti. La perdita non era soltanto un fatto privato, ma un’esperienza condivisa attraverso rituali, gesti simbolici e momenti collettivi che aiutavano le persone a dare un significato al dolore.

Anche oggi esistono riti di commiato, ma spesso vengono vissuti con fretta. Il funerale finisce e, quasi immediatamente, la vita sembra pretendere che tutto torni come prima. Si rientra al lavoro, si risponde ai messaggi, si riprendono gli impegni quotidiani. Come se il dolore dovesse avere una durata prestabilita.

Eppure il dolore non segue il calendario.

Ha bisogno di essere vissuto.

Mi ha sempre colpito, ad esempio, l’antica usanza dei lacrimatoi: piccole ampolle di vetro nelle quali venivano simbolicamente raccolte le lacrime versate per una persona cara. Più che un semplice oggetto, rappresentavano il riconoscimento di una verità profonda: il dolore ha bisogno di tempo.

Cicerone scriveva:

«Niente si asciuga più in fretta di una lacrima.»

Eppure, prima di asciugarsi, quella lacrima deve poter essere versata.

Il lutto è un processo

Quando si parla di elaborazione del lutto si pensa spesso a un percorso lineare, fatto di tappe ben definite.

La realtà è molto diversa.

Ogni persona attraversa il dolore con tempi e modalità proprie. Nelle prime fasi è frequente provare incredulità. Molti descrivono la sensazione di vivere in una specie di sospensione, oscillando continuamente tra il presente e il passato.

“Mi sembra impossibile.”

“Continuo ad aspettarmi che torni.”

“Per un attimo dimentico quello che è successo, poi la realtà mi travolge di nuovo.”

Successivamente possono emergere tristezza, rabbia, senso di colpa, paura, smarrimento. Emozioni diverse, che spesso si alternano senza un ordine preciso.

È importante ricordare che tutto questo, nella maggior parte dei casi, è normale.

Il dolore non è una malattia da eliminare.

È la risposta umana a una perdita significativa.

Il valore dei rituali

Uno degli aspetti che oggi rischiamo di perdere è proprio la dimensione rituale del lutto.

I rituali non cancellano la sofferenza.

Non servono a farci stare meglio nel giro di pochi giorni.

Servono, piuttosto, a dare una forma al dolore.

Accompagnare una persona fino alla fine della sua vita, partecipare a un funerale, conservare una fotografia, rileggere una lettera, visitare un luogo significativo o trovare un gesto personale con cui salutare chi non c’è più sono modi diversi di riconoscere che quella relazione ha avuto un valore e continua ad averlo.

I rituali ci aiutano a compiere un passaggio: dalla presenza fisica alla presenza interiore.

Quando restare è più difficile che andare via

Ricordo una paziente che iniziò un percorso psicologico mentre il padre era gravemente malato.

Mi disse:

“Vorrei scappare. Non riesco a stare accanto a lui. So che morirà e ho paura di assistere a tutto questo.”

Era una reazione profondamente comprensibile.

Rimanere accanto a una persona che sta morendo significa confrontarsi con il dolore, con il senso di impotenza e con la consapevolezza che nulla potrà fermare ciò che sta accadendo.

Durante il nostro lavoro la incoraggiai a non fuggire da quelle emozioni, ma a vivere fino in fondo quel tempo che ancora le rimaneva con suo padre.

Qualche mese dopo la sua morte mi disse una frase che non ho più dimenticato:

“Le sembrerà strano, ma quell’ultimo mese trascorso accanto a mio padre è stato uno dei periodi più importanti della mia vita. Non perché fossi felice, ma perché in quei giorni ci siamo davvero incontrati come non era mai successo prima.”

Quella esperienza non aveva eliminato il dolore.

Gli aveva dato un significato.

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Il lutto ci cambia

Lo scrittore Tiziano Terzani, poco prima di morire, disse al figlio:

«Ricordati che ci si parla anche nel silenzio.»

Credo che questa frase esprima molto bene ciò che accade quando un lutto viene realmente attraversato.

Le persone che abbiamo amato non continuano a vivere perché fingiamo che siano ancora presenti.

Continuano a vivere nel modo in cui hanno trasformato la nostra esistenza, nei ricordi che custodiamo, nei valori che ci hanno trasmesso e nelle tracce che hanno lasciato dentro di noi.

Il dolore non scompare.

Si trasforma.

E, con il tempo, può lasciare spazio a una forma diversa di vicinanza.

Competenze di benessere

Attraversare un lutto significa confrontarsi con emozioni profonde che non possono essere accelerate né evitate.

In questa esperienza possono essere particolarmente utili alcune competenze di benessere:

  • riconoscere e accogliere il proprio dolore senza giudicarlo;
  • rispettare i propri tempi, senza confrontarli con quelli degli altri;
  • dare un significato alla perdita attraverso i ricordi, le relazioni e i rituali;
  • chiedere aiuto quando il dolore sembra impedire di continuare a vivere la propria quotidianità.
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Hai bisogno di un confronto?

Alcune competenze si sviluppano vivendo, riflettendo e facendo esperienza. Altre richiedono un confronto, perché quando il dolore è molto intenso può diventare difficile trovare, da soli, un nuovo equilibrio.

Se stai attraversando un lutto o senti che una perdita avvenuta anche molti anni fa continua a occupare uno spazio importante nella tua vita, un percorso psicologico può aiutarti a comprendere ciò che stai vivendo e ad affrontarlo con maggiore consapevolezza.

Puoi contattarmi compilando il modulo qui sotto oppure telefonicamente.

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