Autostima, prima dopo e durante i pasti!

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Perché è così importante costruire l’autostima fin da bambini?

L’autostima:

  • consente di provare e di sperimentare in autonomia;
  • consente di prendere decisioni imparando dagli errori;
  • consente di affrontare le sfide della vita invece di fuggire;
  • aiuta a sviluppare la “resilienza” (ovvero la capacità di far fronte in modo positivo agli eventi);
  • aiuta nella realizzazione del progetto di vita.  

Come fare ad aiutare i bambini a sviluppare una buona autostima?

Lo stress e la stanchezza possono portare a compiere degli errori con i figli, ma non c’è da preoccuparsi: sbagliare è umano! L’importante è avere ben chiaro quale sia l’atteggiamento giusto per far crescere un bambino felice e soddisfatto di sé…. Ecco qualche PAROLA CHIAVE per far crescere bambini sicuri e con una sana autostima:

  • AMORE INCONDIZIONATO: i bambini hanno bisogno di sentirsi amati indipendentemente da cosa fanno, da cosa pensano, da cosa provano, da cosa desiderano e da come sono;
  • ATTENZIONE: i bambini hanno bisogno delle attenzioni dei caregivers (letteralmente “coloro che danno cure”), hanno bisogno di “essere visti” e di essere riconosciuti come degni di attenzione;
  • RINFORZO POSITIVO. Il rinforzo positivo è un’ “arma” molto potente che deve essere usata con cautela: i bambini hanno bisogno di essere rinforzati soprattutto quando esprimono liberamente loro stessi;
  • ERRORI: i bambini devono poter sbagliare e imparare dai propri errori, in autonomia;
  • EMOZIONI: i bambini hanno bisogno di “alfabetizzazione emotiva” per imparare a riconoscere le emozioni, a viverle serenamente e a farsele amiche, tutte.
  • UNICITA’: ogni individuo è unico e irripetibile, a nessuno piace essere paragonato e confrontato con altri, neanche ai bambini;
  • INCORAGGIAMENTO: i bambini hanno bisogno di caregivers che credano in loro, che li consolino in caso di “errore” e che li “rimettano in sella”,  più fiduciosi di prima.

E’ giusto che il bambino non pensi di essere stato bravo solo se riesce alla perfezione. Il messaggio che deve passare è che ciò che conta è l’impegno e che i caregivers sono orgogliosi della persona che il bambino è: una persona che si è impegnata e che ha fatto del suo meglio. Il risultato finale non è importante!


Come psicologa, oltre al servizio di consulenza on-line, ricevo in studio a San Polo di Torrile (Parma). Da oltre 10 anni ascolto ed aiuto le persone, concretamente, ad uscire dalle situazioni difficili, a fronteggiare le sfide esistenziali e a riprogettare il futuro.

Dott.ssa Silvia Darecchio – contatti 

“Sono in crisi…”

lonely-1510265__340La “crisi psicologica” è un processo fondante la personalità degli esseri umani e, come tale, riguarda la vita e il funzionamento psicologico di ogni individuo. Gli “eventi critici” sono quelli in cui, genericamente, vengono a mancare le certezze e le sicurezze personali; sono critici i momenti di passaggio, di cambiamento e di transizione che comportano, più di ogni altra cosa, una significativa riorganizzazione psicologica interna (a volte difficile e dolorosa). Pensiamo, ad esempio, alla fine di una relazione, alla morte di una persona cara, alla perdita del lavoro, alla malattia o, più semplicemente, alla presenza di un ostacolo pregiudicante la realizzazione del progetto di vita… Si attraversano “crisi” quando si è toccati da eventi evolutivamente rilevanti ma anche quando nuove “consapevolezze” provocano una trasformazione interna.

APPROFONDIAMO

Dal punto di vista etimologico, il termine “Krisis” deriva dal verbo greco “krino” che significa “separare”, in senso più lato, “valutare”. Comunemente ha assunto un’ accezione negativa, in realtà, è facile riconoscerne la duplice natura: crisi come agente separatore tra quello che era e quello che sarà. Nella medicina ippocratica indicava il punto decisivo della malattia da cui dipendeva un decorso favorevole o sfavorevole, similmente in ambito psicologico, Hoff (1984, 1989, 1995, 2001) nel “paradigma della crisi”, la definiva un punto di svolta decisivo e mai neutro, in grado di condurre ad una “risoluzione positiva” (crescita) o “negativa”. Con Erickson (1968), invece, la crisi è “normalizzata”, venendo considerata l’ elemento fondamentale del processo di costruzione dell’identità. Egli parla di “crisi evolutive” riferendosi alle problematiche ed ai conflitti tipici di ogni fase della vita, concepite come fasi necessarie da attraversare, affinché possano esserci anche crescita e sviluppo.

LO SGUARDO DELLA “PSICOLOGIA DELLA SALUTE”

Nella prospettiva adottata dalla Psicologia della Salute (o Psicologia del Benessere), non sono gli eventi ad essere “patogenetici” quanto, invece, il modo in cui la persona li affronta, attivando risorse più o meno efficaci. I cosiddetti “eventi critici” vengono concepiti come potenziali attivatori di risorse, come stimoli per la ricerca di nuove forme relazionali più congruenti ed adattive. Tuttavia l’ evento è “critico” perché in grado di destabilizzare l’individuo e il suo sistema, che potrebbero non essere capaci di affrontare alcuni compiti, rischiando di cristallizzare schemi mentali e modalità relazionali e comportamentali. L’ esito può definirsi patologico se il “processo di crisi” anziché esprimere il suo potenziale positivo, si blocca. La persona per esempio può trovare soluzioni solo esteriori e solo apparenti, può sviluppare dipendenze, nevroticismo o rifugiarsi in situazioni lenitive che allontanano ed ostacolano la soluzione reale. Se nel fronteggiare gli eventi critici, la persona è sostenuta, può riuscire però, più agevolmente, ad attingere alle risorse (interne ed esterne) di cui dispone, affinché riesca a creare modalità e schemi nuovi, più funzionali. Nella Psicologia della Salute l’individuo è ritenuto competente nello scegliere e nel mettere in campo le soluzioni che ritiene esser più adatte, cioè dotato di “resilienza”.

E’ LA RESILIENZA CHE FA LA DIFFERENZA

Si chiama resilienza l’insieme delle capacità che un individuo utilizza per far fronte agli eventi. La resilienza, letteralmente, è l’ elasticità di un materiale sottoposto ad urti improvvisi; trasponendo questo concetto in psicologia, Putton e Fortugno (2006) ne hanno individuato le sette componenti principali:

  1. INSIGHT: sapere esaminarsi, farsi domande “scomode” e rispondersi con sincerità;
  2. INDIPENDENZA: saper mantenere una certa distanza emotiva dai problemi;
  3. INTERAZIONE: saper stabilire rapporti intimi con gli altri;
  4. INIZIATIVA: saper gestire i problemi;
  5. CREATIVITA: saper creare ordine e bellezza a partire dal caos;
  6. ALLEGRIA: saper relativizzare gli eventi vedendone aspetti positivi;
  7. MORALE: saper fare riferimento a dei valori .

Coloro che possiedono un alto livello di resilienza riescono a fronteggiare efficacemente le contrarietà, a dare nuovo slancio alla propria esistenza e a raggiungere risultati importanti. Si tratta di persone ottimiste, flessibili e creative, che sanno lavorare in gruppo e attingere alle proprie e altrui esperienze. La persona resiliente affronta i dolori e le difficoltà senza disperarsi, ha il coraggio di intraprendere vie che sa non essere le più facili, ama la vita per quello che è nel presente, e coltiva proprie virtù (più o meno spirituali) che moderano i timori di morte, ricorda di essere esposta al pericolo in quanto mortale ma affronta i rischi con saggezza e audacia.

FATTORI DI RISCHIO CHE COMPROMETTONO LA RESILIENZA

Secondo Werner e Smith (1982) tra i fattori di rischio capaci di compromettere lo sviluppo della resilienza, rendendo l’individuo più vulnerabile nel fronteggiare le “crisi”, (1982), vi sono:

  • i fattori emozionali: bassa autostima, scarso controllo emozionale, abuso;
  • i fattori interpersonali: rifiuto dei pari, isolamento, chiusura;
  • i fattori familiari: bassa classe sociale, conflitti, scarso legame con i genitori, i disturbi nella comunicazione;
  • i fattori di sviluppo: disabilità nella lettura, deficit attentivi, incompetenza sociale, ritardo mentale.
FATTORI PROTETTIVI CHE FAVORISCONO LA RESILIENZA

Tra i fattori protettivi, che favoriscono lo sviluppo della resilienza, Werner e Smith (1982) ne individuano di individuali e di famigliari.

  • Fattori protettivi individuali: l’essere primogenito; un buon temperamento; la sensibilità; l’autonomia; la competenza sociale e comunicativa; l’autocontrollo; locus of control interno: la consapevolezza e la fiducia che le proprie conquiste dipendono dai propri sforzi; il comportamento seduttivo: consente di essere benvoluti e di riconoscere e accettare gli aiuti dall’esterno.
  • Fattori protettivi famigliari: l’elevata attenzione riservata al bambino nel primo anno di vita; la qualità delle relazioni tra genitori; il sostegno alla madre nell’accudimento del piccolo; la coerenza nelle regole; il supporto di figure di riferimento affettive.
CONCLUDENDO

In quanto momento di crescita e di trasformazione, la crisi psicologica non è una condizione da temere o evitare. E’ invece una opportunità da cogliere ed utilizzare nel migliore dei modi, in tutto il suo potenziale e senza “intoppi”, per una “riorganizzazione interna” più funzionale e più soddisfacente. La resilienza ci viene in soccorso, trattandosi, come abbiamo visto, di un dono inestimabile, che tuttavia non rende invincibili, e non è neppure presente sempre e comunque: possono infatti verificarsi momenti in cui le situazioni sono davvero troppo pesanti da sopportare. Non esistono i supereroi, e non si è indistruttibili per il solo fatto di essere stati resilienti in passato. Fortunatamente la resilienza può essere riconquistata, infatti, la piena fiducia nelle potenzialità e nelle risorse degli individui (e dei loro sistemi) è una delle premesse fondamentali di tutti gli interventi psicologici.

 


Dott.ssa Silvia Darecchio  – Psicologa – San Polo di Torrile (Pr)  contatti

Il “nuovo” paradigma BIO-PSICO-SOCIALE: l’approccio olistico.

i-am-461804__340.jpgUno dei tentativi fatti dalla scienza, per dare una risposta alla crisi dei modelli di “cura” più diffusi e prevalenti in occidente, è il “paradigma  bio  – psico – sociale” che, soprattutto grazie al significato attribuito al rapporto salute/malattia, ha dato un fondamentale contributo allo sviluppo di un approccio più globale, più olistico, più integrato ed unitario nella “presa in carico” delle persone. Il paradigma bio-psico-sociale si basa sulla Teoria Generale dei Sistemi, che cerca di affrontare i problemi includendo tutte le relazioni significative. I suoi punti essenziali sono:

  • la Natura è ordinata secondo una gerarchia di sistemi: ciascun livello è un tutto in sé e, nello stesso tempo, parte di un tutto più grande;
  • ciascun sistema ha caratteristiche che sono specifiche di quel livello;
  • comprendere il tutto richiede la conoscenza dello scopo del sistema;
  • l’intero è diverso dalla somma delle sue parti;
  • tutti i sistemi viventi sono sistemi aperti, che comunicano a doppio senso, in uno stato di equilibrio dinamico sia interno che esterno;
  • tutte le parti sono interdipendenti fra di loro. 

. Secondo questo paradigma “nascente” (nonostante affondi le sue radici nella tradizione greca, include ciò che si è appreso solo nell’ultimo secolo) il  sintomo non viene concettualmente separato dalla persona, né la persona dal suo ambiente. Ciò implica conseguenze importanti sia per quanto attiene al metodo clinico, sia per la relazione che si crea tra professionista e clienteanche tale rapporto, infatti, essendo “tutto interdipendente”, ha un profondo effetto sullo stato di malessere/benessere e sul suo andamento. Comprendere i pazienti olisticamente richiede perciò, nei professionisti, non solo conoscenza e abilità, ma anche gentilezza e compassione.  Michael Balint, il cui contributo è utile per impostare un approccio più olistico in generale, sottolinea l’importanza di quell’ aspetto fondamentale, della relazione tra psicologo e cliente, che è  “l’ascolto attivo”.   Ascoltare il paziente, con completa attenzione, è una disciplina assai difficile, richiede intensa concentrazione su tutto ciò che il paziente cerca di dire, in modo verbale e non verbale, senza aggiungere, sottrarre o rettificare alcunché. Carl Rogers (1980) lo esprime molto bene: «ascoltare attentamente significa dare la propria totale e indivisa attenzione all’altra persona». Ascoltare è un processo esigente e difficile che si può intraprendere solo se si ha profondo rispetto e cura dell’altro.Si ascolta non solo con le orecchie, ma anche con gli occhi, la mente, il cuore e l’immaginazione.

COS’E’ L’OLISMO

Precedentemente si è parlato di olismo in quanto elemento fondante del paradigma bio-psico-sociale. Approfondiamo: l’ olismo (dal greco όλος, olosI) indica la totalità, la globalità di qualcosa e, in questo caso, dell’essere umano. È un’ impostazione teorica, filosofico-scientifica, basata sull’idea che le proprietà di un sistema non possono essere spiegate esclusivamente tramite le sue singole componenti. Un tipico esempio di struttura olistica è l’organismo biologico: un essere vivente va considerato sempre come un’unità-totalità non esprimibile con l’insieme delle parti che lo costituiscono. In particolare, la saggezza distillata nei secoli riconosce agli esseri umani tre livelli di esistenza: trascendente, mentale e fisica. Il livello superiore ha capacità che non si trovano nel livello inferiore, e ciascun livello ha un suo modo di conoscere, che è: sensoriale per la sfera fisica (le nostre percezioni però devon essere addestrate); simbolico per la sfera mentale, tramite le parole, i gesti, le espressioni; contemplativo e intuitivo per la sfera trascendente. L’olismo perciò concepisce l’essere umano come una unità – costituita da corpo, mente ed “anima” –  conoscibile solo nella sua integrità.

Con olismo ci si riferisce ad una concezione unitaria dell’essere umano, della realtà e dell’esistenza, secondo la quale ogni parte contiene gli elementi dell’intero di cui è partecipe. Come si diceva, la sua identificazione e la sua definizione hanno luogo in Occidente, con grande ritardo rispetto all’Oriente, solamente nel ‘900, con riferimento alla tradizione del Neoplatonismo (III-VI secolo) e in particolare a Plotino (III secolo).  Oggi, anche se in Italia il termine «olistico» risente ancora di ignoranza e disinformazione, in gran parte degli altri Paesi occidentali, è tenuto in sempre più alta considerazione e si tende ad applicarlo a diverse discipline ed ambiti della conoscenza: l’olismo ontologico, semantico, antropologico, psicologico, religioso, filosofico e in ambito medico, l’olismo sociale, metodologico, etico, di significato e tipologico. L’ olismo, dal punto di vista filosofico, in sostanza si  contrappone al Meccanicismo e al Riduzionismo.

L’approccio olistico nasce da un preciso atteggiamento di ogni essere umano nei confronti di se stesso, degli altri esseri viventi e dell’ambiente che lo circonda. Si esprime attraverso uno stato di coscienza che sappia cogliere l’unità di ogni fenomeno. In ambito clinico (in medicina come in psicologia), l’ approccio olistico è, prima di tutto, un Modo di essere dello psicologo, del paziente e della loro relazione. Si realizza quando psicologo e paziente sanno cogliere insieme il processo unitario che li vede “onde dello stesso oceano” e quando diventano capaci di osservare con occhi chiari; osservare, cioè, loro stessi, la loro relazione e i “sintomi”, in modo ampio, aperto, libero da schemi precostituiti e da ipotesi strettamente diagnostiche.

Nel campo del benessere l’approccio olistico permette una maggiore varietà di strategie e fornisce di ulteriori capacità lo psicologo, ma soprattutto riporta alla relazione come costruita da “PERSONE” , un fatto e che aiuta grandemente nel processo di “recupero del benessere”, che diventa più efficace. Aiuta a costruire un rapporto psicologo-paziente più vero. Una relazione maggiormente centrata sul cliente significa creare uno spazio vuoto dove egli possa trovare conforto e accoglienza; uno spazio vuoto che però non è passività, o assenza di pienezza, ma il risultato della proiezione di tutto l’ essere (mente, corpo, spirito) nell’altro (in realtà ritengo che questo non sia un atteggiamento da tenere solo di fronte ad un paziente, ma di fronte ad ogni essere umano!). Lo psicologo risponde alle necessità fisiche, psicologiche ed emotive del cliente e del suo sistema (famiglia, ambiente, società e cultura), in quanto, come afferma il paradigma bio-psico-sociale e in particolare l’approccio olistico,  tutto è collegato ed interdipendente.

Cos’è la “salute”

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La Costituzione dell’OMS (1946) definisce la salute come uno stato di completo benessere fisico, mentale e sociale, non come assenza di malattia o d’infermità. Il noto concetto di salute del WHO fa riferimento alle componenti fisiche (funzioni, organi strutture), mentali (stato intellettivo e psicologico), sociali (vita domestica, lavorativa, economica, familiare, civile) e spirituali (valori), per identificare in esse le variabili collegate alle condizioni soggettive e oggettive di bene-essere (salute nella sua concezione positiva) e male-essere (malattia, problema, disagio ovvero salute nella sua concezione negativa) di cui tenere globalmente conto nell’approccio alla persona. La Carta di Ottawa del 1986 inoltre ha definito la salute come un mezzo e non come un fine, come una risorsa per la vita quotidiana e non come l’obiettivo del vivere. La salute è  intesa come un quadro integratore in grado di valorizzare le risorse personali, sociali e le capacità fisiche. Raggiungere il completo benessere presuppone la capacità di identificare e realizzare le proprie aspirazioni, di soddisfare i propri bisogni, di cambiare l’ambiente circostante o di farvi fronte. La promozione della salute, cioè il processo che mette in grado le persone di aumentare il controllo sulla propria salute e di migliorarla, diventa così una responsabilità collettiva finalizzata a garantire il diritto al benessere di ciascuno e non più e non solo responsabilità dei sistemi sanitari. L’ “operatore del benessere” deve rivolgere l’attenzione agli aspetti psicologici, sociali, familiari dell’individuo, fra loro interagenti e in grado di influenzare l’evoluzione di un disagio. 


Dott.ssa Silvia Darecchio  – Psicologa – San Polo di Torrile (Pr)  contatti

Training autogeno

Il termine “Training Autogeno” (TA) è stato usato per la prima volta nel 1932, quando i risultati ottenuti dallo psichiatra e neurologo tedesco J.H. Schultuz, sono stati pubblicati nel volume “Das autogene training”. Negli ultimi 40 anni, sono stati condotti numerosi studi per verificare l’ efficacia delle tecniche di rilassamento: tutte hanno mostrato di essere efficaci. Tra le tecniche più conosciute abbiamo il Training Autogeno (Autogenic Training: A Meta-Analysis of Clinical Outcome Studies).

APPROFONDIAMO

Il TA è una tecnica che permette di recuperare la tranquillità interiore e le risorse necessarie per far fronte allo stress. Con esso si insegna al paziente ad attivare il SISTEMA NERVOSO PARASIMPATICO. Il sistema parasimpatico, appartenente al sistema nervoso autonomo, è responsabile di tutte le reazione corporee involontarie che rispondono alle situazione di “riposo” e di “recupero delle energie” . Esso cioè: 

  • contrasta e bilancia le azioni della sezione simpatica;
  • favorisce la digestione;
  • favorisce l’assorbimento dei nutrienti per l’immagazzinamento delle energie,
  • favorisce la defecazione;
  • favorisce la minzione;
  • gestisce le funzionalità viscerali essenziali per la vita;
  • favorisce la quiete, il riposo e il rilassamento;
  • ristabilisce l’equilibrio omeostatico del nostro corpo;
  • permette di ottenere un miglior controllo ed un più facile raggiungimento dello stato di rilassamento.

Poiché in grado di attivare questo tipo di risposta, il TA è stato spesso utilizzato:

  • nella cura sintomatica dei disturbi d’ansia (The efficacy of relaxation training in treating anxiety);
  • per i disturbi psicosomatici; 
  • per manifestazioni nevrotiche di vario tipo (soprattutto quelle che presentano uno stretto rapporto con reazioni di tipo somatico); 
  • come coadiuvante nella gestione di alcune malattie fisiche;
  • come coadiuvante nella gestione di alcune condizioni biologiche generali. 

Per le sue caratteristiche specifiche il TA si configura come una vera e propria “terapia a partenza mentale” (Peresson, 1985). 

IL T.A. DAL PUNTO DI VISTA NEURO-FISIOLOGICO

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Vediamo ora in che modo, da un punto di vista neuro-fisiologico, esso influenza positivamente l’organismo. Il TA produce una risposta trofotropica: una risposta a livello dell’ipotalamo che riduce l’attività neurovegetativa e aumenta proprio il tono parasimpatico. In questo contesto il termine “trofotropico” indica la capacità dell’organismo di regolare, aumentandone l’intensità o inibendola, alcune funzioni viscerali. La risposta trofotropica può essere indotta sia stimolando direttamente i centri ipotalamici sia, in modo inverso, riducendo gli stimoli propriocettivi che partono dal corpo e arrivano all’ipotalamo. Il sistema muscolo-scheletrico contribuisce, più di ogni altro sistema, all’invio di stimoli verso le formazioni ipotalamiche, perciò, riducendo il tono muscolare, si riduce anche l’attivazione ipotalamica.

Sul piano vegetativo la risposta trofotropica riduce:

  • la frequenza cardiaca e respiratoria,
  • il tono muscolare,
  • la pressione arteriosa,
  • la secrezione delle ghiandole sudoripare. 

Sul piano vegetativo la risposta trofotropica invece aumenta:

  • le funzioni motorie,
  • la secrezione di sostanze gastriche,
  • la secrezione di insulina.

Lo stato di rilassamento che viene a crearsi, in conseguenza di un adeguato allenamento che parte dai muscoli (come nel TA), produce l’effetto di scaricare le tensioni in eccesso, dovute all’ansia e allo stress, e di recuperare il benessere psicofisico. 

AUTOGENO?

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J.H. Schultz denominò il suo metodo “autogeno” proprio perché la risposta trofotropica si produce spontaneamente, si “genera da sé”, senza alcun intervento attivo della volontà, ma solo grazie ad un allenamento (training) costante. Nel caso specifico, allenarsi vuol dire comportarsi in modo opposto al consueto: normalmente ci si addestra a “fare” qualcosa, ebbene, nel training autogeno ci si allena a “non fare”, a creare uno spazio in cui possano presentarsi, in modo del tutto spontaneo, le sensazioni tipiche del riposo e della calma. Nel metodo del training autogeno questo atteggiamento viene denominato “concentrazione passiva”, ed è uno stato di contemplazione degli eventi corporei e dei fenomeni psichici in cui non interferiscono le pressanti sollecitazioni provenienti dal mondo esterno.

GLI ESERCIZI

Il training autogeno si basa sull’apprendimento di sei esercizi standard (pesantezza, calore, cuore, respiro, plesso solare e fronte fresca) preceduti da uno di preparazione definito predisposizione alla calma. Si tratta di esercizi psicofisici che comprendono una serie di formule verbali necessarie per ottenere:

  • una sensazione di pesantezza e di calore negli arti;
  • la regolazione del ritmo cardiaco;
  • la concentrazione sul ritmo respiratorio;
  • una sensazione di calore nella zona dell’addome;
  • sensazioni di freschezza alla fronte. 

Per esempio, per l’esercizio di pesantezza si inizia con la formula: “il mio braccio destro è pesante”. Dopo aver ripetuto diverse volte queste parole, si passa ad altre parti, fino a che si raggiunge la sensazione che tutto il corpo sia pesante. La pratica costante della tecnica porta, quando viene ripetuta una certa frase,  ad una  risposta automatica (di calma, calore, pesantezza, rilassamento) non solo durante il training, ma anche nelle situazioni stressogene della vita quotidiana (generalizzazione della risposta).

RACCOMANDAZIONI

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Nonostante l’apparente semplicità del metodo e il tempo relativamente breve richiesto per l’acquisizione degli esercizi, la tecnica del training autogeno va praticata inizialmente sotto la guida di un esperto. Generalmente al termine di ciascuna sessione, svolta in sede di training o svolta a casa come esercitazione, viene chiesto al partecipante un breve feedback riguardo all’esperienza appena conclusasi nella quale si approfondiscono le manifestazioni fisiche e psichiche provate durante gli esercizi (pensieri, emozioni, immagini, sensazioni corporee). Dunque il training autogeno rappresenta non solo una tecnica di auto-distensione, ma anche uno strumento di incontro e di consapevolezza dei propri vissuti interiori.


Essendo operatrice clinica di Training Autogeno propongo dei corsi individuali presso lo studio di S. Polo: se vuoi provare questa efficace tecnica anti-stress,  sappi che la prima seduta di prova è sempre gratuita. 

Come psicologa, oltre al servizio di consulenza online  per chi non vive in Emilia,  ricevo in studio a San Polo di Torrile (Parma). Da oltre 10 anni ascolto ed aiuto le persone, concretamente, ad uscire dalle situazioni difficili, a fronteggiare le sfide esistenziali e a riprogettare il futuro. In condizioni di sofferenza psicologica posso aiutarti a superare le tue difficoltà, accompagnandoti verso una consapevolezza rinnovata di te, dei tuoi bisogni, delle tue priorità e del tuo modo di “funzionare”. Posso aiutarti a ritrovare la serenità e il benessere, anche grazie alla proposta di tecniche di rilassamento e di gestione dello stress.

Dott.ssa Silvia Darecchio – contatti