Amare troppo

Qualità o quantità: quando è “troppo”?

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 L’idea per cui il vero amore non vuole nulla in cambio è un’invenzione dei sottomessi: se dai, vuoi ricevere. È naturale, è la reciprocità.”           – W. Riso –                                            

Secondo la psicologa americana Robin Norwood, specializzata in terapia della famiglia e autrice del bestseller Donne che amano troppo, uno dei testi più letti sulla “psicopatologia dell’amore”, si ama troppo quando:

  • “amare vuol dire soffrire”;
  • si parla del* partner, dei suoi problemi, di quello che pensa e non pensa, dei suoi sentimenti nella maggior parte delle conversazioni con persone intime;
  • i malumori, il cattivo carattere, l’ indifferenza del* partner vengono giustificati o considerati conseguenze di un’infanzia infelice (o altro) e ci si trasforma nel* terapeuta dell’altro*;
  • il carattere, il modo di pensare e il comportamento del* partner non piacciono, ma ci si adatta pensando che, se saremo abbastanza attraenti e affettuosi*, lui*  cambierà per amore nostro ;
  • la relazione con il* partner mette a repentaglio il nostro benessere emotivo, la nostra sicurezza e forse la nostra salute.

* si fa riferimento sia ad partner maschio che femmina

“Amare” diventa “amare  troppo” quando abbiamo un partner incompatibile con i nostri sentimenti, che non si cura di noi, o non è disponibile, eppure non riusciamo a lasciarlo: in realtà lo desideriamo, ne abbiamo bisogno sempre di  più.                                                                         – R. Norwood – 

Secondo l’autrice, che raccontava di donne co-dipendenti, in realtà  non è l’amore a motivare queste relazioni, quanto piuttosto la paura: paura dell’abbandono; paura della solitudine; paura di non essere degne d’amore; paura di essere ignorate; paura di non sapersi arrangiare da sole; paura che una vita “normale”, con un partner equilibrato, non sia abbastanza emozionante e passionale;  paura che se lui non ci ama la colpa sia nostra. 

Amare troppo è calpestare, annullare se stesse  per  dedicarsi  completamente a cambiare un uomo “sbagliato” per noi che ci ossessiona, naturalmente  senza riuscirci.                                                                                                           – R. Norwood –

E’ bene sottolineare come questi comportamenti possano appartenere sia agli uomini che alle donne. Tuttavia sembra che uomini e donne mostrino delle differenze (a causa dei valori culturali, dell’educazione ricevuta, dell’ambiente familiare) nel percepire e nell’ affrontare le relazioni. Nella nostra cultura il fatto che una donna si sacrifichi per una relazione, sino ad annullarsi, è stato accettato per secoli fino a pochi decenni fa. La nostra cultura insegna che le donne, per amore, devono essere disposte a fare di tutto. Ecco perché questa dinamica patologica (relazioni sentimentali ossessionate ed ossessionanti, caratterizzate da dipendenza e da ruoli “fissi” e disfunzionali) riguarda il genere femminile più spesso di quello maschile. I maschi più facilmente sviluppano altri tipi di dipendenza, che secondo la cultura sono più consoni al loro sesso: magari diventano “drogati” di lavoro o di Internet, o passano le giornate a guardare lo sport. Adottano queste strategie estranianti per non dover affrontare malessere e problemi, che potrebbero suscitare sentimenti di vergogna o di colpa, difficili da sostenere. Ci sono ovviamente le eccezioni, è probabile, infatti,  che più di qualche uomo si riconosca nel ritratto di chi è ossessionato dall’amore.

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Norwood, nel suo libro, individua le caratteristiche personologiche “tipiche” delle donne che amano troppo:

  • sono molto responsabili;

  • sono impegnate con grande serietà e successo;

  • hanno scarsa stima di sé;

  • hanno poco riguardo per la propria integrità personale;

  • riversano tutte le proprie energie in tentativi disperati di influenzare e controllare gli altri, per cambiarli e farli diventare come loro desidererebbero;

  • hanno un profondo timore dell’abbandono;

  • pensano che sia meglio stare con qualcuno che non soddisfi del tutto i loro bisogni ma che non le abbandoni, piuttosto che con un partner più affettuoso e attraente che potrebbe anche lasciarle per un’ altra”.

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L’origine di tale condizione è da rintracciarsi, oltre che generalmente nella cultura dominante, particolarmente nell’infanzia, spesso nella relazione disfunzionale con le figure genitoriali. Le precoci esperienze infantili, infatti, hanno un’influenza fondamentale nel modo in cui da adulti ci relazioniamo con gli altri. Le situazioni dolorose e difficili, le carenze affettive, l’assenza di figure importanti o la mancanza di limiti sono solo alcuni dei fattori che segnano il nostro modo di cercare e di dare affetto. Le donne (e gli uomini) con una simile storia tendono così ad andare alla ricerca di un attaccamento sicuro e di protezione, anche se questo significa dover stare con un uomo (o con una donna) che fa soffrire. I comportamenti che impariamo quando siamo piccoli rimangono fissi dentro di noi, e continuiamo a metterli in atto per tutta la vita. Per questo motivo, abbandonarli o cambiarli è una grande sfida, e ci sembra difficile e pericolosa. Ma ancora più difficile è prenderne coscienza e affrontare la situazione per quella che è, essere in grado di vedere con chiarezza tutto ciò che sta succedendo. 

Amare troppo” significa essere dipendenti da una relazione, in modo malsano. E’ una vera e propria forma di dipendenza che assomiglia a quella per il cibo, per la droga o per l’alcol e come in tutte le dipendenze, è necessario capirne e ammetterne la gravità prima di uscirne. Una volta che ci si rende conto di avere un problema, è importante cercare un aiuto competente, perché la strada è impervia e difficile, e pensare di potercela fare da soli è un’illusione. Come scrive la Norwood “non praticare la propria dipendenza richiede uno sforzo maggiore del semplice ripetere a se stesse di cambiare.

L’itinerario verso la consapevolezza e l’equilibrio

E’ necessario imparare il percorso dell’amare se stesse, perché è quando finalmente emerge una sana autostima che è possibile imparare a fare scelte più sagge sul piano affettivo. Quando non si è più disperate e bisognose, quando non si è più disposte a sacrificare se stesse in modo patologico per un uomo, e quando non si sente più la stringente esigenza di controllare gli altri, per modificarne il comportamento o i sentimenti, ecco che l’amore vero e sano può finalmente arrivare.

Amore è tutto ciò che aumenta, allarga, arricchisce la nostra vita, verso tutte le altezze e tutte le profondità. L’amore non è un problema, come non lo è un veicolo; problematici sono soltanto il conducente, i viaggiatori e la strada.
– F. Kafka –

Dott.ssa Silvia Darecchio – Contatti 

Per approfondire:

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Depressione: invalidità e legge 104

Anche la depressione è stata fatta rientrare fra le patologie che beneficiano della legge 104. Si parla di invalidità causata dallo stato ansioso depressivo quando dalla depressione deriva una significativa riduzione della capacità lavorativa. 

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L’ esistenza del disturbo depressivo maggiore verrà verificata e certificata da un’ apposita commissione medica. Qualora la condizione clinica fosse confermata,  nei casi più gravi (quelli che comportano un vero e proprio handicap compromettendo la vita sociale, lavorativa e lo stato di salute complessivo della persona), il lavoratore potrà  usufruire della 104 (la Legge 104/92  è  il riferimento legislativo per l’assistenza, l’integrazione sociale e i diritti delle persone con handicap).

Per le patologie depressive, sono state esplicitate le relative percentuali d’invalidità riconosciute (nella tabella qui sotto), che danno diritto ad agevolazioni e a diverse prestazioni di assistenza.

CONDIZIONE CLINICA

PERCENTUALE  INVALIDITA’

Sindrome depressiva endoreattiva lieve

10.%

Sindrome depressiva endoreattiva media

25.%

Sindrome depressiva endoreattiva grave

dal 31% al 40%

Sindrome depressiva endogena lieve

30.%

Sindrome depressiva endogena media

dal 41% al 50%

Sindrome depressiva endogena grave

dal 71% al 80%

Nevrosi ansiosa

15.%

Nevrosi fobico ossessiva e/o ipocondriaca di media entità

dal 21% al 30%

Nevrosi fobico ossessiva lieve

15.%

Nevrosi fobico ossessiva grave

dal 41% al 50%

Psicosi ossessiva

dal 71% al 80%

La SINDROME DEPRESSIVA ENDOREATTIVA è una forma di disturbo mentale strettamente legata ad un avvenimento doloroso (ad esempio un lutto, una perdita, una sconfitta, disturbi fisici) caratterizzata da un’ ‘intensità e una durata sproporzionate rispetto alla “normale” reazione di fronte a simili eventi. L” elemento tipico della depressione endoreattiva è un sentimento di tristezza vissuto con forte partecipazione emotiva.

La SINDROME DEPRESSIVA ENDOGENA è un disturbo dell’  ‘umore caratterizzato da profonda tristezza, sconforto e apatia. Tuttavia, la causa della depressione endogena differisce da quella della depressione endoreattiva. Nella prima non si presenta una situazione esterna scatenante ma è dovuta a fattori interni psico-biologici, è causata, cioè, da un’alterazione o da un cambiamento strutturale della biochimica cerebrale; nella depressione endoreattiva, invece, esiste una relazione evidente tra il fattore scatenante e l’inizio del disturbo.

Con “NEVROSI” ci si riferisce ad una classe di disturbi mentali di media gravità non causati da una condizione organica. Le nevrosi implicano sintomi di stress (depressione, ansietà, comportamento ossessivo, ipocondria)  e non sono caratterizzate da una radicale perdita di contatto con la realtà , come nelle psicosi. Questo termine non è più usato dalla comunità psichiatrica americana dal 1980 quando è stato eliminato dal  Diagnostic and Statistical Manual of Mental Disorders con la pubblicazione del DSM III. E’  ancora usato nel sistema di classificazione  ICD-10 . 

La PSICOSI OSSESSIVA (psiconevrosi ossessiva coatta) è costituita dalla prevalenza di idee fisse ed ossessioni, in contrasto con la personalità del soggetto e con le sue credenze, a contenuto non necessariamente patologico, ma che patologicamente agiscono, in quanto dominano il pensiero, deformandone il naturale svolgimento. Le idee fisse o ossessive (dette anche idee coatte incoercibili) rappresentano un continuo conflitto con la volontà e, per tale conflitto, si accentua quel disordine del tono affettivo che è base della psiconevrosi stessa e che, per l”  esasperazione della tensione emotiva, si trasforma in uno spasmodico stato di angoscia. 

COSA SPETTA AL RICHIEDENTE:  qualora il lavoratore depresso fosse riconosciuto come portatore di handicap, avrebbe diritto a tutti i benefici connessi alla legge 104/92, ovvero:

  • permessi retribuiti mensili (diritto di assentarsi per 3 giornate al mese);
  • scelta della sede di lavoro;
  • rifiuto al trasferimento;
  • agevolazioni fiscali.

COME PROCEDERE PER OTTENERE L’  INVALIDITA’  :  dopo che il medico curante avrà valutato lo stato depressivo del paziente, verrà emesso un certificato medico. La domanda di invalidità, corredata del numero di protocollo del certificato, dovrà essere inviata all’Inps attraverso il servizio “Domanda di invalidità”, accessibile dal sito Web dell’INPS (la domanda potrà essere inviata anche tramite patronato o Contact Center). Una volta compilata e inviata la domanda, l’  ‘Inps fisserà un appuntamento con la commissione medica Asl per l’accertamento dell’handicap (se il richiedente non sarà in grado di recarsi alla visita, sarà possibile richiedere anche una valutazione direttamente al proprio domicilio).

Training autogeno

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Il termine “Training Autogeno” (TA) è stato usato per la prima volta nel 1932, quando i risultati ottenuti dallo psichiatra e neurologo tedesco J.H. Schultuz, sono stati pubblicati nel volume “Das autogene training”. Negli ultimi 40 anni, sono stati condotti numerosi studi per verificare l’ efficacia delle tecniche di rilassamento: tutte hanno mostrato di essere efficaci. Tra le tecniche più conosciute abbiamo il Training Autogeno (Autogenic Training: A Meta-Analysis of Clinical Outcome Studies).

APPROFONDIAMO

Il TA è una tecnica che permette di recuperare la tranquillità interiore e le risorse necessarie per far fronte allo stress. Con esso si insegna al paziente ad attivare il SISTEMA NERVOSO PARASIMPATICO. Il sistema parasimpatico, appartenente al sistema nervoso autonomo, è responsabile di tutte le reazione corporee involontarie che rispondono alle situazione di “riposo” e di “recupero delle energie” . Esso cioè: 

  • contrasta e bilancia le azioni della sezione simpatica;
  • favorisce la digestione;
  • favorisce l’assorbimento dei nutrienti per l’immagazzinamento delle energie,
  • favorisce la defecazione;
  • favorisce la minzione;
  • gestisce le funzionalità viscerali essenziali per la vita;
  • favorisce la quiete, il riposo e il rilassamento;
  • ristabilisce l’equilibrio omeostatico del nostro corpo;
  • permette di ottenere un miglior controllo ed un più facile raggiungimento dello stato di rilassamento.

Poiché in grado di attivare questo tipo di risposta, il TA è stato spesso utilizzato:

  • nella cura sintomatica dei disturbi d’ansia (The efficacy of relaxation training in treating anxiety);
  • per i disturbi psicosomatici; 
  • per manifestazioni nevrotiche di vario tipo (soprattutto quelle che presentano uno stretto rapporto con reazioni di tipo somatico); 
  • come coadiuvante nella gestione di alcune malattie fisiche;
  • come coadiuvante nella gestione di alcune condizioni biologiche generali. 

Per le sue caratteristiche specifiche il TA si configura come una vera e propria “terapia a partenza mentale” (Peresson, 1985). 

IL T.A. DAL PUNTO DI VISTA NEURO-FISIOLOGICO

fun-1850709__340Vediamo ora in che modo, da un punto di vista neuro-fisiologico, esso influenza positivamente l’organismo. Il TA produce una risposta trofotropica: una risposta a livello dell’ipotalamo che riduce l’attività neurovegetativa e aumenta proprio il tono parasimpatico. In questo contesto il termine “trofotropico” indica la capacità dell’organismo di regolare, aumentandone l’intensità o inibendola, alcune funzioni viscerali. La risposta trofotropica può essere indotta sia stimolando direttamente i centri ipotalamici sia, in modo inverso, riducendo gli stimoli propriocettivi che partono dal corpo e arrivano all’ipotalamo. Il sistema muscolo-scheletrico contribuisce, più di ogni altro sistema, all’invio di stimoli verso le formazioni ipotalamiche, perciò, riducendo il tono muscolare, si riduce anche l’attivazione ipotalamica.

Sul piano vegetativo la risposta trofotropica riduce:

  • la frequenza cardiaca e respiratoria,
  • il tono muscolare,
  • la pressione arteriosa,
  • la secrezione delle ghiandole sudoripare. 

Sul piano vegetativo la risposta trofotropica invece aumenta:

  • le funzioni motorie,
  • la secrezione di sostanze gastriche,
  • la secrezione di insulina.

Lo stato di rilassamento che viene a crearsi, in conseguenza di un adeguato allenamento che parte dai muscoli (come nel TA), produce l’effetto di scaricare le tensioni in eccesso, dovute all’ansia e allo stress, e di recuperare il benessere psicofisico. 

AUTOGENO?

240_F_313460136_fnzL17dv4dAGjNGJrHLcTrnAMdnrRNYxJ.H. Schultz denominò il suo metodo “autogeno” proprio perché la risposta trofotropica si produce spontaneamente, si “genera da sé”, senza alcun intervento attivo della volontà, ma solo grazie ad un allenamento (training) costante. Nel caso specifico, allenarsi vuol dire comportarsi in modo opposto al consueto: normalmente ci si addestra a “fare” qualcosa, ebbene, nel training autogeno ci si allena a “non fare”, a creare uno spazio in cui possano presentarsi, in modo del tutto spontaneo, le sensazioni tipiche del riposo e della calma. Nel metodo del training autogeno questo atteggiamento viene denominato “concentrazione passiva”, ed è uno stato di contemplazione degli eventi corporei e dei fenomeni psichici in cui non interferiscono le pressanti sollecitazioni provenienti dal mondo esterno.

GLI ESERCIZI

Il training autogeno si basa sull’apprendimento di sei esercizi standard (pesantezza, calore, cuore, respiro, plesso solare e fronte fresca) preceduti da uno di preparazione definito predisposizione alla calma. Si tratta di esercizi psicofisici che comprendono una serie di formule verbali necessarie per ottenere:

  • una sensazione di pesantezza e di calore negli arti;
  • la regolazione del ritmo cardiaco;
  • la concentrazione sul ritmo respiratorio;
  • una sensazione di calore nella zona dell’addome;
  • sensazioni di freschezza alla fronte. 

Per esempio, per l’esercizio di pesantezza si inizia con la formula: “il mio braccio destro è pesante”. Dopo aver ripetuto diverse volte queste parole, si passa ad altre parti, fino a che si raggiunge la sensazione che tutto il corpo sia pesante. La pratica costante della tecnica porta, quando viene ripetuta una certa frase,  ad una  risposta automatica (di calma, calore, pesantezza, rilassamento) non solo durante il training, ma anche nelle situazioni stressogene della vita quotidiana (generalizzazione della risposta).

RACCOMANDAZIONI

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Nonostante l’apparente semplicità del metodo e il tempo relativamente breve richiesto per l’acquisizione degli esercizi, la tecnica del training autogeno va praticata inizialmente sotto la guida di un esperto. Generalmente al termine di ciascuna sessione, svolta in sede di training o svolta a casa come esercitazione, viene chiesto al partecipante un breve feedback riguardo all’esperienza appena conclusasi nella quale si approfondiscono le manifestazioni fisiche e psichiche provate durante gli esercizi (pensieri, emozioni, immagini, sensazioni corporee). Dunque il training autogeno rappresenta non solo una tecnica di auto-distensione, ma anche uno strumento di incontro e di consapevolezza dei propri vissuti interiori.


Essendo operatrice clinica di Training Autogeno propongo dei corsi individuali presso lo studio di S. Polo: se vuoi provare questa efficace tecnica anti-stress,  sappi che la prima seduta di prova è sempre gratuita. 

Come psicologa, oltre al servizio di consulenza online  per chi non vive in Emilia,  ricevo in studio a San Polo di Torrile (Parma). Da oltre 10 anni ascolto ed aiuto le persone, concretamente, ad uscire dalle situazioni difficili, a fronteggiare le sfide esistenziali e a riprogettare il futuro.

In condizioni di sofferenza psicologica posso aiutarti a superare le tue difficoltà, accompagnandoti verso una consapevolezza rinnovata di te, dei tuoi bisogni, delle tue priorità e del tuo modo di “funzionare”. Posso aiutarti a ritrovare la serenità e il benessere, anche grazie alla proposta di tecniche di rilassamento e di gestione dello stress.

Dott.ssa Silvia Darecchio – contatti

 

 

Biofeedback

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Il biofeedback (tradotto dall’inglese: retroazione biologica) è una metodologia mediante la quale è possibile apprendere a controllare e ad autoregolare alcuni processi psicofisiologici che normalmente sono al di fuori della consapevolezza e del controllo volontario.

Questa tecnica mette in grado un soggetto di “ascoltare” le comunicazioni inviate dai propri organi e di imparare il linguaggio del proprio corpo. Vale a dire che una certa funzione corporea come la tensione muscolare, la temperatura cutanea o la pressione sanguigna può essere personalmente osservata mediante appositi sensori posti a contatto della pelle, mentre, in condizioni normali, tutto ciò passa inosservato. Si ha così la possibilità di controllare direttamente varie risposte dell’organismo.    

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La bilancia ci fornisce un “biofeedback”

Un esempio di trattamento con biofeedback è quello della regolazione della tensione muscolare in una terapia di rilassamento. Durante la seduta, il soggetto viene costantemente informato sul livello di tensione di vari gruppi muscolari tramite segnali esterni di ritorno (feedback) acustici e/o visivi, forniti attraverso un computer. Il segnale di feedback varia di momento in momento, a seconda del variare dello stato di tensione o distensione muscolare. Per esempio, un aumento della tensione muscolare a livello della fronte viene tradotto in un aumento del tono o dell’intensità di un segnale acustico, mentre una diminuzione della tensione muscolare viene tradotta in una riduzione del tono o dell’intensità del segnale stesso; in questo modo il soggetto diventa consapevole dei propri stati di tensione e delle loro variazioni. Con la pratica ed attraverso l’apprendimento di specifiche tecniche di rilassamento, il soggetto può imparare a modulare questo parametro fisiologico, favorendo così la distensione ed il rilassamento.                  

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Un altro esempio di “biofeedback”

L’assunto di base nell’uso del biofeedback è, quindi, che le persone possano migliorare il proprio benessere psicofisico e/o le proprie prestazioni professionali, sportive o artistiche imparando ad autoregolare le proprie funzioni corporee. Allo stato attuale delle conoscenze, con il biofeedback possono essere misurati e regolati diversi parametri biologici. I principali sono: la tensione muscolare, la temperatura cutanea, l’attività elettrica della pelle, la pressione arteriosa, la respirazione toracica e addominale, la frequenza cardiaca, l’attività delle onde cerebrali (neurofeedback).  

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Un esempio di “biofeedback”

Diversi studi hanno rilevato come il biofeedback possa costituire una valida ed efficace alternativa terapeutica all’uso di farmaci nel trattamento di vari disturbi, tra cui l’ansia, l’ipertensione, la cefalea di tipo tensivo, l’emicrania, i disturbi psicofisiologici stress-correlati, l’insonnia, il deficit dell’attenzione e iperattività (ADHD).

La caratteristica di non-invasività e di assenza di effetti collaterali, il coinvolgimento attivo della persona nella propria terapia e la possibilità di generalizzare le abilità apprese al contesto di vita quotidiano, insieme a una sempre più convincente base di scientificità degli interventi costituiscono un notevole punto di forza di questi metodi.