“Non piangere salame…”

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Le canzoni del “troppo amore

Ci sono brani di musica leggera – continuamente riproposti – che, come dei veri e propri monumenti, appartengono al patrimonio socio culturale ed identitario del nostro paese: “Minuetto”, “La bambola”, “Tanta voglia di lei”, “Eppur mi son scordato di te”, ne sono solo alcuni esempi. Chi non ha mai cantato o sentito cantare, magari a squarciagola, una di queste canzoni in auto, in spiaggia, sotto la doccia? Chi non conosce il testo di almeno una di queste famigerate canzoni, definite dai più, come “nazional-popolari”? Lascio a voi la risposta.

La sensibilità di oggi, tuttavia, ci permette fortunatamente una riflessione: “Ne abbiamo mai analizzato attentamente i contenuti?” Tra queste canzoni a ben vedere anzi, a “ben ascoltare”, ce ne sono alcune che sono dei veri e propri manifesti “dell’amore mai avuto”, dell’amore malato, del “troppo amore”.  E allora, un’altra domanda è d’obbligo: “il fatto di essere state accettate acriticamente, di essere state promosse dai media o il fatto, semplicemente, di esistere ha forse favorito nel corso del tempo la legittimazione di certi comportamenti, se non abusanti, poco rispettosi della dignità del/della partner?”

Queste canzoni, in vari modi, sembrano proporre un modello d’amore patologico e disfunzionale che ancora oggi molti, in base a ciò che accade spesso tragicamente e spesso alle donne,  considerano l’unico tipo di amore possibile e cioè l’amore “oscuro” che fa disperare, soffrire e, in alcuni casi, anche morire. Vale la pena pensarci.

Analizziamo alcuni testi:

“MINUETTO” di I. Fossati, cantata da Mia Martini

“E’ un’incognita ogni sera mia… Un’ attesa, pari a un’agonia. Troppe volte vorrei dirti: no, e poi ti vedo e tanta forza non ce l’ho. E vieni a casa mia, quando vuoi, […] sono sempre fatti tuoi. Tanto sai che quassù male che ti vada avrai tutta me, se ti andrà per una notte… E cresce sempre più la solitudine […] Rinnegare una passione no, ma non posso dirti sempre si e sentirmi piccola cosi […] Continuo ad aspettarti nelle sere per elemosinare amore… […] E la vita sta passando su noi, di orizzonti non ne vedo mai! […] Io non so l’amore vero che sorriso ha... […].” 

Che dire? Questa canzone è sicuramente uno dei manifesti più significativi dell’amore “troppo”: il brano parla di una donna che, nei fatti, si annulla per un uomo che a sua volta la tratta come un oggetto, non la rispetta e la usa “a intermittenza”. Lei pare esserne in qualche modo consapevole “Io non so l’amore vero che sorriso ha...” ma non riesce a spezzare questo legame disfunzionale di dipendenza: anni di femminismo… buttati alle ortiche ?!!?

“GRANDE GRANDE GRANDE” di A. Testa, cantata da Mina

“Con te dovrò combattere non ti si può pigliare come sei… i tuoi difetti son talmente tanti che nemmeno tu li sai… sei peggio di un bambino capriccioso la vuoi sempre vinta tu… sei l’uomo più egoista e prepotente che abbia conosciuto mai. In un attimo tu sei grande e le mie pene non me le ricordo più. Io vedo tutte quante le mie amiche son tranquille più di me non devono discutere ogni cosa come tu fai fare a me… ricevono regali e rose rosse per il loro compleanno dicon sempre di sì non han mai problemi e son convinte che la vita e’ tutta lì… invece no, invece no la vita e’ quella che tu dai a me in guerra tutti i giorni sono viva sono come piace a te… ti odio e poi ti amo e poi ti amo e poi ti odio e poi ti amo… non lasciarmi mai più.”

Vediamo questo testo: qui abbiamo una donna che urla al mondo il suo “aver capito tutto dell’amore”. Ci consiglia, per essere felici, di vivere una relazione problematica con un uomo immaturo-egoista-e-prepotente, che ci faccia penare, discutere, che ci tratti con strafottenza, che non ci faccia regali, e che magari nemmeno si ricordi la data del nostro compleanno… Tuttavia, la canzone ci dice anche che: vale la pena vivere una storia d’amore così se poi, quell’uomo, ogni tanto ci butta una briciola di sè, come contentino… Prendiamo appunti per fare esattamente il contrario!

“ALMENO TU NELL’UNIVERSO” di B. Lauzi e M. Fabrizio, cantata da Mia Martini

“Tu, tu che sei diverso, almeno tu nell’universo… Un punto sei, che non ruota mai intorno a me  un sole che splende per me soltanto  come un diamante in mezzo al cuore.”

In questa canzone il riferimento, sicuramente più insidioso, all’amore poco sano sta in questa frase: “Un punto sei, che non ruota mai intorno a me, un sole che splende per me”. Che c’è di male, potremmo pensare? Questo: se l’altro è punto fermo che non ruota attorno a noi, significa che siamo noi a ruotare attorno a lui? La risposta è: anche no, grazie! Ognuno stia al posto suo e magari… troviamoci a metà strada!

“LA BAMBOLA” di R. Cini, F. Migliacci, B. Zambrini, cantata da Patty Pravo

Tu mi fai girar come fossi una bambola… Poi mi butti giù come fossi una bambola… Non ti accorgi quando piango quando sono triste e stanca tu pensi solo per te… Del mio amore non ridere… Sai far male da piangere… Tu non mi metterai tra le dieci bambole che non ti piacciono più…”

Beh… cosa vogliamo aggiungere?

“VEDRAI VEDRAI” di Luigi Tenco

“Quando la sera me ne torno a casa… Non ho neanche voglia di parlare… Tu non guardarmi con quella tenerezza Come fossi un bambino che ritorna deluso… Vedrai che cambierà. Preferirei sapere che piangi… Che mi rimproveri di averti delusa… E non vederti sempre così dolce Accettare da me tutto quello che viene… Mi fa disperare il pensiero di te E di me che non so darti di più…”

Questo testo è interessante, perché il punto di vista riportato, per una volta, è quello dell’uomo. Ma la sostanza non cambia: una donna, con un’ autostima molto bassa, sta amando “troppo” un uomo che, anche se consapevole di certe dinamiche, non è emotivamente disponibile. E’ una relazione squilibrata, dove la donna si comporta più da madre che da partner alla pari.

“BLUNOTTE” di Carmen consoli

“Forse non riuscirò a darti il meglio… più volte hai trovato i miei sforzi inutili… Più volte hai trovato i miei gesti ridicoli… Come se non bastasse l’aver rinunciato a me stessa… Come se non bastasse tutta la forza del mio amore… E non ho fatto altro che sentirmi sbagliata… ed ho cambiato tutto di me perché non ero abbastanza.. Ed ho capito soltanto adesso che avevi paura…”

La cantautrice Consoli, come vedremo, pare possedere una ricca collezione di “malamori” o amori “troppo” amati. Rinunciare a sé, cambiare, sentirsi sbagliate… se un amore ci richiede questo, non è amore.

“PER ELISA” di Alice e F. Battiato, cantata da Alice

“Vivere non è più vivere,  lei ti ha plagiato, ti ha preso anche la dignità…. fingere non sai più fingere…  senza di lei ti manca l’aria.  Senza Elisa, non esci neanche a prendere il giornale  con me riesci solo a dire due parole  ma noi, un tempo ci amavamo…” 

Questa canzone sottende un contenuto terrificante: qui una donna si lamenta con il partner, lo rimprovera di preferire “Elisa”, a lei… Elisa che non è una donna, bensì una droga: l’eroina. Questa donna quindi vive la sostanza o meglio, la dipendenza da essa, come una rivale…   Capiamo che rimpiange i bei tempi andati quando lui, molto probabilmente, manifestava una dipendenza da lei e non da Elisa: l’eroina, appunto. La dipendenza non deve essere confusa con l’ amore. Rimanere in una relazione “amorosa” con una persona tossicodipendente può invece essere la spia di una scarsa stima di sè.

“STORIA D’AMORE” di A. Celentano, L. Beretta e M. Del Prete, cantata da Adriano Celentano

“Lei mi amava, mi odiava era contro di me,  io non ero ancora il suo ragazzo e già soffriva per me…  se non ero stato il suo ragazzo  era colpa di lei…  E uno schiaffo all’improvviso  le mollai sul suo bel viso  rimandandola da te. “

“io non ero ancora il suo ragazzo e già soffriva per me”, quest’uomo, in una sola frase, delinea una cornice di senso: ci suggerisce quanto sia “normale” che un uomo faccia soffrire una donna e che la donna stia lì a subire. Ma non pago aggiunge: “E uno schiaffo all’improvviso le mollai sul suo bel viso rimandandola da te.” Lette con la sensibilità di oggi queste parole fanno inorridire: quest’ uomo racconta al “rivale”, di aver schiaffeggiato con fierezza la partner e di averlo fatto perché era quello che lei meritava… Mai come in questi giorni vale la pena sottolineare che “nessuno picchia nessuno”, che una donna non è un pacco da “rimandare” al mittente e che una narrazione di questo tipo – con un uomo che vede l’esercizio della violenza come “una risposta possibile” e con una donna che si fa calpestare per “amore” –  sia da rigettare fortemente.

“AMORE DI PLASTICA” di Carmen Consoli

“tu che mi offrivi un amore di plastica… Ricorda tu sei quello che non c’è quando io piango… tu sei quello che non sa quando è il mio compleanno… quando vago nel buio… volevo essere più forte di ogni tua perplessità ma io non posso accontentarmi se tutto quello che sai darmi è un amore di plastica…”

Ecco di nuovo, in questa carrellata di titoli, l’amica Carmen Consoli. Ci auguriamo per lei che il signore di questa canzone sia lo stesso di “Blunotte”, l’altra canzone. La situazione e le dinamiche sottese infatti paiono essere le stesse.

“L’ ABITUDINE DI TORNARE” di Carmen Consoli

“Tornare è un’abitudine per quelli come te, sommersi e annoiati dai ritmi di sempre… Confesserai mai a tua moglie che sabato dormi con me da circa dieci anni tra alti e bassi… Ma io non posso chiedere, io non devo chiedere sarai tu a rispondere se vorrai… Ma io non posso piangere, io non devo piangere sarai tu a decidere se vorrai… Tornare è un’abitudine per quelli come te fedeli ancorati, all’ovile di sempre…  Come dirai a tua moglie che hai un figlio identico a me, ha grandi occhi neri, ha compiuto tre anni, è piccolo e non può chiedere, lui non deve chiedere, sarai tu a rispondere se vorrai… Ma lui non deve piangere, è vergogna piangere… Sarai tu a rispondere se saprai…”

Come dicevamo, la talentuosissima cantautrice Consoli ha, nel suo repertorio, brani capaci di insegnamenti notevoli, in ambito “relazional-amoroso”: accettare una relazione a metà, essere l’amante, aspettare le briciole senza poter chiedere di più, quanto sono rivelatori del “troppo amore” per l’altro e dello scarso amore di sé?

“SEI TUTTI I MIEI SBAGLI” di Subsonica

“Tu sai difendermi e farmi male, ammazzarmi e ricominciare…  a prendermi vivo…  sei tutti i miei sbagli…. A caduta libera  e in cerca di uno schianto….  ma fin tanto che sei qui  posso dirmi vivo. Tu affogando per respirare imparando anche a sanguinare.”

Si ok, si capisce poco… Ma tutto questo, qualsiasi cosa sia, è troppo. Nessuno deve poterci  “accendere o spegnere” a piacimento,  e noi non dovremmo funzionare come degli interruttori.

“CENERE” di Marlene Kuntz

“Ciao Divina, io sono il mozzo…Guarda che ballo, mi trovi bello? Che te ne pare di come striscio? … Io sarò fuoco se scaglierai quel dardo contro di me. Io sarò cenere su cenere…”

Questo testo, piuttosto oscuro in realtà, ci fa immaginare una situazione in cui un uomo si renda ridicolo, si umilii, si annulli, pur di ottenere l’amore di lei… per cui è pronto anche a morire… Troppo?

“LASCIARSI UN GIORNO A ROMA” di Niccolò Fabi

“Non ho visto nessuno andare incontro a un calcio in faccia con la tua calma, indifferenza sembra quasi che ti piaccia… camminare nella pioggia ti fa sentire più importante perché stare male è più nobile per te… ricordati che c’è differenza tra l’amore e il pianto... cerca un modo per difenderti una ragione per pensare a te… qual è il grado di dolore che riesci a sopportare prima di fermare l’esecuzione e chiedere soccorso a me che non ti do un motivo ancora per restare nella storia di una storia che non c’è…”

Questa canzone usa parole durissime per raccontarci la fine, a senso unico, di una relazione. Lui grida in faccia a lei di smetterla di umiliarsi, di riprendersi la sua vita, di trovare il coraggio di pensare a sé stessa… lui non riesce a capire come lei possa accettare di vivere ancora di “una relazione che non c’è” connotata solo da dolore e sofferenza: “ricordati che c’è differenza tra l’amore e il pianto”… Ricordiamoci anche che il modo, in cui finisce una relazione, è rivelatore dell’essenza “poco sana” della relazione stessa…

“LA BALLATA DELL’AMORE CIECO” di Fabrizio De Andrè

“Un uomo onesto, un uomo probo, s’innamorò perdutamente d’una che non lo amava niente. Gli disse portami domani il cuore di tua madre per i miei cani. Lui dalla madre andò e l’uccise, dal petto il cuore le strappò e dal suo amore ritornò… Non le bastava quell’orrore, voleva un’altra prova del suo cieco amore. Gli disse amor se mi vuoi bene, tagliati dei polsi le quattro vene. Le vene ai polsi lui si tagliò, e come il sangue ne sgorgò, correndo come un pazzo da lei tornò. Gli disse lei ridendo forte, l’ultima tua prova sarà la morte. E mentre il sangue lento usciva, e ormai cambiava il suo colore, la vanità fredda gioiva, un uomo s’era ucciso per il suo amore. Fuori soffiava dolce il vento ma lei fu presa da sgomento, quando lo vide morir contento. Morir contento e innamorato, quando a lei niente era restato, non il suo amore, non il suo bene, ma solo il sangue secco delle sue vene.”

Si deve aggiungere qualcosa? Chi è più disperato tra i due? Chi chiede di morire per amore o chi muore come prova d’amore? Non serve morire per l’altro, ma vivere per stare bene insieme. Inoltre, “l’amore è cieco”… solo per chi non lo conosce veramente.

“TANTA VOGLIA DI LEI” di Pooh 

“Mi dispiace di svegliarti, forse un uomo non sarò ma d’un tratto so che devo lasciarti, fra un minuto me ne andrò. Mi dispiace devo andare il mio posto è là, il mio amore si potrebbe svegliare chi la scalderà.”

Qui abbiamo un uomo che tradisce la fiducia di due donne… però ne è dispiaciuto. Accettare o non accettare un tradimento? Accettare o non accettare di giocare il ruolo dell’amante? Se fosse stata cantata da una donna, una donna che tradiva e che voleva correre a casa a scaldare il partner ignaro che dormiva, che effetto avrebbe fatto presso l’opinione pubblica del tempo?

“EPPUR MI SON SCORDATO DI TE” di Mogol e L. Battisti

“Eppur mi son scordato di te come ho fatto non so. Una ragione vera non c’è lei era bella però. Un tuffo dove l’acqua è più blu niente di più. Ma che disperazione nasce da una distrazione era un gioco non era un fuoco. Non piangere salame: dei capelli verde rame è solo un gioco e non un fuoco… lo sai che t’amo… io ti amo veramente.”

Anche in questo testo si parla di tradimento, ma, mentre nella canzone precedente la partner dormiva e non sapeva, qui l’uomo – scoperto o progressista –  cerca di spiegare il perché del tradimento. E non trovando niente di meglio da dire, dice: “Un tuffo dove l’acqua è più blu… niente di più.” Come si dice: quando la toppa è peggiore del buco! Per non uscire di metafora: il globo terracqueo è composto prevalentemente da acqua… che si fa? Si prova tutta? Amare un/una partner immaturo/a, a volte richiede “troppo amore“. Nessun commento invece per i “capelli verde rame”.

“SE SAPESSI COME FAI” di Luigi Tenco

“Vorrei che per me un giorno solo le parti si potessero invertire… quel giorno ti farei soffrire come adesso soffro io… Se sapessi come fai a fregartene così di me… a sapere così bene sino a che punto ho bisogno di te… A saperlo così Bene ancor meglio di me.”

Un altro manifesto dell’amore che fa soffrire? Eccolo. Qui è un uomo a disperarsi, ma la dinamica è la stessa: uno dei due partner “ama troppo”, ama anche per l’altro.

“UN’ EMOZIONE DA POCO” di I. Fossati, cantata da Anna Oxa

“dimmi che senso ha dare amore a un uomo senza pietà uno che non si è mai sentito finito che non ha mai perduto… per me, più che normale che un’emozione da poco mi faccia stare male, una parola detta piano basta già… ed io non vedo più la realtà non vedo più a che punto sta la netta differenza fra il più cieco amore e la più stupida pazienza no, io non vedo più la realtà nè quanta tenerezza ti da la mia incoerenza pensare che vivresti benissimo anche senza.”

“non vedo più a che punto sta la netta differenza fra il più cieco amore e la più stupida pazienza”… Un’ altra donna che si accontenta di pochissimo, di una parola detta piano…

AMANDOTI di CCCP

“Amarti m’affatica mi svuota dentro qualcosa che assomiglia a ridere nel pianto… Amarti m’affatica mi dà malinconia che vuoi farci è la vita la mia.”

L’amore che affatica… Tutto sommato questa immagine, rispetto alle altre, non è poi tanto male. L’ amore infatti, lo abbiamo detto, non è sinonimo di sofferenza, quanto piuttosto il compagno ideale di fatica, impegno, responsabilità e lavoro. Una coppia intelligente, poi, sa come dividere tutto questo in modo che i punti di forza di ciascuno risplendanoCi auguriamo che nella situazione raccontata, la fatica sia doppia e non a senso unico… anche se “il sentirsi vuoti” e “il ridere per disperazione” non sono certo “sintomi” d’amore.

E’ stato poco più di uno scherzo, tuttavia ci ha aiutato a riflettere sul significato del verbo “AMARE”. Considerando infatti che tutte queste sono ritenute canzoni “d’ amore”, credo valga la pena ricordare come dovrebbe essere una relazione d’amore “sana”. L’amore è un fatto di qualità più che di quantità. Amare molto non significa amare bene. Amare bene comporta rispetto, fiducia, onestà, sostegno reciproco, significa vivere una relazione di equilibrio tra il dare e il ricevere, significa mantenere identità separate e avere una buona comunicazione. Con questi presupposti, cerchiamo di fare del nostro meglio per rendere le nostre relazioni, delle vere relazioni d’amore.

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Dott.ssa Silvia Darecchio  – Psicologa – San Polo di Torrile (Pr)  contatti

Il genitore narcisista

people-3166794__340Il genitore narcisista è un genitore che tende ad avere, con il figlio, un legame prevalentemente di tipo possessivo. Il senso di possesso (di estensione) porta il genitore a rispondere, più o meno consapevolmente, con invidia e/o rabbia ai tentativi del figlio di guadagnare un maggior grado di autonomia e di affrancamento psicologico. Queste legittime spinte verso l’ autodeterminazione verranno, quindi, sabotate a scapito della serenità e del benessere del figlio. Negli scambi relazionali i genitori narcisisti usano soprattutto la critica e la svalutazione: strategie manipolative attuate in nome di una presunta “forma di amore” (la manipolazione mentale e ogni altro atto abusante, messi in pratica per minare la fiducia e la capacità di giudizio della vittima sono puniti dall’ art. 571 del codice penale).

Mentre un genitore “sufficientemente buono” ha una sicurezza in sé tale da consentirgli di riconoscere ai figli una ragionevole autonomia psicologica, un genitore, che soffre del Disturbo Narcisistico di Personalità, tende ad aver bisogno di indirizzare il figlio verso obiettivi (successo, bellezza, fama, prestigio sociale, ricchezza, ecc…) che lui stesso ha a cuore, senza considerare se questi soddisfino, o meno, le necessità e la personalità del figlio. Questa etero-direzione può portare il bambino prima e l’adolescente poi a considerare le esigenze emotive altrui più importanti delle proprie, fino a negare di avere dei bisogni o a confondere le priorità altrui con le proprie, perdendo inevitabilmente, in questo modo, le energie per una sana e serena affermazione di sé.

Lo psicologo americano Alan Rappoport nel suo articolo “Co-Narcissism: How We Accommodate to Narcissistic Parents”, oltre a definire le caratteristiche di personalità dei genitori narcisisti, introduce anche il termine “co- narcissism” (co-narcisismo) per riferirsi al modo con cui i figli si adattano ai loro genitori narcisisti.

portrait-3265605__340Alan Rappoport usa il termine “narcisismo” per riferirsi ad uno stato psicologico che affonda le proprie radici in un’ autostima estremamente bassa. Le persone narcisiste hanno molta paura di non essere ben considerate dagli altri, e quindi cercano di controllare il comportamento e i punti di vista degli altri, per proteggere la loro autostima. Sono persone rigide nelle relazioni interpersonali, si offendono facilmente, sono assorbite da loro stesse e hanno serie difficoltà ad empatizzare con il prossimo. La dinamica soggiacente del narcisismo è un senso di sé (spesso inconsapevolmente) come pericolosamente inadeguato e fortemente vulnerabile al rifiuto. L’uso comune del termine si riferisce ad alcuni dei modi con cui i narcisisti difendono la propria autostima:  

  • preoccupandosi costantemente della propria immagine fisica e sociale;
  • preoccupandosi di dare priorità ai propri pensieri e sentimenti;
  • preoccupandosi di esaltare la propria grandiosità;
  • immergendosi nei propri affari fino all’esclusione di tutto il resto (anche delle persone care);
  • insistendo sul fatto che le proprie opinioni e valori siano giusti; 
  • sentendosi facilmente offesi e prendendo le cose “sul personale”.

Nella misura in cui i genitori sono narcisisti, controllano, incolpano, sono assorbiti da loro stessi, non tollerano le opinioni degli altri, ignorano i bisogni e gli effetti dei loro comportamenti sui figli, richiedono che i bambini li vedano come vogliono essere visti. Possono inoltre esigere un certo comportamento dai loro figli perché li vedono come estensioni di loro stessi, atti a soddisfare i loro bisogni emotivi. I genitori narcisisti sono molto intrusivi in alcuni aspetti della vita privata dei loro figli e molto disinteressati ad altri, in modo totalmente arbitrario. In ogni caso i figli vengono puniti se non si conformano alle richieste più o meno esplicite: la punizione può andare dall’atto fisico, agli abusi verbali (insultare, ridicolizzare, generare senso di colpa, criticare), ai ricatti emotivi (far percepire al figlio che a causa della delusione bruciante, l’affetto viene meno). Quale che sia il modo con cui viene espressa la punizione ha lo scopo di forzare il comportamento del figlio nella direzione voluta e di soddisfare i bisogni narcisistici dei genitori.

grandparents-1956838__340Le persone che si sono adattate alla vita con genitori narcisisti, da adulte, mostrano di  non essere state in grado di sviluppare mezzi sani di auto-espressione e auto-indirizzamento. Alan Rappoport per definire questo tipo di adattamento ha coniato il termine “co-narcisismo”,  una parola che, non a caso, crea un ‘analogia con i rapporti tra “alcolista e  co-alcolista” e tra “dipendente e co-dipendente“. I co-alcolisti infatti collaborano in modo non consapevole con gli alcolisti, creando scuse per la dipendenza dell’altro, assecondandolo se necessario e non affrontando i problemi con assertività.  Lo stesso vale per la persona co-dipendente. La moglie di un marito violento che si prende la colpa per il comportamento del suo partner è un esempio di assunzione di responsabilità per i problemi di qualcun altro. Sia il narcisismo che il co-narcisismo sono strategie di adattamento che i figli hanno usato per far fronte alle realtà create dai loro genitori narcisisti. I figli dei narcisisti:

  • tendono a sentirsi eccessivamente responsabili per le altre persone;
  • tendono a presumere che i bisogni degli altri siano simili a quelli dei loro genitori, quindi si sentono in dovere di soddisfare tali bisogni, rispondendo nel modo richiesto;
  • tendono ad essere inconsapevoli dei propri sentimenti, bisogni ed esigenze e svaniscono in sottofondo nelle relazioni;
  • sono tipicamente insicuri perché non sono stati valutati per se stessi ma solo nella misura in cui hanno soddisfatto i bisogni dei loro genitori;
  • avendo sviluppato un concetto di sé sulla base del trattamento ricevuto dai genitori, spesso hanno idee molto imprecise su chi sono (ad esempio: possono temere di essere intrinsecamente insensibili, egoisti, difettosi, timorosi, non amorosi, eccessivamente esigenti, difficili da soddisfare, inibiti e / o privi di valore).

Le persone che si comportano co-narcisisticamente (tra queste i figli dei narcisisti) condividono una serie dei seguenti tratti:

  • avere bassa autostima;
  • lavorare duramente per compiacere gli altri;
  • rimandare alle opinioni altrui;
  • concentrarsi sulle visioni del mondo altrui e ignorare i propri orientamenti,
  • manifestare spesso depressione o ansia;
  • avere difficoltà nel riconoscere cosa pensano e sentono riguardo ad un argomento;
  • dubitare della validità delle proprie opinioni (specialmente quando queste sono in conflitto con le opinioni altrui); 
  • assumersi la responsabilità degli eventuali problemi nelle relazioni con gli altri.

people-3265058__340Spesso, la stessa persona mostra comportamenti sia narcisistici che co-narcisistici, a seconda delle circostanze. Una persona che è stata cresciuta da un genitore narcisista o co-narcisista tende a credere che, in ogni interazione interpersonale, una persona sia narcisista e l’altra co-narcisista, e spesso può interpretare una parte o l’altra. Comunemente, se nella coppia vi è un genitore narcisista e l’altro è co-narcisista, ecco che entrambi gli orientamenti sono modellanti per il bambino. Entrambe le condizioni sono radicate in una bassa autostima ed entrambe rappresentano modalità per difendersi dalle paure derivanti da critiche interiorizzate e di far fronte a persone che evocano queste critiche. Coloro che sono principalmente co-narcisisti possono comportarsi in modo narcisistico quando la loro autostima è minacciata o quando i loro partner assumono il ruolo di co-narcisista; le persone che si comportano principalmente in modo narcisistico possono agire co-narcisisticamente quando temono di essere ritenute responsabili e punite al posto di un altro.

Il narcisista ha bisogno di essere sotto i riflettori, e il co-narcisista serve da pubblico. Il narcisista è sul palco, si esibisce e richiede attenzione, apprezzamento, sostegno, lode, rassicurazione e incoraggiamento, e il ruolo del co-narcisista è quello di fornire queste cose. I co-narcisisti sono approvati e premiati quando si comportano bene nel loro ruolo, ma, diversamente, vengono corretti e puniti.

man-3029703__340Uno degli aspetti critici della situazione interpersonale di co-dipendenza è che non si tratta di una vera relazione. La relazione può essere definita infatti come una interazione interpersonale in cui ognuno è in grado di considerare e agire in base ai propri bisogni, esperienze e punti di vista, e dove i partecipanti sanno considerare e rispondere all’esperienza dell’altra persona. Entrambe le persone sono importanti. In un incontro narcisistico, c’è, psicologicamente, solo una persona. Il co-narcisista scompare e solo l’esperienza della persona narcisistica è importante. I bambini cresciuti da genitori narcisistici arrivano a credere che tutte le altre persone siano narcisiste in una certa misura. Di conseguenza, nelle loro relazioni, si orientano intorno all’altra persona, perdono un chiaro senso di se stessi e non possono esprimersi facilmente né essere pienamente nelle loro vite. La loro tendenza a non esprimere i propri pensieri, sentimenti e bisogni e l’abitudine a sostenere e incoraggiare i bisogni degli altri, creano uno squilibrio nelle loro relazioni: i loro partner, comportandosi narcisisticamente possono prendere e pretendere sempre più spazio per sé stessi; i co-narcisisti, in buona sostanza, nella relazione temono di esistere.

Le persone co-narcisiste temono spesso di essere considerate egoistiche e insensibili se agiscono in modo più assertivo. Hanno imparato a pensare in questo modo perché sono stati etichettati come egoisti o insensibili quando non si sono adattati ai bisogni emotivi dei loro genitori. Dice Alan Rappoport che le preoccupazioni dei pazienti circa il loro egoismo sono un indicatore del narcisismo dei genitori, perché la motivazione dell’egoismo predomina nelle menti delle persone narcisiste. È una componente importante del loro stile difensivo, ed è quindi una motivazione che tendono ad attribuire prontamente agli altri.

Ci sono tre tipi comuni di risposte da parte dei bambini ai problemi interpersonali presentati loro dai loro genitori: identificazione, conformità e ribellione (vedi Gootnick, 1997).images.jpeg

  • L’identificazione è l’imitazione di uno o entrambi i genitori. L’identificazione  può essere richiesta dai genitori per mantenere un senso di connessione con il bambino: il bambino, cioè, deve esibire le stesse qualità, valori, sentimenti e comportamenti che il genitore impiega per difendere la sua autostima. Ad esempio, un genitore che è un bullo può non solo intimidire suo figlio, ma può richiedere che anche il bambino diventi un bullo. Un genitore la cui autostima dipende dalla sua carriera accademica può richiedere che anche il bambino sia orientato verso il mondo accademico e valuti (o svaluti) il bambino in relazione alle sue realizzazioni in questo settore. L’identificazione è una risposta al genitore che vede il bambino come un rappresentante di se stesso, ed è il prezzo della connessione con il genitore. Il bambino diventa narcisista.
  • La conformità si riferisce all’adattamento co-narcisistico descritto in precedenza, in cui il bambino diventa il pubblico “approvante” cercato dal genitore. Il bambino è conforme ai bisogni del genitore essendo la controparte che il genitore cerca. Tutte e tre le forme di adattamento (identificazione, conformità e ribellione) possono essere considerate come conformità in un senso più ampio, poiché, in ogni caso, il bambino rispetta in qualche modo i bisogni del genitore ed è definito dal genitore. Ciò che definisce la conformità in questo senso è che il bambino diventa la controparte di cui il genitore ha bisogno per gestire le minacce alla sua autostima.
  • La ribellione si riferisce allo stato di combattimento per non accettare i dettami del genitore comportandosi in opposizione ad essi. Un esempio di questo comportamento è quello di un bambino intelligente che fa male a scuola in risposta al bisogno dei suoi genitori di ottenere prestigio. Il problema critico qui è che il bambino sta inconsciamente tentando di non sottostare alla definizione del genitore di lui, nonostante la sua costrizione interiore a soddisfare i bisogni dei genitori. Quindi agisce in modo autodistruttivo per cercare di mantenere un senso di indipendenza (se la pressione per la conformità non fosse stata interiorizzata, il bambino sarebbe libero di avere successo, nonostante la tendenza dei genitori a cooptare i suoi risultati.)

I narcisisti incolpano gli altri per i loro problemi; tendono a non cercare un aiuto psicologico perché temono di essere visti carenti e questo li costringe a granitici atteggiamenti difensivi. Non si sentono liberi o abbastanza al sicuri da esaminare il proprio comportamento, e tipicamente evitano la situazione terapeutica. I co-narcisisti, invece, sono pronti ad accettare la colpa e la responsabilità dei problemi, e sono molto più propensi a cercare aiuto, perché spesso sentono di aver bisogno di cambiare la loro situazione.   Non è azzardato dire, afferma l’autore, che ogni narcisista ha avuto genitori narcisisti e che i genitori dei loro genitori lo erano ancora di più. Genitori narcisisti creano figli che, se questa dinamica intergenerazionale non viene spezzata, saranno portati a diventare a loro volta dei genitori narcisisti.

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Come psicologa, oltre al servizio di consulenza online, ricevo in studio a San Polo di Torrile (Parma). Da oltre 10 anni ascolto ed aiuto le persone, concretamente, ad uscire dalle situazioni difficili, a fronteggiare le sfide esistenziali e a riprogettare il futuro.

In condizioni di stallo motivazionale e sofferenza psicologica posso aiutarti a superare le tue difficoltà, accompagnandoti verso una consapevolezza rinnovata di te, dei tuoi bisogni, delle tue priorità e del tuo modo di “funzionare”. Posso aiutarti a ritrovare la serenità e  il benessere.

Dott.ssa Silvia Darecchio – contatti

Il Disturbo Narcisistico di Personalità

Come capire se una persona soffre del Disturbo Narcisistico di Personalità? 

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Per capire se una persona soffre di Disturbo Narcisistico di Personalità devono essere  presenti almeno cinque tra i seguenti sintomi specifici,

sintomi della personalità narcisistica:

  • mancanza di empatia;
  • idee grandiose di sé (sentono di meritare un trattamento speciale, di avere particolari poteri, talenti, attrattività, di dover frequentare persone altrettanto speciali o di status elevato;
  • fantasie di successo illimitato (potere, fascino, bellezza o amore ideale);
  • tendenza a sentirsi svalutati (pensare di non essere sufficientemente apprezzati e riconosciuti nel valore);
  • senso di vuoto e apatia (nonostante eventuali successi);
  • richiesta eccessiva di ammirazione;
  • tendenza allo sfruttamento degli altri;
  • sentimenti di disprezzo, vergona o invidia;
  • atteggiamenti arroganti e presuntuosi.

Le parole chiave per questo disturbo sono “impulsività e instabilità”.

woman-3048525__340Caratteristiche psicologiche del Disturbo Narcisistico di Personalità

Le caratteristiche psicologiche degli individui con Disturbo Narcisistico di Personalità possono essere suddivise in termini di 1. visione di se stessi; 2. visione degli altri; 3. credenze intermedie e profonde;  e 4. strategie di affrontamento delle difficoltà.

  1. Visione di se stessi: io sono vulnerabile (all’abuso, al tradimento, alla trascuratezza); sono “difettoso”; “Sono cattivo”; “Non so chi sono”; “Sono debole e mi sento sovrastato”; “Non riesco ad aiutarmi”;
  2. Visione degli altri: gli altri anche se sono calorosi e affettuosi restano inaffidabili perché : “Sono forti e potrebbero essere di sostegno, ma dopo un po’ cambiare per ferirmi o abbandonarmi”;
  3. Credenze intermedie e profonde: credo che : “Devo sempre chiedere quello di cui ho bisogno”, “Devo rispondere quando mi sento attaccato”, “Lo devo fare perché devo sentirmi meglio”, “Se sono solo, non sarò in grado di affrontare la situazione”, “Se mi fido di qualcuno, questi prima o poi mi abbandonerà o abuserà e starò male”, “Se i miei sentimenti sono ignorati o trascurati, perderò il controllo”;
  4. Strategie di affrontamento delle difficoltà: se una situazione mi sovrasta mi sottometto, alterno l’inibizione ad una protesta drammatica, punisco gli altri, elimino la tensione con azioni autolesive.

Quali sono le cause del Disturbo?

Il disturbo narcisistico di personalità potrebbe essere causato da molteplici condizioni. La maggior parte delle ricerche sostiene l’idea che a causare tale sintomatologia concorrano fattori ereditari e ambientali.

Fattori ambientali:

  • IPOTESI 1:  genitori che credono nella superiorità del figlio, che premierebbero solo le qualità in grado di sostenere l’immagine grandiosa di sé e che garantiscono il successo.
  • IPOTESI 2:  ambiente familiare incapace di fornire al bambino le necessarie attenzioni e cure, di riconoscere, nominare e regolare le sue emozioni, nonché di sostenere la sua autostima o i suoi desideri. Questo tipo di contesto disfunzionale tenderebbe a sviluppare nel bambino l’idea di poter vivere facendo a meno degli altri e di poter contare unicamente su se stesso.
  • IPOTESI 3:  ambiente eccessivamente iperprotettivo che danneggia la fiducia del bambino in sé o anche un ambiente oltremodo permissivo e indulgente che comunica al bambino un senso di superiorità.
  • IPOTESI 4:  bambino vittima di offese e umiliazioni, soprattutto da parte dei coetanei, potrebbe far fronte alle continue minacce alla propria autostima sviluppando un senso di sé grandioso.

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Il disturbo e la quotidianità

Il disturbo narcisistico di personalità può compromettere ogni ambito della vita delle persone che ne soffrono: la professione, le relazioni e i rapporti di coppia. I narcisisti, infatti, quando non ricevono risposte alle loro continue richieste di ammirazione, di trattamenti di favore e alla soddisfazione immediata dei loro bisogni, possono divenire furiosi o mostrare disprezzo e distacco e, mancando di empatia, ricorrere alla manipolazione per raggiungere i propri scopi, fino alla messa in atto di comportamenti abusanti per riconquistare il potere che sentono di avere perduto. Se vengono criticati e se non ottengono il riconoscimento, che credono di meritare, possono reagire con rabbia o vergogna. Inoltre, poiché ritengono che lo status sociale ricopra un ruolo fondamentale nell’ esaltazione della propria immagine grandiosa, spesso si legano a persone famose o speciali che forniscono loro importanza di riflesso, sviluppando rapporti opportunistici e superficiali.  Gli altri, d’altro canto, sentendosi sfruttati, manipolati e non rispettati nei loro bisogni potrebbero decidere di allontanarli. Questi distacchi, confermando uno dei peggiori timori dei narcisisti, portano a periodi di forte ansia e depressione; per lo più gli unici sintomi, che riescono a motivare, chi soffre di questo disturbo di personalità, a cercare l’ aiuto di un professionista.

Le stime di prevalenza del Disturbo Narcisistico di Personalità nella popolazione generale sono dell’1% e interessa principalmente i maschi e i paesi capitalistici occidentali.

 


Dott.ssa Silvia Darecchio  – Psicologa – San Polo di Torrile (Pr)  contatti

 

Come imparano i nostri bambini?

EMOZIONI E APPRENDIMENTO

Non è solo “cognitivamente” (cioè attraverso percezione, comprensione e memoria) che si impara. Un ruolo altrettanto importante, infatti, nel processo di apprendimento, lo giocano le emozioni. Nel passato le emozioni sono state, per lo più, bandite dalle scuole, perché non misurabili oggettivamente e perché potenzialmente di intralcio all’attività didattica, condotta con procedure rigide, rigorose e intransigenti. Oggi, grazie alle prove raccolte sul campo, è stato dimostrato quanto l’aspetto emotivo/affettivo sia importante non solo nell’apprendimento ma anche nella comunicazione, nell’interazione sociale e in ogni altro comportamento umano; si è, cioè, finalmente adottato un punto di vista unitario, che considera l’Uomo una totalità di razionalità ed emotività. E’ in questa cornice (olistica) che ogni bambino deve essere educato e deve imparare ad apprendere.


 

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Non solo, oggi finalmente, il ruolo delle emozioni nei processi di apprendimento è suffragato anche dalle scoperte delle neuroscienze, che non molto tempo fa hanno dimostrato l’esistenza di una connessione neurale tra sistemi emotivi e sistemi cognitiviL’ippocampo, l’organo responsabile dei ricordi (a lungo termine), ha forti connessioni con l’amigdala e altri moduli della regione limbica coinvolti nella genesi delle emozioni. Tale organizzazione neuroanatomica spiega un fenomeno che tutti in realtà abbiamo sperimentato: poiché i ricordi hanno una dimensione emotiva, gli allievi apprendono ciò che interessa loro (apprendono cioè quello che ha procurato loro piacere mentre lo stavano imparando). 

Ovviamente non tutte le emozioni sono uguali. Tra le emozioni c’è uno squilibrio a vantaggio di quelle negative, specialmente verso la paura. Le risposte di paura hanno sempre la meglio: occupano la nostra attenzione e la nostra coscienza ogni volta che possono. Da qui gli effetti deleteri per l’apprendimento di un ambiente angoscioso, ansiogeno, caratterizzato da trascuratezza o peggio da abusi. Gli ambienti avversi o minacciosi possono innalzare i livelli di cortisolo all’interno del corpo. È ben dimostrato che l’eccesso di cortisolo influisce negativamente sul funzionamento della corteccia frontale, il che a sua volta si ripercuote sull’attenzione, sulla memoria di lavoro eccetera. La percezione e il ricordo delle minacce terranno occupata la memoria di lavoro che dovrebbe invece prestare attenzione alle esperienze di apprendimento e al contenuto della lezione.

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La dimensione emotiva dell’apprendimento ha, quindi, forti implicazioni educative per quanto riguarda la pedagogia dell’insegnamento, per questo non può essere, in alcun modo, ignorata.

Cosa si può fare per ridurre la paura degli allievi? Esistono degli approcci rivolti agli insegnanti, che vanno diffondendosi sempre più nelle scuole, basati sull’intelligenza emotiva, ovvero la capacità di percepire, esprimere, comprendere e gestire adeguatamente le emozioni in maniera preparata ed efficace. Tali approcci indicano, in varia misura, quali fattori devono essere utilizzati per misurare l’intelligenza emotiva. Essi comprendono:

  •  la capacità di identificare i propri stati emotivi, insieme alla capacità di esprimerli agli altri;
  • la capacità di riconoscere e comprendere le emozioni degli altri e quelle che si manifestano in risposta ai diversi tipi di stimoli ed ambienti;
  • la misura in cui le emozioni e la conoscenza emozionale partecipano ai processi di decisione e/o soluzione di problemi;
  • la capacità di gestire le emozioni positive e negative proprie e altrui;
  • il controllo efficace dei forti stati emotivi sperimentati al lavoro, come la rabbia, lo stress, l’ansia e la frustrazione.

Una scuola che fa entrare le emozioni in classe, che “approfitta” della loro naturale presenza, diventa inoltre un’istituzione che si impegna su un fronte ampio, in cui gli obiettivi diventano di tipo generale perché non riguardano solo l’istruzione in senso classico, ma la formazione umana. Trasformare le emozioni in risorsa consente all’insegnante/docente una serie di vantaggi preziosi in termini di stimolo per l’apprendimento (ma anche per l’insegnamento), tra questi:

  • sintonia nella relazione formatore-allievo;
  • comunicazione più profonda;
  • lavoro più significativo;
  • potenziamento del coinvolgimento dell’alunno/studente;
  • creazione di una partecipazione attiva e collaborativa;
  • generazione di un efficace apprendimento personale e condiviso;
  • creazione di un clima di gruppo favorevole all’apprendimento e allo sviluppo di relazioni.

Da oltre 10 anni ascolto ed aiuto le persone, concretamente, ad uscire dalle situazioni difficili, a fronteggiare le sfide esistenziali e a riprogettare il futuro. In condizioni di incertezza posso aiutarti a superare le tue difficoltà, accompagnandoti verso una consapevolezza rinnovata delle relazioni che vivi, dei bisogni tuoi e degli altri, e del modo che hai di gestire i rapporti interpersonali. Posso aiutarti a ritrovare la serenità e il benessere tuoi, e della tua famiglia. Oltre al servizio di CONSULENZA ON-LINE E VIDEO-CONSULENZA ON-LINE ricevo nel mio studio in provincia di Parma per COLLOQUI IN PRESENZA

Dott.ssa Silvia Darecchio

PADRI E FIGLIE: papà ricordatevi che…

I “MUST BE” DELLA RELAZIONE PADRE – FIGLIA

dad-2010511__340-e1521464205883.pngSe essere padre è difficile, essere un buon padre lo è molto di più. Potrebbe essere utile allora ricordare cosa non dovrebbe mai mancare nella relazione padre-figlia, per fare di questa relazione un luogo in cui una figlia possa sentirsi sempre accolta.

  • AMORE E AFFETTO: quello che conta è amarla. Le cose che una figlia desidera di più,  infatti, sono l’amore e l’affetto dei propri genitori, molto più degli oggetti che voi padri potete comprarle o degli insegnamenti che potete darle. Vostra figlia vi deluderà diverse volte e commetterà tanti errori, tuttavia non lasciate mai che dubiti del vostro amore: ditele spesso che le volete bene.

  • BUONI ESEMPI: più delle parole contano i fatti. Vostra figlia osserva come trattate sua madre. Se dovete salvare un solo punto di tutta questa lista, fate che sia questo. Una delle cose migliori che potete fare per vostra figlia è amare e rispettare sua madre. Il rispetto verso la madre deve essere una priorità.  Amate la vostra compagna, prendetevi il tempo per uscire insieme, viaggiare e dimostrate a vostra figlia che è una vostra priorità, anche rispetto a lei.

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  • UN MODELLO MASCHILE POSITIVO: poiché ne influenzerete la futura scelta del partner, cercate di essere per vostra figlia un buon modello di riferimento maschile, un giorno sposerà qualcuno che vi assomiglia.

  • PROFONDITA’ VS SUPERFICIALITA’: insegnatele che quello che ha dentro è più importante del suo aspetto esteriore. Crescere delle ragazze oggi, mentre la cultura dominante è totalmente centrata su sensualità e apparenza, non è facile. Per questo dovete impegnarvi a insegnare loro che essere belle non vuol dire rispettare i canoni imposti dai media, ma avere forza d’animo, amore di sé, disponibilità verso gli altri. È quello che hanno dentro che farà fare strada alle vostre figlie, non il loro aspetto.

  • PARTECIPAZIONE: cercate di essere presenti nei suoi momenti importanti. Anche se siete impegnati cercate di esserci il più possibile. E quando potete essere presenti siateci davvero, non basta la vicinanza: quando siete con lei spegnete lo smartphone e lasciate andare le preoccupazioni. In un’epoca come la nostra è fin troppo facile esserci fisicamente, ma non con la testa. Quello che conta davvero è giocare, parlare, condividere attività che vi permettano di essere il più possibile con lei.

  • MEMORIA EMOTIVA: create momenti memorabili. Fate un viaggio importante per festeggiare vostra figlia che compie gli anni, che riesce in una grande impresa (per lei) o semplicemente per stare con lei. Celebrate dei piccoli riti: il venerdì sera cinema e pizza, le colazioni della domenica mattina, la camminata del sabato… Non necessariamente qualcosa di costoso o impegnativo, ma con un senso. Riempite il diario emotivo di vostra figlia di bei ricordi in vostra compagnia. 

  • INTERESSE: ascoltate la stessa musica, ma più in generale abbiate voglia di conoscere ciò che vostra figlia ama e lasciatevi entusiasmare dalle sue passioni. 

  • CONSAPEVOLEZZA: dimostratele che gli uomini sono gentili e che non temono emozioni e sentimenti. Fatele vedere che siete consapevoli di voi stessi e che non credete negli stereotipi di genere. Uscite con vostra figlia, potrete mostrarle come un uomo deve trattare una donna.

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  • VISIONE ALLARGATA VS EGOISMO: insegnatele a non essere al centro del mondo, a decentrarsi, a guardarsi attorno in cerca di un orizzonte più esteso. Insegnate a vostra figlia che la vita migliore è quella in cui umilmente ci doniamo agli altri. 

  • FORZA: insegnate a vostra figlia ad essere forte. Educatela ad essere resiliente e “tosta”, sia fisicamente, impegnandosi ad esempio nello sport, sia mentalmente, crescendola autonoma, capace di fare da sola e con una salda autostima.

people-2585733__340         LEGGI ANCHE   “PADRI E FIGLIE “


  • PRESENZA: non scomparite quando vostra figlia diventa adolescente. Alcuni papà vivono un disagio talmente grande da eclissarsi quando la figlia da bambina diventa una ragazza. Ma poi rimpiangono di aver perso una fase così importante come quella dell’adolescenza. Mestruazioni, fidanzati, ascelle da depilare, Snapchat, qualunque cosa sia… Non scomparite quando i suoi sentimenti e il suo corpo iniziano a cambiare, è un momento come un altro e non implica che lei abbia meno bisogno di voi.

  • MATURITA’: imparate a chiederle scusa. E’ del tutto umano sbagliare e anche un papà armato delle migliori intenzioni può farlo. Un padre maturo, tuttavia, è quello che sa che non è possibile avere tutto sotto controllo e che sa riconoscere e ammettere le proprie defaillances. Se avete commesso un errore con vostra figlia, chiedetele sinceramente perdono. E lei vi perdonerà.

  • IMPEGNO: il vostro ruolo è preziosissimo. Cercate di amare vostra figlia al meglio, spingendovi oltre i vostri limiti. 

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Dott.ssa Silvia Darecchio  – Psicologa – San Polo di Torrile (Pr)  contatti

Madri e Figlie

LA RELAZIONE MADRE – FIGLIA

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Leggi l’articolo pubblicato sulla Gazzetta di Parma in fondo alla pagina

La figura materna è,  per ogni figlia,  un modello, un punto di riferimento, il tramite per entrare in relazione col mondo.

Il rapporto fra una madre e la propria figlia è indissolubile; è un rapporto complesso, ricco di sfumature, di significati, di emozioni ma anche di criticità. Parliamo di una relazione che, pur affondando le proprie radici nell’archetipo della grande madre amorevole e onnipotente (la grande madre archetipica è tutto ciò che è benevolo, protettivo, tollerante; ciò che favorisce la crescita, la fecondità, la nutrizione), è caratterizzata anche da rivalità, conflitti, incomprensioni, amore e odio.

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L’INFANZIA :

dal punto di vista ontogenetico la relazione  madre-figlia parte da una condizione di fusione, passa attraverso l’identificazione (che garantisce il radicamento del senso di identità nella figlia femmina) e arriva all’individuazione.  L’identificazione è quel processo che porta all’ interiorizzazione di un modello; sta alla base della costruzione dell’identità personale. Si tratta di un processo prevalentemente non consapevole che, nella sua forma primaria, è finalizzato alla capacità di distinguere la propria identità da quella degli altri (distinzione Io – Tu). Questo tipo di identificazione caratterizza, appunto, la prima infanzia e, come si diceva, prevalentemente la relazione con la madre. Per una bambina proprio a causa dell’ identificazione, percorrere la strada verso l’ individuazione risulta essere più difficile: il distacco dal primo oggetto d’amore, che è la madre, e la costruzione dell’identità,  ne possono risultare ostacolate.

Com’è in questa fase una “buona” madre?

Donald Winnicott ha definito le caratteristiche di una madre sana. L’autore si riferisce alla madre “sufficientemente buona” come ad una “madre normalmente devota”, ovvero di una madre capace di:

  • “preoccupazione materna primaria” cioè capace di alimentare nel neonato l’illusione di essere onnipotente e un tutt’uno con lei. Questo può avvenire grazie ad una totale dedizione;
  • “holding” cioè capace di fungere da contenitore delle angosce del bambino, intervenendo per soddisfare i suoi bisogni emotivi e riuscendo a mettersi da parte, nel momento in cui il bambino non ha bisogno di lei;
  • “adattarsi alle necessità del bambino che cresce” cioè capace di portare il bambino a tollerare la frustrazione, che compare quando viene meno la totale corresponsione materna ai suoi bisogni emotivi.

Quando però viene a mancare questo “tipo” di madre, questo calore, possono esserci delle ripercussioni sulle figlie. Non solo, esistono “tipologie di madri” che, a causa dei loro tratti disfunzionali, ostacolano una crescita sana. Quali sono?

  • la madre sacrificale: rinuncia a tutto (femminilità compresa) per il “bene” della figlia ma in buona sostanza le impedisce di crescere, perché se perde il ruolo di madre deve confrontarsi con il suo fagocitante senso di vuoto; il progressivo annullamento di sé stessa in funzione dei bisogni dei figli può portare nel tempo a stati d’ansia e a depressione;
  • la madre adolescente: è  una madre immatura, molto concentrata su di sé, che non può vedere crescere la figlia perché la percepisce come una rivale;
  • la madre opprimente : è la madre perennemente in ansia e ansiogena che ostacola la crescita mostrandosi fragile (malori, drammi, ecc…) e dipingendo scenari apocalittici;
  • la madre depressa: è la madre dominante e invadente che esprime il suo potere nel modo più prepotente: il rifiuto della separazione. Tutto ciò che può “minacciare” il rapporto madre-figlia viene sistematicamente attaccato (usando soprattutto il senso di colpa).

LA PRE-ADOLESCENZA:

nel rapporto madre-figlia i conflitti e le incomprensioni tendono ad acuirsi soprattutto quando, con l’ affacciarsi dell’adolescenza, la figlia gradualmente si stacca dalla propria madre. La fanciulla-preadolescente comincia ad allentare i legami tipici della fanciullezza, utilissimi fino a quel  momento, ma pericolosi da questo punto in avanti. Il legame materno deve allentarsi per far posto alle relazioni con le altre figure femminili (le coetanee, le insegnanti, le zie, le amiche della madre, ecc…) utili per favorire lo sviluppo di modelli diversificati, necessari per arricchire il quadro della femminilità della ragazza e per sviluppare un’ autonomia più completa e più libera.

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L’ ADOLESCENZA:

la madre, in questa fase, rappresenta il pericolo  più significativo in quanto ostacolo al “diventare grandi”. Gli adolescenti sentono, a causa della maggiore dipendenza affettiva dalla madre, che la relazione con lei è un grosso freno al raggiungimento dell’autonomia. La madre, infatti, riveste un ruolo ambivalente poiché, se da un lato, garantisce la sicurezza, dall’altro rende dipendenti; non consapevolmente tiene legati i figli al passato; con la sua onnipotenza invischia, frena l’ autodeterminazione e pone l’adolescente nella necessità di svincolarsi dal legame con lei per poter affermare la propria individualità. Se questo è valido per tutti i figli, per le femmine, a causa dell’identità di genere che fa essere la relazione maggiormente intima, ancora di più. L’adolescente femmina avverte che la madre rappresenta un pericolo per la conquista del bene più prezioso: la propria femminilità.  Accade allora che l’ostracismo e le aggressioni verbali siano all’ordine del giorno e che, per questo, le madri si lamentino e si rattristino, compiendo di fatto un errore di valutazione: questi atteggiamenti infatti spesso sono segnali di ‘trasformazione’ che, oltre ad essere inevitabili, sono un segno di crescita, di maturazione, di evoluzione, di distacco e di affrancamento, cioè di un processo a cui ogni madre dovrebbe aspirare (compito che vede il fallimento di tante madri).

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Le madri dovrebbero favorire questa separazione, prima di tutto realizzando sé stesse, poiché una donna soddisfatta è una madre migliore, e poi usando il conflitto come strumento di  distacco,  molte tuttavia temono fortemente questo scenario (autorealizzazione, separazione, conflitto) a causa di problematiche personali irrisolte (vedi  “tipologie di madri”).  Una figlia che obbedisce, che non contesta, che aderisce pedissequamente all’unico modello femminile proposto, rappresenta forse un ‘guaio’ in meno per genitori, non causando aperti contrasti, ma dimostra di agire una “tranquillità” preoccupante, manifestazione di un attaccamento “artificiale” in grado di distorcere il “normale” processo di crescita. Oggi molto più che in passato, i cambiamenti socio-culturali hanno alterato ciò che è “naturale” nel rapporto madre – figlia adolescente. Basti pensare, per esempio, a quelle mamme che si vestono e si atteggiano come le figlie adolescenti e che impediscono loro, di fatto, il distacco (vedi “madri adolescenti”).  Parliamo di mamme che giocano ruoli caratterizzati da egocentrismo e narcisismo, che fanno sempre più le amiche, che vivono e pensano come le figlie. Queste madri usano la carta della somiglianza: vogliono cioè fermare il tempo, rifiutano di invecchiare, amano, nei casi più estremi, essere scambiate per le sorelle delle figlie, tuttavia non fanno altro che ostacolarne lo sviluppo poiché favoriscono il processo  identificativo a discapito dell’ autonomia.

Se si lascia alla propria bambina il tempo di crescere e diventare una donna, rispettando la tappa della separazione/individuazione, aumentano le possibilità di una riconciliazione futura. Una volta che la figlia avrà consolidato la propria individualità, le sarà più facile riavvicinarsi alla madre. Ovviamente la ricetta, quando parliamo di relazioni (e di tutto ciò che c’è di umano),  non esiste. Tuttavia è possibile fare del proprio meglio per accompagnare le figlie lungo il percorso di  crescita, aiutandole a diventare quello che realmente sono, e non quello che si vorrebbe che fossero. Forse potrà essere complicato, perché difficile è interrompere il circolo vizioso che si tramanda da madre in figlia, ma di certo è possibile, magari, se occorre, anche rivolgendosi a professionisti della relazione di aiuto.

Questa pagina di approfondimento è diventata un articolo pubblicato sulla “Gazzetta di Parma”.

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Sei anche tu una madre responsabile in cerca di risposte? Vorresti avere con tua figlia un rapporto più sereno? Più facile? Più complice? Parliamone insieme.

Da oltre 10 anni ascolto ed aiuto le persone, concretamente, ad uscire dalle situazioni difficili, a fronteggiare le sfide esistenziali e a riprogettare il futuro. In condizioni di incertezza posso aiutarti a superare le tue difficoltà, accompagnandoti verso una consapevolezza rinnovata delle relazioni che vivi, dei bisogni tuoi e degli altri, e del modo che hai di gestire i rapporti interpersonali. Posso aiutarti a ritrovare la serenità e il benessere tuoi, e della tua famiglia. Oltre al servizio di CONSULENZA ON-LINE E VIDEO-CONSULENZA ON-LINE ricevo nel mio studio in provincia di Parma per COLLOQUI IN PRESENZA

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