Quando si tradisce, quando si è traditi.

Il tradimento è un evento forte e traumatico che si abbatte pesantemente sulla coppia, compromettendone gli equilibri e la stabilità; tradire il partner significa distruggere il “noi” , paradigma della relazione.

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L’etimologia della parola “tradire” è latina, deriva da “tradĕre” che significa “consegnare (ai nemici). In origine, infatti, il tradimento era un “fatto militare”. Successivamente il termine si è esteso anche ad altri ambiti, fino ad assumere il senso odierno. Ha conservato tuttavia connotati fortemente negativi e dispregiativi: “tradire” significa, infatti, “mancare di fedeltà”, “abbandonare (il vecchio) per consegnarsi (al nuovo)”.


Le fasi dell’amore e il tradimento

Il rapporto di coppia è caratterizzato, a meno di accordi differenti tra le parti, da esclusività (sessuale e sentimentale) e da un certo grado di dipendenza. I partner,  cioè, stipulano tacitamente un contratto basato sulla fiducia e sulla fedeltà; una sorta di patto segreto che implica il soddisfacimento dei bisogni e delle aspettative di entrambi.

  • All’inizio di una relazione sentimentale, quando si è sopraffatti dall’ innamoramento, è raro tradire. L’innamoramento rappresenta, infatti, la fase in cui si attivano le nostre proiezioni sul partner: si trasferiscono sull’altro i nostri ideali e le nostre caratteristiche. Per questo il partner ci appare tanto unico e speciale ed essere infedeli, a quest’essere che incarna così perfettamente i nostri ideali, è un qualcosa che neppure ci sfiora. Tuttavia accade spesso che i desideri e le fantasie nascenti nell’innamoramento si trasformino in una prigione psichica per colui/colei che viene desiderato e “fantasticato”, e in una cocente delusione per colui/colei che ha fortemente idealizzato l’altro/a.
  • Quando si passa alla fase dell’amore adulto e maturo  l’altro viene visto per quello che è, con tutti i suoi difetti e le sue debolezze; crollano le proiezioni, le fantasie e la realtà dell’altro prende corpo. I bisogni e le aspettative disattesi, per alcuni individui, annullano il vincolo; pensare, cioè, che l’altro/a abbia fallito totalmente, nel renderli felici, significa la rottura del patto e la fine del progetto di vita insieme. In questa fase è elevatissima la probabilità di tradire, soprattutto in chi non sa affrontare la delusione della realtà, in chi ha troppo idealizzato il partner e non riesce a sostenere la maturità della costruzione di una coppia, meno idilliaca, ma più stabile, duratura ed appagante.

Le fasi della vita e il tradimento

  • ADOLESCENZA: nell’adolescenza il tradimento rappresenta il tentativo del soggetto
    di affermare la propria libertà, il proprio spazio di vita, i propri confini psicologici. L’adolescente manifesta con il tradimento del partner, inconsapevolmente, il rifiuto della dipendenza dai genitori. L’adolescenza, cioè, oltre ad essere una fase di sperimentazione sessuale, esprime, attraverso il tradimento, la volontà di affermare autonomia, a discapito di un’ unione che richiama quella simbiotica con i genitori. Attraverso l’infedeltà, inoltre, l’adolescente ricerca la conferma, narcisistica, del proprio valore e del proprio fascino, di cui ha disperato bisogno, in una fase delicata di costruzione dell’identità.

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  • “PRIMA” MATURITA’: per il giovane adulto (o comunque per il “giovane matrimonio”), che sta costruendo un nuovo nucleo familiare assumendosi impegni di convivenza e di costruzione di un progetto di coppia stabile, il tradimento esprime il bisogno interiore di rifuggire dagli impegni e dalle responsabilità che le decisioni assunte, comportano.
  • PIENA MATURITA‘: dopo anni di matrimonio, il tradimento rappresenta una gratificazione, narcisistica, nel confermare a se stessi il proprio fascino, nonostante l’età. L’uomo maturo tende a cercare avventure con donne più giovani per dimostrare a se stesso di essere ancora piacente e per poter vivere una seconda giovinezza. Similmente, per la donna matura il tradimento risponde al bisogno di veder confermata la propria femminilità, trasformata dai cambiamenti biologici ed ormonali.

Bisogni psicologici e tradimento.

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Le cause del tradimento sono sempre soggettive e specifiche, tuttavia, possono essere riconosciute delle macro-categorie di bisogni psicologici, generici e trans-generazionali, che portano i partner a scegliere il tradimento:

  • il BISOGNO DI CONFERMA: i soggetti, caratterizzati da un profilo psicologico insicuro e immaturo, tradiscono perché necessitano di costanti rassicurazioni e di  prove da superare. Vogliono cioè dimostrare a loro stessi di essere indiscutibilmente desiderabili e seducenti.
  • il BISOGNO DI PROVARE FORTI EMOZIONI SESSUALI: il bisogno di provare forti emozioni sessuali rispetto alla qualità dei rapporti sessuali vissuti con un partner di lunga data, magari poco soddisfacenti.
  • il BISOGNO DI INDIPENDENZA: l’infedeltà può rappresentare una difesa contro la paura di fusione che l’intimità di coppia evoca, oppure esprimere il rigetto della sensazione di essere dipendenti dal proprio partner.
  • il BISOGNO DI “DENUNCIARE” L’ INSUFFICIENZA DELLA RELAZIONE DI COPPIA, MANTENENDO UNA FACCIATA SOCIALE: il tradimento, spesso, è lo strumento attraverso cui si esternano all’altro tutti i problemi e le incomprensioni che sono rimasti celati, per non sconvolgere l’armonia della famiglia, nel tentativo disperato ed inconcludente di mantenere un’apparente facciata sociale. In questo caso l’infedele, che ha tenuto per sè i malcontenti rispetto alla relazione, non è stato in grado o non ha voluto instaurare un dialogo autentifico, atto risolvere le difficoltà di coppia.
  • il BISOGNO DI RIEMPIRE UN VUOTO ESISTENZIALE: alcune persone vivono il tradimento come un antidepressivo: una sorta di compensazione, funzionale a colmare dei vuoti profondi dettati dalla solitudine o da una perenne insoddisfazione interiore.
  • il BISOGNO DI CRESCITA: il tradimento può rappresentare anche una tappa del  percorso di maturazione e di evoluzione personale che può interessare  solo uno dei due partner. Se un membro della coppia ha affrontato un’esperienza prepotentemente trasformativa può accadere che anche lo schema di sé  sia cambiato e che siano emersi nuove priorità e nuovi bisogni che l’altro/a non è più in grado di soddisfare.
  • il BISOGNO DI TENERE SEPARATE LA SFERA AFFETTIVA DA QUELLA SESSUALE: esistono “traditori seriali”, individui per i quali essere infedeli rappresenta una costante. Spesso questi soggetti attuano una scissione tra sessualità e affettività, che diventano due dimensioni inconciliabili nella stessa relazione. Questo accade spesso negli uomini sposati che frequentano prostitute.

Vissuti psicologici del “tradito” e del “traditore”

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Certamente lo stato psicologico e i sentimenti provati dal partner infedele e da quello tradito sono molto diversi fra loroIl soggetto tradito, inizialmente, è fortemente sconvolto: il tradimento infatti rade al suolo le certezze e fa si che l’insicurezza e il senso di devastazione prevalgano. Può accadere anche che nella mente della persona tradita si creino pensieri ossessivi ed intrusivi circa il tradimento, morbosità rispetto ai dettagli dell’ “altra relazione”, urgenze di vario tipo. La ferita che lascia il tradimento è difficile che si rimargini completamente poichè resta, oltre alla  delusione, la consapevolezza che la fiducia sia stata compromessa. Permane la sensazione che nulla potrà essere come prima.  Se , tuttavia, sono presenti volontà e desiderio di continuare in entrambi, è possibile recuperare una “relazione tradita”. “Il tradito”, infatti, con il tempo e con un adeguato supporto, può trovare nel perdono dell’altro, quell’amore che aiuterà anche l’ “ex traditore”, a recuperare lo slancio per la continuazione del rapporto. Il “traditore”, che in un primo momento vive fortissimi sentimenti di colpa, da parte sua, grazie ad percorso di sostegno psicologico e forte di nuove consapevolezze, può trovare più di un motivo per riconquistare il  compagno/a e per ricominciare, da zero, a costruire la relazione.


In conclusione

L’ individuo, nella società del consumismo sessuale e sentimentale, è sempre più incline a salvaguardare i propri interessi personali rispetto a quelli della coppia. Se, nella relazione, qualche bisogno non viene corrisposto, pare che ognuno abbia il diritto di cercarne il soddisfacimento, in modo immediato e completo, con un altro partner, senza troppi pentimenti. Il sacrificio e l’impegno necessari per  la  realizzazione del progetto di coppia; la volontà di preservare il legame in crisi, attraverso il dialogo ed il compromesso, rappresentano aspetti di poco valore se rapportati all’ individualismo imperante, che oggi  tutto può. A seguito di un tradimento, tuttavia, non tutto è perduto, allorché ci sia l’intenzione di entrambi di proseguire e di valorizzare il rapporto, è possibile, non solo recuperare la relazione ma anche darle un senso nuovo.

Intraprendere un percorso psicologico di coppia (o individuale per entrambi) significa:

  • mettersi in gioco;
  • impegnarsi concretamente per dare alla relazione una chance, soprattutto se sono coinvolti dei bambini;
  • dare priorità al rapporto;
  • investire energie nella relazione;
  • acquisire delle competenze relazionali (atte a realizzare una comunicazione sincera,  costruttiva, in grado di esprimere in modo assertivo bisogni e insoddisfazioni);
  • imparare ad essere sinceri ed autentici con il partner;
  • imparare a realizzare un dialogo di coppia costante ed efficace (che consenta di ripartire insieme cresciuti, per vivere una nuova relazione, finalmente solida e soddisfacente).

 

Come psicologa, oltre al servizio di consulenza online, ricevo in studio a San Polo di Torrile (Parma). Da oltre 10 anni ascolto ed aiuto le persone, concretamente, ad uscire dalle situazioni difficili, a fronteggiare le sfide esistenziali e a riprogettare il futuro.

In condizioni di stallo motivazionale e sofferenza psicologica posso aiutarti a superare le tue difficoltà, accompagnandoti verso una consapevolezza rinnovata di te, dei tuoi bisogni, delle tue priorità e del tuo modo di “funzionare”. Posso aiutarti a ritrovare la serenità e  il benessere.

Dott.ssa Silvia Darecchio – contatti

 

Psicosomatica: l’intestino

Secondo la teoria elaborata recentemente dallo scienziato americano Michael Gershon,     l’intestino  è  come  un  “secondo  cervello” .   In che senso?

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Intestino e cervello originano embriologicamente dalla stessa massa di tessuti: una parte diventa il sistema nervoso centrale, l’altra diventa il sistema nervoso enterico (deputato a governare le funzioni fondamentali dell’apparato digerente), collegati tra loro dal nervo vago. A differenza del resto del sistema nervoso periferico, quello enterico non esegue necessariamente i comandi che riceve dal cervello né rimanda sempre le informazioni ai distretti superiori, ma può elaborare i dati ricevuti dai propri recettori sensitivi e agire in modo indipendente nell’organizzazione nervosa del corpo. L’intestino contiene, cioè, neuroni in grado di essere autonomi, ossia che possono far funzionare l’organo senza ricevere istruzioni dal cervello o dal midollo spinale. Sembra infatti che il nervo vago, collegamento tra i due sistemi nervosi, costituisca solo una minima parte della comunicazione che avviene in entrambe le direzioni.  Dal momento in cui il cibo viene deglutito a quello in cui viene espulso l’intestino può regolare da solo tutte le fasi, il sistema nervoso centrale è assolutamente necessario solo per la deglutizione e per l’atto della defecazione. La presenza del cibo nell’apparato gastrointestinale è rilevato dal sistema nervoso enterico che avvia la secrezione di materiali digestivi e stimola l’intestino a mettere in atto le azioni appropriate per la digestione in quel determinato momento.

Le ricerche più recenti hanno scoperto che il cervello enterico produce il 95% della serotonina, uno dei principali neurotrasmettitori del sistema nervoso. L’intestino, inoltre, sarebbe in grado di memorizzare stress e ansie utilizzando le stesse sostanze chimiche (serotonina, dopamina, sostanze oppiacee e antidolorifiche) impiegate nel cervello (Lanza, 2009). Si può affermare che i due cervelli usano lo stesso linguaggio chimico e che, pur funzionando in modo autonomo e integrato, si influenzano grandemente a vicenda. Questo stretto  rapporto può essere sperimentato  quando si ha, ad esempio, mal di testa o insonnia da cattiva digestione o una stretta allo stomaco in situazioni di stress mentale (Lanza, 2009).

Alexander, negli anni ’30, mise in discussione che il principale fattore eziologico delle patologie psicosomatiche fosse di natura esclusivamente psicologica. Secondo l’autore il Sistema Neuro-Vegetativo, all’interno del quale si integrano soma e aspetti affettivo-relazionali, influenza sia il comportamento individuale sia l’attività dei sistemi enzimatici attraverso reti neuronali periferiche. La sua capacità, quindi, di regolare contemporaneamente la vita istintivo-affettiva e il metabolismo cellulare dimostra come esso rappresenti il legame tra sfera psichica e somatica così da permettere all’organismo di reagire in maniera unitaria agli stimoli interni ed esterni.

Secondo la neuro-gastroenterologia odierna il cervello responsabile della componente psico-emotiva è addirittura quello enterico, per cui non esisterebbe più un solo percorso eziologico a senso unico, ossia conflitto emotivo → cervello → organo, ma un’ambivalenza di ruoli (Lanza, 2009).

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Lavorando sul sistema intestinale, quindi, si possono ottenere:

  • un rafforzamento del sistema immunitario;
  • un innalzamento del quadro energetico in quanto viene aiutato il metabolismo dei cibi;
  • un beneficio a livello umorale, questo perchè il corretto smaltimento dei rifiuti del nostro organismo, garantisce un importante ricambio tossinico che altrimenti ristagnerebbe nel nostro corpo, producendo sintomi quali stanchezza, nervosismo e irritabilità.

 


 

Dott.ssa Silvia Darecchio  – Psicologa – San Polo di Torrile (Pr)  contatti

“Non piangere salame…”

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Le canzoni del “troppo amore

Ci sono brani di musica leggera – continuamente riproposti – che, come dei veri e propri monumenti, appartengono al patrimonio socio culturale ed identitario del nostro paese: “Minuetto”, “La bambola”, “Tanta voglia di lei”, “Eppur mi son scordato di te”, ne sono solo alcuni esempi. Chi non ha mai cantato o sentito cantare, magari a squarciagola, una di queste canzoni in auto, in spiaggia, sotto la doccia? Chi non conosce il testo di almeno una di queste famigerate canzoni, definite dai più, come “nazional-popolari”? Lascio a voi la risposta.

La sensibilità di oggi, tuttavia, ci permette fortunatamente una riflessione: “Ne abbiamo mai analizzato attentamente i contenuti?” Tra queste canzoni a ben vedere anzi, a “ben ascoltare”, ce ne sono alcune che sono dei veri e propri manifesti “dell’amore mai avuto”, dell’amore malato, del “troppo amore”.  E allora, un’altra domanda è d’obbligo: “il fatto di essere state accettate acriticamente, di essere state promosse dai media o il fatto, semplicemente, di esistere ha forse favorito nel corso del tempo la legittimazione di certi comportamenti, se non abusanti, poco rispettosi della dignità del/della partner?”

Queste canzoni, in vari modi, sembrano proporre un modello d’amore patologico e disfunzionale che ancora oggi molti, in base a ciò che accade spesso tragicamente e spesso alle donne,  considerano l’unico tipo di amore possibile e cioè l’amore “oscuro” che fa disperare, soffrire e, in alcuni casi, anche morire. Vale la pena pensarci.

Analizziamo alcuni testi:

“MINUETTO” di I. Fossati, cantata da Mia Martini

“E’ un’incognita ogni sera mia… Un’ attesa, pari a un’agonia. Troppe volte vorrei dirti: no, e poi ti vedo e tanta forza non ce l’ho. E vieni a casa mia, quando vuoi, […] sono sempre fatti tuoi. Tanto sai che quassù male che ti vada avrai tutta me, se ti andrà per una notte… E cresce sempre più la solitudine […] Rinnegare una passione no, ma non posso dirti sempre si e sentirmi piccola cosi […] Continuo ad aspettarti nelle sere per elemosinare amore… […] E la vita sta passando su noi, di orizzonti non ne vedo mai! […] Io non so l’amore vero che sorriso ha... […].” 

Che dire? Questa canzone è sicuramente uno dei manifesti più significativi dell’amore “troppo”: il brano parla di una donna che, nei fatti, si annulla per un uomo che a sua volta la tratta come un oggetto, non la rispetta e la usa “a intermittenza”. Lei pare esserne in qualche modo consapevole “Io non so l’amore vero che sorriso ha...” ma non riesce a spezzare questo legame disfunzionale di dipendenza: anni di femminismo… buttati alle ortiche ?!!?

“GRANDE GRANDE GRANDE” di A. Testa, cantata da Mina

“Con te dovrò combattere non ti si può pigliare come sei… i tuoi difetti son talmente tanti che nemmeno tu li sai… sei peggio di un bambino capriccioso la vuoi sempre vinta tu… sei l’uomo più egoista e prepotente che abbia conosciuto mai. In un attimo tu sei grande e le mie pene non me le ricordo più. Io vedo tutte quante le mie amiche son tranquille più di me non devono discutere ogni cosa come tu fai fare a me… ricevono regali e rose rosse per il loro compleanno dicon sempre di sì non han mai problemi e son convinte che la vita e’ tutta lì… invece no, invece no la vita e’ quella che tu dai a me in guerra tutti i giorni sono viva sono come piace a te… ti odio e poi ti amo e poi ti amo e poi ti odio e poi ti amo… non lasciarmi mai più.”

Vediamo questo testo: qui abbiamo una donna che urla al mondo il suo “aver capito tutto dell’amore”. Ci consiglia, per essere felici, di vivere una relazione problematica con un uomo immaturo-egoista-e-prepotente, che ci faccia penare, discutere, che ci tratti con strafottenza, che non ci faccia regali, e che magari nemmeno si ricordi la data del nostro compleanno… Tuttavia, la canzone ci dice anche che: vale la pena vivere una storia d’amore così se poi, quell’uomo, ogni tanto ci butta una briciola di sè, come contentino… Prendiamo appunti per fare esattamente il contrario!

“ALMENO TU NELL’UNIVERSO” di B. Lauzi e M. Fabrizio, cantata da Mia Martini

“Tu, tu che sei diverso, almeno tu nell’universo… Un punto sei, che non ruota mai intorno a me  un sole che splende per me soltanto  come un diamante in mezzo al cuore.”

In questa canzone il riferimento, sicuramente più insidioso, all’amore poco sano sta in questa frase: “Un punto sei, che non ruota mai intorno a me, un sole che splende per me”. Che c’è di male, potremmo pensare? Questo: se l’altro è punto fermo che non ruota attorno a noi, significa che siamo noi a ruotare attorno a lui? La risposta è: anche no, grazie! Ognuno stia al posto suo e magari… troviamoci a metà strada!

“LA BAMBOLA” di R. Cini, F. Migliacci, B. Zambrini, cantata da Patty Pravo

Tu mi fai girar come fossi una bambola… Poi mi butti giù come fossi una bambola… Non ti accorgi quando piango quando sono triste e stanca tu pensi solo per te… Del mio amore non ridere… Sai far male da piangere… Tu non mi metterai tra le dieci bambole che non ti piacciono più…”

Beh… cosa vogliamo aggiungere?

“VEDRAI VEDRAI” di Luigi Tenco

“Quando la sera me ne torno a casa… Non ho neanche voglia di parlare… Tu non guardarmi con quella tenerezza Come fossi un bambino che ritorna deluso… Vedrai che cambierà. Preferirei sapere che piangi… Che mi rimproveri di averti delusa… E non vederti sempre così dolce Accettare da me tutto quello che viene… Mi fa disperare il pensiero di te E di me che non so darti di più…”

Questo testo è interessante, perché il punto di vista riportato, per una volta, è quello dell’uomo. Ma la sostanza non cambia: una donna, con un’ autostima molto bassa, sta amando “troppo” un uomo che, anche se consapevole di certe dinamiche, non è emotivamente disponibile. E’ una relazione squilibrata, dove la donna si comporta più da madre che da partner alla pari.

“BLUNOTTE” di Carmen consoli

“Forse non riuscirò a darti il meglio… più volte hai trovato i miei sforzi inutili… Più volte hai trovato i miei gesti ridicoli… Come se non bastasse l’aver rinunciato a me stessa… Come se non bastasse tutta la forza del mio amore… E non ho fatto altro che sentirmi sbagliata… ed ho cambiato tutto di me perché non ero abbastanza.. Ed ho capito soltanto adesso che avevi paura…”

La cantautrice Consoli, come vedremo, pare possedere una ricca collezione di “malamori” o amori “troppo” amati. Rinunciare a sé, cambiare, sentirsi sbagliate… se un amore ci richiede questo, non è amore.

“PER ELISA” di Alice e F. Battiato, cantata da Alice

“Vivere non è più vivere,  lei ti ha plagiato, ti ha preso anche la dignità…. fingere non sai più fingere…  senza di lei ti manca l’aria.  Senza Elisa, non esci neanche a prendere il giornale  con me riesci solo a dire due parole  ma noi, un tempo ci amavamo…” 

Questa canzone sottende un contenuto terrificante: qui una donna si lamenta con il partner, lo rimprovera di preferire “Elisa”, a lei… Elisa che non è una donna, bensì una droga: l’eroina. Questa donna quindi vive la sostanza o meglio, la dipendenza da essa, come una rivale…   Capiamo che rimpiange i bei tempi andati quando lui, molto probabilmente, manifestava una dipendenza da lei e non da Elisa: l’eroina, appunto. La dipendenza non deve essere confusa con l’ amore. Rimanere in una relazione “amorosa” con una persona tossicodipendente può invece essere la spia di una scarsa stima di sè.

“STORIA D’AMORE” di A. Celentano, L. Beretta e M. Del Prete, cantata da Adriano Celentano

“Lei mi amava, mi odiava era contro di me,  io non ero ancora il suo ragazzo e già soffriva per me…  se non ero stato il suo ragazzo  era colpa di lei…  E uno schiaffo all’improvviso  le mollai sul suo bel viso  rimandandola da te. “

“io non ero ancora il suo ragazzo e già soffriva per me”, quest’uomo, in una sola frase, delinea una cornice di senso: ci suggerisce quanto sia “normale” che un uomo faccia soffrire una donna e che la donna stia lì a subire. Ma non pago aggiunge: “E uno schiaffo all’improvviso le mollai sul suo bel viso rimandandola da te.” Lette con la sensibilità di oggi queste parole fanno inorridire: quest’ uomo racconta al “rivale”, di aver schiaffeggiato con fierezza la partner e di averlo fatto perché era quello che lei meritava… Mai come in questi giorni vale la pena sottolineare che “nessuno picchia nessuno”, che una donna non è un pacco da “rimandare” al mittente e che una narrazione di questo tipo – con un uomo che vede l’esercizio della violenza come “una risposta possibile” e con una donna che si fa calpestare per “amore” –  sia da rigettare fortemente.

“AMORE DI PLASTICA” di Carmen Consoli

“tu che mi offrivi un amore di plastica… Ricorda tu sei quello che non c’è quando io piango… tu sei quello che non sa quando è il mio compleanno… quando vago nel buio… volevo essere più forte di ogni tua perplessità ma io non posso accontentarmi se tutto quello che sai darmi è un amore di plastica…”

Ecco di nuovo, in questa carrellata di titoli, l’amica Carmen Consoli. Ci auguriamo per lei che il signore di questa canzone sia lo stesso di “Blunotte”, l’altra canzone. La situazione e le dinamiche sottese infatti paiono essere le stesse.

“L’ ABITUDINE DI TORNARE” di Carmen Consoli

“Tornare è un’abitudine per quelli come te, sommersi e annoiati dai ritmi di sempre… Confesserai mai a tua moglie che sabato dormi con me da circa dieci anni tra alti e bassi… Ma io non posso chiedere, io non devo chiedere sarai tu a rispondere se vorrai… Ma io non posso piangere, io non devo piangere sarai tu a decidere se vorrai… Tornare è un’abitudine per quelli come te fedeli ancorati, all’ovile di sempre…  Come dirai a tua moglie che hai un figlio identico a me, ha grandi occhi neri, ha compiuto tre anni, è piccolo e non può chiedere, lui non deve chiedere, sarai tu a rispondere se vorrai… Ma lui non deve piangere, è vergogna piangere… Sarai tu a rispondere se saprai…”

Come dicevamo, la talentuosissima cantautrice Consoli ha, nel suo repertorio, brani capaci di insegnamenti notevoli, in ambito “relazional-amoroso”: accettare una relazione a metà, essere l’amante, aspettare le briciole senza poter chiedere di più, quanto sono rivelatori del “troppo amore” per l’altro e dello scarso amore di sé?

“SEI TUTTI I MIEI SBAGLI” di Subsonica

“Tu sai difendermi e farmi male, ammazzarmi e ricominciare…  a prendermi vivo…  sei tutti i miei sbagli…. A caduta libera  e in cerca di uno schianto….  ma fin tanto che sei qui  posso dirmi vivo. Tu affogando per respirare imparando anche a sanguinare.”

Si ok, si capisce poco… Ma tutto questo, qualsiasi cosa sia, è troppo. Nessuno deve poterci  “accendere o spegnere” a piacimento,  e noi non dovremmo funzionare come degli interruttori.

“CENERE” di Marlene Kuntz

“Ciao Divina, io sono il mozzo…Guarda che ballo, mi trovi bello? Che te ne pare di come striscio? … Io sarò fuoco se scaglierai quel dardo contro di me. Io sarò cenere su cenere…”

Questo testo, piuttosto oscuro in realtà, ci fa immaginare una situazione in cui un uomo si renda ridicolo, si umilii, si annulli, pur di ottenere l’amore di lei… per cui è pronto anche a morire… Troppo?

“LASCIARSI UN GIORNO A ROMA” di Niccolò Fabi

“Non ho visto nessuno andare incontro a un calcio in faccia con la tua calma, indifferenza sembra quasi che ti piaccia… camminare nella pioggia ti fa sentire più importante perché stare male è più nobile per te… ricordati che c’è differenza tra l’amore e il pianto... cerca un modo per difenderti una ragione per pensare a te… qual è il grado di dolore che riesci a sopportare prima di fermare l’esecuzione e chiedere soccorso a me che non ti do un motivo ancora per restare nella storia di una storia che non c’è…”

Questa canzone usa parole durissime per raccontarci la fine, a senso unico, di una relazione. Lui grida in faccia a lei di smetterla di umiliarsi, di riprendersi la sua vita, di trovare il coraggio di pensare a sé stessa… lui non riesce a capire come lei possa accettare di vivere ancora di “una relazione che non c’è” connotata solo da dolore e sofferenza: “ricordati che c’è differenza tra l’amore e il pianto”… Ricordiamoci anche che il modo, in cui finisce una relazione, è rivelatore dell’essenza “poco sana” della relazione stessa…

“LA BALLATA DELL’AMORE CIECO” di Fabrizio De Andrè

“Un uomo onesto, un uomo probo, s’innamorò perdutamente d’una che non lo amava niente. Gli disse portami domani il cuore di tua madre per i miei cani. Lui dalla madre andò e l’uccise, dal petto il cuore le strappò e dal suo amore ritornò… Non le bastava quell’orrore, voleva un’altra prova del suo cieco amore. Gli disse amor se mi vuoi bene, tagliati dei polsi le quattro vene. Le vene ai polsi lui si tagliò, e come il sangue ne sgorgò, correndo come un pazzo da lei tornò. Gli disse lei ridendo forte, l’ultima tua prova sarà la morte. E mentre il sangue lento usciva, e ormai cambiava il suo colore, la vanità fredda gioiva, un uomo s’era ucciso per il suo amore. Fuori soffiava dolce il vento ma lei fu presa da sgomento, quando lo vide morir contento. Morir contento e innamorato, quando a lei niente era restato, non il suo amore, non il suo bene, ma solo il sangue secco delle sue vene.”

Si deve aggiungere qualcosa? Chi è più disperato tra i due? Chi chiede di morire per amore o chi muore come prova d’amore? Non serve morire per l’altro, ma vivere per stare bene insieme. Inoltre, “l’amore è cieco”… solo per chi non lo conosce veramente.

“TANTA VOGLIA DI LEI” di Pooh 

“Mi dispiace di svegliarti, forse un uomo non sarò ma d’un tratto so che devo lasciarti, fra un minuto me ne andrò. Mi dispiace devo andare il mio posto è là, il mio amore si potrebbe svegliare chi la scalderà.”

Qui abbiamo un uomo che tradisce la fiducia di due donne… però ne è dispiaciuto. Accettare o non accettare un tradimento? Accettare o non accettare di giocare il ruolo dell’amante? Se fosse stata cantata da una donna, una donna che tradiva e che voleva correre a casa a scaldare il partner ignaro che dormiva, che effetto avrebbe fatto presso l’opinione pubblica del tempo?

“EPPUR MI SON SCORDATO DI TE” di Mogol e L. Battisti

“Eppur mi son scordato di te come ho fatto non so. Una ragione vera non c’è lei era bella però. Un tuffo dove l’acqua è più blu niente di più. Ma che disperazione nasce da una distrazione era un gioco non era un fuoco. Non piangere salame: dei capelli verde rame è solo un gioco e non un fuoco… lo sai che t’amo… io ti amo veramente.”

Anche in questo testo si parla di tradimento, ma, mentre nella canzone precedente la partner dormiva e non sapeva, qui l’uomo – scoperto o progressista –  cerca di spiegare il perché del tradimento. E non trovando niente di meglio da dire, dice: “Un tuffo dove l’acqua è più blu… niente di più.” Come si dice: quando la toppa è peggiore del buco! Per non uscire di metafora: il globo terracqueo è composto prevalentemente da acqua… che si fa? Si prova tutta? Amare un/una partner immaturo/a, a volte richiede “troppo amore“. Nessun commento invece per i “capelli verde rame”.

“SE SAPESSI COME FAI” di Luigi Tenco

“Vorrei che per me un giorno solo le parti si potessero invertire… quel giorno ti farei soffrire come adesso soffro io… Se sapessi come fai a fregartene così di me… a sapere così bene sino a che punto ho bisogno di te… A saperlo così Bene ancor meglio di me.”

Un altro manifesto dell’amore che fa soffrire? Eccolo. Qui è un uomo a disperarsi, ma la dinamica è la stessa: uno dei due partner “ama troppo”, ama anche per l’altro.

“UN’ EMOZIONE DA POCO” di I. Fossati, cantata da Anna Oxa

“dimmi che senso ha dare amore a un uomo senza pietà uno che non si è mai sentito finito che non ha mai perduto… per me, più che normale che un’emozione da poco mi faccia stare male, una parola detta piano basta già… ed io non vedo più la realtà non vedo più a che punto sta la netta differenza fra il più cieco amore e la più stupida pazienza no, io non vedo più la realtà nè quanta tenerezza ti da la mia incoerenza pensare che vivresti benissimo anche senza.”

“non vedo più a che punto sta la netta differenza fra il più cieco amore e la più stupida pazienza”… Un’ altra donna che si accontenta di pochissimo, di una parola detta piano…

AMANDOTI di CCCP

“Amarti m’affatica mi svuota dentro qualcosa che assomiglia a ridere nel pianto… Amarti m’affatica mi dà malinconia che vuoi farci è la vita la mia.”

L’amore che affatica… Tutto sommato questa immagine, rispetto alle altre, non è poi tanto male. L’ amore infatti, lo abbiamo detto, non è sinonimo di sofferenza, quanto piuttosto il compagno ideale di fatica, impegno, responsabilità e lavoro. Una coppia intelligente, poi, sa come dividere tutto questo in modo che i punti di forza di ciascuno risplendanoCi auguriamo che nella situazione raccontata, la fatica sia doppia e non a senso unico… anche se “il sentirsi vuoti” e “il ridere per disperazione” non sono certo “sintomi” d’amore.

E’ stato poco più di uno scherzo, tuttavia ci ha aiutato a riflettere sul significato del verbo “AMARE”. Considerando infatti che tutte queste sono ritenute canzoni “d’ amore”, credo valga la pena ricordare come dovrebbe essere una relazione d’amore “sana”. L’amore è un fatto di qualità più che di quantità. Amare molto non significa amare bene. Amare bene comporta rispetto, fiducia, onestà, sostegno reciproco, significa vivere una relazione di equilibrio tra il dare e il ricevere, significa mantenere identità separate e avere una buona comunicazione. Con questi presupposti, cerchiamo di fare del nostro meglio per rendere le nostre relazioni, delle vere relazioni d’amore.

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Dott.ssa Silvia Darecchio  – Psicologa – San Polo di Torrile (Pr)  contatti

Dimmi di che segno sei…

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Alzi la mano chi non ha almeno un amico patito di oroscopi, chi non ne ha mai letto uno o chi non ha mai sentito pronunciare una frase del tipo: “ah, sei sagittario?! Ti facevo cancro… comunque toro e sagittario vanno molto d’accordo!”

La caratteristica degli oroscopi (ma anche di molti test di “psicologia popolare”), è quello di presentare una serie di caratteristiche che il lettore trova sorprendentemente adatte alla propria personalità. Peccato che queste descrizioni siano applicabili a molte altre persone!

Perché crediamo all’astrologia, agli oroscopi e simili “pseudo-scienze” anche se esse forniscono descrizioni o previsioni della nostra personalità assolutamente infondate?

Parliamo dell’ “effetto Forer” (chiamato anche effetto di convalida soggettiva, o effetto Barnum) ovvero di quel fenomeno per il quale ogni individuo, posto di fronte a un profilo psicologico che crede a lui riferito, tende a immedesimarsi in esso ritenendolo preciso e accurato, senza accorgersi che quel profilo è abbastanza vago e generico da adattarsi a un numero molto ampio di persone. L’effetto Forer fornisce una parziale spiegazione della grande diffusione di alcune pseudoscienze come l’astrologia appunto, la divinazione e di molti test di personalità “da rivista”.

Correva l’anno 1948 quando Bertram R. Forer, psicologo e docente universitario, mise a punto un interessante studio. Convinto che la diagnosi clinica dovesse fondarsi su principi scientifici validati, decise di esplorare in che modo affermazioni molto generiche potessero essere accolte come vere dalle persone a cui si riferivano.

astrology-1244769__340Il professor Forer (1914-2000) per studiare il fenomeno dell’ oroscopo, decise di utilizzare come “cavie” i propri studenti ai quali somministrò il Diagnostic Interest Blank, un test di personalità. Il test avrebbe dovuto produrre dei profili personalizzati. Tuttavia gli studenti furono  ingannati poiché, al posto dei propri risultati al test, ricevettero, senza saperlo, tutti lo stesso profilo, composto da affermazioni prese pedissequamente da una rivista di astrologia. Successivamente chiese agli stessi studenti di valutare l’ accuratezza del profilo ricevuto con un voto da 0 a 5. La media dei voti fu di 4.26 (dove 5 significava perfetta aderenza tra il profilo restituito e la propria personalità). Ciò significa che gli studenti valutarono la descrizione come molto convincente. Solo al termine Forer rivelò agli studenti che era stato consegnato a tutti uno stesso profilo psicologico, del tutto indipendente dai risultati del test. Il giudizio così recitava:.  

« Hai molto bisogno che gli altri ti apprezzino e ti stimino eppure hai una tendenza a essere critico nei confronti di te stesso. Pur avendo alcune debolezze nel carattere, sei generalmente in grado di porvi rimedio. Hai molte capacità inutilizzate che non hai volto a tuo vantaggio. Disciplinato e controllato all’esterno, tendi a essere preoccupato e insicuro dentro di te. A volte dubiti seriamente di aver preso la giusta decisione o di aver fatto la cosa giusta. Preferisci una certa dose di cambiamento e varietà e ti senti insoddisfatto se obbligato a restrizioni e limitazioni. Ti vanti di essere indipendente nelle tue idee e di non accettare le opinioni degli altri senza una prova che ti soddisfi. Ma hai scoperto che è imprudente essere troppo sinceri nel rivelarsi agli altri. A volte sei estroverso, affabile, socievole, mentre altre volte sei introverso, diffidente e riservato. Alcune delle tue aspirazioni tendono a essere davvero irrealistiche. »

La genericità della affermazioni, caratteristica di qualunque oroscopo, è uno dei principi fondamentali di quello che da allora viene definito “effetto Forer” : tutti possono riconoscersi facilmente in simili frasi specie se presentate non singolarmente, ma insieme ad altre a comporre un profilo globale

Variabili che influenzano l’effetto Forer: recenti studi hanno dimostrato che viene dato un voto di accuratezza più alto se:

  • Il soggetto crede che l’analisi sia personalizzata
  • Il soggetto è sensibile all’autorità dell’esaminatore
  • L’analisi elenca tratti generici e comuni
  • L’analisi elenca principalmente tratti positivi

Ovvero: chi è esente da autocritiche o non ha mai avuto aspirazioni irrealistiche? Chi di noi non ritiene importante la sicurezza? Inoltre, la credibilità di un profilo personologico aumenterà ulteriormente se le affermazioni avranno un tono positivo, saranno recepite come personalizzate sul soggetto e l’esaminatore/astrologo sarà ritenuto una fonte autorevole.

L’effetto Forer ha il suo fondamento nel funzionamento cognitivo della mente umana. zodiac-sign-832478__340

Molte delle affermazioni generiche e vaghe in cui ci riconosciamo ben si prestano a fornire scorciatoie cognitive (scorciatoie per prendere decisioni, dare giudizi, risolvere problemi e in definitiva rapportarci col mondo) che consentano alla mente di risolvere, con “risparmio di energie”, il disagio di dover scegliere tra tendenze caratteriali opposte, evitando un ragionamento più complesso. Ad esempio, scrivere “a volte sei estroverso mentre in altre occasioni ti comporti da persona timida” permette alla mente di rimanere in superficie, dando per buona l’intera frase. E’ un trucco semplice ma efficace. Un effetto analogo lo si ottiene usando affermazioni che possono applicarsi alla maggioranza della popolazione, come: “vuoi piacere agli altri”. O includere frasi nelle quali si afferma che abbiamo alcune potenzialità non ancora sviluppate: “hai un potenziale considerevole tutto da sviluppare”; alla fine, a tutti noi ci fa piacere essere adulati e questo causa in noi una certa cecità di fronte alla realtà. Certo è che tendiamo ad accettare quelle affermazioni nella stessa misura in cui desideriamo che queste siano reali e ci risultano sufficientemente positive e lusinghiere.

Un fattore che sicuramente incide nell’ Effetto Forer è che oggi dobbiamo gestire troppe informazioni, la maggioranza delle stesse in contraddizione, e questo in un certo modo ci causa un vuoto psicologico che ci vediamo tentati a riempire con delle informazioni semplici, positive che generano speranze a volte palesemente false.

Insomma oroscopi, falsi test psicologici, social network… dimostrano che non smetteremo mai di usare scorciatoie cognitive che ci sollevino dall’esercitare un pensiero critico. Credere, anche solo per i pochi minuti in cui leggiamo l’oroscopo, che il mondo possa essere una realtà semplice, banale e prevedibile è in sé decisamente rassicurante, ma anche tristemente ingenuo.

Come imparano i nostri bambini?

EMOZIONI E APPRENDIMENTO

Non è solo “cognitivamente” (cioè attraverso percezione, comprensione e memoria) che si impara. Un ruolo altrettanto importante, infatti, nel processo di apprendimento, lo giocano le emozioni. Nel passato le emozioni sono state, per lo più, bandite dalle scuole, perché non misurabili oggettivamente e perché potenzialmente di intralcio all’attività didattica, condotta con procedure rigide, rigorose e intransigenti. Oggi, grazie alle prove raccolte sul campo, è stato dimostrato quanto l’aspetto emotivo/affettivo sia importante non solo nell’apprendimento ma anche nella comunicazione, nell’interazione sociale e in ogni altro comportamento umano; si è, cioè, finalmente adottato un punto di vista unitario, che considera l’Uomo una totalità di razionalità ed emotività. E’ in questa cornice (olistica) che ogni bambino deve essere educato e deve imparare ad apprendere.


 

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Non solo, oggi finalmente, il ruolo delle emozioni nei processi di apprendimento è suffragato anche dalle scoperte delle neuroscienze, che non molto tempo fa hanno dimostrato l’esistenza di una connessione neurale tra sistemi emotivi e sistemi cognitiviL’ippocampo, l’organo responsabile dei ricordi (a lungo termine), ha forti connessioni con l’amigdala e altri moduli della regione limbica coinvolti nella genesi delle emozioni. Tale organizzazione neuroanatomica spiega un fenomeno che tutti in realtà abbiamo sperimentato: poiché i ricordi hanno una dimensione emotiva, gli allievi apprendono ciò che interessa loro (apprendono cioè quello che ha procurato loro piacere mentre lo stavano imparando). 

Ovviamente non tutte le emozioni sono uguali. Tra le emozioni c’è uno squilibrio a vantaggio di quelle negative, specialmente verso la paura. Le risposte di paura hanno sempre la meglio: occupano la nostra attenzione e la nostra coscienza ogni volta che possono. Da qui gli effetti deleteri per l’apprendimento di un ambiente angoscioso, ansiogeno, caratterizzato da trascuratezza o peggio da abusi. Gli ambienti avversi o minacciosi possono innalzare i livelli di cortisolo all’interno del corpo. È ben dimostrato che l’eccesso di cortisolo influisce negativamente sul funzionamento della corteccia frontale, il che a sua volta si ripercuote sull’attenzione, sulla memoria di lavoro eccetera. La percezione e il ricordo delle minacce terranno occupata la memoria di lavoro che dovrebbe invece prestare attenzione alle esperienze di apprendimento e al contenuto della lezione.

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La dimensione emotiva dell’apprendimento ha, quindi, forti implicazioni educative per quanto riguarda la pedagogia dell’insegnamento, per questo non può essere, in alcun modo, ignorata.

Cosa si può fare per ridurre la paura degli allievi? Esistono degli approcci rivolti agli insegnanti, che vanno diffondendosi sempre più nelle scuole, basati sull’intelligenza emotiva, ovvero la capacità di percepire, esprimere, comprendere e gestire adeguatamente le emozioni in maniera preparata ed efficace. Tali approcci indicano, in varia misura, quali fattori devono essere utilizzati per misurare l’intelligenza emotiva. Essi comprendono:

  •  la capacità di identificare i propri stati emotivi, insieme alla capacità di esprimerli agli altri;
  • la capacità di riconoscere e comprendere le emozioni degli altri e quelle che si manifestano in risposta ai diversi tipi di stimoli ed ambienti;
  • la misura in cui le emozioni e la conoscenza emozionale partecipano ai processi di decisione e/o soluzione di problemi;
  • la capacità di gestire le emozioni positive e negative proprie e altrui;
  • il controllo efficace dei forti stati emotivi sperimentati al lavoro, come la rabbia, lo stress, l’ansia e la frustrazione.

Una scuola che fa entrare le emozioni in classe, che “approfitta” della loro naturale presenza, diventa inoltre un’istituzione che si impegna su un fronte ampio, in cui gli obiettivi diventano di tipo generale perché non riguardano solo l’istruzione in senso classico, ma la formazione umana. Trasformare le emozioni in risorsa consente all’insegnante/docente una serie di vantaggi preziosi in termini di stimolo per l’apprendimento (ma anche per l’insegnamento), tra questi:

  • sintonia nella relazione formatore-allievo;
  • comunicazione più profonda;
  • lavoro più significativo;
  • potenziamento del coinvolgimento dell’alunno/studente;
  • creazione di una partecipazione attiva e collaborativa;
  • generazione di un efficace apprendimento personale e condiviso;
  • creazione di un clima di gruppo favorevole all’apprendimento e allo sviluppo di relazioni.

Da oltre 10 anni ascolto ed aiuto le persone, concretamente, ad uscire dalle situazioni difficili, a fronteggiare le sfide esistenziali e a riprogettare il futuro. In condizioni di incertezza posso aiutarti a superare le tue difficoltà, accompagnandoti verso una consapevolezza rinnovata delle relazioni che vivi, dei bisogni tuoi e degli altri, e del modo che hai di gestire i rapporti interpersonali. Posso aiutarti a ritrovare la serenità e il benessere tuoi, e della tua famiglia. Oltre al servizio di CONSULENZA ON-LINE E VIDEO-CONSULENZA ON-LINE ricevo nel mio studio in provincia di Parma per COLLOQUI IN PRESENZA

Dott.ssa Silvia Darecchio

PADRI E FIGLIE: papà ricordatevi che…

I “MUST BE” DELLA RELAZIONE PADRE – FIGLIA

dad-2010511__340-e1521464205883.pngSe essere padre è difficile, essere un buon padre lo è molto di più. Potrebbe essere utile allora ricordare cosa non dovrebbe mai mancare nella relazione padre-figlia, per fare di questa relazione un luogo in cui una figlia possa sentirsi sempre accolta.

  • AMORE E AFFETTO: quello che conta è amarla. Le cose che una figlia desidera di più,  infatti, sono l’amore e l’affetto dei propri genitori, molto più degli oggetti che voi padri potete comprarle o degli insegnamenti che potete darle. Vostra figlia vi deluderà diverse volte e commetterà tanti errori, tuttavia non lasciate mai che dubiti del vostro amore: ditele spesso che le volete bene.

  • BUONI ESEMPI: più delle parole contano i fatti. Vostra figlia osserva come trattate sua madre. Se dovete salvare un solo punto di tutta questa lista, fate che sia questo. Una delle cose migliori che potete fare per vostra figlia è amare e rispettare sua madre. Il rispetto verso la madre deve essere una priorità.  Amate la vostra compagna, prendetevi il tempo per uscire insieme, viaggiare e dimostrate a vostra figlia che è una vostra priorità, anche rispetto a lei.

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  • UN MODELLO MASCHILE POSITIVO: poiché ne influenzerete la futura scelta del partner, cercate di essere per vostra figlia un buon modello di riferimento maschile, un giorno sposerà qualcuno che vi assomiglia.

  • PROFONDITA’ VS SUPERFICIALITA’: insegnatele che quello che ha dentro è più importante del suo aspetto esteriore. Crescere delle ragazze oggi, mentre la cultura dominante è totalmente centrata su sensualità e apparenza, non è facile. Per questo dovete impegnarvi a insegnare loro che essere belle non vuol dire rispettare i canoni imposti dai media, ma avere forza d’animo, amore di sé, disponibilità verso gli altri. È quello che hanno dentro che farà fare strada alle vostre figlie, non il loro aspetto.

  • PARTECIPAZIONE: cercate di essere presenti nei suoi momenti importanti. Anche se siete impegnati cercate di esserci il più possibile. E quando potete essere presenti siateci davvero, non basta la vicinanza: quando siete con lei spegnete lo smartphone e lasciate andare le preoccupazioni. In un’epoca come la nostra è fin troppo facile esserci fisicamente, ma non con la testa. Quello che conta davvero è giocare, parlare, condividere attività che vi permettano di essere il più possibile con lei.

  • MEMORIA EMOTIVA: create momenti memorabili. Fate un viaggio importante per festeggiare vostra figlia che compie gli anni, che riesce in una grande impresa (per lei) o semplicemente per stare con lei. Celebrate dei piccoli riti: il venerdì sera cinema e pizza, le colazioni della domenica mattina, la camminata del sabato… Non necessariamente qualcosa di costoso o impegnativo, ma con un senso. Riempite il diario emotivo di vostra figlia di bei ricordi in vostra compagnia. 

  • INTERESSE: ascoltate la stessa musica, ma più in generale abbiate voglia di conoscere ciò che vostra figlia ama e lasciatevi entusiasmare dalle sue passioni. 

  • CONSAPEVOLEZZA: dimostratele che gli uomini sono gentili e che non temono emozioni e sentimenti. Fatele vedere che siete consapevoli di voi stessi e che non credete negli stereotipi di genere. Uscite con vostra figlia, potrete mostrarle come un uomo deve trattare una donna.

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  • VISIONE ALLARGATA VS EGOISMO: insegnatele a non essere al centro del mondo, a decentrarsi, a guardarsi attorno in cerca di un orizzonte più esteso. Insegnate a vostra figlia che la vita migliore è quella in cui umilmente ci doniamo agli altri. 

  • FORZA: insegnate a vostra figlia ad essere forte. Educatela ad essere resiliente e “tosta”, sia fisicamente, impegnandosi ad esempio nello sport, sia mentalmente, crescendola autonoma, capace di fare da sola e con una salda autostima.

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  • PRESENZA: non scomparite quando vostra figlia diventa adolescente. Alcuni papà vivono un disagio talmente grande da eclissarsi quando la figlia da bambina diventa una ragazza. Ma poi rimpiangono di aver perso una fase così importante come quella dell’adolescenza. Mestruazioni, fidanzati, ascelle da depilare, Snapchat, qualunque cosa sia… Non scomparite quando i suoi sentimenti e il suo corpo iniziano a cambiare, è un momento come un altro e non implica che lei abbia meno bisogno di voi.

  • MATURITA’: imparate a chiederle scusa. E’ del tutto umano sbagliare e anche un papà armato delle migliori intenzioni può farlo. Un padre maturo, tuttavia, è quello che sa che non è possibile avere tutto sotto controllo e che sa riconoscere e ammettere le proprie defaillances. Se avete commesso un errore con vostra figlia, chiedetele sinceramente perdono. E lei vi perdonerà.

  • IMPEGNO: il vostro ruolo è preziosissimo. Cercate di amare vostra figlia al meglio, spingendovi oltre i vostri limiti. 

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Amare troppo

Qualità o quantità: quando è “troppo”?

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 L’idea per cui il vero amore non vuole nulla in cambio è un’invenzione dei sottomessi: se dai, vuoi ricevere. È naturale, è la reciprocità.”           – W. Riso –                                            

Secondo la psicologa americana Robin Norwood, specializzata in terapia della famiglia e autrice del bestseller Donne che amano troppo, uno dei testi più letti sulla “psicopatologia dell’amore”, si ama troppo quando:

  • “amare vuol dire soffrire”;
  • si parla del* partner, dei suoi problemi, di quello che pensa e non pensa, dei suoi sentimenti nella maggior parte delle conversazioni con persone intime;
  • i malumori, il cattivo carattere, l’ indifferenza del* partner vengono giustificati o considerati conseguenze di un’infanzia infelice (o altro) e ci si trasforma nel* terapeuta dell’altro*;
  • il carattere, il modo di pensare e il comportamento del* partner non piacciono, ma ci si adatta pensando che, se saremo abbastanza attraenti e affettuosi*, lui*  cambierà per amore nostro ;
  • la relazione con il* partner mette a repentaglio il nostro benessere emotivo, la nostra sicurezza e forse la nostra salute.

* si fa riferimento sia ad partner maschio che femmina

“Amare” diventa “amare  troppo” quando abbiamo un partner incompatibile con i nostri sentimenti, che non si cura di noi, o non è disponibile, eppure non riusciamo a lasciarlo: in realtà lo desideriamo, ne abbiamo bisogno sempre di  più.                                                                         – R. Norwood – 

Secondo l’autrice, che raccontava di donne co-dipendenti, in realtà  non è l’amore a motivare queste relazioni, quanto piuttosto la paura: paura dell’abbandono; paura della solitudine; paura di non essere degne d’amore; paura di essere ignorate; paura di non sapersi arrangiare da sole; paura che una vita “normale”, con un partner equilibrato, non sia abbastanza emozionante e passionale;  paura che se lui non ci ama la colpa sia nostra. 

Amare troppo è calpestare, annullare se stesse  per  dedicarsi  completamente a cambiare un uomo “sbagliato” per noi che ci ossessiona, naturalmente  senza riuscirci.                                                                                                           – R. Norwood –

E’ bene sottolineare come questi comportamenti possano appartenere sia agli uomini che alle donne. Tuttavia sembra che uomini e donne mostrino delle differenze (a causa dei valori culturali, dell’educazione ricevuta, dell’ambiente familiare) nel percepire e nell’ affrontare le relazioni. Nella nostra cultura il fatto che una donna si sacrifichi per una relazione, sino ad annullarsi, è stato accettato per secoli fino a pochi decenni fa. La nostra cultura insegna che le donne, per amore, devono essere disposte a fare di tutto. Ecco perché questa dinamica patologica (relazioni sentimentali ossessionate ed ossessionanti, caratterizzate da dipendenza e da ruoli “fissi” e disfunzionali) riguarda il genere femminile più spesso di quello maschile. I maschi più facilmente sviluppano altri tipi di dipendenza, che secondo la cultura sono più consoni al loro sesso: magari diventano “drogati” di lavoro o di Internet, o passano le giornate a guardare lo sport. Adottano queste strategie estranianti per non dover affrontare malessere e problemi, che potrebbero suscitare sentimenti di vergogna o di colpa, difficili da sostenere. Ci sono ovviamente le eccezioni, è probabile, infatti,  che più di qualche uomo si riconosca nel ritratto di chi è ossessionato dall’amore.

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Norwood, nel suo libro, individua le caratteristiche personologiche “tipiche” delle donne che amano troppo:

  • sono molto responsabili;

  • sono impegnate con grande serietà e successo;

  • hanno scarsa stima di sé;

  • hanno poco riguardo per la propria integrità personale;

  • riversano tutte le proprie energie in tentativi disperati di influenzare e controllare gli altri, per cambiarli e farli diventare come loro desidererebbero;

  • hanno un profondo timore dell’abbandono;

  • pensano che sia meglio stare con qualcuno che non soddisfi del tutto i loro bisogni ma che non le abbandoni, piuttosto che con un partner più affettuoso e attraente che potrebbe anche lasciarle per un’ altra”.

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L’origine di tale condizione è da rintracciarsi, oltre che generalmente nella cultura dominante, particolarmente nell’infanzia, spesso nella relazione disfunzionale con le figure genitoriali. Le precoci esperienze infantili, infatti, hanno un’influenza fondamentale nel modo in cui da adulti ci relazioniamo con gli altri. Le situazioni dolorose e difficili, le carenze affettive, l’assenza di figure importanti o la mancanza di limiti sono solo alcuni dei fattori che segnano il nostro modo di cercare e di dare affetto. Le donne (e gli uomini) con una simile storia tendono così ad andare alla ricerca di un attaccamento sicuro e di protezione, anche se questo significa dover stare con un uomo (o con una donna) che fa soffrire. I comportamenti che impariamo quando siamo piccoli rimangono fissi dentro di noi, e continuiamo a metterli in atto per tutta la vita. Per questo motivo, abbandonarli o cambiarli è una grande sfida, e ci sembra difficile e pericolosa. Ma ancora più difficile è prenderne coscienza e affrontare la situazione per quella che è, essere in grado di vedere con chiarezza tutto ciò che sta succedendo. 

Amare troppo” significa essere dipendenti da una relazione, in modo malsano. E’ una vera e propria forma di dipendenza che assomiglia a quella per il cibo, per la droga o per l’alcol e come in tutte le dipendenze, è necessario capirne e ammetterne la gravità prima di uscirne. Una volta che ci si rende conto di avere un problema, è importante cercare un aiuto competente, perché la strada è impervia e difficile, e pensare di potercela fare da soli è un’illusione. Come scrive la Norwood “non praticare la propria dipendenza richiede uno sforzo maggiore del semplice ripetere a se stesse di cambiare.

L’itinerario verso la consapevolezza e l’equilibrio

E’ necessario imparare il percorso dell’amare se stesse, perché è quando finalmente emerge una sana autostima che è possibile imparare a fare scelte più sagge sul piano affettivo. Quando non si è più disperate e bisognose, quando non si è più disposte a sacrificare se stesse in modo patologico per un uomo, e quando non si sente più la stringente esigenza di controllare gli altri, per modificarne il comportamento o i sentimenti, ecco che l’amore vero e sano può finalmente arrivare.

Amore è tutto ciò che aumenta, allarga, arricchisce la nostra vita, verso tutte le altezze e tutte le profondità. L’amore non è un problema, come non lo è un veicolo; problematici sono soltanto il conducente, i viaggiatori e la strada.
– F. Kafka –

Dott.ssa Silvia Darecchio – Contatti 

Per approfondire:

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Autostima, prima dopo e durante i pasti!

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Perché è così importante costruire l’autostima fin da bambini?

L’autostima:

  • consente di provare e di sperimentare in autonomia;
  • consente di prendere decisioni imparando dagli errori;
  • consente di affrontare le sfide della vita invece di fuggire;
  • aiuta a sviluppare la “resilienza” (ovvero la capacità di far fronte in modo positivo agli eventi);
  • aiuta nella realizzazione del progetto di vita.  

Come fare ad aiutare i bambini a sviluppare una buona autostima?

Lo stress e la stanchezza possono portare a compiere degli errori con i figli, ma non c’è da preoccuparsi: sbagliare è umano! L’importante è avere ben chiaro quale sia l’atteggiamento giusto per far crescere un bambino felice e soddisfatto di sé…. Ecco qualche PAROLA CHIAVE per far crescere bambini sicuri e con una sana autostima:

  • AMORE INCONDIZIONATO: i bambini hanno bisogno di sentirsi amati indipendentemente da cosa fanno, da cosa pensano, da cosa provano, da cosa desiderano e da come sono;
  • ATTENZIONE: i bambini hanno bisogno delle attenzioni dei caregivers (letteralmente “coloro che danno cure”), hanno bisogno di “essere visti” e di essere riconosciuti come degni di attenzione;
  • RINFORZO POSITIVO. Il rinforzo positivo è un’ “arma” molto potente che deve essere usata con cautela: i bambini hanno bisogno di essere rinforzati soprattutto quando esprimono liberamente loro stessi;
  • ERRORI: i bambini devono poter sbagliare e imparare dai propri errori, in autonomia;
  • EMOZIONI: i bambini hanno bisogno di “alfabetizzazione emotiva” per imparare a riconoscere le emozioni, a viverle serenamente e a farsele amiche, tutte.
  • UNICITA’: ogni individuo è unico e irripetibile, a nessuno piace essere paragonato e confrontato con altri, neanche ai bambini;
  • INCORAGGIAMENTO: i bambini hanno bisogno di caregivers che credano in loro, che li consolino in caso di “errore” e che li “rimettano in sella”,  più fiduciosi di prima.

E’ giusto che il bambino non pensi di essere stato bravo solo se riesce alla perfezione. Il messaggio che deve passare è che ciò che conta è l’impegno e che i caregivers sono orgogliosi della persona che il bambino è: una persona che si è impegnata e che ha fatto del suo meglio. Il risultato finale non è importante!


Come psicologa, oltre al servizio di consulenza on-line, ricevo in studio a San Polo di Torrile (Parma). Da oltre 10 anni ascolto ed aiuto le persone, concretamente, ad uscire dalle situazioni difficili, a fronteggiare le sfide esistenziali e a riprogettare il futuro.

Dott.ssa Silvia Darecchio – contatti