Il genitore narcisista

people-3166794__340Il genitore narcisista è un genitore che tende ad avere, con il figlio, un legame prevalentemente di tipo possessivo. Il senso di possesso (di estensione) porta il genitore a rispondere, più o meno consapevolmente, con invidia e/o rabbia ai tentativi del figlio di guadagnare un maggior grado di autonomia e di affrancamento psicologico. Queste legittime spinte verso l’ autodeterminazione verranno, quindi, sabotate a scapito della serenità e del benessere del figlio. Negli scambi relazionali i genitori narcisisti usano soprattutto la critica e la svalutazione: strategie manipolative attuate in nome di una presunta “forma di amore” (la manipolazione mentale e ogni altro atto abusante, messi in pratica per minare la fiducia e la capacità di giudizio della vittima sono puniti dall’ art. 571 del codice penale).

Mentre un genitore “sufficientemente buono” ha una sicurezza in sé tale da consentirgli di riconoscere ai figli una ragionevole autonomia psicologica, un genitore, che soffre del Disturbo Narcisistico di Personalità, tende ad aver bisogno di indirizzare il figlio verso obiettivi (successo, bellezza, fama, prestigio sociale, ricchezza, ecc…) che lui stesso ha a cuore, senza considerare se questi soddisfino, o meno, le necessità e la personalità del figlio. Questa etero-direzione può portare il bambino prima e l’adolescente poi a considerare le esigenze emotive altrui più importanti delle proprie, fino a negare di avere dei bisogni o a confondere le priorità altrui con le proprie, perdendo inevitabilmente, in questo modo, le energie per una sana e serena affermazione di sé.

Lo psicologo americano Alan Rappoport nel suo articolo “Co-Narcissism: How We Accommodate to Narcissistic Parents”, oltre a definire le caratteristiche di personalità dei genitori narcisisti, introduce anche il termine “co- narcissism” (co-narcisismo) per riferirsi al modo con cui i figli si adattano ai loro genitori narcisisti.

portrait-3265605__340Alan Rappoport usa il termine “narcisismo” per riferirsi ad uno stato psicologico che affonda le proprie radici in un’ autostima estremamente bassa. Le persone narcisiste hanno molta paura di non essere ben considerate dagli altri, e quindi cercano di controllare il comportamento e i punti di vista degli altri, per proteggere la loro autostima. Sono persone rigide nelle relazioni interpersonali, si offendono facilmente, sono assorbite da loro stesse e hanno serie difficoltà ad empatizzare con il prossimo. La dinamica soggiacente del narcisismo è un senso di sé (spesso inconsapevolmente) come pericolosamente inadeguato e fortemente vulnerabile al rifiuto. L’uso comune del termine si riferisce ad alcuni dei modi con cui i narcisisti difendono la propria autostima:  

  • preoccupandosi costantemente della propria immagine fisica e sociale;
  • preoccupandosi di dare priorità ai propri pensieri e sentimenti;
  • preoccupandosi di esaltare la propria grandiosità;
  • immergendosi nei propri affari fino all’esclusione di tutto il resto (anche delle persone care);
  • insistendo sul fatto che le proprie opinioni e valori siano giusti; 
  • sentendosi facilmente offesi e prendendo le cose “sul personale”.

Nella misura in cui i genitori sono narcisisti, controllano, incolpano, sono assorbiti da loro stessi, non tollerano le opinioni degli altri, ignorano i bisogni e gli effetti dei loro comportamenti sui figli, richiedono che i bambini li vedano come vogliono essere visti. Possono inoltre esigere un certo comportamento dai loro figli perché li vedono come estensioni di loro stessi, atti a soddisfare i loro bisogni emotivi. I genitori narcisisti sono molto intrusivi in alcuni aspetti della vita privata dei loro figli e molto disinteressati ad altri, in modo totalmente arbitrario. In ogni caso i figli vengono puniti se non si conformano alle richieste più o meno esplicite: la punizione può andare dall’atto fisico, agli abusi verbali (insultare, ridicolizzare, generare senso di colpa, criticare), ai ricatti emotivi (far percepire al figlio che a causa della delusione bruciante, l’affetto viene meno). Quale che sia il modo con cui viene espressa la punizione ha lo scopo di forzare il comportamento del figlio nella direzione voluta e di soddisfare i bisogni narcisistici dei genitori.

grandparents-1956838__340Le persone che si sono adattate alla vita con genitori narcisisti, da adulte, mostrano di  non essere state in grado di sviluppare mezzi sani di auto-espressione e auto-indirizzamento. Alan Rappoport per definire questo tipo di adattamento ha coniato il termine “co-narcisismo”,  una parola che, non a caso, crea un ‘analogia con i rapporti tra “alcolista e  co-alcolista” e tra “dipendente e co-dipendente“. I co-alcolisti infatti collaborano in modo non consapevole con gli alcolisti, creando scuse per la dipendenza dell’altro, assecondandolo se necessario e non affrontando i problemi con assertività.  Lo stesso vale per la persona co-dipendente. La moglie di un marito violento che si prende la colpa per il comportamento del suo partner è un esempio di assunzione di responsabilità per i problemi di qualcun altro. Sia il narcisismo che il co-narcisismo sono strategie di adattamento che i figli hanno usato per far fronte alle realtà create dai loro genitori narcisisti. I figli dei narcisisti:

  • tendono a sentirsi eccessivamente responsabili per le altre persone;
  • tendono a presumere che i bisogni degli altri siano simili a quelli dei loro genitori, quindi si sentono in dovere di soddisfare tali bisogni, rispondendo nel modo richiesto;
  • tendono ad essere inconsapevoli dei propri sentimenti, bisogni ed esigenze e svaniscono in sottofondo nelle relazioni;
  • sono tipicamente insicuri perché non sono stati valutati per se stessi ma solo nella misura in cui hanno soddisfatto i bisogni dei loro genitori;
  • avendo sviluppato un concetto di sé sulla base del trattamento ricevuto dai genitori, spesso hanno idee molto imprecise su chi sono (ad esempio: possono temere di essere intrinsecamente insensibili, egoisti, difettosi, timorosi, non amorosi, eccessivamente esigenti, difficili da soddisfare, inibiti e / o privi di valore).

Le persone che si comportano co-narcisisticamente (tra queste i figli dei narcisisti) condividono una serie dei seguenti tratti:

  • avere bassa autostima;
  • lavorare duramente per compiacere gli altri;
  • rimandare alle opinioni altrui;
  • concentrarsi sulle visioni del mondo altrui e ignorare i propri orientamenti,
  • manifestare spesso depressione o ansia;
  • avere difficoltà nel riconoscere cosa pensano e sentono riguardo ad un argomento;
  • dubitare della validità delle proprie opinioni (specialmente quando queste sono in conflitto con le opinioni altrui); 
  • assumersi la responsabilità degli eventuali problemi nelle relazioni con gli altri.

people-3265058__340Spesso, la stessa persona mostra comportamenti sia narcisistici che co-narcisistici, a seconda delle circostanze. Una persona che è stata cresciuta da un genitore narcisista o co-narcisista tende a credere che, in ogni interazione interpersonale, una persona sia narcisista e l’altra co-narcisista, e spesso può interpretare una parte o l’altra. Comunemente, se nella coppia vi è un genitore narcisista e l’altro è co-narcisista, ecco che entrambi gli orientamenti sono modellanti per il bambino. Entrambe le condizioni sono radicate in una bassa autostima ed entrambe rappresentano modalità per difendersi dalle paure derivanti da critiche interiorizzate e di far fronte a persone che evocano queste critiche. Coloro che sono principalmente co-narcisisti possono comportarsi in modo narcisistico quando la loro autostima è minacciata o quando i loro partner assumono il ruolo di co-narcisista; le persone che si comportano principalmente in modo narcisistico possono agire co-narcisisticamente quando temono di essere ritenute responsabili e punite al posto di un altro.

Il narcisista ha bisogno di essere sotto i riflettori, e il co-narcisista serve da pubblico. Il narcisista è sul palco, si esibisce e richiede attenzione, apprezzamento, sostegno, lode, rassicurazione e incoraggiamento, e il ruolo del co-narcisista è quello di fornire queste cose. I co-narcisisti sono approvati e premiati quando si comportano bene nel loro ruolo, ma, diversamente, vengono corretti e puniti.

man-3029703__340Uno degli aspetti critici della situazione interpersonale di co-dipendenza è che non si tratta di una vera relazione. La relazione può essere definita infatti come una interazione interpersonale in cui ognuno è in grado di considerare e agire in base ai propri bisogni, esperienze e punti di vista, e dove i partecipanti sanno considerare e rispondere all’esperienza dell’altra persona. Entrambe le persone sono importanti. In un incontro narcisistico, c’è, psicologicamente, solo una persona. Il co-narcisista scompare e solo l’esperienza della persona narcisistica è importante. I bambini cresciuti da genitori narcisistici arrivano a credere che tutte le altre persone siano narcisiste in una certa misura. Di conseguenza, nelle loro relazioni, si orientano intorno all’altra persona, perdono un chiaro senso di se stessi e non possono esprimersi facilmente né essere pienamente nelle loro vite. La loro tendenza a non esprimere i propri pensieri, sentimenti e bisogni e l’abitudine a sostenere e incoraggiare i bisogni degli altri, creano uno squilibrio nelle loro relazioni: i loro partner, comportandosi narcisisticamente possono prendere e pretendere sempre più spazio per sé stessi; i co-narcisisti, in buona sostanza, nella relazione temono di esistere.

Le persone co-narcisiste temono spesso di essere considerate egoistiche e insensibili se agiscono in modo più assertivo. Hanno imparato a pensare in questo modo perché sono stati etichettati come egoisti o insensibili quando non si sono adattati ai bisogni emotivi dei loro genitori. Dice Alan Rappoport che le preoccupazioni dei pazienti circa il loro egoismo sono un indicatore del narcisismo dei genitori, perché la motivazione dell’egoismo predomina nelle menti delle persone narcisiste. È una componente importante del loro stile difensivo, ed è quindi una motivazione che tendono ad attribuire prontamente agli altri.

Ci sono tre tipi comuni di risposte da parte dei bambini ai problemi interpersonali presentati loro dai loro genitori: identificazione, conformità e ribellione (vedi Gootnick, 1997).images.jpeg

  • L’identificazione è l’imitazione di uno o entrambi i genitori. L’identificazione  può essere richiesta dai genitori per mantenere un senso di connessione con il bambino: il bambino, cioè, deve esibire le stesse qualità, valori, sentimenti e comportamenti che il genitore impiega per difendere la sua autostima. Ad esempio, un genitore che è un bullo può non solo intimidire suo figlio, ma può richiedere che anche il bambino diventi un bullo. Un genitore la cui autostima dipende dalla sua carriera accademica può richiedere che anche il bambino sia orientato verso il mondo accademico e valuti (o svaluti) il bambino in relazione alle sue realizzazioni in questo settore. L’identificazione è una risposta al genitore che vede il bambino come un rappresentante di se stesso, ed è il prezzo della connessione con il genitore. Il bambino diventa narcisista.
  • La conformità si riferisce all’adattamento co-narcisistico descritto in precedenza, in cui il bambino diventa il pubblico “approvante” cercato dal genitore. Il bambino è conforme ai bisogni del genitore essendo la controparte che il genitore cerca. Tutte e tre le forme di adattamento (identificazione, conformità e ribellione) possono essere considerate come conformità in un senso più ampio, poiché, in ogni caso, il bambino rispetta in qualche modo i bisogni del genitore ed è definito dal genitore. Ciò che definisce la conformità in questo senso è che il bambino diventa la controparte di cui il genitore ha bisogno per gestire le minacce alla sua autostima.
  • La ribellione si riferisce allo stato di combattimento per non accettare i dettami del genitore comportandosi in opposizione ad essi. Un esempio di questo comportamento è quello di un bambino intelligente che fa male a scuola in risposta al bisogno dei suoi genitori di ottenere prestigio. Il problema critico qui è che il bambino sta inconsciamente tentando di non sottostare alla definizione del genitore di lui, nonostante la sua costrizione interiore a soddisfare i bisogni dei genitori. Quindi agisce in modo autodistruttivo per cercare di mantenere un senso di indipendenza (se la pressione per la conformità non fosse stata interiorizzata, il bambino sarebbe libero di avere successo, nonostante la tendenza dei genitori a cooptare i suoi risultati.)

I narcisisti incolpano gli altri per i loro problemi; tendono a non cercare un aiuto psicologico perché temono di essere visti carenti e questo li costringe a granitici atteggiamenti difensivi. Non si sentono liberi o abbastanza al sicuri da esaminare il proprio comportamento, e tipicamente evitano la situazione terapeutica. I co-narcisisti, invece, sono pronti ad accettare la colpa e la responsabilità dei problemi, e sono molto più propensi a cercare aiuto, perché spesso sentono di aver bisogno di cambiare la loro situazione.   Non è azzardato dire, afferma l’autore, che ogni narcisista ha avuto genitori narcisisti e che i genitori dei loro genitori lo erano ancora di più. Genitori narcisisti creano figli che, se questa dinamica intergenerazionale non viene spezzata, saranno portati a diventare a loro volta dei genitori narcisisti.

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Come psicologa, oltre al servizio di consulenza online, ricevo in studio a San Polo di Torrile (Parma). Da oltre 10 anni ascolto ed aiuto le persone, concretamente, ad uscire dalle situazioni difficili, a fronteggiare le sfide esistenziali e a riprogettare il futuro.

In condizioni di stallo motivazionale e sofferenza psicologica posso aiutarti a superare le tue difficoltà, accompagnandoti verso una consapevolezza rinnovata di te, dei tuoi bisogni, delle tue priorità e del tuo modo di “funzionare”. Posso aiutarti a ritrovare la serenità e  il benessere.

Dott.ssa Silvia Darecchio – contatti

Il Disturbo Narcisistico di Personalità

Come capire se una persona soffre del Disturbo Narcisistico di Personalità? 

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Per capire se una persona soffre di Disturbo Narcisistico di Personalità devono essere  presenti almeno cinque tra i seguenti sintomi specifici,

sintomi della personalità narcisistica:

  • mancanza di empatia;
  • idee grandiose di sé (sentono di meritare un trattamento speciale, di avere particolari poteri, talenti, attrattività, di dover frequentare persone altrettanto speciali o di status elevato;
  • fantasie di successo illimitato (potere, fascino, bellezza o amore ideale);
  • tendenza a sentirsi svalutati (pensare di non essere sufficientemente apprezzati e riconosciuti nel valore);
  • senso di vuoto e apatia (nonostante eventuali successi);
  • richiesta eccessiva di ammirazione;
  • tendenza allo sfruttamento degli altri;
  • sentimenti di disprezzo, vergona o invidia;
  • atteggiamenti arroganti e presuntuosi.

Le parole chiave per questo disturbo sono “impulsività e instabilità”.

woman-3048525__340Caratteristiche psicologiche del Disturbo Narcisistico di Personalità

Le caratteristiche psicologiche degli individui con Disturbo Narcisistico di Personalità possono essere suddivise in termini di 1. visione di se stessi; 2. visione degli altri; 3. credenze intermedie e profonde;  e 4. strategie di affrontamento delle difficoltà.

  1. Visione di se stessi: io sono vulnerabile (all’abuso, al tradimento, alla trascuratezza); sono “difettoso”; “Sono cattivo”; “Non so chi sono”; “Sono debole e mi sento sovrastato”; “Non riesco ad aiutarmi”;
  2. Visione degli altri: gli altri anche se sono calorosi e affettuosi restano inaffidabili perché : “Sono forti e potrebbero essere di sostegno, ma dopo un po’ cambiare per ferirmi o abbandonarmi”;
  3. Credenze intermedie e profonde: credo che : “Devo sempre chiedere quello di cui ho bisogno”, “Devo rispondere quando mi sento attaccato”, “Lo devo fare perché devo sentirmi meglio”, “Se sono solo, non sarò in grado di affrontare la situazione”, “Se mi fido di qualcuno, questi prima o poi mi abbandonerà o abuserà e starò male”, “Se i miei sentimenti sono ignorati o trascurati, perderò il controllo”;
  4. Strategie di affrontamento delle difficoltà: se una situazione mi sovrasta mi sottometto, alterno l’inibizione ad una protesta drammatica, punisco gli altri, elimino la tensione con azioni autolesive.

Quali sono le cause del Disturbo?

Il disturbo narcisistico di personalità potrebbe essere causato da molteplici condizioni. La maggior parte delle ricerche sostiene l’idea che a causare tale sintomatologia concorrano fattori ereditari e ambientali.

Fattori ambientali:

  • IPOTESI 1:  genitori che credono nella superiorità del figlio, che premierebbero solo le qualità in grado di sostenere l’immagine grandiosa di sé e che garantiscono il successo.
  • IPOTESI 2:  ambiente familiare incapace di fornire al bambino le necessarie attenzioni e cure, di riconoscere, nominare e regolare le sue emozioni, nonché di sostenere la sua autostima o i suoi desideri. Questo tipo di contesto disfunzionale tenderebbe a sviluppare nel bambino l’idea di poter vivere facendo a meno degli altri e di poter contare unicamente su se stesso.
  • IPOTESI 3:  ambiente eccessivamente iperprotettivo che danneggia la fiducia del bambino in sé o anche un ambiente oltremodo permissivo e indulgente che comunica al bambino un senso di superiorità.
  • IPOTESI 4:  bambino vittima di offese e umiliazioni, soprattutto da parte dei coetanei, potrebbe far fronte alle continue minacce alla propria autostima sviluppando un senso di sé grandioso.

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Il disturbo e la quotidianità

Il disturbo narcisistico di personalità può compromettere ogni ambito della vita delle persone che ne soffrono: la professione, le relazioni e i rapporti di coppia. I narcisisti, infatti, quando non ricevono risposte alle loro continue richieste di ammirazione, di trattamenti di favore e alla soddisfazione immediata dei loro bisogni, possono divenire furiosi o mostrare disprezzo e distacco e, mancando di empatia, ricorrere alla manipolazione per raggiungere i propri scopi, fino alla messa in atto di comportamenti abusanti per riconquistare il potere che sentono di avere perduto. Se vengono criticati e se non ottengono il riconoscimento, che credono di meritare, possono reagire con rabbia o vergogna. Inoltre, poiché ritengono che lo status sociale ricopra un ruolo fondamentale nell’ esaltazione della propria immagine grandiosa, spesso si legano a persone famose o speciali che forniscono loro importanza di riflesso, sviluppando rapporti opportunistici e superficiali.  Gli altri, d’altro canto, sentendosi sfruttati, manipolati e non rispettati nei loro bisogni potrebbero decidere di allontanarli. Questi distacchi, confermando uno dei peggiori timori dei narcisisti, portano a periodi di forte ansia e depressione; per lo più gli unici sintomi, che riescono a motivare, chi soffre di questo disturbo di personalità, a cercare l’ aiuto di un professionista.

Le stime di prevalenza del Disturbo Narcisistico di Personalità nella popolazione generale sono dell’1% e interessa principalmente i maschi e i paesi capitalistici occidentali.

 


Dott.ssa Silvia Darecchio  – Psicologa – San Polo di Torrile (Pr)  contatti

 

Dimmi di che segno sei…

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Alzi la mano chi non ha almeno un amico patito di oroscopi, chi non ne ha mai letto uno o chi non ha mai sentito pronunciare una frase del tipo: “ah, sei sagittario?! Ti facevo cancro… comunque toro e sagittario vanno molto d’accordo!”

La caratteristica degli oroscopi (ma anche di molti test di “psicologia popolare”), è quello di presentare una serie di caratteristiche che il lettore trova sorprendentemente adatte alla propria personalità. Peccato che queste descrizioni siano applicabili a molte altre persone!

Perché crediamo all’astrologia, agli oroscopi e simili “pseudo-scienze” anche se esse forniscono descrizioni o previsioni della nostra personalità assolutamente infondate?

Parliamo dell’ “effetto Forer” (chiamato anche effetto di convalida soggettiva, o effetto Barnum) ovvero di quel fenomeno per il quale ogni individuo, posto di fronte a un profilo psicologico che crede a lui riferito, tende a immedesimarsi in esso ritenendolo preciso e accurato, senza accorgersi che quel profilo è abbastanza vago e generico da adattarsi a un numero molto ampio di persone. L’effetto Forer fornisce una parziale spiegazione della grande diffusione di alcune pseudoscienze come l’astrologia appunto, la divinazione e di molti test di personalità “da rivista”.

Correva l’anno 1948 quando Bertram R. Forer, psicologo e docente universitario, mise a punto un interessante studio. Convinto che la diagnosi clinica dovesse fondarsi su principi scientifici validati, decise di esplorare in che modo affermazioni molto generiche potessero essere accolte come vere dalle persone a cui si riferivano.

astrology-1244769__340Il professor Forer (1914-2000) per studiare il fenomeno dell’ oroscopo, decise di utilizzare come “cavie” i propri studenti ai quali somministrò il Diagnostic Interest Blank, un test di personalità. Il test avrebbe dovuto produrre dei profili personalizzati. Tuttavia gli studenti furono  ingannati poiché, al posto dei propri risultati al test, ricevettero, senza saperlo, tutti lo stesso profilo, composto da affermazioni prese pedissequamente da una rivista di astrologia. Successivamente chiese agli stessi studenti di valutare l’ accuratezza del profilo ricevuto con un voto da 0 a 5. La media dei voti fu di 4.26 (dove 5 significava perfetta aderenza tra il profilo restituito e la propria personalità). Ciò significa che gli studenti valutarono la descrizione come molto convincente. Solo al termine Forer rivelò agli studenti che era stato consegnato a tutti uno stesso profilo psicologico, del tutto indipendente dai risultati del test. Il giudizio così recitava:.  

« Hai molto bisogno che gli altri ti apprezzino e ti stimino eppure hai una tendenza a essere critico nei confronti di te stesso. Pur avendo alcune debolezze nel carattere, sei generalmente in grado di porvi rimedio. Hai molte capacità inutilizzate che non hai volto a tuo vantaggio. Disciplinato e controllato all’esterno, tendi a essere preoccupato e insicuro dentro di te. A volte dubiti seriamente di aver preso la giusta decisione o di aver fatto la cosa giusta. Preferisci una certa dose di cambiamento e varietà e ti senti insoddisfatto se obbligato a restrizioni e limitazioni. Ti vanti di essere indipendente nelle tue idee e di non accettare le opinioni degli altri senza una prova che ti soddisfi. Ma hai scoperto che è imprudente essere troppo sinceri nel rivelarsi agli altri. A volte sei estroverso, affabile, socievole, mentre altre volte sei introverso, diffidente e riservato. Alcune delle tue aspirazioni tendono a essere davvero irrealistiche. »

La genericità della affermazioni, caratteristica di qualunque oroscopo, è uno dei principi fondamentali di quello che da allora viene definito “effetto Forer” : tutti possono riconoscersi facilmente in simili frasi specie se presentate non singolarmente, ma insieme ad altre a comporre un profilo globale

Variabili che influenzano l’effetto Forer: recenti studi hanno dimostrato che viene dato un voto di accuratezza più alto se:

  • Il soggetto crede che l’analisi sia personalizzata
  • Il soggetto è sensibile all’autorità dell’esaminatore
  • L’analisi elenca tratti generici e comuni
  • L’analisi elenca principalmente tratti positivi

Ovvero: chi è esente da autocritiche o non ha mai avuto aspirazioni irrealistiche? Chi di noi non ritiene importante la sicurezza? Inoltre, la credibilità di un profilo personologico aumenterà ulteriormente se le affermazioni avranno un tono positivo, saranno recepite come personalizzate sul soggetto e l’esaminatore/astrologo sarà ritenuto una fonte autorevole.

L’effetto Forer ha il suo fondamento nel funzionamento cognitivo della mente umana. zodiac-sign-832478__340

Molte delle affermazioni generiche e vaghe in cui ci riconosciamo ben si prestano a fornire scorciatoie cognitive (scorciatoie per prendere decisioni, dare giudizi, risolvere problemi e in definitiva rapportarci col mondo) che consentano alla mente di risolvere, con “risparmio di energie”, il disagio di dover scegliere tra tendenze caratteriali opposte, evitando un ragionamento più complesso. Ad esempio, scrivere “a volte sei estroverso mentre in altre occasioni ti comporti da persona timida” permette alla mente di rimanere in superficie, dando per buona l’intera frase. E’ un trucco semplice ma efficace. Un effetto analogo lo si ottiene usando affermazioni che possono applicarsi alla maggioranza della popolazione, come: “vuoi piacere agli altri”. O includere frasi nelle quali si afferma che abbiamo alcune potenzialità non ancora sviluppate: “hai un potenziale considerevole tutto da sviluppare”; alla fine, a tutti noi ci fa piacere essere adulati e questo causa in noi una certa cecità di fronte alla realtà. Certo è che tendiamo ad accettare quelle affermazioni nella stessa misura in cui desideriamo che queste siano reali e ci risultano sufficientemente positive e lusinghiere.

Un fattore che sicuramente incide nell’ Effetto Forer è che oggi dobbiamo gestire troppe informazioni, la maggioranza delle stesse in contraddizione, e questo in un certo modo ci causa un vuoto psicologico che ci vediamo tentati a riempire con delle informazioni semplici, positive che generano speranze a volte palesemente false.

Insomma oroscopi, falsi test psicologici, social network… dimostrano che non smetteremo mai di usare scorciatoie cognitive che ci sollevino dall’esercitare un pensiero critico. Credere, anche solo per i pochi minuti in cui leggiamo l’oroscopo, che il mondo possa essere una realtà semplice, banale e prevedibile è in sé decisamente rassicurante, ma anche tristemente ingenuo.

Come imparano i nostri bambini?

EMOZIONI E APPRENDIMENTO

Non è solo “cognitivamente” (cioè attraverso percezione, comprensione e memoria) che si impara. Un ruolo altrettanto importante, infatti, nel processo di apprendimento, lo giocano le emozioni. Nel passato le emozioni sono state, per lo più, bandite dalle scuole, perché non misurabili oggettivamente e perché potenzialmente di intralcio all’attività didattica, condotta con procedure rigide, rigorose e intransigenti. Oggi, grazie alle prove raccolte sul campo, è stato dimostrato quanto l’aspetto emotivo/affettivo sia importante non solo nell’apprendimento ma anche nella comunicazione, nell’interazione sociale e in ogni altro comportamento umano; si è, cioè, finalmente adottato un punto di vista unitario, che considera l’Uomo una totalità di razionalità ed emotività. E’ in questa cornice (olistica) che ogni bambino deve essere educato e deve imparare ad apprendere.


 

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Non solo, oggi finalmente, il ruolo delle emozioni nei processi di apprendimento è suffragato anche dalle scoperte delle neuroscienze, che non molto tempo fa hanno dimostrato l’esistenza di una connessione neurale tra sistemi emotivi e sistemi cognitiviL’ippocampo, l’organo responsabile dei ricordi (a lungo termine), ha forti connessioni con l’amigdala e altri moduli della regione limbica coinvolti nella genesi delle emozioni. Tale organizzazione neuroanatomica spiega un fenomeno che tutti in realtà abbiamo sperimentato: poiché i ricordi hanno una dimensione emotiva, gli allievi apprendono ciò che interessa loro (apprendono cioè quello che ha procurato loro piacere mentre lo stavano imparando). 

Ovviamente non tutte le emozioni sono uguali. Tra le emozioni c’è uno squilibrio a vantaggio di quelle negative, specialmente verso la paura. Le risposte di paura hanno sempre la meglio: occupano la nostra attenzione e la nostra coscienza ogni volta che possono. Da qui gli effetti deleteri per l’apprendimento di un ambiente angoscioso, ansiogeno, caratterizzato da trascuratezza o peggio da abusi. Gli ambienti avversi o minacciosi possono innalzare i livelli di cortisolo all’interno del corpo. È ben dimostrato che l’eccesso di cortisolo influisce negativamente sul funzionamento della corteccia frontale, il che a sua volta si ripercuote sull’attenzione, sulla memoria di lavoro eccetera. La percezione e il ricordo delle minacce terranno occupata la memoria di lavoro che dovrebbe invece prestare attenzione alle esperienze di apprendimento e al contenuto della lezione.

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La dimensione emotiva dell’apprendimento ha, quindi, forti implicazioni educative per quanto riguarda la pedagogia dell’insegnamento, per questo non può essere, in alcun modo, ignorata.

Cosa si può fare per ridurre la paura degli allievi? Esistono degli approcci rivolti agli insegnanti, che vanno diffondendosi sempre più nelle scuole, basati sull’intelligenza emotiva, ovvero la capacità di percepire, esprimere, comprendere e gestire adeguatamente le emozioni in maniera preparata ed efficace. Tali approcci indicano, in varia misura, quali fattori devono essere utilizzati per misurare l’intelligenza emotiva. Essi comprendono:

  •  la capacità di identificare i propri stati emotivi, insieme alla capacità di esprimerli agli altri;
  • la capacità di riconoscere e comprendere le emozioni degli altri e quelle che si manifestano in risposta ai diversi tipi di stimoli ed ambienti;
  • la misura in cui le emozioni e la conoscenza emozionale partecipano ai processi di decisione e/o soluzione di problemi;
  • la capacità di gestire le emozioni positive e negative proprie e altrui;
  • il controllo efficace dei forti stati emotivi sperimentati al lavoro, come la rabbia, lo stress, l’ansia e la frustrazione.

Una scuola che fa entrare le emozioni in classe, che “approfitta” della loro naturale presenza, diventa inoltre un’istituzione che si impegna su un fronte ampio, in cui gli obiettivi diventano di tipo generale perché non riguardano solo l’istruzione in senso classico, ma la formazione umana. Trasformare le emozioni in risorsa consente all’insegnante/docente una serie di vantaggi preziosi in termini di stimolo per l’apprendimento (ma anche per l’insegnamento), tra questi:

  • sintonia nella relazione formatore-allievo;
  • comunicazione più profonda;
  • lavoro più significativo;
  • potenziamento del coinvolgimento dell’alunno/studente;
  • creazione di una partecipazione attiva e collaborativa;
  • generazione di un efficace apprendimento personale e condiviso;
  • creazione di un clima di gruppo favorevole all’apprendimento e allo sviluppo di relazioni.

Da oltre 10 anni ascolto ed aiuto le persone, concretamente, ad uscire dalle situazioni difficili, a fronteggiare le sfide esistenziali e a riprogettare il futuro. In condizioni di incertezza posso aiutarti a superare le tue difficoltà, accompagnandoti verso una consapevolezza rinnovata delle relazioni che vivi, dei bisogni tuoi e degli altri, e del modo che hai di gestire i rapporti interpersonali. Posso aiutarti a ritrovare la serenità e il benessere tuoi, e della tua famiglia. Oltre al servizio di CONSULENZA ON-LINE E VIDEO-CONSULENZA ON-LINE ricevo nel mio studio in provincia di Parma per COLLOQUI IN PRESENZA

Dott.ssa Silvia Darecchio

PADRI E FIGLIE: papà ricordatevi che…

I “MUST BE” DELLA RELAZIONE PADRE – FIGLIA

dad-2010511__340-e1521464205883.pngSe essere padre è difficile, essere un buon padre lo è molto di più. Potrebbe essere utile allora ricordare cosa non dovrebbe mai mancare nella relazione padre-figlia, per fare di questa relazione un luogo in cui una figlia possa sentirsi sempre accolta.

  • AMORE E AFFETTO: quello che conta è amarla. Le cose che una figlia desidera di più,  infatti, sono l’amore e l’affetto dei propri genitori, molto più degli oggetti che voi padri potete comprarle o degli insegnamenti che potete darle. Vostra figlia vi deluderà diverse volte e commetterà tanti errori, tuttavia non lasciate mai che dubiti del vostro amore: ditele spesso che le volete bene.

  • BUONI ESEMPI: più delle parole contano i fatti. Vostra figlia osserva come trattate sua madre. Se dovete salvare un solo punto di tutta questa lista, fate che sia questo. Una delle cose migliori che potete fare per vostra figlia è amare e rispettare sua madre. Il rispetto verso la madre deve essere una priorità.  Amate la vostra compagna, prendetevi il tempo per uscire insieme, viaggiare e dimostrate a vostra figlia che è una vostra priorità, anche rispetto a lei.

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  • UN MODELLO MASCHILE POSITIVO: poiché ne influenzerete la futura scelta del partner, cercate di essere per vostra figlia un buon modello di riferimento maschile, un giorno sposerà qualcuno che vi assomiglia.

  • PROFONDITA’ VS SUPERFICIALITA’: insegnatele che quello che ha dentro è più importante del suo aspetto esteriore. Crescere delle ragazze oggi, mentre la cultura dominante è totalmente centrata su sensualità e apparenza, non è facile. Per questo dovete impegnarvi a insegnare loro che essere belle non vuol dire rispettare i canoni imposti dai media, ma avere forza d’animo, amore di sé, disponibilità verso gli altri. È quello che hanno dentro che farà fare strada alle vostre figlie, non il loro aspetto.

  • PARTECIPAZIONE: cercate di essere presenti nei suoi momenti importanti. Anche se siete impegnati cercate di esserci il più possibile. E quando potete essere presenti siateci davvero, non basta la vicinanza: quando siete con lei spegnete lo smartphone e lasciate andare le preoccupazioni. In un’epoca come la nostra è fin troppo facile esserci fisicamente, ma non con la testa. Quello che conta davvero è giocare, parlare, condividere attività che vi permettano di essere il più possibile con lei.

  • MEMORIA EMOTIVA: create momenti memorabili. Fate un viaggio importante per festeggiare vostra figlia che compie gli anni, che riesce in una grande impresa (per lei) o semplicemente per stare con lei. Celebrate dei piccoli riti: il venerdì sera cinema e pizza, le colazioni della domenica mattina, la camminata del sabato… Non necessariamente qualcosa di costoso o impegnativo, ma con un senso. Riempite il diario emotivo di vostra figlia di bei ricordi in vostra compagnia. 

  • INTERESSE: ascoltate la stessa musica, ma più in generale abbiate voglia di conoscere ciò che vostra figlia ama e lasciatevi entusiasmare dalle sue passioni. 

  • CONSAPEVOLEZZA: dimostratele che gli uomini sono gentili e che non temono emozioni e sentimenti. Fatele vedere che siete consapevoli di voi stessi e che non credete negli stereotipi di genere. Uscite con vostra figlia, potrete mostrarle come un uomo deve trattare una donna.

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  • VISIONE ALLARGATA VS EGOISMO: insegnatele a non essere al centro del mondo, a decentrarsi, a guardarsi attorno in cerca di un orizzonte più esteso. Insegnate a vostra figlia che la vita migliore è quella in cui umilmente ci doniamo agli altri. 

  • FORZA: insegnate a vostra figlia ad essere forte. Educatela ad essere resiliente e “tosta”, sia fisicamente, impegnandosi ad esempio nello sport, sia mentalmente, crescendola autonoma, capace di fare da sola e con una salda autostima.

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  • PRESENZA: non scomparite quando vostra figlia diventa adolescente. Alcuni papà vivono un disagio talmente grande da eclissarsi quando la figlia da bambina diventa una ragazza. Ma poi rimpiangono di aver perso una fase così importante come quella dell’adolescenza. Mestruazioni, fidanzati, ascelle da depilare, Snapchat, qualunque cosa sia… Non scomparite quando i suoi sentimenti e il suo corpo iniziano a cambiare, è un momento come un altro e non implica che lei abbia meno bisogno di voi.

  • MATURITA’: imparate a chiederle scusa. E’ del tutto umano sbagliare e anche un papà armato delle migliori intenzioni può farlo. Un padre maturo, tuttavia, è quello che sa che non è possibile avere tutto sotto controllo e che sa riconoscere e ammettere le proprie defaillances. Se avete commesso un errore con vostra figlia, chiedetele sinceramente perdono. E lei vi perdonerà.

  • IMPEGNO: il vostro ruolo è preziosissimo. Cercate di amare vostra figlia al meglio, spingendovi oltre i vostri limiti. 

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Da oltre 10 anni ascolto ed aiuto le persone, concretamente, ad uscire dalle situazioni difficili, a fronteggiare le sfide esistenziali e a riprogettare il futuro. In condizioni di incertezza posso aiutarti a superare le tue difficoltà, accompagnandoti verso una consapevolezza rinnovata delle relazioni che vivi, dei bisogni tuoi e degli altri, e del modo che hai di gestire i rapporti interpersonali. Posso aiutarti a ritrovare la serenità e il benessere tuoi, e della tua famiglia. Oltre al servizio di CONSULENZA ON-LINE E VIDEO-CONSULENZA ON-LINE ricevo nel mio studio in provincia di Parma per COLLOQUI IN PRESENZA

Dott.ssa Silvia Darecchio  – Psicologa – San Polo di Torrile (Pr)  contatti

Padri e Figlie

La figura paterna vive dentro la figlia per tutta la vita ed ha un ruolo decisivo nel suo percorso di crescita. Il padre dal punto di vista evolutivo consente alla figlia di uscire dal puro e semplice rispecchiamento con la madre e di rompere il guscio del nido materno.


La relazione padre-figlia

A rendere così particolare e speciale la relazione tra padre e figlia vi è un mix di complicità, ammirazione reciproca, scoperta, incoraggiamento, affettività espressa e complessità. Una complessità che esplode nell’adolescenza, quando “lo sguardo del padre” diventa per la ragazza un ponte per la conquista della vita e della sessualità o viceversa una gabbia dove finiscono per rimanere intrappolati i propri sogni.

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Il padre, di fatto, rappresenta il primo incontro con il “maschile”. A partire dal comportamento del padre, la figlia, acquisisce elementi conoscitivi sull’”uomo” e costruisce idee, che resteranno radicate, circa cosa pensare, sentire e aspettarsi dagli uomini. In altre parole la relazione con il padre condizionerà i rapporti che la figlia avrà con tutte le figure maschili che incontrerà: tutti gli uomini con cui, la ragazza prima e la donna poi, instaurerà un rapporto, di qualsiasi tipo, riattiveranno le tracce di questo forte legame primario. Le dinamiche della relazione padre-figlia sono, quindi, di massima importanza per l’impatto che hanno sulle scelte esistenziali ed in particolare su quelle sentimentali di una donna e costituiscono un modello che condizionerà anche quell’ elemento maschile interno presente in ogni donna.

Sulla relazione col padre é anche fondata buona parte dell’autostima delle figlie, il padre cioè é chiamato a coltivare idee e comportamenti che ne conservino e ne accrescano l’autostima. Il padre aiuta la figlia ad “essere sé stessa” e la incoraggia a far uscire la propria personalità nella sua interezza.

Inoltre il padre è colui che rimanda al “senso”, al significato dell’esistenza, al suo scopo, alle domande più impegnative circa la vita. Dalla figura paterna dipendono in modo significativo anche la costruzione del sistema di valori, dei fondamenti ideologici e della dimensione sociale di ogni donna, prevalentemente spendibile nei rapporti sociali e lavorativi. Il padre è il ponte tra la famiglia e la società.


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L’INFANZIA

Durante l’infanzia, mentre il bambino vive con il genitore dello stesso sesso un rapporto ambivalente (essere come lui o contro di lui), la bambina desidera, univocamente, essere amata incondizionatamente dal padre, che occupa la posizione di un oggetto d’amore ideale e irraggiungibile. Questo è l’ aspetto che maggiormente causa le difficoltà dei padri ad accettare la separazione e la libertà (intellettuale e sessuale) delle loro figlie: la separazione è più contrastata, rispetto a quella dei figli maschi, perché implica una perdita amorosa senza ritorno. Il padre, quando la figlia è piccola, ne rappresenta il principale rapporto affettivo: un rapporto esclusivo, diretto, spontaneo, prevalentemente fisico e ludico ma anche profondamente investito dal punto di vista sentimentale ed erotico. Il padre è il Principe Azzurro delle fiabe, fonte e meta del desiderio, è l ‘eroe “senza macchia e senza paura”. Il ruolo paterno si declina fondamentalmente in due funzioni: una protettiva (è una guida, un consigliere, un rifugio emotivo) e l’altra normativa (è il garante delle regole, del rispetto, dei diritti/doveri). Nello sviluppo psico-affettivo delle bambine, la relazione con il padre, ricopre un ruolo fondamentale nella costruzione della propria identità di genere poiché determina un passaggio cruciale nello sviluppo psicologico della figlia: l’accettazione della femminilità e l’orientamento delle scelte sessuali e affettive.


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LA PREADOLESCENZA

La preadolescenza è il momento, tra i 10 e i 14 anni, che segna il passaggio dalla fanciullezza all’adolescenza. In questa fase, pur restando valida la duplice funzione paterna affettivo/normativa, il rapporto padre-figlia evolve e si caratterizza per un graduale e significativo processo di disillusione. È questo il periodo della separazione, della scoperta dei limiti genitoriali, del riconoscimento, accanto alla figura idealizzata del padre (del principe e dell’eroe), della persona per come è realmente, con punti deboli e di forza. Questo vissuto, si associa alla richiesta, da parte della figlia, di una maggiore autonomia e di spazi più ampi di responsabilità: per sperimentare e sperimentarsi, per esprimere i nuovi interessi e progetti emergenti, per investire la propria vitalità, per iniziare a giocarsi l’ emancipazione, a distanza dallo sguardo paterno. Attraverso lo svago e l’uscita con gli amici la figlia sottrae direttamente le sue esperienze alla tutela del proprio padre, pur rimanendo sotto le sue ali protettive. Nascono i bisticci, la difficoltà di dialogo, l’allontanamento fisico. Questa autonomia, ricercata in modo emotivamente disorganizzato ed impulsivo in età preadolescenziale diventa poi, in adolescenza, il risultato di un processo maturativo più complesso e consapevole. Dal punto di vista emotivo, le figlie chiedono che venga rispettata la loro privacy.


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L’ADOLESCENZA

Questa fase è caratterizzata da sentimenti e comportamenti di ribellione verso regole e doveri, e da sempre maggiore autonomia fattuale ed emotiva, che ora è il risultato di un processo maturativo più consapevole. La figlia adolescente, a causa della propria maturazione sessuale, sperimenta un senso di disagio relazionale nei confronti della figura paterna e conseguentemente vive un allontanamento emotivo e fisico da lui (allontanamento biunivoco in realtà: agito sia dal padre che della figlia). I padri potrebbero sentirsi tagliati fuori improvvisamente dalla vita della figlia, soffrendo molto di questa nuova condizione. Invece, è importante che un padre impari a rispettare questa distanza, considerandola indispensabile per l’affrancamento dalle figure genitoriali e l’individuazione. Durante l’adolescenza, le ragazze, come si diceva, hanno un “rapporto conflittuale” con i genitori ed in particolare con il padre, vissuto come portatore di autorità e difensore dei confini, intesi come limiti alla propria libertà personale. Se crescendo questa conflittualità non viene elaborata e il padre non viene visto come un interlocutore attivo e disponibile, le ragazze tenderanno a preferire partner con cui possono instaurare dei rapporti di tipo conflittuale, ritenendo che è bello soltanto un “amore litigarello”. I padri pericolosi, quelli impediti da problematiche personali irrisolte, sono quelli troppo fragili o troppo innamorati delle figlie. Quelli troppo fragili perché finiscono col consegnare la figlia a un’infanzia estremamente prolungata fra le braccia della madre. Quelli troppo innamorati perché diventano possessivi e morbosi, tenendo letteralmente in ostaggio le figlie, segregandole nell’adorazione del padre; e poi guai a quei padri idoli che rendono impossibile un altro amore; guai a quei padri così assillanti da impedire di vivere una vita propria; guai, infine, a quei padri assenti che costringono la figlia a una ricerca lunga tutta una vita. Se la fase dell’adolescenza viene superata con successo, grazie ad una figura paterna equilibrata e matura, arriva un periodo di relativa calma, serenità e stabilità nella relazione, associata, in età adulta, a sentimenti positivi e di tipo riparatorio riguardo a quegli atteggiamenti aggressivi e di rifiuto, manifestati durante l’adolescenza.


leggi ancheMIA FIGLIA MI ODIA


“TIPI” DI PADRI

Esistono, nei rapporti padre – figlia, alcune caratteristiche e stili prevalenti. La dott.ssa Adelia Lucattini, psichiatra, psicoterapeuta e psicoanalista, ne delinea alcuni:

IL PADRE PRESENTE: ha una significativa relazione emotiva e affettiva con la propria figlia. È una presenza anche con una funzione genitoriale normativa positiva, dà cioè regole e limiti. Una persona interessata, comprensiva, comunicativa, disponibile, che funge da guida nello sviluppo della propria figlia.

IL PADRE “PRINCIPE AZZURRO”: “tutte le bambine” afferma Lucattini, “vedono il padre come il proprio fidanzato o come il “principe azzurro”: se questo elemento però rimane nella vita adulta può creare dei problemi nei rapporti con l’altro sesso, perché qualunque ragazzo o fidanzato verrà sempre paragonato al padre, e non sempre uscirà dal confronto vincente. “

IL PADRE PERDUTO E IDEALIZZATO: ci sono poi situazioni in cui la figlia ha a che fare con un “padre idealizzato”. Parliamo di un padre che non è realmente riconosciuto per ciò che è, ma sul quale la figlia proietta l’immagine fantasiosa che ha di lui. Gli aggettivi utilizzati per qualificarlo sono sempre positivi, la sua figura è avvolgente, onnicomprensiva, totalizzante. “In questo caso la figura paterna rifletterà tutti i desideri e i bisogni della ragazza, in modo non realistico e difficilmente realizzabile ma ostinatamente ricercato e darà origine ad un rapporto in cui il compagno è percepito come perfetto e inattaccabile, a scapito di una percezione realistica di sé e di una realizzazione personale al di là delle proprie abilità e competenze”.

IL PADRE “MAMMO”: negli ultimi decenni si è affermato un nuovo tipo di paternità, in cui i padri spesso si sostituiscono alle madri diventando quasi dei “mammi”. “Se però il padre non riesce a recuperare con la propria figlia un rapporto più squisitamente virile, assertivo, che indirizza e consiglia, facendo tesoro del punto di vista maschile, il rischio è che, crescendo, la ragazza cerchi un “compagno-mammosu cui appoggiarsi e dipendere totalmente”.

IL PADRE INAFFIDABILE: se invece il padre risulta difficilmente comprensibile, se fin da piccola la figlia non riesce a capire se il padre le voglia bene oppure no, se sia interessato a lei oppure distratto dai propri impegni, da questa difficoltà possono nascere rapporti di tipo “amore-odio” in cui il padre è al tempo stesso amato e odiato, desiderato e respinto, cercato e allontanato, un padre di cui è in definitiva difficile fidarsi. “Questo non potrà che avere delle ripercussioni nel rapporto con il partner che verrà desiderato e temuto, sedotto e abbandonato, voluto e lasciato”.

IL PADRE AGGRESSIVO: esistono infine anche dei casi limite in cui, se il padre ha avuto dei comportamenti aggressivi svalutanti nei confronti della propria figlia, questa instaurerà col genitore e col partner un rapporto di tipo “persecutore-vittima” con inevitabili conseguenze negative sia sulla sua vita di figlia che in futuro nella sua vita di compagna, fidanzata o moglie.

IL PADRE ASSENTE: non è presente in alcun modo nella vita della figlia, né dal punto di vista fisico né dal punto di vista affettivo. Una persona totalmente disinteressata alla vita della figlia, un mondo a sé, a parte.   

IL PADRE NORMATIVO: invece intrattiene con la propria figlia un rapporto infantile, teso alla negazione della parte “matura” della stessa a favore di quella ideale. Un rapporto positivo finché rimane nella dimensione ludica del gioco o del divertimento, in cui la figlia accetta, più o meno consapevolmente e in modo passivo, il ruolo di bambina. Più precisamente è possibile distinguere tra le due sotto-tipologie del padre normativo: il normativo-protettivo e il normativo rigido. Il padre normativo protettivo è un buon consigliere ma a patto che la figlia incondizionatamente giuri a lui “amore eterno”; il padre normativo rigido è una persona estremamente autoritaria, rigida, chiusa, introversa, che richiede alla figlia di meritarsi il suo affetto, sotto condizione.


IN SINTESI

Quando parliamo di relazioni (e di tutto ciò che c’è di umano) vale la pena ribadire che la perfezione non esiste, che non esistono genitori perfetti, che non esiste una “universale ricetta magica” in grado di portare i processi di crescita al successo. Tuttavia è possibile, sempre, fare del proprio meglio: attraverso l’ impegno, il senso di responsabilità, la maturità, l‘interesse, la lungimiranza. In ultima analisi i padri hanno il compito di aiutare le figlie a diventare autentiche, a capire quello che realmente sono, abbandonando ogni tipo di idealità e condizionamento (sociale, culturale e/o personale). Potrà sembrare complicato, primariamente perché difficile è sovvertire il proprio sistema famigliare di dinamiche relazionali che, come un circolo vizioso, si tramanda di generazione in generazione; tuttavia questo tipo di cambiamento, per la salute e il benessere psicologico dei figli, è auspicabile. In questo senso può essere necessario l’aiuto di professionisti dei processi di crescita e delle relazioni.


Sei anche tu un padre responsabile in cerca di risposte? Vorresti avere con tua figlia un rapporto più sereno? Più facile? Più complice? Da mamma vorresti che tua figlia e suo padre avessero un rapporto più significativo? Da figlia ti sei accorta che tuo padre, in qualche modo, sta mancando nei tuoi confronti? Di questo e di molto altro parliamone insieme.


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Dott.ssa Silvia Darecchio – contatti 


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Madri e Figlie

LA RELAZIONE MADRE – FIGLIA

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Leggi l’articolo pubblicato sulla Gazzetta di Parma in fondo alla pagina

La figura materna è,  per ogni figlia,  un modello, un punto di riferimento, il tramite per entrare in relazione col mondo.

Il rapporto fra una madre e la propria figlia è indissolubile; è un rapporto complesso, ricco di sfumature, di significati, di emozioni ma anche di criticità. Parliamo di una relazione che, pur affondando le proprie radici nell’archetipo della grande madre amorevole e onnipotente (la grande madre archetipica è tutto ciò che è benevolo, protettivo, tollerante; ciò che favorisce la crescita, la fecondità, la nutrizione), è caratterizzata anche da rivalità, conflitti, incomprensioni, amore e odio.

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L’INFANZIA :

dal punto di vista ontogenetico la relazione  madre-figlia parte da una condizione di fusione, passa attraverso l’identificazione (che garantisce il radicamento del senso di identità nella figlia femmina) e arriva all’individuazione.  L’identificazione è quel processo che porta all’ interiorizzazione di un modello; sta alla base della costruzione dell’identità personale. Si tratta di un processo prevalentemente non consapevole che, nella sua forma primaria, è finalizzato alla capacità di distinguere la propria identità da quella degli altri (distinzione Io – Tu). Questo tipo di identificazione caratterizza, appunto, la prima infanzia e, come si diceva, prevalentemente la relazione con la madre. Per una bambina proprio a causa dell’ identificazione, percorrere la strada verso l’ individuazione risulta essere più difficile: il distacco dal primo oggetto d’amore, che è la madre, e la costruzione dell’identità,  ne possono risultare ostacolate.

Com’è in questa fase una “buona” madre?

Donald Winnicott ha definito le caratteristiche di una madre sana. L’autore si riferisce alla madre “sufficientemente buona” come ad una “madre normalmente devota”, ovvero di una madre capace di:

  • “preoccupazione materna primaria” cioè capace di alimentare nel neonato l’illusione di essere onnipotente e un tutt’uno con lei. Questo può avvenire grazie ad una totale dedizione;
  • “holding” cioè capace di fungere da contenitore delle angosce del bambino, intervenendo per soddisfare i suoi bisogni emotivi e riuscendo a mettersi da parte, nel momento in cui il bambino non ha bisogno di lei;
  • “adattarsi alle necessità del bambino che cresce” cioè capace di portare il bambino a tollerare la frustrazione, che compare quando viene meno la totale corresponsione materna ai suoi bisogni emotivi.

Quando però viene a mancare questo “tipo” di madre, questo calore, possono esserci delle ripercussioni sulle figlie. Non solo, esistono “tipologie di madri” che, a causa dei loro tratti disfunzionali, ostacolano una crescita sana. Quali sono?

  • la madre sacrificale: rinuncia a tutto (femminilità compresa) per il “bene” della figlia ma in buona sostanza le impedisce di crescere, perché se perde il ruolo di madre deve confrontarsi con il suo fagocitante senso di vuoto; il progressivo annullamento di sé stessa in funzione dei bisogni dei figli può portare nel tempo a stati d’ansia e a depressione;
  • la madre adolescente: è  una madre immatura, molto concentrata su di sé, che non può vedere crescere la figlia perché la percepisce come una rivale;
  • la madre opprimente : è la madre perennemente in ansia e ansiogena che ostacola la crescita mostrandosi fragile (malori, drammi, ecc…) e dipingendo scenari apocalittici;
  • la madre depressa: è la madre dominante e invadente che esprime il suo potere nel modo più prepotente: il rifiuto della separazione. Tutto ciò che può “minacciare” il rapporto madre-figlia viene sistematicamente attaccato (usando soprattutto il senso di colpa).

LA PRE-ADOLESCENZA:

nel rapporto madre-figlia i conflitti e le incomprensioni tendono ad acuirsi soprattutto quando, con l’ affacciarsi dell’adolescenza, la figlia gradualmente si stacca dalla propria madre. La fanciulla-preadolescente comincia ad allentare i legami tipici della fanciullezza, utilissimi fino a quel  momento, ma pericolosi da questo punto in avanti. Il legame materno deve allentarsi per far posto alle relazioni con le altre figure femminili (le coetanee, le insegnanti, le zie, le amiche della madre, ecc…) utili per favorire lo sviluppo di modelli diversificati, necessari per arricchire il quadro della femminilità della ragazza e per sviluppare un’ autonomia più completa e più libera.

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L’ ADOLESCENZA:

la madre, in questa fase, rappresenta il pericolo  più significativo in quanto ostacolo al “diventare grandi”. Gli adolescenti sentono, a causa della maggiore dipendenza affettiva dalla madre, che la relazione con lei è un grosso freno al raggiungimento dell’autonomia. La madre, infatti, riveste un ruolo ambivalente poiché, se da un lato, garantisce la sicurezza, dall’altro rende dipendenti; non consapevolmente tiene legati i figli al passato; con la sua onnipotenza invischia, frena l’ autodeterminazione e pone l’adolescente nella necessità di svincolarsi dal legame con lei per poter affermare la propria individualità. Se questo è valido per tutti i figli, per le femmine, a causa dell’identità di genere che fa essere la relazione maggiormente intima, ancora di più. L’adolescente femmina avverte che la madre rappresenta un pericolo per la conquista del bene più prezioso: la propria femminilità.  Accade allora che l’ostracismo e le aggressioni verbali siano all’ordine del giorno e che, per questo, le madri si lamentino e si rattristino, compiendo di fatto un errore di valutazione: questi atteggiamenti infatti spesso sono segnali di ‘trasformazione’ che, oltre ad essere inevitabili, sono un segno di crescita, di maturazione, di evoluzione, di distacco e di affrancamento, cioè di un processo a cui ogni madre dovrebbe aspirare (compito che vede il fallimento di tante madri).

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Le madri dovrebbero favorire questa separazione, prima di tutto realizzando sé stesse, poiché una donna soddisfatta è una madre migliore, e poi usando il conflitto come strumento di  distacco,  molte tuttavia temono fortemente questo scenario (autorealizzazione, separazione, conflitto) a causa di problematiche personali irrisolte (vedi  “tipologie di madri”).  Una figlia che obbedisce, che non contesta, che aderisce pedissequamente all’unico modello femminile proposto, rappresenta forse un ‘guaio’ in meno per genitori, non causando aperti contrasti, ma dimostra di agire una “tranquillità” preoccupante, manifestazione di un attaccamento “artificiale” in grado di distorcere il “normale” processo di crescita. Oggi molto più che in passato, i cambiamenti socio-culturali hanno alterato ciò che è “naturale” nel rapporto madre – figlia adolescente. Basti pensare, per esempio, a quelle mamme che si vestono e si atteggiano come le figlie adolescenti e che impediscono loro, di fatto, il distacco (vedi “madri adolescenti”).  Parliamo di mamme che giocano ruoli caratterizzati da egocentrismo e narcisismo, che fanno sempre più le amiche, che vivono e pensano come le figlie. Queste madri usano la carta della somiglianza: vogliono cioè fermare il tempo, rifiutano di invecchiare, amano, nei casi più estremi, essere scambiate per le sorelle delle figlie, tuttavia non fanno altro che ostacolarne lo sviluppo poiché favoriscono il processo  identificativo a discapito dell’ autonomia.

Se si lascia alla propria bambina il tempo di crescere e diventare una donna, rispettando la tappa della separazione/individuazione, aumentano le possibilità di una riconciliazione futura. Una volta che la figlia avrà consolidato la propria individualità, le sarà più facile riavvicinarsi alla madre. Ovviamente la ricetta, quando parliamo di relazioni (e di tutto ciò che c’è di umano),  non esiste. Tuttavia è possibile fare del proprio meglio per accompagnare le figlie lungo il percorso di  crescita, aiutandole a diventare quello che realmente sono, e non quello che si vorrebbe che fossero. Forse potrà essere complicato, perché difficile è interrompere il circolo vizioso che si tramanda da madre in figlia, ma di certo è possibile, magari, se occorre, anche rivolgendosi a professionisti della relazione di aiuto.

Questa pagina di approfondimento è diventata un articolo pubblicato sulla “Gazzetta di Parma”.

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Dott.ssa Silvia Darecchio – contatti 

Amare troppo

Qualità o quantità: quando è “troppo”?

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 L’idea per cui il vero amore non vuole nulla in cambio è un’invenzione dei sottomessi: se dai, vuoi ricevere. È naturale, è la reciprocità.”           – W. Riso –                                            

Secondo la psicologa americana Robin Norwood, specializzata in terapia della famiglia e autrice del bestseller Donne che amano troppo, uno dei testi più letti sulla “psicopatologia dell’amore”, si ama troppo quando:

  • “amare vuol dire soffrire”;
  • si parla del* partner, dei suoi problemi, di quello che pensa e non pensa, dei suoi sentimenti nella maggior parte delle conversazioni con persone intime;
  • i malumori, il cattivo carattere, l’ indifferenza del* partner vengono giustificati o considerati conseguenze di un’infanzia infelice (o altro) e ci si trasforma nel* terapeuta dell’altro*;
  • il carattere, il modo di pensare e il comportamento del* partner non piacciono, ma ci si adatta pensando che, se saremo abbastanza attraenti e affettuosi*, lui*  cambierà per amore nostro ;
  • la relazione con il* partner mette a repentaglio il nostro benessere emotivo, la nostra sicurezza e forse la nostra salute.

* si fa riferimento sia ad partner maschio che femmina

“Amare” diventa “amare  troppo” quando abbiamo un partner incompatibile con i nostri sentimenti, che non si cura di noi, o non è disponibile, eppure non riusciamo a lasciarlo: in realtà lo desideriamo, ne abbiamo bisogno sempre di  più.                                                                         – R. Norwood – 

Secondo l’autrice, che raccontava di donne co-dipendenti, in realtà  non è l’amore a motivare queste relazioni, quanto piuttosto la paura: paura dell’abbandono; paura della solitudine; paura di non essere degne d’amore; paura di essere ignorate; paura di non sapersi arrangiare da sole; paura che una vita “normale”, con un partner equilibrato, non sia abbastanza emozionante e passionale;  paura che se lui non ci ama la colpa sia nostra. 

Amare troppo è calpestare, annullare se stesse  per  dedicarsi  completamente a cambiare un uomo “sbagliato” per noi che ci ossessiona, naturalmente  senza riuscirci.                                                                                                           – R. Norwood –

E’ bene sottolineare come questi comportamenti possano appartenere sia agli uomini che alle donne. Tuttavia sembra che uomini e donne mostrino delle differenze (a causa dei valori culturali, dell’educazione ricevuta, dell’ambiente familiare) nel percepire e nell’ affrontare le relazioni. Nella nostra cultura il fatto che una donna si sacrifichi per una relazione, sino ad annullarsi, è stato accettato per secoli fino a pochi decenni fa. La nostra cultura insegna che le donne, per amore, devono essere disposte a fare di tutto. Ecco perché questa dinamica patologica (relazioni sentimentali ossessionate ed ossessionanti, caratterizzate da dipendenza e da ruoli “fissi” e disfunzionali) riguarda il genere femminile più spesso di quello maschile. I maschi più facilmente sviluppano altri tipi di dipendenza, che secondo la cultura sono più consoni al loro sesso: magari diventano “drogati” di lavoro o di Internet, o passano le giornate a guardare lo sport. Adottano queste strategie estranianti per non dover affrontare malessere e problemi, che potrebbero suscitare sentimenti di vergogna o di colpa, difficili da sostenere. Ci sono ovviamente le eccezioni, è probabile, infatti,  che più di qualche uomo si riconosca nel ritratto di chi è ossessionato dall’amore.

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Norwood, nel suo libro, individua le caratteristiche personologiche “tipiche” delle donne che amano troppo:

  • sono molto responsabili;

  • sono impegnate con grande serietà e successo;

  • hanno scarsa stima di sé;

  • hanno poco riguardo per la propria integrità personale;

  • riversano tutte le proprie energie in tentativi disperati di influenzare e controllare gli altri, per cambiarli e farli diventare come loro desidererebbero;

  • hanno un profondo timore dell’abbandono;

  • pensano che sia meglio stare con qualcuno che non soddisfi del tutto i loro bisogni ma che non le abbandoni, piuttosto che con un partner più affettuoso e attraente che potrebbe anche lasciarle per un’ altra”.

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L’origine di tale condizione è da rintracciarsi, oltre che generalmente nella cultura dominante, particolarmente nell’infanzia, spesso nella relazione disfunzionale con le figure genitoriali. Le precoci esperienze infantili, infatti, hanno un’influenza fondamentale nel modo in cui da adulti ci relazioniamo con gli altri. Le situazioni dolorose e difficili, le carenze affettive, l’assenza di figure importanti o la mancanza di limiti sono solo alcuni dei fattori che segnano il nostro modo di cercare e di dare affetto. Le donne (e gli uomini) con una simile storia tendono così ad andare alla ricerca di un attaccamento sicuro e di protezione, anche se questo significa dover stare con un uomo (o con una donna) che fa soffrire. I comportamenti che impariamo quando siamo piccoli rimangono fissi dentro di noi, e continuiamo a metterli in atto per tutta la vita. Per questo motivo, abbandonarli o cambiarli è una grande sfida, e ci sembra difficile e pericolosa. Ma ancora più difficile è prenderne coscienza e affrontare la situazione per quella che è, essere in grado di vedere con chiarezza tutto ciò che sta succedendo. 

Amare troppo” significa essere dipendenti da una relazione, in modo malsano. E’ una vera e propria forma di dipendenza che assomiglia a quella per il cibo, per la droga o per l’alcol e come in tutte le dipendenze, è necessario capirne e ammetterne la gravità prima di uscirne. Una volta che ci si rende conto di avere un problema, è importante cercare un aiuto competente, perché la strada è impervia e difficile, e pensare di potercela fare da soli è un’illusione. Come scrive la Norwood “non praticare la propria dipendenza richiede uno sforzo maggiore del semplice ripetere a se stesse di cambiare.

L’itinerario verso la consapevolezza e l’equilibrio

E’ necessario imparare il percorso dell’amare se stesse, perché è quando finalmente emerge una sana autostima che è possibile imparare a fare scelte più sagge sul piano affettivo. Quando non si è più disperate e bisognose, quando non si è più disposte a sacrificare se stesse in modo patologico per un uomo, e quando non si sente più la stringente esigenza di controllare gli altri, per modificarne il comportamento o i sentimenti, ecco che l’amore vero e sano può finalmente arrivare.

Amore è tutto ciò che aumenta, allarga, arricchisce la nostra vita, verso tutte le altezze e tutte le profondità. L’amore non è un problema, come non lo è un veicolo; problematici sono soltanto il conducente, i viaggiatori e la strada.
– F. Kafka –

Dott.ssa Silvia Darecchio – Contatti 

Per approfondire:

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Depressione: invalidità e legge 104

Anche la depressione è stata fatta rientrare fra le patologie che beneficiano della legge 104. Si parla di invalidità causata dallo stato ansioso depressivo quando dalla depressione deriva una significativa riduzione della capacità lavorativa. 

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L’ esistenza del disturbo depressivo maggiore verrà verificata e certificata da un’ apposita commissione medica. Qualora la condizione clinica fosse confermata,  nei casi più gravi (quelli che comportano un vero e proprio handicap compromettendo la vita sociale, lavorativa e lo stato di salute complessivo della persona), il lavoratore potrà  usufruire della 104 (la Legge 104/92  è  il riferimento legislativo per l’assistenza, l’integrazione sociale e i diritti delle persone con handicap).

Per le patologie depressive, sono state esplicitate le relative percentuali d’invalidità riconosciute (nella tabella qui sotto), che danno diritto ad agevolazioni e a diverse prestazioni di assistenza.

CONDIZIONE CLINICA

PERCENTUALE  INVALIDITA’

Sindrome depressiva endoreattiva lieve

10.%

Sindrome depressiva endoreattiva media

25.%

Sindrome depressiva endoreattiva grave

dal 31% al 40%

Sindrome depressiva endogena lieve

30.%

Sindrome depressiva endogena media

dal 41% al 50%

Sindrome depressiva endogena grave

dal 71% al 80%

Nevrosi ansiosa

15.%

Nevrosi fobico ossessiva e/o ipocondriaca di media entità

dal 21% al 30%

Nevrosi fobico ossessiva lieve

15.%

Nevrosi fobico ossessiva grave

dal 41% al 50%

Psicosi ossessiva

dal 71% al 80%

La SINDROME DEPRESSIVA ENDOREATTIVA è una forma di disturbo mentale strettamente legata ad un avvenimento doloroso (ad esempio un lutto, una perdita, una sconfitta, disturbi fisici) caratterizzata da un’ ‘intensità e una durata sproporzionate rispetto alla “normale” reazione di fronte a simili eventi. L” elemento tipico della depressione endoreattiva è un sentimento di tristezza vissuto con forte partecipazione emotiva.

La SINDROME DEPRESSIVA ENDOGENA è un disturbo dell’  ‘umore caratterizzato da profonda tristezza, sconforto e apatia. Tuttavia, la causa della depressione endogena differisce da quella della depressione endoreattiva. Nella prima non si presenta una situazione esterna scatenante ma è dovuta a fattori interni psico-biologici, è causata, cioè, da un’alterazione o da un cambiamento strutturale della biochimica cerebrale; nella depressione endoreattiva, invece, esiste una relazione evidente tra il fattore scatenante e l’inizio del disturbo.

Con “NEVROSI” ci si riferisce ad una classe di disturbi mentali di media gravità non causati da una condizione organica. Le nevrosi implicano sintomi di stress (depressione, ansietà, comportamento ossessivo, ipocondria)  e non sono caratterizzate da una radicale perdita di contatto con la realtà , come nelle psicosi. Questo termine non è più usato dalla comunità psichiatrica americana dal 1980 quando è stato eliminato dal  Diagnostic and Statistical Manual of Mental Disorders con la pubblicazione del DSM III. E’  ancora usato nel sistema di classificazione  ICD-10 . 

La PSICOSI OSSESSIVA (psiconevrosi ossessiva coatta) è costituita dalla prevalenza di idee fisse ed ossessioni, in contrasto con la personalità del soggetto e con le sue credenze, a contenuto non necessariamente patologico, ma che patologicamente agiscono, in quanto dominano il pensiero, deformandone il naturale svolgimento. Le idee fisse o ossessive (dette anche idee coatte incoercibili) rappresentano un continuo conflitto con la volontà e, per tale conflitto, si accentua quel disordine del tono affettivo che è base della psiconevrosi stessa e che, per l”  esasperazione della tensione emotiva, si trasforma in uno spasmodico stato di angoscia. 

COSA SPETTA AL RICHIEDENTE:  qualora il lavoratore depresso fosse riconosciuto come portatore di handicap, avrebbe diritto a tutti i benefici connessi alla legge 104/92, ovvero:

  • permessi retribuiti mensili (diritto di assentarsi per 3 giornate al mese);
  • scelta della sede di lavoro;
  • rifiuto al trasferimento;
  • agevolazioni fiscali.

COME PROCEDERE PER OTTENERE L’  INVALIDITA’  :  dopo che il medico curante avrà valutato lo stato depressivo del paziente, verrà emesso un certificato medico. La domanda di invalidità, corredata del numero di protocollo del certificato, dovrà essere inviata all’Inps attraverso il servizio “Domanda di invalidità”, accessibile dal sito Web dell’INPS (la domanda potrà essere inviata anche tramite patronato o Contact Center). Una volta compilata e inviata la domanda, l’  ‘Inps fisserà un appuntamento con la commissione medica Asl per l’accertamento dell’handicap (se il richiedente non sarà in grado di recarsi alla visita, sarà possibile richiedere anche una valutazione direttamente al proprio domicilio).

Generazione “touch”

I bambini piccoli e la rivoluzione digitale

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I nuovi media touchscreen (smartphone, tablet, notebook) hanno aumentato le possibilità di accesso dei bambini al di sotto dei 3 anni alle tecnologie digitali, poiché il loro uso è immediato e intuitivo. La «rivoluzione digitale» influisce sugli scenari educativi costringendo i genitori e gli educatori ad interrogarsi in merito al proprio ruolo, rispetto al fenomeno. Mentre l’uso del computer richiedeva alcune competenze di base indispensabili (usare in modo adeguato il mouse e la tastiera), tablet, smartphone, ecc.. consentono, anche ai più piccoli, di superare le barriere (linguistiche e di interazione), accedendo direttamente ai contenuti digitali e vivendo esperienze che, soltanto alcuni anni fa, erano impensabili (vedere video, giocare, leggere storie, ecc…). Per comprendere meglio quali siano i processi cognitivi coinvolti nell’utilizzo dei new media e per ridefinire i ruoli educativi, i contesti e le prassi che possano rendere i bambini autori e costruttori del proprio sapere, educatori e ricercatori sono obbligati a porre al centro delle loro valutazioni le modalità con le quali i bambini più piccoli si accostano e fruiscono delle “tecnologie touch”. 

La nascita delle tecnologie touch risale all’inizio degli anni Novanta, ma è a partire dal 2007 che inizia la vera «rivoluzione», quando Apple lancia sul mercato la prima versione dell’iPhone. Grazie allo schermo tattile, viene ripristinata  la corporeità nell’interazione con la tecnologia, elemento che permette anche ai bambini più piccoli (che non sanno leggere e scrivere e non hanno raggiunto determinati livelli di coordinazione oculo-manuale), di interagire con le tecnologie molto prima, rispetto al passato.  Sono diverse oramai le indagini che confermano questa tendenza. Di seguito qualche esempio:

STATI UNITI:  studio effettuato dall’Einstein Medical Centre di Filadelfia (Kabali et al., 2015).

2015

bambini < 1 anno che interagiscono spesso con smartphone o tablet

36,00%

Risultati pubblicati dalla fondazione Common Sense Media.

2011

2014

bambini più piccoli: accesso ai media digitali

52,00%

75,00%

bambini < 2 anni: uso dispositivo mobile

10,00%

28,00%

bambini: uso media digitali almeno 1 volta al giorno

8,00%

17,00%

bambini: tempo dedicato alle tecnologie digitali

X

3X (triplicato)

Si evince da questi dati, dunque,  che è ampliato l’accesso dei più piccoli alle tecnologie digitali e che è aumentato il tempo ad esse dedicato. Collegati a questi dati ve ne sono altri altrettanto interessanti:

  • il tempo trascorso dai bambini in compagnia dei media più tradizionali (tv, dvd, videogames e computer) è diminuito;
  • esiste un gap tra bambini ricchi e bambini poveri: permane una disparità, ma l’accesso ai dispositivi mobili, da parte dei bambini appartenenti alle fasce meno abbienti della popolazione, è aumentato

La medesima tendenza è confermata anche da studi condotti in diversi Paesi europei.

REGNO UNITO: dati contenuti nel rapporto pubblicato da Ofcom nel 2014.

2011

2014

Famiglie in possesso di dispositivi touch (tablet, smartphone, ecc…)

7,00%

71,00%

2013

2014

Bambini di 3-4 anni in possesso di un tablet

3,00%

11,00%

FRANCIA – da a uno studio effettuato da Cristia e Seidl . 

2015

bambini tra 5-24 mesi che hanno usato un dispositivo touchscreen

58,00%

MONDO:  dati relativi alle app scaricate dall’Apple Store.

2009

2011

2012

2013

2014

app scaricate

1 miliardo

10 miliardi

25 miliardi

50 miliardi

75 miliardi

ITALIA:  rilevazioni Eurispes (2016).

2015

2016

italiani che possiedono 1 smartphone

67,00%

75,70%

Gli italiani e lo smartphone: attività più diffuse

Chiamare ed essere chiamati

99,30%

Inviare / ricevere sms

85,10%

Usare Whatsapp / altre applicazioni di messaggistica

75,20%

Fare Foto / filmati

69,00%

Ricevere foto / filmati

68,00%

Navigare su internet

66,80%

Usare applicazioni

54,20%

Usare social network

51,10%

2015

2016

italiani che possiedono 1 tablet/ipad

36,80%

43,30%

Navigare su Internet è ormai un dato di fatto per la maggior parte della popolazione italiana (81,5%) . Nel mondo i numeri, relativi alla relazione tra bambini e internet, confermano il fatto che, negli ultimi anni, si è verificato un boom delle connessioni anche da parte dei bambini al di sotto degli 8 anni, pur con differenze tra i diversi contesti nazionali.  Gli italiani usano la Rete per:

Cercare informazioni di loro interesse

97,80%

Inviare/ricevere e-mail

85,80%

Navigare sui social network

68,90%

Guardare filmati su youtube

66,80%

Controllare il proprio conto bancario

65,10%

Fare acquisti

55,00%

Per ottenere dati specifici relativi ai più piccoli è necessario, però, fare riferimento all’ultima indagine conoscitiva condotta in Italia da Eurispes e Telefono Azzurro (2012), sulla condizione dell’infanzia e dell’adolescenza.

2012

Bambini <2 anni che usano dispositivi mobili per giocare/guardare video

38,00%

Anche nel nostro Paese, quindi, l’avvicinamento dei bambini, anche dei più piccoli, alle tecnologie digitali sembra essere inevitabile e precoce. La questione più urgente, allora, è comprendere se e in che modo, questi cambiamenti, coinvolgono anche in profondità il modo dei bambini di pensare, di apprendere, di percepire la propria identità e di vivere le relazioni e come deve cambiare, di conseguenza, il ruolo degli adulti. Alcune delle domande più ricorrenti a tale proposito sono:

  • I “nativi digitali” sviluppano una “mente diversa”?
  • Gli schemi cognitivi possono essere modificati dalla “tecnologia touch”?
  • Le “tecnologie touch” possono alterare la capacità di percepire e di esprimere emozioni?
  • In tale fase di “rivoluzione digitale” qual è il ruolo dei servizi educativi?

Non sembra possibile dare risposte definitive a queste domande, sia perché la nascita del fenomeno è piuttosto recente, sia perché, purtroppo, il numero di ricerche effettuate sull’argomento è ancora esiguo. Tuttavia qui di seguito sono sinteticamente illustrati gli studi più rilevanti, dai quali evincere spunti interessanti di riflessione.

  1. La ricerca condotta da Eugene A. Geist (2012) fatta allo scopo di studiare le interazioni spontanee tra bambini di 2-3 anni e il tablet, in contesti sia familiari che educativi. Dallo studio emerge che: 
  • i bambini interagiscono con la “tecnologia touch” in modo naturale ricorrendo a modalità simili a quelle usate con gli altri giocattoli;
  • i bambini esplorano ed usano di più e in modo più indipendente il tablet rispetto al computer tradizionale, infatti con i dispositivi touch l’intervento dell’adulto, per fornire indicazioni, è minimo;
  • i bambini imparano ad utilizzare le app sia osservando coetanei ed adulti,  che attraverso “tentativi ed errori”;
  • l’uso creativo dei dispositivi touch screen può contribuire a sviluppare il potenziale cognitivo dei bambini. Provare a limitare l’accesso e l’uso di queste tecnologie ai bambini equivale a “nuotare contro corrente”. Questo non significa, tuttavia, che tutte le esperienze dei bambini devono essere mediate da  questo tipo di tecnologie.

Telefono, In Bianco, Mobile, Moderno2. La ricerca condotta da Gilbert e Yelland (2014) fatta allo scopo di: a) descrivere le strategie con le quali i bambini utilizzano il tablet; b) esplorare le modalità con cui le tecnologie digitali, integrate nei curricula delle scuole, possono supportare l’apprendimento; c) riflettere sul ruolo di educatori e insegnanti rispetto a tale integrazione. La ricerca ha coinvolto bambini di età compresa tra 2 e 6 anni. Dalle osservazioni effettuate su 10 bambini di 2-3 anni si è rilevato che il tablet ha contribuito a creare contesti di apprendimento che hanno incoraggiato interazioni e collaborazione tra i bambini, opportunità per conversare con gli adulti per migliorare il loro linguaggio, arricchire il loro vocabolario e costruire le loro competenze di base (ordinare, stabilire corrispondenze, classificare, ecc.). Secondo le ricercatrici è importante che gli educatori si prendano del tempo per acquisire familiarità con le app destinate ai bambini, in modo da essere consapevoli degli usi, delle potenzialità e dei limiti delle tecnologie touch e così da essere in grado di supportare i bambini nelle loro scoperte. Secondo Gilbert e Yelland i dispositivi touch dovrebbero essere integrati anche nei contesti educativi e scolastici in quanto rappresentano una risorsa utile per supportare l’apprendimento, ma il loro impiego dovrebbe andare oltre un approccio incentrato esclusivamente sulla trasmissione di conoscenze e competenze.

3. La ricerca della studiosa Karmiloff-Smith (2015) fatta per valutare gli effetti dell’uso dei dispositivi touch screen su un gruppo di piccoli di età compresa tra i 6 e i 10 mesi di età, ha rilevato che  giocare con lo schermo stimola il  cervello dei bambini piccolissimi molto di più rispetto a quanto potrebbe fare un libro e non danneggia le loro  abilità sociali..

4. Lo studio di Bedford et al., (2016) fatto per trovare prove di un’associazione negativa tra l’età del primo approccio ai dispositivi touch e le tappe dello sviluppo del linguaggio e della motricità grossolana, non solo non ha trovato le evidenze negative che cercava ma anzi, ha suggerito una correlazione tra l’uso precoce del touchscreen (in particolare lo scroll dello schermo) e il precoce sviluppo della motricità fine. Secondo i ricercatori questa sarebbe la prima indicazione di come le nuove generazioni si stiano adattando all’ambiente mediale in cui nascono e stiano impostando le basi per una vita spesa interagendo con tali dispositivi.

5. Il rapporto L’Enfant et les écrans (Bach et al., 2013) pubblicato dall’Accademia delle Scienze francese. Dal rapporto (ottenuto integrando i dati più recenti di neurobiologia, psicologia, scienze cognitive, psichiatria e medicina con la realtà delle tecnologie digitali) emerge un quadro in generale positivo rispetto all’uso dei dispositivi touch dal punto di vista dello sviluppo cognitivo e sensoriale. Gli autori, tuttavia, non nascondono i pericoli che i bambini possono correre nel caso in cui abusino di tablet e smartphone (isolamento, ridotta attività fisica, crisi del ragionamento di tipo induttivo, ecc.) e sottolineano il fatto che i nuovi oggetti tecnologici non dovrebbero diventare alternativi ai giochi e ai giocattoli tradizionali, ma aggiungersi ad essi. I dispositivi touch avvicinano precocemente i bambini più piccoli agli schermi, perché hanno caratteristiche molto vicine alla loro intelligenza. L’importante è che, nella scoperta di tali strumenti, siano accompagnati dagli adulti. Per i bambini tra i 2 e i 3 anni, in particolare, si sconsiglia l’esposizione passiva e prolungata (per più di 30 minuti) alla Tv e alle tecnologie touch in assenza di adulti che possano svolgere un ruolo interattivo e educativo. Secondo i ricercatori dell’Accademia francese utilizzare smartphone e tablet può essere positivo, anche a partire dai 12 mesi di età, purché si usino app esplorative e interattive, che possano favorire connessioni fra le diverse parti del cervello. Dagli studi condotti, infatti, risulta che la dimensione multimediale delle app può facilitare l’integrazione cognitiva.

Si tratterebbe, a questo punto, di individuare i criteri che possano guidare nella scelta delle app più adatte.

App, Software, Contorno, ImpostazioniQuali app per i bambini? All’inizio del 2015 negli Apple Store si potevano trovare circa 80.000 app «educative».  Tuttavia, anche se la sconfinata quantità di prodotti disponibili sul mercato rende difficoltosa l’analisi puntuale dell’offerta, esistono, all’interno della letteratura, diversi studi che cercano, da un lato, di catalogare le applicazioni «educational», dall’altro, di individuare le caratteristiche che fanno di un’app per bambini un’app di qualità, per offrire a genitori e insegnanti un aiuto nella scelta.

  • Cohen (2011) ha suddiviso le app in 3 gruppi: app per giocare, app per creare eBooks. Nel suo studio, l’analisi delle applicazioni è stata effettuata a partire da una serie di osservazioni e interviste a 60 bambini  (principianti ed esperti) divisi per fasce d’età (2-3 anni, 4-5 anni e 6-8 anni). Cohen ha concluso che i bambini preferiscono app per creare e giocare ad accesso immediato e giochi interattivi avvincenti e facili da imparare. Tra le app proposte, quelle risultate più “attraenti” sono state messe in relazione con: 1. ambienti «not-fail»; 2. possibilità e risultati infiniti; 3. l’ imparare facendo (learning by doing); 4. le competenze acquisite; 5.  la motivazione (derivante dagli interessi personali). Secondo Cohen l’esperienza interattiva della tecnologia touch screen rispecchia l’apprendimento costruttivista naturale del bambino.
  • Goodwin e Highfield (2012) hanno invece effettuato un’analisi sistematica di app «educational» classificandole secondo tre categorie: instructional, manipulable e constructive. Hanno definito «instructional» quelle app che richiedono l’esecuzione di attività che non si discostano dallo scopo per cui sono state progettate, che pretendono una risposta «giusta» e che richiedono un investimento cognitivo minimo da parte di chi apprende. Le app «manipulable» consentono la scoperta guidata e la sperimentazione, però limitatamente. Le app «constructive» sono più «aperte» e permettono agli utenti di creare i propri contenuti. Il 75% delle app analizzate è stato classificato come «instructional», il 23% «manipulable», mentre solo il 2% «constructive». Solo un numero esiguo di app, quindi,  può essere usato nei contesti educativi prescolastici (dove prevalgono proposte basate sul gioco libero). Goodwin e Highfield sottolineano che la definizione «educational» può essere fuorviante, dato che molte app, catalogate come tali,  semplicemente propongono attività per rafforzare conoscenze e competenze di base, con l’uso della ripetizione.
  • Bruschi e Carbotti (2012; 2015), in Italia, hanno indagato potenzialità e criticità dei dispositivi mobili. Le autrici mettono in luce i rischi legati al fatto che ogni giorno vengono immesse sul mercato, anche  per i più piccoli, decine di applicazioni “accattivanti” che spingono gli utenti ad un utilizzo acritico. Le studiose pongono l’attenzione sui criteri che consentono agli adulti di scegliere una buona app per bambini. Eccone alcuni: l’uso dei personaggi, l’interattività, le gestures, il design (che comprende l’uso di metafore, forme, colori, icone), il testo, la navigazione e l’audio (speakeraggio, musica, effetti sonori).
  • Gardner e Davis (2014), nel loro libro, analizzano e sviluppano la tesi secondo la quale, con il passare del tempo, le generazioni potrebbero essere definite sulla base delle tecnologie dominanti.  Secondo gli autori i giovani oggi non solo sono immersi nelle app, ma tendono vedere il mondo come un insieme di app e le loro stesse vite come una serie ordinata di app o forse come un’unica app. Gli autori svelano quali siano gli inconvenienti delle app: possono ipotecare il senso d’identità, incoraggiare relazioni superficiali e ostacolare l’immaginazione. D’altra parte, però, le opportunità offerte dalle app sono altrettanto impressionanti: possono promuovere una forte identità, consentire relazioni profonde e stimolare la creatività. Possono essere un freno o uno stimolo. «Il dilemma», scrivono, «è se diventeremo sempre più app-dipendenti — alla ricerca di un’app per ogni situazione, evitando quelle per cui un’app non è disponibile; oppure se diventeremo più app-attivi, utilizzando/creando app per ampliare l’assortimento delle nostre possibilità; o ancora, se in rare occasioni, liberandoci temporaneamente della tecnologia, sapremo essere app-trascendenti».
  • Hirsh-Pasek et al., (2015), hanno condotto una ricerca, pubblicata negli Stati Uniti, sull’importanza di mettere a disposizione dei bambini app che favoriscano l’apprendimento e la crescita. Gli autori si sono chiesti come aiutare concretamente educatori e genitori ad individuare l’effettiva valenza educativa delle app. Hanno cercato innanzitutto di rispondere alla domanda «come apprendono i bambini?» I bambini apprendono quando sono cognitivamente attivi, quando le esperienze di apprendimento sono significative e socialmente interattive e quando l’apprendimento è guidato da un obiettivo specifico. Alla luce di queste riflessioni: sono educative le app che attivano la modalità «mind-on» incoraggiando il pensiero e il problem solving, coinvolgono e non distraggono, collocano le informazioni nel loro contesto di utilizzo e di senso e stimolano le interazioni sociali.

 

APPROFONDIMENTI POSSIBILI

Le prime evidenze che stanno emergendo dalla letteratura suggeriscono:   children-1931189__340

  • La necessità di effettuare ricerche nella direzione di un’analisi (attenta, sistematica e indipendente da interessi di mercato) della relazione tra bambini di età compresa fra 0 e 3 anni e le tecnologie touch,  per comprendere quali siano le modalità più adeguate per sostenere l’ incontro con i nuovi media,  per monitorare le reali ricadute che, l’utilizzo dei dispositivi touch screen, avranno sul modo di pensare e di apprendere dei “baby nativi digitali”.  
  • L’approfondimento del tema della fruizione della letteratura da parte dei bambini. Numerose ricerche hanno dimostrato che un incontro con libri e lettura precoce, positivo e che coinvolge tutti i sensi ha importanti implicazioni con la nascita e lo sviluppo dell’amore per libri e lettura e per lo sviluppo cognitivo, emotivo e sociale dei bambini (Detti, 1987; Blezza Picherle, 2004). Risulta quindi urgente studiare e comprendere se e in che modo le nuove tecnologie cambieranno il modo in cui leggiamo e ci appassioniamo alla lettura.  
  • L’approfondimento del tema: la «dieta digitale».  Quale sia la “dieta digitale” più equilibrata con cui «nutrire» i nativi digitali, ovvero la qualità e la quantità dei «cibi mediatici» che vengono offerti ai più piccoli, in modo da costruire “mappe di contenuti”  e da fornire indicazioni sulla “giusta misura” del tempo che può essere trascorso davanti agli schermi, allo scopo di supportare genitori ed educatori nel ruolo di accompagnatori nel mondo digitale.
  • Approfondire quale dovrebbe essere, alla luce della rivoluzione digitale, il ruolo dei servizi educativi per l’infanzia. Le scuole, in quanto contesti privilegiati di osservazione, devono continuare ad esercitare il loro importante ruolo di laboratori «naturali» di ricerca e monitoraggio dell’esperienza della crescita (Mantovani, 2003), devono essere ambienti in cui i bambini possano agire come costruttori del proprio sapere e fare esperienze che impegnino la mente e il corpo, dovrebbero diventare ambienti che favoriscano un’idea di tecnologia che arricchisce e potenzia i modi di conoscere, a discapito di un’idea di tecnologia che isola, anestetizza e accentra.